Quella sera eravamo nuovamente tutti e tre a casa di Helena, con Iya che stavolta aveva preparato la cena.381Please respect copyright.PENANAPG0ETVOqXI
— Allora, come è andata oggi? — fece lei incuriosita, appoggiando i gomiti sul tavolo con quel modo di fare che era tutto suo, una miscela di curiosità sfacciata e di nonchalance calcolata che le dava un'aria più adulta dei suoi anni.
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— Direi che abbiamo visto tanta roba.— rispose Helena, servendosi un'altra porzione di Plokkfiskur dal pentolone al centro del tavolo.
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Avevamo il viso leggermente arrossato a causa del riverbero del sole sulla neve del Vatnajökull, quel rossore che ti viene quando passi ore sotto un cielo che riflette la luce come uno specchio e non ti accorgi che stai bruciando perché il freddo ti maschera il sole. Ci sentivamo entrambi piuttosto soddisfatti della giornata, di quel peso piacevole che hai nel corpo dopo aver camminato molto e visto cose che ti restano negli occhi.
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— Grímsvötn sembra un girone dell'inferno.— dissi.
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— Già, ci siamo pure fusi le scarpe.— disse Helena con un mezzo sorriso.
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— Come avete fatto? — fece Iya perplessa, fermando la forchetta a mezz'aria.
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— Camminando dentro la caldera.— risposi.
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— Siete entrati nella caldera di Grímsvötn? Non è un pochino... pericoloso? — fece Iya sorpresa, e la sua faccia era quella di qualcuno che sta cercando di capire se suo padre sia impazzito o se sia solo coraggioso, e sta inclinandosi verso la prima opzione.
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— Lo dicevo anche io, ma Sasha sembra essere alquanto temerario di fronte ai pericoli.— disse Helena con un mezzo sorriso che mi disse più di qualsiasi frase completa. Quel sorriso diceva: lo so che è pazzo, ma è il mio pazzo, e questa cosa mi piace anche se mi spaventa.
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— Non è questione di essere temerario o meno, è piuttosto il fatto che non ci sono pericoli da un vulcano quiescente... — iniziai.
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— ...fatta eccezione per le scarpe sulle rocce molto calde.— fece ironica Helena.
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— Questo non lo avevo calcolato, e chi se lo aspettava in mezzo a quel deserto di ghiaccio e neve.— dissi alzando le mani in un gesto di resa che fece ridere entrambe le sorelle.
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— Poi cos'altro avete visto? — chiese Iya curiosa, e notai che la sua curiosità era genuina, non formale. Sua sorella maggiore le aveva portato un racconto di un mondo che lei non aveva mai visto e lei voleva entrarci anche solo attraverso le parole.
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— Una sorta di canyon dove scorre l'acqua delle inondazioni glaciali, e poi la grotta di ghiaccio, non molto lontano da qui.— raccontò Helena.
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— Ne ho sentito parlare, forse un giorno ci andrò,— disse Iya — Sasha, tu che hai una motoslitta, potresti portarmi.—
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— Vacci da sola.— fece Helena, e il tono era tagliente abbastanza da tagliare il burro.
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— Se ci sarà occasione, vedremo.— le dissi, cercando di essere diplomatico. Helena mi guardò male per un attimo, molto probabilmente perché per lei quello era un posto magico riservato a noi due, e nessun altro aveva diritto di visitarlo. Un luogo che era diventato nostro per averlo condiviso per primi, come un segreto che perde il suo valore quando viene raccontato a troppa gente.
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— Ci sono state novità mentre eravamo via? — fece lei cambiando discorso con una rapidità che mi disse che l'argomento Iya-motoslitta-grotta-di-ghiaccio era chiuso e non avrebbe dovuto essere riaperto.
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— Nulla di che. Mamma e papà tornano domani, hanno telefonato, non gli ho detto nulla della vostra avventura, poi per tutto il resto nulla di nuovo.— rispose Iya.
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— Notizie su Esjufjöll? — chiesi incuriosito, e la domanda mi uscì dalla bocca quasi contro la mia volontà, come un riflesso condizionato che avevo sviluppato nelle settimane dell'eruzione.
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— Non ho sentito nulla.—
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— Meglio così,— disse Helena — di vulcani ne abbiamo visti a sufficienza.—
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— Ho preso una sorpresa per tutti e tre! — fece Iya all'improvviso, alzandosi dalla sedia con un'energia che sembrò illuminare la stanza.
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— Cioè? — chiese Helena perplessa.
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— Ho pensato che dal momento che è la nostra ultima sera per noi tre insieme fosse utile comprare qualcosa.— spiegò Iya.
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Quindi si diresse verso il frigo, tornando indietro con un involucro che scartò con la cura di chi sta svelando un piccolo tesoro. Tirò fuori una Vinarterta, una torta a strati locale farcita di marmellata di prugne aromatizzate alla cannella. Il dolce che avevamo mangiato da bambini, quello che le nonne preparavano a Natale, quello che sapeva di infanzia e di casa e di cose che non cambiavano mai.
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— Non serviva Iya, mica sono un ospite d'onore.— dissi.
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— Forse no, ma sei quasi uno di famiglia.— disse lei con una semplicità che mi colpì come un pugno gentile.
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— Per me è uno di famiglia.— protestò Helena.
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— Sono lusingato, ma grazie — dissi, quindi mi protesi verso di lei e la baciai lievemente sulle labbra. Un bacio breve, casto, che avrebbe potuto essere tra fratelli se non fosse stato per il modo in cui le sue labbra risposero al mio, anche in quel gesto minimo, anche in quel contatto leggero.
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Il resto della cena continuò tranquillo. Dividemmo la Vinarterta a fette e quasi la finimmo tutta, come se fossimo consapevoli che quel sapore, quel momento, quella sera tranquilla in una cucina con due sorelle e una torta alla cannella erano cose che non sarebbero durate per sempre e che andavano consumate fino all'ultima briciola.
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Una volta sparecchiata la tavola Iya propose di guardare un film. Io ed Helena ci guardammo. I nostri occhi si dissero cose che le nostre bocche non avrebbero potuto dire davanti a Iya: siamo stanchi, vogliamo stare soli, vogliamo andare a letto, non per il film ma per il silenzio che viene dopo. Tuttavia questa era una serata speciale, chissà quando ne sarebbero capitate di simili, quindi accettammo..
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Un flash fotografico mi svegliò.
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Mi guardai attorno e mi resi conto che io ed Helena ci eravamo addormentati sul divano. Lei aveva la testa appoggiata alla mia spalla, io avevo appoggiato la testa alla sua, in una posizione che doveva essere stata comoda per addormentarsi ma che adesso mi faceva sentire il collo rigido come un tavolo. Quando era successo? Iya stava in piedi davanti a noi con il cellulare con cui ci aveva fatto una foto, e sul suo viso c'era un sorriso che era a metà tra l'affetto e la cattiveria, il sorriso di una sorella minore che ha appena ottenuto materiale di ricatto.
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— Che ore sono? — chiesi con la voce impastata di sonno.
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— Mezzanotte passata,— disse Iya con un sorriso —eravate troppo carini per non farvi una foto.—
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— Gentile, mandamela.— dissi.
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— Non ho il tuo numero.—
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— Te lo darò.—
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Svegliai piano Helena. I suoi occhi si aprirono lentamente, in quel modo che avevo imparato a riconoscere, prima le palpebre poi le pupille poi la consapevolezza, e per un istante non sapeva dove fosse, poi mi vide e sorrise, e quel sorriso nel buio del soggiorno con Iya che ci guardava dal telefono fu la cosa più bella della giornata.
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Decisamente era ora per entrambi di andare a letto.
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La settimana ricominciò sotto la neve fresca. Nei giorni successivi la neve scese in abbondanza alimentando lo spessore del manto nevoso, come se l'inverno avesse deciso di recuperare il tempo perso durante le settimane in cui la cenere aveva impedito alla neve di essere bianca. Tra la scuola e gli studi io ed Helena ci vedemmo molto meno, c'erano un sacco di verifiche a causa del programma scolastico sospeso e in ritardo a causa dell'eruzione di Esjufjöll. Il giorno in cui eravamo andati a Grímsvötn sembrava un remoto ricordo di anni fa, qualcosa che era successo in un'altra vita, a delle persone che non eravamo più noi.
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Ciononostante qualche raro momento per noi lo trovammo. Tuttavia ero sempre più perplesso del fatto che Iya avesse iniziato a scrivermi con sempre maggiore frequenza dopo che le avevo dato il mio numero per la foto che aveva fatto a me ed Helena quella sera. Finora si limitava a parlare di sé, delle sue cose, della scuola, di un tipo che le piaceva, ma avevo il sospetto che volesse prendere confidenza. Non le avevo dato peso, ma il sospetto era lì, come un sassolino nella scarpa che non fastidia abbastanza da fermarti ma abbastanza da ricordarti che c'è.
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Tuttavia l'unica novità della settimana fu un nuovo forte terremoto di magnitudo 3.5 che mise nuovamente in allarme la comunità di Jökulsárlón. Non fu eccessivamente forte, ma questa rinnovata scossa fece temere che Esjufjöll fosse nuovamente pronto a risvegliarsi. Gli esperti in televisione calmarono gli animi, affermando che simili terremoti rientravano nella normale attività di assestamento della crosta terrestre e che probabilmente ce ne sarebbero stati altri in futuro. Parole rassicuranti che avevano il sapore delle parole che ti dicono prima di un'operazione: non preoccuparti, è routine, succede tutti i giorni. E tu le credi perché hai bisogno di crederle.
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L'incubo di Esjufjöll era ancora vivo nella memoria della città. Nei giorni successivi non successe più nulla, tuttavia iniziarono a girare voci che il suolo aveva ripreso a sollevarsi di pochi centimetri al mese. Voci che non venivano confermate dai notiziari ufficiali ma che circolavano come virus da persona a persona, da casa a casa, da messaggio a messaggio, alimentando un'ansia che nessun comunicato ufficiale sarebbe riuscito a cancellare.
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Una domenica sera in cui finalmente eravamo lontani dagli impegni della settimana, io ed Helena trascorremmo la serata al cinema guardando un film su un'invasione aliena, un po' troppo prevedibile per i miei gusti. Uscimmo e decidemmo di fare una passeggiata in periferia di Jökulsárlón.
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Mano nella mano, con i guanti che trasmettevano calore, iniziammo a parlare.
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— Cosa farai una volta finita la scuola? — mi chiese lei.
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— Intendi quest'anno o dopo che non andrò più a scuola?—
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— Quando l'avrai finita.—
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— Non ne sono sicuro, ma forse resterò qui a Jökulsárlón. Onestamente non ci ho ancora pensato.— dissi, e era la verità. Non avevo pensato al futuro perché il futuro era qualcosa che avevo smesso di prendere sul serio nelle settimane dell'eruzione, quando avevo capito che il futuro non era qualcosa che potevi pianificare ma qualcosa che poteva essere cancellato da un momento all'altro da un vulcano che decideva di svegliarsi.
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— Io credo che mi limiterò a cercare un lavoro qui in zona.— disse lei.
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— Sono in tanti che la pensano così.—
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— Comunque ho l'impressione che mia sorella sia attratta da te.— tirò fuori lei, e il cambio di argomento fu così brusco che per un istante pensai di aver sentito male.
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— Lo sospettavo, ha cominciato a scrivermi con una certa frequenza.— dissi.
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— Non me l'hai mai detto.—
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Notai un leggero cambiamento nel tono di voce di Helena. Non rabbia, non gelosia esplicita, ma qualcosa di più sottile, un irrigidimento impercettibile che chiunque non la conoscesse come la conoscevo io non avrebbe notato.
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— Sinceramente non l'ho considerato importante.— risposi.
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— Mi chiede sempre di te.— disse lei.
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— Non sarai mica gelosa, spero.—
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— Non lo sono, è solo che... beh.—
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Eravamo ormai in periferia di Jökulsárlón su una strada secondaria circondati dall'innevamento. Le luci della città poco lontana illuminavano un poco quella distesa innevata dallo spessore fino a due metri, creando un effetto che era quasi bello, come un dipinto notturno in cui il bianco della neve e il giallo dei lampioni si mescolavano in una tonalità calda che non aveva niente a che fare con il freddo che ci mordeva le guance.
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— Non ne hai motivo per esserlo.— dissi.
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— Se non lo fossi sarebbe peggio.— rispose lei, e questa frase mi colpì più di qualsiasi accusa esplicita. Perché era vera. Se non fosse stata gelosa avrebbe significato che non le importava, e se non le importava allora tutto quello che avevamo costruito non aveva il peso che pensavo avesse.
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Mi lasciò andare la mano, mettendo le mani nelle tasche, quindi si fermò.
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— Cosa pensi di mia sorella, sinceramente.— volle sapere.
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La guardai sorpreso. Era davvero gelosa. Non della gelosia teatrale, della gelosia che si mette in mostra per far capire all'altro che ci tieni. Della gelosia vera, quella che nasce da un punto vulnerabile e che ti fa fare domande che sai essere pericolose ma che non riesci a non fare.
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— Simpatica, vivace, ma per quel che mi riguarda non è il mio tipo. Tu sei unicamente tu. È per questo che sto con te.— le dissi, e ogni parola era vera, e la verità mi uscì dalla bocca con una naturalezza che mi sorprese.
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— Non serve essere così gelosa.— continuai.
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— Ne ho pieno diritto. — si giustificò Helena.
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— D'accordo.— le diedi ragione.
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Le andai davanti, e una volta averle preso le mani imbronciate dalle tasche la guardai dritta negli occhi. I suoi occhi scuri erano lucidi nella luce dei lampioni e in quella lucidità c'era qualcosa che mi fece male, non perché fosse spiacevole ma perché era troppo vero, troppo crudo, troppo umano per essere sopportato senza sentire qualcosa che si spezza dentro.
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— Sei una delle prime storie serie che ho e non vorrei... — iniziò lei senza finire la frase e voltando la testa dall'altra parte.
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La attirai a me abbracciandola. Lei ricambiò a sua volta. Restammo lì in silenzio. Immobili. Due figure in una distesa di neve sotto un cielo che non si vedeva, abbracciate come se il mondo dipendesse da quel contatto, come se allentare la presa significasse lasciare andare qualcosa di più dei corpi.
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Quando mi separai da lei, guardando il suo bel viso mi accorsi che stavano scendendo sottili fiocchi di neve. Fiocchi così sottili e così rari che sembravano pensieri che il cielo lasciava cadere uno a uno, senza fretta, senza direzione, come se non importasse dove atterravano. Silenziosamente azzerai le distanze tra il mio respiro e il suo, perdendoci in un momento di intimità che sapeva di neve e di pelle e di qualcosa di più profondo che non avevo un nome per descrivere.
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Dopo un istante che parve infinito finalmente ci staccammo e ritornammo sui nostri passi, mano nella mano.
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Avevamo fatto pochi passi che all'improvviso fui colto da una strana sensazione. Prima ai piedi e poi alle gambe. Non un tremore. Qualcosa di diverso. Qualcosa di più continuo, come se il suolo sotto i miei piedi avesse smesso di essere solido e fosse diventato liquido, come se stessi camminando su un'acqua molto densa che vibrava con una frequenza che non era un terremoto ma qualcosa di più organico, più profondo, più inquietante.
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— Lo senti anche tu? — mi chiese Helena.
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— Ma cos'è?—
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— È come se il suolo vibrasse.— disse lei perplessa, e la sua voce aveva un tono che non le avevo mai sentito prima. Non paura. Qualcosa di più primitivo. L'istinto di un animale che sente qualcosa che il suo cervello non riesce ancora a nominare.
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Poi accadde.
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In lontananza, in prossimità di Esjufjöll, un bagliore di un giallo intenso e poi rosso incandescente illuminò la notte. Non un bagliore che si accendeva gradualmente. Un lampo. Come se qualcuno avesse acceso un interruttore che collegava il centro della terra al cielo. Un bagliore che da solo dava l'impressione di un calore terribile anche da così lontano, un calore che non sentivi sulla pelle ma che sentivi nello stomaco, come se qualcuno avesse acceso un forno dentro di te.
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Un suono lontano e indistinto ci raggiunse, mentre il bagliore prese la forma di fontane incandescenti che si allungarono formando una linea altrettanto luminosa che illuminava la distesa innevata e debolmente anche i nostri visi. Una lunga striscia di alte fontane di lava stava prendendo forma illuminando la notte, e quella linea di fuoco si allungava in orizzontale come una ferita che si apriva nella terra, e più la guardavi più diventava lunga, come se non avesse un fine, come se stesse cercando di raggiungerci.
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— Mio dio.— disse Helena attonita.
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La cortina di fusione si allungò ulteriormente in orizzontale. Doveva essere alta almeno duecento metri e ormai lunga circa un chilometro. Un chilometro di fuoco. Duecento metri di altezza. Non una fontana. Una parete. Una parete di roccia fusa che si alzava dal ghiaccio come se il ghiacciaio stesso si stesse spaccando per lasciare uscire qualcosa che era stato imprigionato lì sotto per millenni.
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Anche da questa distanza riuscivo a sentire il suono scrosciante di quello che stava succedendo. Non il rombo sordo delle eruzioni precedenti. Qualcosa di diverso. Qualcosa di più acuto, più violento, più continuo, come il suono di un fiume in piena ma di fuoco invece che di acqua.
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Illuminate dal bagliore rossastro delle gigantesche fontane di lava, dense colonne di vapore e gas si sollevavano nel cielo notturno invernale. Questo era chiaramente un fenomeno diverso dai precedenti. Un'eruzione più grande. Un ordine di grandezza diverso.
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L'intensità delle fontane di lava aumentò ulteriormente, gorgogliando enormi quantità di roccia fusa dalle profondità dell'abisso per centinaia di metri nel cielo. Il suono cambiò, diventò più basso, più profondo, più grave, come se la terra stessa stesse gemendo sotto lo sforzo di espellere tutto quel materiale, e le fontane si fecero più alte, più larghe, più luminose, fino a sembrare un muro di fuoco che divideva il cielo in due metà, una nera e una rossa.
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— È enorme.— sussurrò Helena.
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L'intensità del bagliore rossastro era tale da illuminare anche la coltre di nuvole nel cielo notturno mentre la colonna di vapore e gas si univa ad esse, creando un effetto che era allo stesso tempo spettacolare e apocalittico, come se il cielo stesso stesse bruciando.
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Senza dubbio buona parte del vapore si sollevava dal fatto che grandi quantità di lava si stavano direttamente riversando in un manto nevoso dallo spessore di metri, convertendolo istantaneamente in vapore. Il ghiaccio che evaporava, che scompariva, che veniva cancellato dalla faccia della terra in un istante, come se non fosse mai esistito.
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— Questa è un'eruzione molto più grande.— osservai, e la mia voce mi sembrò piccola, insignificante, come un sussurro in una cattedrale durante un temporale.
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— Gigantesca.— disse Helena.
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— Meglio avvertire...-
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— Credo che se ne siano già accorti.— mi interruppe Helena.
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In effetti in lontananza si sentivano voci concitate e rumori di clacson. La città si stava svegliando, e non per la luce del mattino ma per la luce del fuoco.
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— Credo che stavolta ce la vedremo piuttosto brutta.— dissi.
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— Da paura.— concluse Helena.
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La cortina di fuoco fuso si allungò ulteriormente. In quel momento sentimmo tutti la terra tremare sotto i nostri piedi, un tremito che non era più vibrazione ma movimento vero e proprio, come se il terreno sotto di noi si stesse spostando di qualche millimetro e poi tornando al suo posto, come un respiro della terra che era troppo grande perché potessimo ignorarlo.
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Il mattino seguente, dopo una notte insonne per molti, il sole sorse su Jökulsárlón con un colore ferrugginoso, velato da un cielo in parte nuvoloso, in parte corrotto da un velo di acido smog vulcanico. Non era il sole che conoscevamo. Era un sole malato, filtrato attraverso strati di cenere e gas che lo trasformavano in qualcosa di giallastro e innaturale, come il bulbo di una lampada che sta per bruciare.
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In lontananza, enormi colonne di vapore, cenere e gas si sollevavano nel cielo sopra una grande cortina di fontane di lava alte centinaia di metri dallo stesso colore del metallo fuso, non più spettacolari come la notte prima ma sicuramente altrettanto letali. Di giorno il fuoco perdeva parte della sua bellezza e rivelava la sua vera natura: distruzione. Senza il buio a fare da cornice, le fontane di lava sembravano quello che erano: ferite aperte nella terra che stavano vomitando il loro contenuto nel mondo dei vivi.
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La polvere nera aveva ripreso a scendere sulla città, anche la nebbia secca dal tipico odore di zolfo si stava nuovamente diffondendo, spinta dal vento. Le fontane di lava stavano rapidamente alimentando un flusso lavico che tuttavia veniva rallentato dallo spessore del manto nevoso. Qui la lava si raffreddava rallentando e frantumandosi in blocchi incandescenti, rallentando il flusso caldo dietro di sé che a sua volta si sovrapponeva scorrendo sulla roccia più fredda incontrando successivamente altra neve e raffreddandosi parzialmente. Ma anche rallentata, la lava avanzava. Era questione di giorni prima che arrivasse a Jökulsárlón.
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Tutto stava accadendo molto più in fretta di quanto ci si aspettasse. Avevamo ripreso ad avere una vita normale e sembrava che il peggio fosse passato, invece tutto era ripreso in modo peggiore da un momento all'altro senza molto preavviso. Come se qualcuno avesse premuto un pulsante e avesse azzerato tutto il progresso delle settimane precedenti, riportandoci al punto di partenza ma in condizioni peggiori.
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La gente di Jökulsárlón ormai più che paura aveva capito che l'inevitabile stava per accadere. La città sarebbe stata abbandonata e non sapevano più se e quando sarebbero tornati. Un numero inquantificabile di vite stava per essere disperso, diventando una comunità di sfollati. Case, scuole, negozi, ricordi, tutto sarebbe rimasto lì, sotto la cenere e la lava.
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I servizi di vulcanologia islandesi nel corso della giornata confermarono l'inizio di una grande eruzione e stavolta anche la formazione di un gran numero di depressioni glaciali sulla sommità della caldera di Esjufjöll. Il ghiacciaio si stava sprofondando. Quattrocento metri di ghiaccio che stavano perdendo la loro base, che stavano cedendo sotto il peso della propria massa.
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Poi venne un comunicato della Protezione Civile Islandese in tutte le televisioni locali della città, interrompendo tutti i programmi televisivi.
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«Ore 14:00. L'Ufficio Islandese per le Emergenze comunica che i dati dal satellite mostrano una notevole deflazione della caldera del vulcano Esjufjöll di diversi centimetri dall'inizio dell'eruzione. Per questo motivo, in consultazione con la Protezione Civile e con la Guardia Nazionale Islandese, è stato dichiarato lo stato di emergenza.
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Tutti i residenti sono obbligati a evacuare Jökulsárlón.
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Questa decisione è stata presa per la sicurezza e la tutela di tutti i residenti. È importante che tutti collaborino. Questa è un'evacuazione di emergenza.
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Tutte le rotte marittime per Jökulsárlón sono impraticabili a causa del mare ghiacciato. Tutte le strade per arrivare a Jökulsárlón sono state chiuse, tranne per le emergenze, per facilitare il traffico.
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In base ai dati sismici delle recenti eruzioni si stima che il bacino magmatico di Esjufjöll abbia un diametro di dodici chilometri, una profondità di otto e un'altezza di dodici chilometri. Questo è il potenziale per un'eruzione di dimensioni importanti.
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Secondo il piano di evacuazione è previsto:
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Tutti i membri della famiglia prendano ciò che è essenziale.
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Mettere un cartello in un posto ben visibile, su una porta o una finestra affacciata sulla strada, per indicare che la casa è libera.
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Guidare con prudenza in città e dopo aver lasciato la città.
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Se necessario prendere i pedoni, se c'è spazio in macchina.
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Ascoltare le linee di emergenza sul tuo cellulare.
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Se siete in difficoltà mettere uno straccio bianco su una porta o una finestra affacciata sulla strada.
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Al palaghiaccio di Jökulsárlón verrà allestito un centro di raccolta per chi ha bisogno di assistenza per l'evacuazione.
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Per gli sfollati è in corso la creazione di un campo profughi container nella città di Höfn con l'occorrente necessario, per chi non ha parenti o amici a cui ricongiungersi.
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Oltre a quelli già presenti in città sono in arrivo rinforzi della Protezione Civile.
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È chiaro che siamo di fronte a eventi che raramente abbiamo visto. Come nella nostra storia abbiamo superato altre sfide, supereremo anche questa.»
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Dopo aver letto questo comunicato un brivido mi corse lungo la schiena. La mia vita stava radicalmente per cambiare. Tutto stava per cambiare. Stava per succedere qualcosa di brutto, me lo sentivo nelle ossa, in quel punto del corpo che non mente mai, che sente le cose prima che il cervello le elabori, che registra i pericoli prima che la ragione li analizzi.
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Una breve scossa di terremoto fece tremare il pavimento della mia camera da letto. Un tremito leggero, quasi gentile, come se la terra stesse dicendo: hai capito, vero? Ora muoviti.
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Il telefono vibrò.
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Helena: «Hai letto il comunicato?»
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Io: «Sì, sono preoccupato.»
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Helena: «Anch'io. I miei si stanno già preparando per andare a Reykjavík.»
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Questo mi colpì come un pugno. Reykjavík. Loro avevano una destinazione. Loro avevano parenti. Loro avevano un posto dove andare. Noi no.
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Io: «Quando?»
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Helena: «Domani. Presto.»
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Io: «Vediamoci.»
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Helena: «Dove?»
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Io: «Dietro alla scuola.»
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Helena: «Va bene, a che ora?»
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Io: «Tra un quarto d'ora.»
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Helena: «Ok. Ti amo.»
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Quando uscii di casa una densa cappa color giallo-arancio avvolgeva Jökulsárlón. La nebbia secca era tornata più intensa che mai, avvolgendo la città nel suo acre odore sulfureo, come se l'inferno avesse all'improvviso deciso di aprire un crepaccio e riversare i suoi fumi sulla nostra città. Il sole appariva ormai di un malato pallido, un disco giallastro che filtrava attraverso la nebbia come una lampada morente che cerca di illuminare una stanza che sta affondando nel buio.
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La neve ghiacciata che scricchiolava sotto le mie scarpe aveva assunto una colorazione nera a causa della polvere scura che aveva ripreso a cadere fitta ovunque. L'aria sembrava più fredda del solito ma oltre a questo contribuiva a bruciarmi la gola e le narici, nonostante indossassi una sciarpa. Ogni respiro era un atto di volontà, ogni inalazione portava con sé qualcosa di abrasivo che mi graffiava la gola dall'interno come carta vetrata.
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Lungo le strade vedevo un insolito movimento di macchine, evidenza lampante che molti abitanti stavano già lasciando Jökulsárlón in vista di quello che stava succedendo. Bagagli sui tetti, facce tirate nei finestrini, bambini sui sedili posteriori che guardavano fuori con occhi che non capivano perché stavano lasciando la loro casa.
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Quando arrivai dietro la scuola Helena era già lì, anche lei intabarrata con tanto di sciarpa. Le scuole erano state chiuse già da stamattina, e probabilmente lo sarebbero rimaste per molto tempo visto quello che stava succedendo.
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— Tutto bene? — le chiesi guardandola dietro la sciarpa. La foschia era talmente fitta che mi sembrava di guardarla attraverso una coltre di fumo, come se fosse un'apparizione invece di una persona reale.
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— Sì, per il momento. Sono solo un po' spaventata, come tutti dopotutto. Le cose sono peggiorate talmente in fretta che non mi sono abituata da ieri sera adesso.— spiegò lei, e la sua voce era diversa dal solito. Più piatta. Piò stanca. Come se la paura avesse consumato parte dell'energia che di solito metteva in ogni parola.
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— Tornerete dai vostri parenti a Reykjavík?—
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— Sì, siamo quasi pronti — disse — solo che... — un colpo di tosse sembrò quasi soffocarla, colpa di quella maledetta nebbia acida.
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— Solo che... — tenevo già la risposta, ma lei continuò a tossire, il corpo che si piegava in avanti con ogni colpo, le spalle che si contraevano, e io sentii una rabbia sorda montarmi dentro, una rabbia contro quel vulcano, contro quella nebbia, contro tutto quello che le stava facendo del male senza che potessi fare niente per fermarlo.
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Mi voltai verso la porta a vetri sul retro della scuola. Senza pensarci un attimo afferrai un sasso e ruppe il vetro più in basso di medie dimensioni. Il suono del vetro che si frantumava risuonò nel silenzio della strada come uno sparo.
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— Sasha, sei impazzito? — fece Helena sbalordita.
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Con lo scarpone tolsi il resto dei vetri dal perimetro del riquadro in acciaio e le afferrai una mano facendola entrare con me.
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— Hanno problemi più importanti di un vandalo che rompe il vetro di una scuola chiusa.— dissi.
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Dopo aver percorso uno stretto corridoio con un'interminabile fila di armadietti, aprii la porta della prima classe che trovai ed entrammo. L'aria interna era pulita. L'aria interna non bruciava. L'aria interna era come l'aria che avevamo dimenticato di respirare, quella che non sapeva di zolfo e di cenere e di morte.
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Lontani da tutti e soprattutto in un ambiente in cui si poteva finalmente respirare. C'erano file e file di banchi che probabilmente non avrebbero più visto studenti per un bel po' di tempo, forse i loro fantasmi. Le pareti erano ancora arredate con cartine geografiche dell'Islanda e dell'Unione Nordica, e guardare quelle cartine in quel momento sembrava guardare un documento storico, il ritratto di un paese che stava per cambiare faccia.
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Fuori dalla finestra si poteva vedere la sagoma delle case attraverso la coltre giallastra della nebbia secca. Nulla di più. Come se il mondo fosse stato cancellato e fosse rimasta solo quella sagoma informe.
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— Credo che per un po' non ci vedremo,— fece Helena togliendosi la sciarpa, la voce che le usciva un po' strozzata, come se avesse capito il significato nascosto di ciò che stava dicendo prima ancora di dirlo — non so per quanto tempo.—
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— Cosa farete voi? — chiese riferendomi a me e a mia madre.
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— Noi non abbiamo parenti o dove andar, — iniziai — credo che andremo a Höfn.—
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Höfn. Un campo profughi. Container. Stranieri in una città che non era la nostra. La parola stessa mi sembrava impossibile, irreale, appartenente a un vocabolario che non era il mio.
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In quel momento un tremore scosse la stanza, quasi a sottolineare il cambiamento che stava per arrivare. I banchi tremarono leggermente, le cartine geografiche sulle pareti oscillarono, e per un istante la scuola stessa sembrò inspirare e espirare come un essere vivente.
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— Forse la situazione migliorerà.— iniziò lei, e la sentii dire questa frase come l'avevo sentita dire mille volte nelle settimane precedenti, ma stavolta non c'era convinzione nella sua voce. Stavola era una preghiera, non un'ipotesi.
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— Hai visto anche tu quella cortina di fuoco ieri notte — dissi — ad essere onesto credo siamo solo all'inizio.—
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Un altro tremito scosse la stanza.
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— Quindi... — iniziò piano Helena.
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Ci guardammo negli occhi silenziosamente, comprendendo quello che sarebbe stato da lì a un po'. Un bel po', a dire il vero. Non giorni. Non settimane. Forse mesi. Forse più. Lei a Reykjavík con la sua famiglia. Io in un campo profughi a Höfn con mia madre. Due direzioni. Due vite che si erano incrociate e che adesso si stavano separando come due fiumi che nascono dalla stessa sorgente e poi prendono strade diverse senza mai più incontrarsi con molta probabilità.
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Poi qualcosa ci mosse entrambi nello stesso istante. Le presi il viso tra le mani e la baciai. Non un bacio dolce, non un bacio tenero. Un bacio disperato. Un bacio che diceva tutto quello che le parole non avrebbero potuto dire: non voglio che tu vada, non so come fare senza di te, ho paura di quello che sta succedendo, ho paura di quello che succederà, ho paura di non averti più vicino.
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Lei portò le sue mani attorno alle mie baciandomi a sua volta con trasporto, con una fame che non aveva niente a che vedere con il desiderio e tutto a che fare con la necessità, il bisogno di sentire qualcosa di reale in un mondo che stava diventando irreale, il bisogno di aggrapparsi a un corpo, a un respiro, a un battito cardiaco che non fosse il proprio.
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Un bacio umido. Un bacio dettato da tutto.
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Si tolse il berretto di lana e lo lasciò cadere a terra continuando a baciarmi. Uno schiocco liquido ne seguì un altro e poi un altro ancora mentre mi sfilavo il mio con la sciarpa. Le sue dita trovarono la cerniera del mio giaccone e la tirarono giù con una decisione che non ammetteva esitazione, il giaccone scivolò a terra insieme alla sciarpa e sentii l'aria della classe sulla mia maglia, un'aria che era pulita e fredda e che mi fece venire la pelle d'oca.
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Poi venne via, poco alla volta, tutto il resto. La sua giacca, la mia maglia, e quando i nostri petti si toccarono attraverso il cotone delle canottiere sentii il suo cuore battere contro il mio, un battito rapido e irregolare che non era eccitazione ma qualcosa di più crudo, più disperato, come se il suo corpo stesse cercando di memorizzare il contatto con il mio prima che non ci fosse più.
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La sua canottiera salì e le mie labbra trovarono la pelle della sua pancia, un punto giusto sotto lo sterno dove la pelle era calda e liscia e dove sentivo i muscoli contrarsi a ogni suo respiro. Le mie mani scivolarono lungo i suoi fianchi, sentendo la curva della sua vita, il rigonfiamento dei suoi fianchi sotto i jeans, il calore che emanava dalla sua pelle come se il suo corpo fosse un piccolo sole che stava per spegnersi.
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Restammo stretti tra i banchi di scuola a morderci, assaggiare il sapore della nostra pelle per poi affogare nuovamente nel sapore liquido tra la bocca dell'altro, in un lento bacio pulsante nel movimento della nostra lingua. Le sue mani erano sulla mia schiena, le sue unghie che mi graffiavano leggermente attraverso la stoffa come se stesse cercando di aggrapparsi a qualcosa che stava scivolando via.
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Si staccò da me il tempo necessario a sfilarsi la canottiera e il reggiseno in un gesto unico, e quando il suo petto nudo fu contro il mio sentii i suoi seni premere contro la mia pelle, due punti di calore morbido che si confondevano con il calore del resto del suo corpo. Le baciai il collo, sentendo il suo respiro accelerare contro il mio orecchio, un respiro corto e affannoso che non era più un respiro ma quasi un gemito trattenuto. Scesi più in basso, le mie labbra sulla clavicola, sulla curva del seno, sul punto dove la pelle diventava più sensibile e il suo corpo reagiva con un fremito che mi sentii attraverso le ginocchia.
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Lei mi afferrò i capelli e mi tirò su, e il suo bacio fu diverso da prima, più intenso, più profondo, la sua lingua che entrava nella mia bocca con una decisione che mi tolse il fiato. Le mie mani trovarono il bottone dei suoi jeans, lo aprii, la cerniera scese con un suono quasi assordante nel silenzio della classe, e lei si sfilò il resto insieme alle scarpe con movimenti rapidi che avevano la grazia disperata di chi sa che il tempo sta per scadere.
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Anche io mi liberai di tutto, e quando i nostri corpi nudi si toccarono per la prima volta in quella stanza piena di banchi vuoti e cartine geografiche, sentii una scossa che non aveva niente a che vedere con i terremoti. La sua pelle era calda e morbida ovunque la toccavo, la curva della sua schiena sotto i miei palmi, il rigonfiamento dei suoi fianchi che riempivano le mie mani, il solco della sua colonna vertebrale che le mie dita percorrevano come una strada che avevo già viaggiato ma che ogni volta sembrava nuova.
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Stretti seno contro petto a confortarci nel calore dei nostri corpi avvinghiati. Le baciai la spalla, il punto dove il collo incontra la spalla, e sentii le sue labbra sulla mia tempia, il suo respiro nei miei capelli, le sue mani che scendevano lungo la mia schiena fino ai glutei e li stringevano come se volesse fondere i nostri corpi in un unico corpo, come se l'unione non fosse abbastanza e lei volesse qualcosa di più, qualcosa che la fisica non permetteva ma che il desiderio pretendeva.
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Finché il calore non si trasformò nell'incendio di muoversi l'uno nell'altra. Helena si sdraiò su un banco, il legno freddo sotto la sua schiena nuda che la fece sussultare per un istante prima che il mio calore coprisse quello del legno, e io mi posizionai tra le sue gambe sentendo le sue cosce calde e lisce premere contro i miei fianchi. Le sue gambe si strinsero attorno a me, la forza che conoscevo dal tatami che mi stringeva come una morsa, che mi teneva come se io potessi scappare e lei non volesse permetterlo.
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Entrai in lei piano, sentendo il suo corpo accogliermi con una calore che era quasi doloroso per quanto era intenso, un calore denso e bagnato che mi avvolgeva completamente e che mi fece chiudere gli occhi per un istante, come se il piacere fosse troppo perché potessi guardarlo e sopportarlo allo stesso tempo. Helena emise un suono che non era né un gemito né un respiro, qualcosa di più profondo che le uscì dalla gola come un singhiozzo invertito, e le sue unghie mi piantarono nelle spalle con una forza che sapeva di dolore e di bisogno mescolati insieme.
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Iniziammo a muoverci lentamente, con una lentezza che era tortura e Paradiso insieme, sentendo ogni millimetro del contatto tra i nostri corpi, ogni centimetro di pelle che sfregava contro pelle, ogni respiro che si sincronizzava con il movimento dei nostri fianchi. I banchi intorno a noi erano testimoni silenziosi, le cartine geografiche sulle pareti guardavano con i loro continenti inutili, e fuori dalla finestra la nebbia gialla avvolgeva una città che stavamo per abbandonare.
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Il ritmo aumentò, non perché lo decidessimo ma perché i nostri corpi lo decisero per noi, come due correnti che si incontrano e accelerano l'una contro l'altra fino a diventare un fiume unico e lei inarcò la schiena con un movimento che la fece gemere ad alta voce, un suono che risuonò nella classe vuota come un'eco che non moriva.
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Le sue mani erano ovunque. Sulla mia schiena, nei miei capelli, sul mio petto, sulle mie natiche, e ogni suo tocco era un messaggio che non aveva bisogno di parole: più forte, più vicino, non fermarti, non lasciarmi, non andare a Höfn, non andartene. Le mie labbra tornarono alla sua bocca e ci baciammo mentre ci muovevamo, un bacio disordinato e umido e appassionato che interrompeva il nostro respiro e lo ricominciava, che ci dava ossigeno e ci toglieva il fiato nello stesso momento.
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La sentii contrarsi attorno a me, un onda di calore e di pressione che la fece tremare da capo a piedi, e il suo gemito si trasformò in qualcosa di più lungo, più profondo, che le usciva dalla bocca aperta come un lamento che era anche un ringraziamento. Le tenni le mani mentre il suo corpo si contraeva in ondate che durarono secondi che sembrarono minuti, e quando l'onda si ritirò la strinsi a me sentendo il suo cuore battere così forte contro il mio che per un istante non riuscii a distinguere il mio dal suo.
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Le sue mani mi accarezzavano la schiena con una tenerezza che contrastava con la violenza dei momenti prima, e i suoi occhi erano aperti, lucidi, bagnati, che mi guardavano come se stesse guardando qualcosa che non avrebbe più rivisto.
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Quando arrivai anche io fu come un'onda che si rompe su una scogliera, un momento di tensione insopportabile seguito da un rilascio che mi fece chiudere gli occhi e premere il viso contro il suo collo, e le mie labbra sulla sua pelle dissero cose che la mia voce non avrebbe potuto pronunciare. Il mio corpo si contrasse e si rilassò in ondate che diminuivano gradualmente, come il tremito di un terremoto dopo lo shock principale, e quando finii restammo immobili, uniti, sudati, con il respiro che cercava di tornare normale e il cuore che batteva così forte da sembrare un tamburo nella classe silenziosa.
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Restammo così per minuti che non contammo, io dentro di lei, lei attorno a me, i nostri corpi che si raffreddavano lentamente nella stanza che era diventata fredda senza che ce ne fossimo accorti. Il suo respiro contro il mio orecchio era il suono più bello del mondo, e fuori dalla finestra la nebbia gialla continuava ad avvolgere la città come un sudario.
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L'uno per l'altra.
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Nessun'altro. Nient'altro.
381Please respect copyright.PENANASZAF5Umm8a
Dimentichi di un presente disperso in frammenti sempre più piccoli, come cristalli di ghiaccio nel vento del Vatnajökull.
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