Il giorno successivo fu l'ultimo che trascorremmo alle Faroe, almeno fino a quando non saremmo tornati dall'Islanda. Quella consapevolezza aleggiava su di noi come una nube carica di pioggia, mischiandosi all'eccitazione per il viaggio imminente e alla malinconia di lasciare quel piccolo rifugio di pace che ci aveva accolti con tanta generosità.205Please respect copyright.PENANAqtB5Z6lSQK
Anziché dormire in letti separati come avevamo fatto nelle notti precedenti, quella notte la trascorremmo dormendo insieme stretti l'uno all'altra, confortati dal calore dei nostri corpi che si cercavano nel buio. Fu una decisione spontanea, presa senza bisogno di parole, come se entrambi avessimo capito che quella notte aveva bisogno di essere condivisa in modo diverso. Lei scivolò nel mio letto dopo aver spento la luce, e io la accolsi tra le mie braccia come se fosse il posto più naturale del mondo.
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Era strano riprendere le stesse abitudini dopo tutto questo tempo, per quanto non fossero una cosa nuova. A Bergen avevamo condiviso il letto trovando in quel contatto fisico un rifugio dal dolore che ci perseguitava ma soprattutto dal freddo.
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Il respiro di lei con il viso a pochi centimetri dal mio mi aiutò a rilassarmi, soprattutto per il viaggio che ci attendeva l'indomani. Potevo sentire il calore del suo corpo contro il mio, il ritmo regolare del suo petto che si alzava e si abbassava, il profumo dei suoi capelli che mi solleticava il naso. Era una presenza rassicurante, un'ancora in un mare di incertezze, e mi chiesi come avessi fatto a dormire da solo per tutte quelle notti.
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Stretti l'uno all'altra in silenzio, ascoltavo il suono del suo respiro, inspirava ed espirava con una regolarità che diventò quasi ipnotica. Fuori il vento soffiava contro i vetri della finestra, portando con sé l'odore del mare e dell'erba bagnata, ma dentro quella stanza eravamo al sicuro, protetti dal calore che condividevamo.
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Era una persona davvero particolare, non me ne ero mai reso conto in tutto quel tempo trascorso a Bergen. Avevo conosciuto Iya come la sorella minore di Helena, quella più riservata, quella che osservava tutto senza mai dire troppo. Ma nei mesi che avevamo passato insieme, avevo scoperto strati del suo carattere che non avevo mai sospettato: la sua forza silenziosa, il suo modo di affrontare il dolore senza lamentarsi, il suo senso dell'umorismo che emergeva nei momenti più inaspettati. E ora c'era questo, la capacità di darmi pace semplicemente stando vicino a me, senza chiedere nulla, senza aspettarsi nulla.
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Lentamente mi addormentai e sprofondai in un lungo sonno senza sogni, cullato dal ritmo del suo respiro e dalla consapevolezza che non ero solo. Domani sarebbe cominciata la parte più pericolosa del viaggio, quella che ci avrebbe portati attraverso le acque gelide del Nord Atlantico fino alle coste dell'Islanda. Ma per ora, per questa notte, potevo permettermi di dimenticare ogni cosa e semplicemente riposare tra le braccia di qualcuno che mi faceva sentire a casa.
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Ci svegliammo presto, prima che la sveglia che avevamo impostato potesse suonare, come se i nostri corpi sapessero che quella era una giornata speciale. Il sole stava già sorgendo all'orizzonte del mare con una cupa luce rossastra che incendia il cielo a oriente, iniziando una nuova giornata che prometteva di essere decisiva. Quella luce rossa era diversa dall'oro caldo dei tramonti a cui eravamo abituati in Germania, aveva qualcosa di primordiale, di quasi minaccioso, come se il sole stesso stesse cercando di avvertirci di qualcosa.
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Dopo aver fatto colazione in fretta e aver preso i nostri zaini con tanto di provviste acquistate il giorno prima in previsione del viaggio, ci dirigemmo verso il porto di Tórshavn. Le strade erano ancora quasi deserte a quell'ora mattutina, con solo pochi pescatori che si preparavano a uscire con le loro barche e qualche raro abitante che camminava frettolosamente verso chissà dove.
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Le presi la mano nella mia mentre camminavamo, intrecciando le nostre dita in quel gesto che era diventato così naturale tra noi. L'aria del mattino era fresca come quella dell'autunno inoltrato, tagliava la pelle esposta del viso e delle mani con lame invisibili di freddo. Tuttavia il sole stava già iniziando a scaldare la giornata, promettendo temperature più miti per le ore successive.
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—Sei pronta?— le chiesi, fermandomi un istante prima di arrivare al porto per guardarla negli occhi.
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—Ovvio.— rispose lei con quella determinazione che avevo imparato a riconoscere. —Tu?—
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—Un po' impaziente di arrivare a casa ma ansioso per il viaggio che ci aspetta,— ammisi onestamente, perché non c'era motivo di nascondere quello che provavamo entrambi.
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—Non sei l'unico,— rispose lei, e nel suo sguardo vidi rispecchiarsi le mie stesse emozioni, quella miscela di desiderio e timore che ci accompagnava da quando avevamo preso la decisione di tornare.
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Mi fermai un istante, quindi senza dire nulla mi piegai su di lei e le baciai leggermente le labbra, un tocco rapido e tenero che voleva essere una promessa e un augurio allo stesso tempo.
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—Buona giornata,— le sussurrai contro le sue labbra, assaporando per un istante il suo respiro caldo.
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—Anche a te,— fece lei con un sorriso che le illuminò il viso, trasformando i suoi lineamenti ancora segnati dal sonno in qualcosa di radioso.
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Ci dirigemmo in un'apposita struttura per imbarcazioni turistiche senza pilota da noleggiare, un edificio moderno che sembrava quasi fuori posto in quel contesto di case tradizionali e tetti d'erba. Fu qui che affittammo un'imbarcazione da turismo a guida autonoma in grado di ospitare al massimo tre persone, più che sufficiente per noi due e i nostri zaini.
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Prima di partire dalla Germania avevamo già versato in anticipo una caparra prenotando l'imbarcazione, dopo ricerche approfondite su quali opzioni fossero disponibili e quali si adattassero meglio alle nostre esigenze e al nostro budget limitato. Non era stato facile trovare qualcosa che fosse contemporaneamente economico e sicuro per attraversare il Nord Atlantico, ma alla fine avevamo trovato quello che sembrava un compromesso accettabile.
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Si trattava di un'imbarcazione di superficie senza equipaggio modello Grad, era fatta per navigare anche in mare aperto con sistemi integrati di intelligenza artificiale e anche radar per evitare ostacoli e prevedere le condizioni meteorologiche. Era dotata di uno spesso scafo in acciaio progettato per resistere anche all'impatto con piccoli iceberg, alimentata da un motore a Torio con sistemi di sterzo e di bordo, monitoraggio e controlli accessibili tramite un'interfaccia intuitiva.
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Era uno dei modelli più economici che avevamo trovato sul mercato, il che significava che non aveva tutti i comfort delle imbarcazioni più costose, ma aveva quello che contava: affidabilità e autonomia. I motori a base di Torio permettevano di muoversi su enormi distanze senza la necessità di una ricarica, un vantaggio cruciale per il tipo di viaggio che stavamo per intraprendere.
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Dopo che ci fu spiegato il funzionamento di tutto quel processo da un tecnico che sembrava averlo fatto mille volte, e furono inserite le coordinate esatte su dove eravamo diretti, caricammo i nostri pesanti zaini da viaggio all'interno dell'imbarcazione. Pagammo il restante che mancava del prezzo concordato, poi salimmo a bordo e partimmo tra le scure acque dell'Oceano Atlantico, allontanandoci rapidamente dalla costa delle isole Faroe che diventavano sempre più piccole dietro di noi.
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Il viaggio sarebbe durato 34 ore secondo i calcoli del sistema di navigazione, soprattutto considerando la velocità costante del Grad di 15 nodi, equivalenti a circa 27,8 chilometri orari. Non era veloce, ma era costante, e in quelle acque imprevedibili la costanza era più importante della velocità.
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Il vantaggio dei motori a Torio, introdotti per la prima volta all'inizio degli anni '40 in alcuni tipi di imbarcazioni e poi diventati sempre più diffusi man mano che la tecnologia si perfezionava, era che prima di un secolo, fatta eccezione per la manutenzione ordinaria dell'imbarcazione, il combustibile non necessitava di essere rimpiazzato. Un grammo di Torio, un minerale a bassissima radioattività che si trovava in abbondanza nella crosta terrestre, era sufficiente per alimentare il motore di un'imbarcazione per almeno un secolo di utilizzo continuativo.
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Tuttavia tale combustibile non era stato introdotto per i veicoli di strada, considerato comunque troppo pericoloso per la guida autonoma, soprattutto su strade trafficate dove un incidente avrebbe potuto causare conseguenze catastrofiche. Le imbarcazioni, con i loro scafi rinforzati e la relativa scarsità di veicoli nelle vicinanze, rappresentavano un uso molto più sicuro per quella tecnologia rivoluzionaria.
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Qualche ora dopo ci stavamo muovendo attraverso l'oceano aperto, la terraferma delle Faroe non si vedeva quasi più, ridotta a una linea sottile all'orizzonte che presto sarebbe scomparsa del tutto. Tuttavia era bello ammirare in solitudine l'oceano mentre si veniva trasportati autonomamente tra le onde, con il rumore costante del motore che mescolava con il suono dell'acqua che si infrangeva contro lo scafo.
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—Che pace...—osservò Iya ammirando il panorama dall' piccolo ponte dell'imbarcazione, dove il vento le scompigliava i capelli in una danza caotica.
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Il sole si rifletteva sulle onde del mare emettendo bagliori incandescenti che ci costringevano a socchiudere gli occhi quando guardavamo in quella direzione. L'acqua era di un blu profondo, quasi nero in lontananza, con creste bianche dove le onde si rompevano le une contro le altre in un movimento perpetuo che sembrava non avere né inizio né fine.
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—A volte stare lontano da tutto è ciò di cui si ha bisogno,— dissi sporgendomi accanto a lei sul parapetto, sentendo il vento freddo che mi colpiva il viso.
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—Sono d'accordo,— annuì lei, —ma finalmente siamo nella nostra tappa finale. Tra poco saremo a casa.—
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—Tra poco,— confermai, ma la parola "casa" aveva un suono strano sulle mie labbra. Cosa significava casa quando tutto ciò che avevi conosciuto era stato distrutto?
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La brezza marina faceva ondeggiare i suoi lunghi capelli castani, creando immagini che avrei voluto poter catturare e conservare per sempre. I suoi occhi verdi e castani riflettevano le onde, e in quel momento mi sembrò più bella di quanto l'avessi mai vista, forse perché stava condividendo quel momento con me, perché eravamo insieme in quel viaggio verso l'ignoto.
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—Questa notte entreremo nella zona delle Acque Fredde, farà freddo,— dissi, cercando di prepararla a quello che ci aspettava.
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—Acque Fredde?— fece Iya perplessa, guardandomi con un'espressione interrogativa.
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—Alla latitudine dell'Islanda l'inverno non se ne è ancora andato del tutto, sarà gelido lassù,— spiegai. —Le correnti oceaniche portano acqua fredda dall'Artico, e il clima quest'anno è stato particolare. Si gela anche in estate.—
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—Ci siamo attrezzati apposta, no?— disse lei, indicando con un cenno del capo i nostri zaini dove avevamo stipato vesti invernali pesanti.
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—Sì, ma il clima quest'anno è un po' differente da come lo ricordavamo,— dissi, cercando di non allarmarla ma allo stesso tempo di essere onesto. —Le temperature sono più basse del normale, e le condizioni meteorologiche sono più imprevedibili.—
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—Lo sospettavo, soprattutto dopo l'inverno appena trascorso.— disse lei, e nella sua voce c'era una consapevolezza che mi fece capire che aveva notato anche lei i cambiamenti.
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—Tra poco saremmo nuovamente in inverno,— conclusi, guardando l'orizzonte dove il cielo e il mare si confondevano in un'unica distesa azzurra.
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Il resto della giornata trascorse tranquilla, in attesa, finché quando venne la sera mangiammo alcune delle provviste che avevamo caricato nel Grad. Seduti nella piccola cabina dell'imbarcazione, con il dondolio delle onde che ci cullava, condividemmo quel pasto frugale in un silenzio che non aveva bisogno di essere riempito con parole inutili.
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Poi andammo a dormire nei rispettivi scomparti, con il suono del motore che faceva da sottofondo mentre l'imbarcazione ondeggiava attraverso la densità delle onde. Era un rumore costante, quasi ipnotico, che dopo un po' si trasformava in una sorta di ninnananna meccanica che accompagnava il sonno.
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Dormii non so per quante ore, sprofondato in un sonno pesante e senza sogni che mi avvolse come un mantello scuro. Quando mi svegliai, con l'istinto di chi sa che c'è qualcosa da vedere, decisi di uscire fuoribordo per vedere come era la situazione. Iya stava ancora dormendo nel suo scomparto, rannicchiata sotto le coperte con solo una ciocca di capelli scuri che spuntava dal bordo, e decisi di non svegliarla. Non ce ne era motivo, non ancora.
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Quando uscii sul ponte, la prima cosa che mi stordì fu il freddo cane che mi fece gelare il sangue nelle vene. Decisamente eravamo entrati nella regione delle Acque Fredde. Era un freddo diverso da quello che avevo conosciuto in Germania durante l'inverno, un freddo che sembrava avere una qualità diversa, più tagliente, più implacabile. Era il freddo del Nord, il freddo che avevo conosciuto per tutta la vita in Islanda ma ora fuori stagione.
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All'orizzonte notai che il cielo stava leggermente schiarendo verso una sfumatura bluastra, in netto contrasto con il nero abisso stellato della notte che ancora dominava la maggior parte del firmamento. Era l'alba che si avvicinava, ma ancora lontana, un promemoria che in quelle latitudini l'estate portava notti chiare e giorni infiniti.
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E poi vidi qualcosa di insolito, qualcosa che avevo visto solo in Islanda e che non mi aspettavo di trovare lì, in mezzo all'oceano. Degli intensi nastri di sfumature di colore elettrico stavano oscillando riempiendo il cielo stellato con colori che andavano dal bianco poi al verde intenso e infine il viola, coprendo il firmamento in costante movimento come veli di seta agitati dal vento.
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L'aurora boreale. Quell'antico fenomeno che le popolazioni nordiche avevano osservato per millenni, dando vita a miti e leggende che parlavano di dèi e guerrieri, di ponti tra il mondo dei viventi e quello dei morti. Quello che le antiche popolazioni nordiche credevano fossero il riflesso delle armature dei guerrieri morti che combattevano nel Valhalla, o il percorso che le anime dei defunti seguivano per raggiungere l'aldilà.
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Scesi di sotto e svegliai Iya con delicatezza, scuotendola leggermente per la spalla.
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—Svegliati, è urgente devi vedere una cosa,— le dissi indossando la mia giacca a vento che avevo preparato vicino alla cuccetta.
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—Che succede, è successo qualcosa?— borbottò lei appena svegliata, con la voce impastata e gli occhi che faticavano ad aprirsi.
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—No, ma devi vedere, veloce, mettiti un maglione che fa freddo!— la esortai, aiutandola ad alzarsi.
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Quando uscimmo insieme sul ponte, il freddo ci colpì con forza, ma ciò che vedemmo sopra di noi compensava ampiamente il disagio. L'aurora boreale si stendeva da un orizzonte all'altro, una danza di luci che sembrava non avere fine, che si intrecciava e si separava in pattern complessi come se fosse diretta da una mano invisibile.
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—È meravigliosa...— sussurrò lei guardando il cielo con gli occhi spalancati per lo stupore, il respiro che si condensava in nuvolette di vapore davanti al suo viso.
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—Già,— osservai appoggiato sul bordo del Grad accanto a lei, con il cuore che batteva forte non per il freddo ma per la bellezza di quel momento.
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L'aurora boreale si rifletteva sul mare scuro formando un contrasto con l'ormai turchese sfumatura del cielo all'orizzonte che preannunciava l'alba imminente. Era come se il cielo avesse deciso di regalare uno spettacolo speciale solo per noi, in quel momento sospeso tra la notte e il giorno, tra il passato e il futuro.
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—Era da un po' di tempo che non la vedevo. — disse Iya con voce sognante, gli occhi ancora fissi su quella danza di luci.
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—Anch'io,— ammisi. —Stiamo tornando a casa.—
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E poi vedemmo qualcos'altro, non distante dall'imbarcazione ma abbastanza lontano da non costituire un pericolo immediato. Un'enorme sagoma scura dalla forma frastagliata con sfumature blu-celeste illuminate dalla prima luce del crepuscolo e dall'Aurora Boreale. Un iceberg, uno di quei giganti di ghiaccio che vagavano per il Nord Atlantico trasportati dalle correnti, testimoni silenziosi di un mondo che si stava sciogliendo e ricongelando in cicli millenari.
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Il cielo all'orizzonte si stava schiarendo rendendolo sempre più visibile mentre il nero eterno della notte stava passando al blu scuro conservando le stelle più luminose e la danza dell'Aurora Boreale che sembrava prendere vita proprio sopra di esso. Era un momento surreale, di quelli che capitano raramente nella vita, dove tutto sembra perfettamente al suo posto.
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Iya mi prese la mano guardandomi, i suoi capelli erano ancora scompigliati dal sonno e dal vento, e in quella luce irreale sembrava quasi un'apparizione, una creatura uscita da un sogno. Era bellissima, con il viso illuminato dalle prime deboli luci dell'alba e dalle sfumature dell'Aurora Boreale che le dipingevano la pelle di colori impossibili.
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Mi curvai su di lei, lei fece lo stesso piegando la testa di lato e schiudendo le labbra in un invito silenzioso. Ci baciammo lì, sul ponte di quell'imbarcazione in mezzo all'oceano, mentre l'aurora boreale danzava sopra di noi e l'iceberg ci osservava in silenzio. Fu un bacio lento, pieno di promesse e di ringraziamenti non detti, un sigillo su quello che stavamo diventando l'uno per l'altra.
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Nel corso della giornata, mentre il Grad proseguiva la sua rotta verso nord-ovest, in lontananza incontrammo un altro iceberg, il cui colore bianco abbagliante contrastava nettamente con quello del mare scuro. Era più piccolo del primo, ma ugualmente impressionante, una montagna di ghiaccio alla deriva che ci ricordava quanto fossimo lontani dalla civiltà come la conoscevamo.
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Le temperature in questa regione erano diventate piuttosto gelide, tanto che fummo costretti a indossare un abbigliamento invernale completo anche se era pieno giorno. Il vento che soffiava costantemente dal nord portava con sé il gelo dell'Artico, e nonostante il sole che splendeva in un cielo quasi privo di nuvole, non c'era modo di scaldarsi veramente.
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Nel tardo pomeriggio iniziammo a scorgere in lontananza la costa dell'Islanda, una linea scura all'orizzonte che gradualmente prendeva forma rivelando le montagne che conoscevamo così bene. Sia per me che per Iya questo rievocò una strana emozione interiore, un misto tra nostalgia per ciò che era stato e qualcos'altro, qualcosa di più complesso, più difficile da definire. Era come vedere il volto di qualcuno che avevi amato ma che non vedevi da tanto tempo, con tutte le cicatrici e i cambiamenti che il tempo aveva impresso su di esso.
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Dopotutto erano due anni che mancavamo da casa. Due anni da quando le nostre vite erano state sconvolte dall'eruzione dell'Esjufjöll, due anni da quando avevamo perso tutto ciò che avevamo conosciuto, due anni da quando Helena era morta tra le braccia del destino. E ora stavamo tornando, come pellegrini verso una terra sacra che era stata profanata dalla distruzione.
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Man mano che il Grad si avvicinava alla costa questa strana sensazione andava crescendo, espandendosi nel petto fino a riempire ogni spazio disponibile. Era un peso allo stomaco, un nodo alla gola, un formicolio alle estremità delle dita. Era la consapevolezza che niente sarebbe stato come prima, che non stavamo tornando a casa ma alle rovine di quella che era stata la nostra casa.
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—Sembra strano tornare dopo tutto questo tempo, vero?— osservò Iya guardando la costa avvicinarsi lentamente, con le montagne che diventavano sempre più distinte contro il cielo.
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—Già, dà una strana sensazione,— dissi, cercando di mettere in parole qualcosa che sfidava ogni descrizione.
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—Anche a me,— disse lei, e mi strinse la mano più forte.
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—Probabilmente perché sappiamo entrambi che qui è iniziato tutto,—dissi. —La nostra storia, il nostro amore, il nostro dolore. Tutto è iniziato qui, e tutto è finito qui.—
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—Già, ormai questa è diventata una terra maledetta,— rispose Iya con il fiato che si condensava in vapore per il freddo, gli occhi fissi su quella costa che si avvicinava sempre più. —Una terra dove i fantasmi camminano.—
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Non risposi, perché cosa si può dire a una verità così grande? Invece la attirai a me, la avvolsi con il mio braccio, e insieme restammo a guardare l'Islanda che si avvicinava, portando con sé i nostri ricordi, i nostri fantasmi, e forse anche la nostra redenzione.
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