Le settimane trascorsero con lentezza, all'unisono con i ritmi dell'inverno, nel frattempo le giornate di luce andavano facendosi sempre più corte, come se qualcuno stesse tirando una tenda sul mondo un centimetro al giorno, sottraendo luce con una metodicità che non era naturale ma meccanica, implacabile, come il lavoro di una macchina che non si ferma mai e che non ti dice perché sta facendo quello che fa.306Please respect copyright.PENANAmF9lMBqH7T
Riuscii a procurarmi e montare due letti a basso costo. Finora Iya aveva dormito su un letto più vecchio la cui struttura scricchiolava a ogni movimento, mentre Hannah aveva dormito sul divano, una soluzione che all'inizio aveva accettato senza proteste ma che sapevo non essere sostenibile a lungo termine. Il divano non era fatto per dormirci ogni notte, e le mattine in cui la vedevo alzarsi con la schiena rigida e il collo che le faceva male mi facevano sentire in colpa, come se il fatto di averle offerto un tetto fosse anche il fatto di averle offerto un tormento.
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Abituarsi a convivere in tre all'inizio non fu facile. Non per i conflitti, che sorprendentemente erano pochi, ma per i silenzi. I silenzi che si creavano quando qualcuno dimenticava di parlare, quando la conversazione moriva e nessuno la risuscitava, e il vuoto rimaneva lì come un ospite sgradito che si sedeva al tavolo con noi senza essere stato invitato. Silenzi che erano pieni di cose non dette, di pensieri che giravano nelle teste di ciascuno di noi senza trovare una via d'uscita verso la bocca. Tuttavia poco alla volta riuscimmo a stabilire nuove abitudini e ritmi di vita più tranquilli, come un fiume che dopo la frana trova un nuovo letto e ricomincia a scorrere in una direzione diversa, non perché lo vuole ma perché non ha altra scelta.
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Sicuramente fino ad un anno fa sarebbe stato più facile scommettere che in futuro sarei potuto andare a convivere con Helena. Ma mai mi sarei aspettato che al contrario lo avrei fatto con le sue due sorelle. La vita ha un senso dell'ironia che non ha eguali, una capacità di prendere le tue aspettative e di usarle come carta da stracciare per accendere un fuoco che non avevi chiesto.
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Nel frattempo, sicuramente aiutata dal fatto di essere carina, Hannah riuscì a trovarsi un lavoro come cameriera nel ristorante in cui avevamo mangiato quella sera, il posto le era piaciuto fin dall'inizio, e io avevo notato come i clienti reagivano a lei, con quella combinazione di bellezza e di freddezza che era tipica delle donne della sua famiglia. I suoi turni erano una settimana a mezzogiorno e quella successiva la sera. Iya invece al momento si limitava nelle faccende di casa e nel tempo libero si leggeva qualche libro, una reclusione che capivo e che rispettavo, perché anche io avevo passato mesi a non voler vedere nessuno, a usare i libri come muri per proteggermi dal mondo esterno.
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Una notte, mentre io ero appena tornato dal lavoro e Hannah era rincasata dal lavoro poco dopo di me, ci ritrovammo a discutere seduti davanti al fuoco di quello che era successo e di quello che sarebbe stato. Il fuoco crepitava e le fiamme proiettavano ombre mobili sulle pareti della stanza che un tempo era stata vuota e che adesso era piena di presenze, di oggetti che non erano miei ma che appartenevano a persone che vivevano sotto il mio tetto e che stavano lentamente trasformando quella casa da un rifugio in qualcosa di simile a una casa.
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— Simili eventi nella storia dell'Islanda sono successi più di una volta ogni certo numero di secoli,— osservò Hannah, con quel tono che aveva quando parlava di cose che la riguardavano profondamente, un tono che era allo stesso tempo analitico e emotivo, come se stesse facendo una dissezione del mondo che la circondava.—
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— Sicuramente ogni generazione che ha vissuto lì avrà pensato "non accadrà mai nel corso della mia vita" .— ironizzai cupamente.
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— Sono d'accordo,— sorrise debolmente Hannah — recentemente mi sono informata di come è la situazione lì in Islanda.—
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— E...?—
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— Le immagini aeree mostrano solo una bianca desolazione innevata come l'Antartide, ma dove c'era Jökulsárlón c'è un'enorme macchia nera — spiegò lei, e mentre parlava le sue parole erano precise, cliniche, ma io sentivo cosa c'era sotto, sentivo lo sforzo che faceva per descrivere un buco nero nel punto esatto in cui era cresciuta, e questo sforzo mi faceva male quasi quanto le parole stesse dicendo.
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— Non mi sorprende, — dissi — il campo lavico che si è formato durante l'eruzione resterà incandescente per anni sotto quella superficie nera, sicuramente decenni.—
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— Anche Esjufjöll è ancora in eruzione.— disse lei.
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— Non sono sorpreso. Tu non hai visto quelle enormi fontane di lava prima di lasciare Jökulsárlön, erano alte fino a un chilometro.—
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— Deve essere stato terribile.—
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— Spaventoso è la parola adatta.—
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Qualche istante di silenzio. Il fuoco crepitava. Le ombre danzavano.
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— Tornerai in Islanda quando tutto sarà finito? — chiese Hannah.
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— Se tornerò, lo farò solo per vedere ciò che resta di dove vivevamo prima. Ma ormai la mia vita è qui — dissi, e la frase mi uscì dalla bocca con una facilità che mi sorprese, come se avessi già elaborato quella risposta da tempo e avessi solo aspettato il momento giusto per dirla ad alta voce.
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— Lo stesso vale per me,— disse Hannah — non intendo più andare a vivere lì.—
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In quel momento notai la sua somiglianza con Helena. Nei modi di fare, nel modo in cui inclinava leggermente la testa quando ascoltava, nella curva delle sue labbra quando sorrideva, in quei piccoli gesti che erano così simili da essere quasi identici e così diversi da essere dolorosi, come guardare un fantasma che ha preso in prestito il corpo di qualcuno che assomiglia alla persona che hai perso.
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— Credo che la terra in quella regione resterà contaminata per almeno una generazione o più,— dissi — dopo tutto quello che è piovuto da quella nuvola di cenere.—
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— Neanche il resto del mondo se la sta passando meglio.— fece notare Hannah — la nebbia secca persiste ancora nel Vecchio e nel Nuovo Continente.—
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— Dopo tutto quello che abbiamo passato preferisco limitarmi a dove sono ora. È una fortuna che qui non sia arrivata quella roba.— dissi.
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— Questo è vero,— disse Hannah — al momento aspetterò di passare l'inverno prima di decidere qualcosa sul mio futuro.—
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— Se hai bisogno di qualcosa dimmelo.—
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— Per il momento solo di una coperta da mettere sopra il mio piumino.— fece lei sorridendo e alzandosi in piedi.
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— Le trovi nel ripostiglio.—
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— Grazie. Buonanotte, ora vado a dormire.—
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— Buonanotte anche a te Hannah. Iya è già a letto.—
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— Ok,— fece per andare, poi si bloccò — quasi dimenticavo, grazie per quello che hai fatto per noi.—
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— Di niente, al contrario, grazie a voi di aver reso questa esistenza meno solitaria.—
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Hannah sorrise. Un sorriso che era così simile a quello di Helena da farmi male, ma che era anche suo, apparteneva a lei, e io dovevo imparare a vedere la differenza senza che la somiglianza mi spezzasse ogni volta.
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Il giorno successivo, al mattino, strane nuvole iridescenti attraversavano il cielo avente una bizzarra tonalità color rame nella luce del crepuscolo. C'era un forte vento freddo e secco che quasi tagliava la pelle come lame di un rasoio. Di lì non ci feci caso. Volevo quasi andare in palestra prima di andare al lavoro ma ultimamente avevo perso la forza di volontà di continuare. Non la motivazione. La forza di volontà. Quella differenza sottile tra "non voglio" e "non riesco" che è il confine tra la pigrizia e la depressione, e che io stavo attraversando senza nemmeno accorgermene.
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Fu quando uscii dal lavoro di sera che rimasi quasi stordito dal vento gelido che soffiava forte combinato con grandi quantità di neve polverosa. In pochi secondi sentii le mani e il viso farsi gelidi mentre l'aria gelata che soffiava a raffica sottraeva calore dalle parti esposte del mio corpo con una velocità e una brutalità che non avevo mai sperimentato, nemmeno nelle peggiori bufere islandesi. Nel tentativo di riscaldarmi le mani le misi dentro le maniche della giacca e accelerai il passo con il vento gelido che mi mordeva le gambe attraverso i vestiti come se la stoffa non esistesse.
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Ero a metà strada quando il vento si rafforzò ulteriormente in modo terribile, quasi caddi con la neve che continuava a venirmi soffiata addosso. Pure le temperature scesero ulteriormente. Ricordavo molto bene il freddo islandese, ma questo era diverso da ciò che conoscevo. Questo non era il freddo in cui ero cresciuto. Questo era qualcos'altro. Qualcosa di più antico, di più primitivo, di più ostile, come se il mondo avesse deciso di ricordare a tutti che il freddo non era una stagione ma una forza, e che la forza poteva essere usata contro di loro.
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Alla fine dovetti farmi forza contro il vento gelido e la neve finché non arrivai a casa, finalmente. Una volta rientrato, Hannah e Iya mi vennero incontro dal salotto visibilmente preoccupate.
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— Meno male sei rientrato.— fece Hannah.
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— Sta ghiacciando l'inferno là fuori.— dissi.
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— Guarda in che condizioni sei.— fece Iya.
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Non mi sentivo più la faccia. Era stata resa insensibile dal freddo incredibile.
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— Congelato, come vuoi che sia? — ironizzai togliendomi la giacca e andando davanti al fuoco.
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— Non intendevo questo, — fece Iya — hai la faccia che sembra sia stata bollita.—
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In effetti man mano che l'insensibilità da freddo passava sentivo il viso farsi sempre più caldo ma anche la pelle bruciare. Mi guardai allo specchio accanto al caminetto. In effetti sembravo un pomodoro, avevo il viso rosso che sembrava carne lessa, e le mani erano gonfie e piene di vesciche che avrei scoperto solo il giorno dopo, quando il dolore sarebbe diventato insopportabile.
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— Usa questa.— disse Hannah porgendomi un tubetto con una crema acquistata da qualche parte.
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Poi notai che pure lei aveva qualche leggera escoriazione sul naso e sul viso causati dal vento gelido.
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— È sempre così da queste parti? — chiese Iya guardando la neve che soffiava a raffica fuori dalla finestra.
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— Ne dubito, non ne ho mai sentito parlare da quando sono qui.—
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— Deve essere una tempesta eccezionale.— osservò Hannah.
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In quel momento si sentiva chiaramente il fischio del vento fuori, persino il fuoco tremolava come una fiamma sotto un soffio costante.
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Restammo lì per il resto della serata facendo qualche gioco da tavolo mentre il vento ruggiva fuori dalle pareti.
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Per qualche motivo mi svegliai alle 6:00 di mattina. Non compresi il motivo. Ciò che restava dal fuoco nel camino erano solo un mucchio di braci coperte di cenere. Con mia sorpresa qualcuno aveva spento la luce mentre dormivo. Andai ad accendere l'interruttore. Scattò ma la luce non si accese. Andai in cucina. Stessa cosa. Era saltata la corrente elettrica.
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Guardai fuori dalla finestra e lo scenario che mi si presentò, nonostante l'assenza di luce dei lampioni, fu da incubo. Enormi cumuli di neve spinti dal vento si erano accumulati ovunque, lungo le pareti delle case, davanti alle porte, sui tetti ripidi degli edifici, e anche lungo le strade si era accumulato uno spesso manto nevoso alto quanto una gamba. Aprii la porta di casa e oltre a un tremendo freddo pungente un cumulo di neve alto quanto un tavolo da cucina si era accumulato pure lì.
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Richiusi la porta e mi collegai con il cellulare al sistema internet dell'Unione Nordica. Ciò che lessi sfogliando le notizie mi gelò il sangue: «A Trondheim la conta dei morti sotto la neve ha superato il centinaio.» «Lungo l'autostrada Dorotea-Östersund si teme una strage per centinaia di automobilisti rimasti bloccati nella neve all'addiaccio con le basse temperature estreme.» «Oslo. Il novanta per cento della città è senza energia elettrica a causa del ghiaccio e della neve arrivati con la tempesta iniziata ieri sera.»
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Svegliai Iya e Hannah e le misi al corrente di tutto. Le loro espressioni da assonnate si fecero serie, consapevoli della gravità di quello che stava succedendo. Decisi di iniziare a liberare la strada di fronte casa. Indossai un berretto, una sciarpa, guanti termici e qualche strato in più di vestiti con un paio di scarponi e uscii a falcate nella neve alta per raggiungere il punto in cui tenevo i badili spalaneve.
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Trascorsi la maggior parte della mattinata al gelo per liberare la strada. La neve era soffice e non pesava molto, ma nonostante i guanti termici e gli scarponi il gelo mordeva attraverso il tessuto rendendomi le dita insensibili. Quando rincasai ero indolenzito, con la schiena che protestava e le mani che non riuscivo a stringere per il dolore.
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Una delle sorelle aveva riattizzato il fuoco. Portai dentro un po' di legna semi-umida che avrebbe bruciato lenta ma per fortuna non era bagnata a fondo. Sgomberai fuori il resto della catasta dalla neve polverosa e coprii tutto con un telo di plastica.
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A ora di pranzo eravamo tutti a mangiare davanti al caminetto, al caldo, con un piatto sulle ginocchia.
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— Quanto durerà questa situazione? — chiese Iya irrequieta.
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— Non lo so, spero solo il meno possibile. Ma dovremmo prepararci al peggio.— dissi.
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— Tutta la penisola scandinava ha avuto lo stesso problema, credo che ci dovremmo organizzare.— disse Hannah seria.
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— È meglio uscire e fare un quadro della situazione.— dissi.
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— Vengo anch'io.— disse Hannah.
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— Esco anch'io.— disse Iya.
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— No,— disse Hannah alla sorella — mentre siamo via devi controllare che il fuoco non si spenga. Stanotte se non torna la corrente dormiremo al freddo.—
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— Sono giorni che non esco, ora lo faccio.— si impose Iya.
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Hannah la fulminò con quei suoi occhi di ghiaccio puro. Iya le tenne testa reggendo lo sguardo. Notai che era persino leggermente più alta di Hannah.
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— Quando vi sarete messe d'accordo vi aspetto davanti alla porta.— dissi uscendo dal salotto.
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Qualche minuto dopo io e Iya stavamo camminando intabarrati con tanto di scarponi a grandi falcate nelle neve alta lungo le innevate vie di Bergen. C'erano cumuli di neve ovunque, dai ripidi tetti delle case fino alle strade, e faceva freddo, un freddo tremendo, del tutto diverso da quello islandese in cui eravamo cresciuti. Lungo le strade non c'era anima viva, fatta eccezione per qualche persona isolata che spalava via la neve da davanti casa propria con la lentezza disperata di chi sa che non basta ma che continua comunque a provare.
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— Non scherzavi quando dicevi che faceva un freddo terribile.— osservò Iya.
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— Come hai fatto a convincere tua sorella a restare a casa? — le chiesi sorpreso.
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— Quanto cresci con due sorelle si impara in fretta a stabilire dei turni.— disse Iya.
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— Questo è vero,— riconobbi dopo un istante — ma devo riconoscere che anche Hannah ha il suo carattere.—
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— Eravamo una bella famiglia.— concluse Iya, e la frase uscì dalla sua bocca con una semplicità che la rese devastante, perché "eravamo" era tutto lì, condensato in due lettere, il passaggio dal presente al passato in una singola parola, e quel passaggio era definitivo come la morte stessa.
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Soffiava un leggero vento freddo, ma per fortuna il cielo appariva celeste.
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— Accidenti che brutto casino.— dissi guardandomi intorno.
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— Cosa facciamo ora? — chiese Iya.
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— Oggi c'è ben poco che possiamo fare, domani ci organizzeremo.—
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La prima notte senza riscaldamento elettrico fu dura per tutti. La casa iniziò a diventare una ghiacciaia, tanto che quando respiravamo iniziavamo a vedere il vapore che usciva dalle narici e dalla bocca. Iniziammo a mettere sopra le coperte extra dei nostri letti pure gli stessi indumenti che avremmo indossato il giorno successivo. Durante la notte fredda il letto si riscaldava con il calore del nostro corpo, al mattino seguente i vestiti non erano gelidi ma tiepidi.
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Eravamo preoccupati. Nel secolo scorso c'era un'espressione famosa: "Nove pasti prima dell'anarchia." In quella giornata trascorsi dieci minuti di carica residua del mio cellulare per cercare altre notizie: «A Vadsø, due fratelli boscaioli sono stati trovati morti assiderati nel bosco.» «A Kiruna, un uomo e la sua famiglia di tre figli sono stati trovati morti nella cantina di casa.» Spensi il cellulare.
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La seconda notte optammo per una soluzione più semplice: spostammo i letti in salotto, vicino al caminetto. Io preferii il divano. A occhi chiusi, non ancora addormentato, ascoltavo accanto a me il sospiro di Hannah e il respiro di Iya dall'altro lato. Fuori dalla finestra aveva ripreso a nevicare.
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Forse Fimbulvetr era davvero arrivato. Il nome mi era tornato in mente dalla lezione di mitologia norrena di cui avevo letto qualcosa da bambino: l'inverno degli inverni, tre mesi di freddo implacabile che precedevano il Ragnarǫk, la fine del mondo. Tre mesi in cui la neve soffia da tutte le direzioni, in cui il sole non si levava, in cui il freddo mordeva le ossa e le speranze. E adesso eravamo lì, noi tre, figli di un'isola morta, in una terra che stava iniziando a morire anche lei, riscaldati dal fuoco di un camino e dal calore dei nostri corpi, aspettando un inverno che non sapevamo quanto sarebbe durato ma che sapevamo sarebbe stato brutale.
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Arrivò dicembre e la situazione non migliorò. Al contrario le temperature si abbassarono ulteriormente e il mare intorno a Bergen si convertì in una bianca lastra di ghiaccio coperta di neve. Fu così che una sera, con un certo imbarazzo, proposi ad Hannah di dormire tutti attaccati assieme.
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Inizialmente Hannah mi guardò gelida. Poi scoppiò a ridere.
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— Non siamo agli inizi del secolo scorso, Sasha.— fece.
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— Come ti è venuta un'idea del genere? — chiese poi perplessa.
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— Svegliarmi con la schiena rigida dal freddo è un buon incentivo.—
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— In effetti è vero.— le concessi.
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— Pure io sono stufa del freddo e di questa situazione,— disse Iya che era uscita dalla cucina — sembriamo perseguitati, prima Esjufjöll ora questo.—
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— Ti capisco benissimo,— dissi — vorrei un po' di normalità.—
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— Credo che per un po' dovremmo abituarci a questa normalità.— fece Hannah.
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Studiai i suoi occhi di ghiaccio. Era sicuramente una ragazza con un forte carattere.
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— Ci serve un piano per l'inverno,— le dissi — acquistiamo un fucile, facciamo scorte di viveri, e soprattutto impariamo ad usarlo per andare a caccia.—
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— Detto così sembri un prepper,— sorrise lei — l'idea del fucile non mi piace granché, ma vista la situazione non vedo alternative. È l'unico modo per proteggere la nostra famiglia.—
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— "Nostra"? — chiesi perplesso.
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— In un modo o nell'altro noi tre ora siamo una famiglia.— disse Hannah.
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— Ci stai quindi?—
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—Ci sto.—
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Prima che Hannah potesse rispondere Iya uscì dalla cucina a braccia conserte.
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— Da quanto tempo eri lì? — chiese Hannah.
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Senza rispondere Iya la guardò per un istante negli occhi. Poi guardò me.
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— L'idea del fucile mi piace, quindi voglio imparare pure io. Quanto alla situazione di cui avete parlato, voglio imparare pure io. Vi piaccia oppure no, non mi piace quello che sento quindi è meglio essere preparata. I problemi cominciano senza preavviso.
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Poi si fermò, guardò prima Hannah e poi me.
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— Quasi stavo dimenticando,— fece guardando Hannah — pure io sono stanca di dormire in una ghiacciaia, quindi l'idea di Sasha per quanto originale non è poi così tanto. Stanotte staremo al caldo.—
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Poi sorrise: — Dopotutto siamo una famiglia, no?—
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Quella notte io stavo nel mezzo e le due sorelle dormivano silenziose da ambo i lati. Avevamo unito i due letti quella stessa sera. In effetti uniti ci si riscaldava a vicenda ed era quasi confortante sentire il tepore dei nostri corpi che contrastava il gelo, accanto al camino pieno di braci rossastre. A occhi chiusi, non ancora addormentato, ascoltavo accanto a me il sospiro di Hannah da un lato e il respiro di Iya dall'altro. Due respiri diversi, due ritmi diversi, ma entrambi vivi, entrambi caldi, entrambi lì, e la loro presenza era la cosa più reale che avessi sentito da mesi.
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Fuori dalla finestra aveva ripreso a nevicare. Le due sorelle tanto erano arrabbiate l'una con l'altra che non si volevano vicine, ma in quel momento, nel buio, nel freddo, nella neve che cadeva fuori, non erano arrabbiate. Erano spaventate. E quando hai paura, anche della persona che non sopporti, il tuo corpo cerca qualcuno a cui aggrapparsi, e se l'unica persona disponibile è quella che non sopporti, ti aggrappi lo stesso.
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Forse Fimbulvetr era davvero arrivato. E forse, pensai guardando le braci del camino che lentamente si spegnevano, forse il fatto di essere tre, uniti, in una casa fredda in una terra che si stava gelando, era esattamente il modo migliore per affrontarlo. Non da soli. Mai più da soli.
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