Non fu un sogno normale. Fu uno di quei sogni che non sai che sono sogni finché non ti svegli, e anche dopo il risveglio continui a dubitare, come se il sogno fosse più reale della realtà che ti aspetta fuori dal letto. Sognai le sue lacrime prima che ci dividessimo. Sognai il suo viso, i suoi occhi scuri pieni di qualcosa che non avevo mai visto prima, una tristezza che non era solo tristezza ma era consapevolezza, la consapevolezza di chi sa che qualcosa sta finendo e non può fare nulla per impedirlo. Le lacrime non scorrevano. Restavano lì, negli angoli dei suoi occhi, come se nemmeno il pianto riuscisse a trovare la forza di cadere. E io volevo asciugarle, volevo prenderle con le dita e portarle via da quel viso, ma le mie mani non si muovevano, come se qualcosa le avesse incollate ai fianchi, e dovevo guardare quelle lacrime senza poter fare niente, come guardi un incendio attraverso una vetrata.
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Sognai l'ultimo bacio salato prima di salutarci. Il sapore delle sue lacrime sulle mie labbra, un sapore che era insieme dolce e amaro e che mi rimase sulla lingua anche dopo che mi svegliai.
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Quando era giunta ormai la sera una densa cappa di nebbia avvolgeva Jökulsárlón in uno spettrale aspetto di luci e sagome indistinte. Non era la nebbia dei giorni precedenti. Era qualcosa di diverso. Più densa, più opprimente, più gialla, con una qualità che non apparteneva al mondo naturale ma sembrava prodotta da qualcosa di artificiale, di chimico, di sbagliato. Le case non erano più case. Erano sagome. I lampioni non erano più lampioni. Erano globi di luce che fluttuavano in un mare giallastro senza orizzonte, senza confini, senza via d'uscita.
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I rinforzi della Protezione Civile con i lampeggianti accesi erano arrivati in città. Le loro auto si muovevano lentamente attraverso la nebbia come navi in un oceano di fumo, i lampeggianti blu e arancio che pulsavano attraverso la foschia creavano un effetto che era allo stesso tempo rassicurante e terrificante. Rassicurante perché significava che qualcuno stava facendo qualcosa. Terrificante perché significava che la situazione era abbastanza grave da richiedere rinforzi. Sia delle loro auto che di quelli che lasciavano la città si poteva vedere solo le luci dei fari e dei lampeggianti, come pupille di animali invisibili che si muovevano in un bosco di nebbia e cenere.
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La cosa più inquietante tuttavia era che quella nebbia acida amplificava in qualche modo quel bagliore rossastro delle enormi fontane di lava che eruttavano in lontananza. Il rosso non arrivava diretto. Passava attraverso la nebbia e ne usciva trasformato, diffuso, allargato, come se qualcuno avesse versato vernice rossa in un bicchiere d'acqua gialla e l'avesse mescolata lentamente, creando un colore che non esisteva in nessuna tavolozza, un rosso sporco, malato, che colorava ogni cosa della città con una tonalità che sembrava appartenere a un mondo in cui il sangue e il fuoco erano la stessa cosa.
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Il paesaggio urbano stava lentamente diventando sempre più nero a causa di quella fine polvere nera che si depositava su ogni cosa. I tetti, le strade, le auto, le siepi, i muri, ogni superficie veniva lentamente coperta da uno strato di nero che assorbiva la luce invece di rifletterla, trasformando la città in una negativa fotografica di se stessa, un luogo in cui il bianco era diventato nero e il nero era diventato più nero, e i colori erano scomparsi uno dopo l'altro come specie in estinzione.
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I droni della Protezione Civile avevano monitorato il flusso di lava. Si trovava ormai a metà strada da Jökulsárlón. Metà strada. Il numero mi si piantò nello stomaco come un chiodo. Metà strada tra la frattura e la città. Tuttavia l'elevato spessore del manto nevoso lo aveva rallentato notevolmente, e questo era l'unica cosa che impediva alla lava di essere già addosso, quella barriera di neve e ghiaccio che si frapponeva tra noi e la distruzione come un muro che stava cedendo ma che non era ancora caduto.
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Lungo la fessura eruttiva si stava accumulando un'enorme quantità di scorie eruttive che andavano a formare un enorme cumulo nero lungo i bordi, un muro di materiale piroclastico che cresceva minuto dopo minuto come una cicatrice che la terra si stava autoinfliggendo, nera e fumante e morta.
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Un enorme campo lavico semisolido di blocchi di lava incandescenti e braci di roccia fumanti veniva spinto attraverso lo strato di neve in direzione di Jökulsárlón. Non un flusso fluido come quelli che avevamo visto nelle prime eruzioni. Qualcosa di diverso. Qualcosa di più massiccio, più pesante, più brutale. Un'onda di roccia incandescente e semi-solidificata che avanzava come un caterpillar geologico, schiacciando la neve sotto di sé, fumando, crepitando, emettendo un suono che non era né un rombo né un sibilo ma qualcosa di intermedio, qualcosa di nuovo che non avevo mai sentito e che non volevo sentire mai più.
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Io e mia madre avevamo quasi terminato i preparativi per Höfn. Saremmo partiti nel pomeriggio di domani. Due valigie. Due borse. Una scatola con documenti e cose che non potevano essere sostituite. Il resto sarebbe rimasto lì. I vestiti negli armadi, i libri sulle mensole, le rocce con i cristalli di quarzo sulla scrivania, i poster alle pareti, tutto sarebbe rimasto lì come un reliquiario di una vita che non era più nostra, come gli oggetti che si trovano nelle case abbandonate quando i proprietari fuggono e non tornano mai più.
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La terra aveva ripreso a tremare con maggiore frequenza rispetto a quando c'erano state le prime eruzioni. Non più vibrazioni. Tremori veri. Tremori che facevano oscillare le lampade, che facevano tremare i bicchieri, che ti costringevano a fermarti mentre camminavi per non perdere l'equilibrio. E ogni tremito era un promemoria: sto arrivando, sto venendo verso di voi, non potete fermarmi.
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Il mattino successivo invece, verso mezzogiorno, il quale sapevo sarebbe stato l'ultimo giorno a Jökulsárlón, iniziarono i primi terremoti di forte intensità.
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Terremoti di magnitudo 5.
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Il primo mi colpì mentre stavo infilando l'ultima maglia nella valigia. Sentii il pavimento sotto i miei piedi spostarsi, non vibrare ma spostarsi, come se qualcuno avesse spinto la casa da sotto, e la valigia cadde dal letto con un tonfo che risuonò nella stanza vuota. I lampadari oscillarono come pendoli impazziti, i libri sulle mensole si misero a scivolare lentamente verso il bordo e poi a cadere uno dopo l'altro con un rumore che sembrava un applauso sarcastico, e in cucina sentii il suono di bottiglie che si infrangevano sul pavimento, un suono secco e netto che mi trafisse come un coltello perché era il suono di qualcosa che si rompeva, e in quel momento tutto sembrava sul punto di rompersi.
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Ma soprattutto iniziarono a formarsi crepe sull'asfalto coperto di nevischio grigio. Crepe. Non crepe sottili, non fessure. Crepe vere, larghe, che tagliavano la strada come ferite aperte nella pelle della città, attraverso le quali si poteva vedere la terra sotto l'asfalto, una terra che non era più nera ma rossa, come se il sangue della terra stesse cercando di uscire attraverso ogni fessura possibile.
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L'evacuazione accelerò ulteriormente. Le auto iniziarono a partire a una velocità maggiore, i lampeggianti si moltiplicarono, le voci si alzarono, e persino per degli islandesi come noi, abituati a convivere con i terremoti come si convive con il tempo, la sopportazione stava arrivando a un limite fin troppo discutibile. C'è un punto in cui la resilienza smette di essere una virtù e diventa una trappola, e quel punto lo avevamo superato da un pezzo.
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Le scosse di terremoto continuarono mentre preparavo le ultime cose essenziali per partire per Höfn. Una valigia che non si chiudeva, un caricatore che non trovavo, un giaccone che non riuscivo a infilare perché le mani mi tremavano, non per il freddo ma per qualcosa di diverso, qualcosa che veniva da dentro e che non riuscivo a controllare. Mia madre mi chiamava dall'altra stanza chiedendomi se avevo preso questo o quello, e la sua voce era controllata ma la sentivo tremare sotto la superficie come l'asfalto sotto i nostri piedi.
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Finché non accadde qualcosa di spaventoso.
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Un suono come di cascate risuonò in tutta Jökulsárlón. Ma molto più distinto, molto più vicino, molto più reale di qualsiasi suono avessi sentito nelle settimane precedenti. Non un rombo lontano. Non un boato attutito. Un suono che sembrava venire da ogni direzione contemporaneamente, come se il cielo e la terra avessero deciso di parlare insieme in una lingua che non era fatta di parole ma di acqua e di forza. Un suono che mi fermò la mano a metà gesto, che mi bloccò il respiro, che mi fece sentire come se il tempo si fosse fermato e io fossi rimasto sospeso in un istante che non durava e non finiva mai.
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Attirò la mia attenzione mentre terminavo di preparare l'ultima valigia. Posai la mano sulla valigia e restai in ascolto. Il suono continuava, cresceva, si trasformava in qualcosa di ancora più grande, e qualcosa nel mio cervello, qualcosa di primitivo, di antico, di precedente alla razionalità, mi disse: esci. Esci ora. Vai a vedere.
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Quando uscii di casa rimasi impietrito.
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Si era alzato il vento e aveva provvisoriamente disperso la densa nebbia secca, ma in lontananza, nonostante la foschia, nel punto in cui si trovava la lunga cortina di fontane di lava, ora si vedeva un'enorme muraglia rosso scura che saliva almeno cinque volte più in alto nel cielo di quanto fosse prima. Le enormi fontane di lava ora salivano per almeno un chilometro nel cielo prima di ricadere in uno spettacolo da incubo. Un chilometro. Mille metri di roccia fusa lanciata verso il cielo come un dito medio della terra rivolto all'umanità, un gesto così grande e così violento che la mente umana non riusciva a contenerlo, e lo schiacciava fino a farlo sembrare irreale, un effetto speciale in un film che stavi guardando troppo da vicino.
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Compresi la gravità di quello che stava succedendo. E compresi anche che non era più questione di giorni ma di ore prima che la lava arrivasse a Jökulsárlón. Il flusso lavico che la neve aveva rallentato non era più rallentato. Qualcosa era cambiato. Il volume di lava che usciva dalla frattura era aumentato a dismisura, e quella massa di roccia fusa stava ora spingendo attraverso la neve non come un fiume che scorre ma come un buldozer che avanza, schiacciando tutto ciò che trova sul suo percorso.
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Un simile volume di lava in movimento niente lo avrebbe fermato. Niente. Non la neve, non l'asfalto, non le case, non i muri, non le ruspe della Protezione Civile, non le preghiere, non i piani di evacuazione, non i comunicati ufficiali, niente di niente.
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La città andò nel panico.
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Non fu un panico ordinato. Non fu un panico civile, islandese, razionale. Fu il panico dell'animale che sente la foresta bruciare e corre senza sapere dove andare. Dopotutto chiunque sano di mente avesse visto un simile evento, nel mezzo di una nebbia tossica e secca, sotto una pioggia di polvere nera e con terremoti continui avrebbe ceduto. E chiunque non avesse ceduto avrebbe dovuto essere interrogato sulla sua sanità mentale.
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Tutti gli avvertimenti dati dalla Guardia Nazionale e dalla Protezione Civile caddero nel dimenticatoio della coscienza. I cartelli sulle porte, i pedoni da prendere in macchina, le linee di emergenza sul cellulare, lo straccio bianco per chi era in difficoltà. Tutto cancellato in un istante da quell'immagine: un chilometro di fuoco nel cielo e un muro di lava che avanzava verso di noi. Non c'erano più regole. C'era solo l'istinto.
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Le auto iniziarono a partire a tutta velocità verso mete ignote. Qualcuno andava a nord, qualcuno a sud, qualcuno non andava da nessuna parte perché non sapeva dove andare e guidava comunque, con i fari accesi nella nebbia, sperando che la strada portasse da qualche parte che non fosse l'inferno. Ci furono incidenti. Due auto che si scontrarono a un incrocio, il suono del metallo che si piega che risuonò nella nebbia come un urlo. Persone investite che caddero sull'asfalto e non si rialzarono. Nessuno si curò di soccorrerle. Le auto proseguivano, le luci dei fari che passavano sui corpi a terra come searchlight che illuminavano qualcosa che nessuno voleva vedere, e poi proseguivano, perché fermarsi significava restare, e restare significava morire.
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Io e mia madre partimmo per Höfn nel mezzo di un traffico caotico. Mia madre era al volante, le mani che stringevano il volante così forte che le nocche erano bianche, il viso rigido, gli occhi fissi sulla strada che non si vedeva. Io seduto accanto a lei, la valigia nel bagagliaio, la scatola dei documenti tra i piedi, e gli occhi che guardavano fuori dal finestrino come se guardare potesse in qualche modo cambiare quello che stavo vedendo.
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La nebbia secca aveva ripreso a vigore. Sembrava persino più densa di prima, un fatto che fu confermato dal fatto che la visibilità era ancora più ridotta, senza contare la pioggia di polvere nera che scendeva più fitta, tanto da creare problemi al tergicristallo che si riempiva di cenere ogni pochi secondi costringendo mia madre ad azionarlo continuamente, un ritmo meccanico e disperato che sembrava il battito cardiaco dell'auto stessa.
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Mentre lasciavamo Jökulsárlón si potevano già vedere i primi incendi. Le fiamme si levavano dalle case in periferia esposte in direzione del fronte lavico che a quanto pareva era già arrivato. Non case isolate. Intere file di case che bruciavano contemporaneamente, creando un effetto che era troppo perfetto per essere reale e troppo reale per essere un effetto.
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Poi provvisoriamente la visibilità tornò, probabilmente si era alzato di nuovo il vento, e non molto lontano vidi l'enorme campo lavico nero semi-incandescente come un pezzo di inferno che si avvicinava. Alto quanto un piano di una casa. Un muro di roccia nera e rossa che avanzava lentamente ma inesorabilmente, fumante, crepitante, con blocchi di lava incandescente che sporgevano dalla sua superficie come gemme di un gioiello del demonio. Poi poco più avanti vidi delle esplosioni di vapore nella neve. Esplosioni vere, che lanciavano in aria colonne di vapore e neve e acqua bollente con una violenza che mi fece abbassare istintivamente la testa come se potessi schivarle dal finestrino dell'auto.
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Probabilmente la lava più "fredda", quella che si era raffreddata in superficie formando una crosta nera, veniva spinta in avanti sotto lo spesso strato di neve facendolo bollire dove in seguito esplodeva in superficie nei punti in cui la pressione elevata non trovava più spazio per contenere il vapore. La neve che esplodeva. Il ghiaccio che diventava vapore e poi tornava acqua bollente e poi tornava ghiaccio e poi esplodeva di nuovo. Un ciclo che sembrava uscito da un incubo e che invece stava succedendo a pochi metri dalla strada su cui stavamo viaggiando.
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In lontananza le enormi fontane di lava continuavano a salire nel cielo, rosse come il ferro fuso, e il loro bagliore illuminava le nubi dall'interno creando un effetto che era bello e terrificante allo stesso tempo, come un tramonto che non finiva mai e che invece del sole aveva il sangue della terra come fonte di luce.
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Per qualche motivo non provai panico. Anzi. Ero talmente saturo di emozioni di vario tipo, aver perso la mia esistenza, la mia città, Helena, tutto in ventiquattro ore, che ora la mia mente si limitava a registrare i dettagli e il mio corpo andava in automatico su quello che c'era da fare. Era come se il mio cervello avesse deciso che non poteva gestire più emozioni e avesse spento quel circuito, lasciando solo quello dell'osservazione, della registrazione, della sopravvivenza. Guardavo le case che bruciavano come guardavo un documentario. Guardavo il campo lavico che avanzava come guardavo un'immagine su uno schermo. Guardavo le esplosioni di vapore nella neve come guardavo un fenomeno naturale da libro di geologia. Non perché non mi importasse. Ma perché mi importava troppo, e il troppo mi aveva rotto qualcosa che non riuscivo a riparare in quel momento.
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Poi la nebbia secca eclissò ancora una volta quell'inferno. Il muro di lava scomparve, le case in fiamme scomparvero, le esplosioni di vapore scomparvero, e rimase solo il giallo innaturale della nebbia che filtrava attraverso il parabrezza come un velo che copriva il mondo degli orrori con qualcosa che era quasi peggio perché non ti permetteva di vederli ma ti ricordava che erano lì.
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Sì, molto probabilmente ero finito all'inferno.
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