Quando rientrammo chiamai Iya.
Lei venne poco dopo dal salotto con un'aria quasi assonata, i capelli leggermente spettinati dal sonno, i piedi scalzi sul pavimento di legno.
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— Cosa c'è?—
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— Ho un regalo per te.—
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— Chissà perché sono sicura che non si tratti di un mazzo di rose.— ironizzò lei.
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Le porsi una scatola di cartone in miniatura. Lei la prese con entrambe le mani e la scosse.
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— Cos'è? — fece lei aggrottando lo sospettosa.
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Ne tirò fuori un coltello a scappo con la lama lunga quattro dita. Il metallo brillò debolmente nella luce del salotto, un bagliore freddo che sembrava appartenere a un altro mondo, a un'altra vita, a un'altra Islanda che non esisteva più.
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— Lo so, non è il massimo che ti aspettavi,— le spiegai — ma visto i tempi che corrono, direi, perché no?—
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— Al contrario Sasha, significa molto per me, — disse studiando il coltello, girandolo tra le dita come si gira una reliquia, come si gira qualcosa che non ha più una funzione pratica ma che conserva il suo valore simbolico, — guarda, volendolo posso anche appenderlo alla cintura.—
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In effetti era vero. Lo guardai nella sua mano e pensai a Helena che avrebbe saputo apprezzare quel gesto, e il pensiero mi faceva male come un taglio.
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— Come è il tempo fuori? Fa freddo? — chiese poi.
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— Direi che si gela, credo che le temperature si abbasseranno ancora nel corso del mese visto che siamo entrati ormai nella notte polare.—
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Quindi come concordato con lei prima di uscire con Hannah, andò a mettersi la giacca, dal momento che era il suo turno.
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- Starò fuori un paio d'ore non di più. - disse.
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- Stai attenta, mi raccomando. - disse Hannah visibilmente preoccupata, era ovvio che non poteva controllare la sorella, per quanto volesse.
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Dopotutto era la sua unica sorella rimastagli.
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Iya andò a mettersi la giacca dal momento che era il suo turno. Un gesto semplice, quotidiano, che nascondeva una mina che io non riuscivo a leggere, o forse non volevo leggere, perché sapevo che se l'avessi letta avrei dovuto fare qualcosa, e non sapevo cosa.
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Quindi la lasciai andare.
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Rimasti soli, io e Hannah ci guardammo.
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Ci capimmo all'istante, circa.
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- La mia stanza non è caldissima, ma sicuramente non è fredda come il resto della casa. - dissi.
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Qualche istante più tardi eravamo soli nella mia stanza.
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Hannah mi studiò per un momento, quindi mi si avvicinò per cercare di baciarmi.
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- Aspetta. - dissi.
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Lei mi guardò fisso con quegli occhi blu-azzurri che in quella luce grigia sembravano due frammenti di cielo. Non c'era nessuna della freddezza che avevo visto nei suoi occhi fino a quel momento. Quel ghiaccio si era sciolto, e sotto c'era qualcosa di liquido, di caldo, di acceso, che non aveva niente a che fare con l'amore per me e tutto a che fare con il bisogno disperato di contatto umano in un mondo che stava diventato sempre più freddo.
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— Non voglio una storia, — si limitò a dirmi — ho bisogno di qualche momento per dimenticare ogni cosa. Il vuoto che ho dentro. L'inferno che è diventata la nostra esistenza. Questa specie di anti-futuro in cui stiamo vivendo.—
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Capivo perfettamente. Era esattamente quello che avevo provato anch'io. Non il vuoto di Helena. Il vuoto di tutto. Il vuoto di una vita che non c'era più. Il vuoto di un futuro che non c'era più. Un vuoto così grande che a volte mi sembrava di poterlo toccare, di poterlo misurare con le mani, di infilarci le dita dentro quel niente e sentire il freddo del nulla. Ed era un freddo diverso da quello di fuori. Un freddo che non ti congela la pelle ma che ti congela qualcosa di più interno, qualcosa di più profondo, qualcosa che non avevo un nome per descriverlo ma che sapevo che era lì, come un buco nel petto che non sanguinava ma che risucchiava ogni volta che provavo a riempirlo con qualcosa di caldo, qualcosa di vitale che non riuscivo più a trovare.
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— Ti capisco perfettamente.— dissi, con un nodo allo stomaco che non avevo scelto di avere e che non sapevo come farlo sparire.
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— Non voglio, e non posso sostituire mia sorella, — disse Hannah — so tutto quello che hai dentro, e so che anche tu hai bisogno di istanti per liberarti da quello che ti pesa.—
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— Sì è vero, — dissi.
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— Sono d'accordo. La mia condizione invece è che Iya dovrà star fuori da questa storia.—
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— Va bene.—
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La guardai, incerto su cosa stesse succedendo dietro quegli occhi che non erano più ghiaccio ma qualcosa di più fuso, qualcosa di più caldo, qualcosa di più pericoloso.
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Le presi le mani fredde nelle mie.
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Ci baciammo.
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Il suo bacio si aprì tra le mie labbra con una lentezza quasi dolorosa, come se stesse dosando qualcosa di potente, qualcosa che non osava ancora completamente liberare. Le sue labbra erano fredde all'inizio, freddo come il resto del mondo, ma si scaldarono rapidamente al contatto con le mie, e quel passaggio dal freddo al caldo fu come assistere a un'alba in miniatura, a un risveglio che non aveva niente a che vedere con il sole fuori dalla finestra ma che aveva tutto a che fare con qualcosa di più interno, di più profondo, di più umano.
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La sua lingua incontrò la mia con una timidezza che era quasi commovente. Si mosse piano, esitante, come se stesse chiedendo il permesso di entrare in un luogo che non le apparteneva, e io glielo concessi, e quando lo feci sentii che qualcosa si allentò dentro di me, qualcosa che era stato tirato per mesi come una corda di violino e che adesso, finalmente, iniziava a rilassarsi.
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Il bacio si protrasse. I nostri respiri si mischiarono diventando un unico respiro, un unico ritmo, una singola melodia che non aveva note ma che aveva un suono, il suono delle nostre labbra che si cercavano e si trovavano e si perdevano e si cercavano di nuovo in un cerchio che non aveva inizio e non aveva fine. Le sue mani salirono lungo i miei avambracci, le sue dita si infilarono tra i miei capelli, e io sentii quel contatto come una scossa elettrica che partiva dalla punta delle dita e arrivava dritta al centro del petto, esattamente dove si trovava il buco, il vuoto, quel nulla che non riuscivo a riempire con niente.
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Staccai le labbra dalle sue e le posai sulla sua guancia, sentendo sotto le mie la pelle liscia e fredda, e poi sulla sua mandibola, e poi sul suo collo, dove sentii il battito della sua carotide, quel battito regolare e insistente che era la prova che era viva, che eravamo vivi, che nonostante tutto quello che era successo, nonostante il freddo, nonostante il buio, nonostante la morte che ci circondava da ogni parte, c'era ancora qualcosa che batteva, ancora qualcosa che pulsava, ancora qualcosa che rifiutava di arrendersi.
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Lasciai andare l'apatia priva di emozioni con cui avevo vissuto quotidianamente. L'apatia era stata la mia armatura, il mio modo di sopravvivere al dolore, e adesso stavo togliendola.
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Lasciai andare il dolore nostalgico che questo periodo mi provocava. Lasciai andare il ricordo delle serate al cinema, delle passeggiate sul ghiaccio, dei baci nella stanza della sua camera, dei momenti in cui avevo sentito qualcosa che avevo chiamato felicità e che adesso era sparito, inghiottito dalla cenere insieme a tutto il resto.
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Lasciai andare anche l'apatia priva di emozioni con cui vivevo quotidianamente.
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Lasciai andare tutto. E per la prima volta da mesi, qualcosa dentro di me si mosse verso un posto che non sapevo esistesse. Un punto lontano, irrepercorribile, così lontano che non riuscivo a vederlo, ma che sapevo che era lì, e che ci stavo andando.
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Portai una mano al suo viso, scostando in parte i suoi capelli castani, continuando a sentire il suo sospirare su di me.
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Ci baciammo nuovamente, e questa volta il bacio fu diverso. Più profondo. Più disperato. Le sue labbra si aprirono completamente e la sua lingua entrò nella mia bocca con una decisione che non c'era stata prima, come se avesse attraversato una soglia invisibile oltre la quale non c'era più ritorno. Chiusi gli occhi e per la prima volta da tanto, triste, tempo mi lasciai andare. L'apertura delle sue labbra era come aprire una porta che non sapevo cosa ci fosse dall'altra parte, una porta che avrei dovuto tenere chiusa e che invece avevo spalancata con una forza che mi spaventava.
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Sentii le sue mani scendere lungo il mio petto, le sue dita che si appoggiavano sul mio sternoino come per sentire se il mio cuore stava battendo ancora, e sì, stava battendo, batteva forte, batteva così forte che sembrava volesse uscire dal petto e cercare il suo, e forse era esattamente quello che voleva.
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Sentii Hannah staccarsi da me e allontanarsi leggermente. Mi sembrò più piccola di prima. Più fragile. Più vera. I suoi occhi erano lucidi, non di lacrime ma di qualcosa di più sottile, qualcosa che aveva a che fare con la vulnerabilità e con il coraggio che ci vuole per essere vulnerabili in un mondo che ti punisce per ogni debolezza.
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— In due è più bello, sai — disse con un sorriso, e quel sorriso era la cosa più coraggiosa che avessi visto da mesi.
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Sorrisi, forse per la prima volta da tanto tempo un sorriso vero, un sorriso che non nascondeva niente, che non proteggeva niente, che era solo quello che era: un sorriso.
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Iniziai a togliermi il maglione. Le mie mani tremavano, non di freddo ma di qualcosa di diverso, qualcosa che aveva a che fare con l'anticipazione e con la paura e con il bisogno e con la colpa, tutto mescolato insieme in un modo che non avevo mai assaggiato prima. Hannah rimase immobile, i suoi occhi che mi guardavano mentre il mio maglione finiva a terra con un fruscio di stoffa che sembrava incredibilmente rumoroso nel silenzio della stanza.
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Poi fu il turno del resto. I vestiti caddero uno dopo l'altro come foglie morte da un albero che ha deciso di spogliarsi in anticipo, e quando fummo nudi restammo immobili per un momento, uno di fronte all'altra, come se stessimo cercando di memorizzare quel momento, di inciderlo nella memoria con la precisione di un fotografo che sa che quella sarà l'unica foto che scatterà per sempre.
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La luce grigia della finestra entrava obliqua e si posava sulla sua pelle creando ombre lunghe e delicate che la facevano sembrare un dipinto, qualcosa di così bello che non avrei dovuto toccarlo per non rovinarlo, e invece la toccai, e quando le mie dita si posarono sulla sua clavicola sentii un fremito percorrere tutto il suo corpo, un fremito che non aveva niente a che fare con il freddo.
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Ci rifugiammo sotto le coperte. Lo spesso strato di lana e cotone isolava i nostri corpi dal freddo della stanza creando un mondo a parte, un piccolo universo caldo e chiuso in cui esistevamo solo noi due e nient'altro, niente freddo, niente buio, niente morte, niente nostalgia, solo pelle contro pelle e respiro contro respiro.
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Cominciai a baciarla lungo il collo, partendo dall'angolo della mandibola e scendendo lentamente verso l'incavo delle spalle. La sua pelle aveva un sapore che non sapevo descrivere: leggermente salato, leggermente dolce, con qualcosa di metallico sotto che forse era il sapore stesso della sopravvivenza, il sapore di chi è vivo e lo sa. Le mie labbra si appoggiarono sulla sua pelle con una pressione leggera, sentendo sotto il tessuto sottile dei suoi vasi sanguigni, il calore del suo sangue che scorreva appena sotto la superficie, e quel calore era la cosa più reale che avessi toccato da mesi.
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Morsi piano la curva del suo collo, sentendo la sua pelle cedere sotto i miei denti come una pesca matura, e lei emise un suono che non era un gemito e non era un sospiro ma qualcosa di intermedio, qualcosa che stava a metà tra il sollievo e il bisogno, un suono che mi arrivò alle orecchie e da lì scese dritto nello stomaco come un sasso caldo.
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Le mie labbra scesero lungo la sua clavicola, poi sulla curva del suo seno, un piccolo punto di calore che reagiva al mio tocco come se stesse aspettando quel momento da sempre. Hannah inarcò la schiena, le sue dita si strinsero nei miei capelli, e io sentii che il suo respiro si era fatto più corto, più irregolare, come se il suo corpo stava perdendo il controllo di qualcosa che aveva tenuto sotto chiave per troppo tempo.
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Dedicai la stessa attenzione all'altro seno, sentendo il suo corpo tremare sotto il mio, e quel tremore non era freddo, non era paura, era pura e semplice reazione fisica, era il corpo che rispondeva a un altro corpo dopo mesi di astinenza forzata, di freddo, di solitudine, e c'era qualcosa di primitivo in quella reazione, qualcosa che risaliva a un'epoca in cui l'unica cosa che contava era il calore di un altro essere umano.
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Scesi lungo il suo ventre con un percorso di baci e sfioramenti di lingua, sentendo sotto le labbra il sapore della sua pelle che cambiava man mano che scendevo, diventando più dolce più intimo, più suo. Il suo ombelico era una piccola depressione che baciai come se fosse una ferita che stavo cercando di guarire, e sentii i muscoli del suo addome contrarsi sotto le mie labbra, una contrazione involontaria che mi disse che la stavo raggiungendo, che stavo toccando qualcosa di profondo, qualcosa che non si tocca con le mani ma con qualcos'altro, con l'intenzione, con l'attenzione, con la cura.
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Le mie mani la accarezzarono lungo i fianchi, sentendo la curva dei suoi fianchi sotto i palmi, una curva che era così femminile, così vera, così lontana da tutto ciò che era rigido e freddo e morto fuori da quelle coperte.
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I suoi fianchi si sollevarono per incontrare la mia mano, un movimento involontario che mi disse che voleva di più, che aveva bisogno di più, che il mio tocco non era abbastanza e allo stesso tempo era esattamente quello di cui aveva bisogno.
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I suoi gemiti si fecero più frequenti, più intensi, più disperati. Erano gemiti che non cercavano di essere belli o armoniosi, erano gemiti grezzi e veri, il suono di un corpo che si sta liberando di qualcosa che ha portato dentro per troppo tempo, e io li ascoltavo come si ascolta una musica che non si è mai sentito prima ma che si riconosce immediatamente, che si sente propria, che si sente come se fosse sempre stata lì, nascosta sotto qualche altra cosa, e che adesso finalmente stava uscendo.
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Salii su di lei, posizionandomi tra le sue gambe, e la guardai negli occhi. Quegli occhi blu-azzurri mi guardarono dal basso, lucidi e aperti e vulnerabili, e in quel momento non c'era più nessun ghiaccio, nessuna barriera, nessuna difesa. C'era solo Hannah, nuda e vera e tremante sotto di me, e io mi sentii nudo e vero e tremante sopra di lei, e per un istante pensai che forse era questo che significava essere vivi: non respirare, non mangiare, non camminare, ma questo, esattamente questo, la vulnerabilità di un corpo che si offre a un altro corpo senza sapere cosa succederà dopo.
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Entrai in lei lentamente, sentendo il suo corpo accogliermi con una calore che mi avvolse completamente, un calore che era così intenso che per un istante mi sembrò di bruciare, di essere entrato in qualcosa di troppo caldo, di troppo vivo, di troppo reale dopo mesi di irrealtà. Il suo respiro si bloccò, i suoi occhi si chiusero, e io rimasi immobile per un momento, sentendo il suo corpo stringermi intorno, sentire il suo battito attraverso i punti in cui la nostra pelle si toccava, e fu come se i nostri cuori avessero smesso di battere separatamente e avessero trovato un ritmo comune, un battito unico che apparteneva a entrambi e a nessuno.
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Iniziai a muovermi. Lentamente all'inizio, con una lentezza che era quasi una tortura, sentendo ogni millimetro di quel contatto, ogni sfregamento, ogni calore. I suoi fianchi si sollevarono per incontrare i miei in un ritmo che si era creato da solo, senza che lo decidessimo, come se i nostri corpi sapevano cosa fare molto prima delle nostre menti.
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Il suo respiro sul mio collo era caldo e irregolare, le sue unghie affondavano nella mia schiena lasciando solchi che bruciavano piacevolmente, e io sentivo tutto, sentivo ogni singola sensazione con una nitidezza che mi spaventava, come se qualcuno avesse tirato su il volume del mondo e adesso sentivo tutto troppo forte, troppo chiaro, troppo vero.
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Ci muovemmo insieme in quella luce grigia, sotto quelle coperte che ci proteggevano dal freddo.
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Il suo corpo si tese sotto il mio come una corda di violino portata al limite della sua tensione, e quando venne sentii il suo corpo contrarsi intorno al mio in una serie di ondate che mi travolsero con la loro forza, e io la tenni stretta mentre il suo corpo tremava e si abbandonava, e sentii le sue lacrime sulla mia spalla, lacrime calde e silenziose che non avevano niente a che fare con il dolore e tutto a che fare con qualcosa di più grande del dolore, qualcosa che non avevo un nome per descriverlo.
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La seguii poco dopo, e quando arrivò chiusi gli occhi e per un istante non ci fu più niente, niente freddo, niente buio, niente vuoto, niente nostalgia, solo luce bianca e calore e un senso di appartenenza che non avevo mai provato prima.
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Poco dopo eravamo abbracciati l'uno all'altra, persi in quello strano silenzio complice che era diventata la nostra lingua segreta, il silenzio di due persone che avevano scelto di stare vicine non per caso ma per necessità, non per amore ma per sopravvivere, non per passione ma per calore. E forse era questo, alla fine, la cosa più triste di tutte: che quello che avevamo condiviso non era amore ma necessità, non era passione ma sopravvivenza, non era scelta ma mancanza di alternative..
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Qualche istante dopo mi allontanai lentamente da Hannah.
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— Aspetta.—
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Mi fermai.
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— Tienimi stretta ancora un po'. Ancora un po' —
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Non risposi. La strinsi più forte a me. Sentii il suo corpo premuto contro il mio, il suo respiro regolare e caldo sulla mia spalla, e il suo battito, il suo battito, il suo battito che non era il mio ma che pulsava contro le mie schiena come un secondo cuore.
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Non mi mossi.
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— Sei pentita di quello che abbiamo fatto?—
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— No. Tu?—
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— No.—
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— Come dobbiamo comportarci d'ora in avanti?—
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— Ufficialmente ed è vero, non c'è nessuna storia tra di noi, come facciamo tutti i giorni.—
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— E se Iya ci scopre?—
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— Ci parlo io.—
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Generazioni nude, ecco cosa eravamo. Eravamo stati privati di tutto ciò che prima ci apparteneva, persino della nostra terra e della nostra famiglia, e ora ci trovavamo uniti come una nuova famiglia in una terra straniera nel mezzo di un inverno glaciale persino più freddo di quello islandese.
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Quando Iya rincasò, il viso rosso per il freddo, fortunatamente io e Hannah avevano finito da poco, ci comportammo come se nulla fosse successo.
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— Mentre stavo tornando a casa ho visto un'ambulanza che caricava un morto in un vicolo.—
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— Cos'è successo?—
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— Probabilmente un altro morto assiderato, ultimamente ne sento parlare spesso.—
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Ho chiuso il cellulare impensierito da quanto stava succedendo. Troppo surreale per crederci, ma questa purtroppo era la realtà. Un morto in un vicolo. Come se la morte non fosse più un evento eccezionale ma una normalità. Come se morire di freddo fosse diventato una cosa che poteva succedere a chiunque, come il freddo era diventato qualcosa che poteva succedere a tutti.
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Quella sera, lo stesso giorno, lessi le notizie: blackout diffusi in Germania, Francia, Belgio. Epidemia di crimini violenti in tutta l'Unione Nordica. Esattamente come Hannah aveva descritto, milioni di persone senza luce al buio, nelle loro case, nelle loro città, nelle loro vite che si stavano congelando nel buio.
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Spensi il cellulare.
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Lentamente, arrivò la metà di dicembre e le cose migliorarono solo in parte, ma peggiorarono dall'altra.
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Il governo norvegese riuscì dopo una serie di accordi a chiedere aiuto al suo vicino di confine, la Russia, un ausilio nella fornitura di ogni cosa che era stato progettato male e che stava fallendo. Questo pose fine ai razionamenti energetici. Quella nazione alimentata da gasdotti e centrali nucleari era da molto tempo all'avanguardia con gli inverni rigidi, ma l'energia russa non bastava per un inverno come quello.
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Ciò nonostante i prezzi alimentari non scesero, e con il mare trasformato in un enorme campo di seracchi di ghiaccio e le temperature estreme i problemi persistevano sia nel commercio sia nei trasporti via mare.
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Al contrario quelle poche volte che leggevo il giornale venivo a conoscenza che i vari paesi dell'Unione Nordica avevano cessato le esportazioni alimentari per soddisfare il fabbisogno interno. Ogni nazione che si chiudeva era una nazione in più che smetteva il suo contributo alla sopravvivenza. Come una catena di domino che cadeva pezzo dopo pezzo.
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"Blackout diffusi in Germania, Francia, Belgio ecc."
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"Ci sono notizie di un'epidemia sempre più diffusa di crimini violenti. Numerosi i casi in cui i proprietari di chi tentava di entrare senza motivo sono stati feriti."
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Spensi il cellulare.
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Troppo surreale per crederci. Ma questa purtroppo era la realtà.
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La sera prima era sceso un po' di nevischio, fortunatamente niente di importante, ma ciò che il ritorno dell'energia elettrica aveva portato, oltre a un parziale ritorno delle comfort zone, era il fatto che ora non dormivamo più uniti ma nelle rispettive camere da letto.
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Mi mancava quella compagnia. Il calore dei loro corpi accanto al mio. Il respiro di una sorella di Helena che non era Helena ma che le somigliava, il calore umano di una persona viva vicino al mio corpo, e quel calore era reale, era fisico, era l'unica cosa che in quella stanza non era fredda.
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Dopo quella volta io e Hannah non l'avevamo più fatto, questo a me andava bene per il fatto che era troppo rischioso con Iya in casa.
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Ciò nonostante con l'avvicinarsi del Natale e la ripresa delle forniture energetica alcuni abitanti di Bergen iniziarono a mettere fuori le classiche decorazioni natalizie, l'aria intorno alle strade piena di luci natalizie che brillavano sotto la neve come gemme sparse da una mano invisibile, l'arrivo di questo periodo segnò comunque per me l'inizio di momenti di nostalgia.
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Ricordi di quando ero bambino con la mia famiglia. Momenti passati sotto l'albero, le decorazioni sparse per casa, i regali da scartare la mattina, la corsa al letto per vedere cosa c'era sotto, il mio cuore che batteva per l'eccitazione, i visi dei miei genitori che mi guardavano sorridendo.
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Questa nostalgia era resa ancora più dolorosa dal fatto di essere in terra straniera, di non conoscere nessuno, e di aver perso mia madre e soprattutto di aver perso Helena, con cui avevo passato bellissimi momenti proprio durante questo periodo. Il Natale era il periodo in cui avevamo iniziato a frequentarci, e adesso il Natale era il periodo in cui l'avevo persa per sempre. Il Natale era la stagione della nostalgia, e la nostalgia era il mio Fimbulvetr personale, il mio inverno eterno, il mio buio senza fine.
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Lo stesso periodo in cui Esjufjöll aveva iniziato a illuminare la notte nel cuore della calotta glaciale di Vatnajökull, iniziava tutto, l'eruzione, l'amore, la perdita, tutto era cominciato in quel periodo dell'anno, come se il vulcano avesse aspettato il momento più opportuno per distruggere tutto, come se avesse calcolato con la precisione di un demone che aveva aspettato il momento esatto in cui le persone erano più vulnerabili.
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Forse era il peso di tutto questo che nel cuore della notte, con la neve che fuori dalla finestra aveva ripreso a scendere, stavo camminando verso la porta della camera di Hannah.
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La luce sotto la porta mi fece capire che era ancora sveglia.
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Bussai piano. Non volevo che Iya sentisse.
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Un fruscio, poi un lento suono di piedi nudi sul pavimento.
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Hannah mi aprì la porta, i capelli sciolti e in pigiama, mi guardò con quegli occhi di ghiaccio che adesso, in quella luce grigiastra.
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— Ancora sveglia?—
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— Sì, anche tu?—
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— Sì.—
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Ci guardammo per un breve istante. Ci capimmo. Ci capimmo senza parlare, e quello sguardo era tutto quello che c'era. Non c'era bisogno di parole. C'era bisogno di uno sguardo solo.
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Poi si allontanò leggermente. Chiuse la porta. Mi fece entrare, richiudendola piano alle sue spalle.
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Poco dopo la luce della stanza si spense, si sentì solo un lento fruscio di lenzuola e sciocchi liquidi.
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Come ero arrivato dove ero ora? Quale era il mio percorso da intraprendere?
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Queste domande mi tormentavano mentre le mie mani esploravano il corpo di Hannah sotto le coperte, mentre le sue dita tracciavano linee di fuoco sulla mia pelle.
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Al momento non lo sapevo, "forse i tempi non erano ancora maturi", al momento non avevo più pensieri. C'erano solo sensazioni, solo il presente che bruciava dentro di me.
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C'erano due persone con la stessa esigenza. Calore? Conforto? Qualcosa che ancora non aveva un nome? Era la fame di essere toccati, di essere voluti, di essere vivi in un mondo che sembrava morto.
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Muovendoci l'uno nell'altra, con i corpi sudati e le mani con le dita intrecciate, dimenticammo per un po' tutti i nostri problemi, il nostro passato e il nostro incerto futuro. Fu un amplesso diverso dalla prima volta, più lento, più disperato, più intimo. Non c'era più l'urgenza di perdere noi stessi, c'era la dolcezza agrodolce di chi si è trovato.
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I suoi occhi mi guardavano nella penombra, brillanti di qualcosa che non osavo decifrare. Le sue labbra si socchiusero in un gemito soffocato quando affondai in lei, il suo corpo che mi accoglieva come un rifugio.
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Ci muovemmo lentamente, assaporando ogni istante, ogni sensazione. Il suo respiro sul mio collo, le sue unghie nella mia schiena, i suoi fianchi che si sollevavano per incontrare i miei. Fu una danza silenziosa, una preghiera senza parole, un atto di sopravvivenza.
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Prima di cedere ai limiti del corpo e della mente in un addormentato abbraccio, confortati l'uno dall'altra, vidi le sue lacrime silenziose scorrere sulle sue guance.
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- Non piangere. - sussurrai, asciugandole con il pollice.
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- Non sono triste. - rispose lei, la voce rotta. - Sono viva. -
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E forse, in quel momento, lo eravamo entrambi.
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Aprii gli occhi, mi guardai attorno.
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Hannah era ancora abbracciata a me respirando silenziosa mentre dormiva. Lo vedevo dal debole chiarore della luce artificiale che entrava dalla finestra, quel grigiore eterno che caratterizzava le nostre giornate.
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Dovevano essere le prime ore del mattino, quel momento sospeso tra la notte e un'alba che non avrebbe mai arrivo.
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Voltai la testa verso la finestra e vidi che stava ancora nevicando. Anzi, non stava nevicando.
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Era una vera e propria tormenta di neve con i fiocchi che sbattevano contro il vetro della finestra, spinti dal vento che ululava come un animale ferito.
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- Non dormi? - mi chiese Hannah, la voce impastata dal sonno.
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La guardai e nella debole luce vidi che aveva gli occhi aperti, quelli stessi occhi che mi avevano guardato con tanta intensità poche ore prima.
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- Mi sono appena svegliato, credevo dormissi. -
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In quel momento mi venne una strana sensazione di dejavu, avevo già vissuto un'esperienza simile un anno prima con Helena. Quella stessa luce grigia, quello stesso silenzio, quella stessa sensazione di essere gli unici sopravvissuti in un mondo morto.
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- Ho il sonno leggero. - si giustificò lei, stringendosi di più a me.
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- Scusa. -
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- Di cosa, mica è colpa tua, - rise lei piano - cos'è che ti ha svegliato? -
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- Non lo so. - dissi, ma era una bugia. Sapevo cosa mi aveva svegliato. Era il freddo, era il vuoto, era il ricordo di tutto ciò che avevo perso.
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- Un motivo c'è sempre. - disse Hannah, con quella sua perspicacia che mi faceva sentire nudo.
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- In questo momento non te lo saprei dire. -
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- Secondo me sì, solo che ormai ci sei così abituato che ormai non lo consideri più un motivo. -
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- Forse il periodo natalizio? -
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- Probabile. - fece lei, la voce che si addolciva.
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- Ammetto che ora è peggio. -
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- Non ti biasimo, per me il periodo di natale è sempre stato collegato al fatto che ogni anno, in questo periodo mi tornano in mente i ricordi d'infanzia con la mia famiglia. - spiegò Hannah, e c'era una nostalgia profonda nella sua voce, un dolore antico che non si era mai placato.
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- Stessa cosa. Per me il natale è la stagione della nostalgia. - osservai.
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- Lo sai, da bambine in questo periodo io e le mie sorelle ci alzavamo la mattina presto per preparare i Sörur per mamma e papà. - si confidò, un sorriso nella voce.
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Rividi per un attimo le tre sorelle: Hannah, Iya e Helena. Tre ragazze che avevano avuto tutto, e che ora si aggrappavano ai ricordi come a un'ancora di salvezza.
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- Non sono quei biscotti con la copertura di cioccolato fondente? - chiesi.
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- Sì, esatto li conosci? -
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- Erano i miei preferiti da bambino. - dissi, e il ricordo mi travolse improvviso. Mia madre che li preparava, il profumo che riempiva la casa, il sapore dolce e amaro che si scioglieva sulla lingua.
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- Non lo sapevo. -
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- Sono sempre stato goloso, non per niente svuotavo sempre la credenza di mia madre quando ero piccolo. - risi.
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Anche Hannah rise condividendo quella parentesi di normalità, un momento di leggerezza in un mondo che non ne aveva più.
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- Ora è meglio che io vada, - dissi, - non vorrei che Iya domattina se ne accorgesse. -
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- Grazie per essere venuto da me. - disse lei, e c'era una vulnerabilità in quelle parole che mi fece male al cuore.
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Con la testa ancora appoggiata al cuscino accostai il viso a quello di Hannah in un bacio, carezzandole piano la schiena. Fu un bacio di addio, ma non di separazione. Era la promessa silenziosa che sarei tornato, che quella cosa tra noi non era finita.
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Stavo tornando silenzioso verso la mia camera quando guardai fuori dalla finestra e mi si gelò il sangue.
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Stava ancora scendendo neve fitta, ma fatta eccezione delle strade, fuori, la neve era ora alta oltre un metro e mezzo. Aveva seppellito i davanzali, coperto i cespugli, creato un mondo bianco e uniforme che cancellava ogni distinzione.
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Se avesse continuato così, saremmo stati costretti a scavare davanti alle finestre per tenerle sgombre.
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Non si vedeva un inizio e una fine.
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Il mondo là fuori era diventato un nulla bianco, un vuoto assoluto che ci isolava dal resto dell'umanità. E per un istante, guardando quella distesa infinita, mi chiesi se non fossimo già morti, se quello non fosse l'inferno o il purgatorio, un luogo dove il tempo si era fermato e dove non restava altro che sopravvivere.
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Ma poi sentii il calore del corpo di Hannah ancora sulla mia pelle, il sapore delle sue labbra ancora sulle mie, e capii che ero vivo. In un mondo che stava morendo, in un inverno che sembrava non dover finire mai, ero ancora vivo.
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