Quando l'eruzione ebbe inizio, nessuno di noi era pronto.575Please respect copyright.PENANAMQhMbdbHMz
Nessuno lo sarebbe mai stato.
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Illuminò la notte polare tra le nevi eterne della calotta glaciale di Vatnajökull come se qualcuno avesse squarciato il ventre della terra stessa, lasciando che il suo sangue incandescente colasse attraverso la ferita aperta nel ghiaccio. Colse di sorpresa l'intera popolazione islandese. E soprattutto noi, la città di Jökulsárlón, fondata negli anni '30 vicino all'immenso fronte glaciale dal quale prendeva il nome, lungo i margini dove fino a pochi decenni prima esisteva un lago di origine glaciale, a sud-est di Vatnajökull.
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Un lago che non c'era più. Come molte cose in questa terra, inghiottito dal tempo.
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Si sapeva da sempre che sotto quell'immane massa di glaciale esisteva un'antica caldera. I geologi lo ripetevano come un mantra nelle scuole superiori, mostrandoci modelli tridimensionali e grafici sismici che a diciannove anni sembravano poco più che astruse decorazioni accademiche. Di quella caldera erano visibili in superficie solo una serie di frastagliate creste vulcaniche scavate dal ghiaccio nel corso di millenni, cicatrici bianche sulla pelle della terra. Tuttavia la possibilità che un giorno essa si sarebbe risvegliata non era mai stata presa veramente in considerazione. Non con la serietà che avrebbe richiesto. Non con il terrore che avrebbe meritato. Vista l'assenza totale di eruzioni storiche registrate, la caldera era stata classificata come quiescente. Un termine scientifico che in islandese suona quasi rassicurante. Quiescente. Come se dormisse pacificamente sotto il suo lenzuolo di ghiaccio spesso centinaia di metri.
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Non dormiva. Stava aspettando.
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L'evento coincise non solo con il periodo di Natale, ma anche con l'arrivo sull'Islanda di un eccezionale ciclone invernale di proporzioni storiche. I meteorologi lo avevano battezzato con un nome nordico che non ricordavo, uno di quei nomi che i tecnici del centro previsioni assegnano alle tempeste come se dare un nome a cosa che ti distrugge potesse in qualche modo domarla. Una sequenza di eventi del tutto degna dell'antica tradizione nordica del Ragnarǫk. Il destino degli dei. La fine di tutto.
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E io stavo andando al palaghiaccio.
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Quella sera, mentre mi avviavo lungo la strada che costeggiava la periferia di Jökulsárlón, i forti venti gelati soffiavano la neve in orizzontale. Non cadeva. Veniva sputata contro di te con una violenza che tagliava la pelle nelle parti scoperte del viso, dietro la sciarpa che mi ero avvolto più volte attorno al naso e alla bocca. Ogni respiro era un coltello. L'aria entrava nei polmoni così fredda da far dolere il petto, come se inspirassi frammenti di vetro invece di ossigeno.
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Sul terreno il manto di neve fine come sabbia stava iniziando ad accumularsi in fretta, e la vera e propria tempesta doveva ancora inglobare l'Islanda. Quello che stavo vivendo in quel momento era solo l'antipasto. Il prologo di qualcosa di molto più grande.
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In lontananza invece, in direzione di Vatnajökull, riuscivo a intravedere in almeno tre punti distinti i bagliori rossastri dell'eruzione. Illuminavano parte della notte polare con un bagliore innaturale, quasi sottile, come braci sotto una cenere che non voleva spegnersi. Il cielo sopra il ghiacciaio non era nero. Era viola scuro, attraversato da vene di arancio e rosso che pulsavano come se qualcosa di enorme stesse respirando sotto la superficie. Iniziata da non molto, dicevo tra me. Ma quanto era "non molto"? Un'ora? Due? Il tempo aveva perso di significato di fronte a quello spettacolo.
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Nel corso degli ultimi giorni i terremoti erano diventati sempre più frequenti. All'inizio li avevo quasi ignorati, come si ignora il ticchettio di un orologio in una stanza. Poi la loro intensità era andata aumentando sempre di più, passando da leggere vibrazioni a scosse che facevano tremare i bicchieri sui tavoli, fino a culminare nel corso della fredda mattinata con l'inizio dell'eruzione. Ricordavo la sensazione di quella scossa principale. Ero a letto, e improvvisamente il pavimento sotto di me si era mosso non come un tremore, ma come un colpo. Un pugno dal basso. Il materasso aveva oscillato e per un istante avevo pensato a un camion che aveva sbagliato strada e si era schiantato contro il muro della casa. Poi il rumore. Un boato lontano, attutito dal ghiaccio e dalla roccia, che era arrivato non dalle orecchie ma dal petto.
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Noi islandesi eravamo abituati da generazioni a questo genere di eventi. In questa fredda terra glaciale di origine vulcanica, i terremoti sono comuni quanto l'energia geotermica che scalda le nostre case e riempie le nostre tubature. Li viviamo come i californiani vivono i loro, con una rassegnazione che non è coraggio ma semplicemente abitudine. Tuttavia l'epicentro di questo forte sciame sismico era a pochi chilometri all'interno di Vatnajökull e del fronte glaciale Jökulsárlón. E nel momento in cui la tempesta iniziava a depositare i primi trenta centimetri di manto nevoso, lo spettacolo ebbe inizio.
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Una serie di fratture attraverso il ghiaccio.
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Linee sottili all'inizio, come capillari sulla superficie bianca, che si allargarono in tempi che mi sembrarono simultanei lentissimi e istantanei. E poi le fontane di lava. Intense, alte, getti di materia fusa che attraversavano il ghiaccio come aghi roventi attraverso burro, sviluppando colonne di vapore che si alzavano verso il cielo e si mescolavano con le nuvole della tempesta incombente creando un effetto visivo che non avevo mai visto in vita mia e che probabilmente non avrei più rivisto. Il ghiaccio che si scioglieva al contatto con la lava generava vapori acidi che il vento spingeva in direzioni imprevedibili.
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Anche in quel momento, in attesa nel parcheggio semi-deserto del palaghiaccio, era assai suggestivo osservare l'eruzione che si consumava in lontananza mentre la neve soffiava sul paesaggio circostante imbiancando ogni cosa in un'atmosfera quasi aliena. Il contrasto era irreale. Il bianco assoluto della neve e il nero della notte infranta da quei bagliori rossastri che pulsavano all'orizzonte come un cuore ferito. Non c'era suono da quella distanza, o almeno non arrivava fino a me sopra il sibilo del vento. E questo rendeva tutto ancora più innaturale. Un'esplosione silenziosa.
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Nonostante avessi solo diciannove anni e non avessi visto molti eventi particolari nel corso della mia vita, ero quasi sicuro che quanto a cui stavo assistendo fosse eccezionale. Non nel senso di bello. Nel senso di quelli che i libri di storia raccontano generazioni dopo, quando non c'è più nessuno che può contradirti.
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Poco dopo la madre di Helena venne a prendermi alle 20:40, quasi puntuale, anche se il motivo dell'anticipo era ovvio vista la tempesta di neve in corso. Dieci minuti prima dell'appuntamento, ma in condizioni come quelle la puntualità era un lusso che nessuno si aspettava davvero.
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Nonostante le temperature a meno quindici gradi sotto zero, nel corso del pomeriggio della Vigilia io ed Helena avevamo fatto un giro lungo le vie di Jökulsárlón attraverso i negozi e le casette di legno, appositamente allestite per le Festività, per fare alcuni acquisti di Natale. Le casette di legno erano decorate con lucine e ghirlande, e il contrasto con il cielo viola e i bagliori dell'eruzione in lontananza le faceva sembrare scenografie di un film che non avevo scelto di guardare. Successivamente, su proposta di lei, ci eravamo accordati di passare la serata a casa sua per guardarci un film insieme a qualche suo amico.
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Io mi ero proposto di portarne uno mio che non avevo ancora visto, che mi ero fatto scaricare da un mio amico. Un film che si chiamava "Rose Red". Non sapevo nulla di quel film tranne che la trama mi era sembrata interessante quando avevo letto la descrizione in fretta.
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Non sapendo dove abitasse, io e lei ci eravamo messi d'accordo che sarebbe venuta in macchina con sua madre a prendermi alle 20:30 al parcheggio dell'ex palaghiaccio.
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Quel pomeriggio era tanto gelido che nonostante indossassi un piumino rosso imbottito e un berretto, avevo le dita senza guanti intirizzite dal gelo e tremavo come una foglia. Un errore stupido. Non avevo portato i guanti perché non li avevo trovati al momento di uscire e non avevo voluto perdere tempo a cercarli. Helena invece sembrava indifferente al freddo. Più intelligente di me, indossava una giacca invernale color marrone scuro imbottita, guanti e una sciarpa bianca invernale che le copriva metà del viso. I suoi occhi scuri brillavano sopra la lana bianca, e ricordo di aver pensato, con una imbarazzante linearità, che fosse bella anche così, sepolta sotto strati di vestiti invernali con solo gli occhi visibili.
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Più o meno come era vestita ora, come notai quando salii in macchina di sua madre. Un'utilitaria grigia che si era lasciata alle spalle un'insegna di neve alzata dal passaggio delle ruote.
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Lei era la penultima di tre sorelle. Una più grande di nome Hannah, e una minore di nome Iya.
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Helena aveva diciassette anni. Alta circa poco più di un metro e sessanta e, come le sue sorelle, lunghi capelli castani che portava per lo più sciolti sulle spalle. Tuttavia le somiglianze si fermavano qui. Innanzitutto il colore degli occhi della sorella maggiore erano azzurri come il ghiaccio del Vatnajökull in una giornata di sole, quelli della minore verdi-castano come il muschio che cresceva sulle colate di lava antiche. Anche il temperamento era molto diverso. Rispettivamente alla maggiore che amava la danza e la minore l'equitazione, Helena aveva un carattere diverso che l'aveva avvicinata al Judo.
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Era stato proprio questo sport ad avvicinarci. Nonostante io lo praticassi solamente a scopo di autodifesa e non con l'interesse di partecipare a gare competitive, a differenza di lei che invece era competitiva e seria sui tatami. Ricordavo la prima volta che l'avevo vista allenarsi. Era piccola rispetto alle altre, ma si muoveva con una precisione e una determinazione che mi avevano colpito. Non era forza bruta. Era tecnica. Era intelligenza applicata al movimento del corpo.
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-Ciao Sasha, è da tanto che aspetti? - disse Helena, voltandosi dal sedile anteriore, accanto a sua madre. I suoi occhi erano luminosi, e c'era qualcosa nel modo in cui mi guardava che non riuscivo ancora a decifrare completamente. O forse non volevo decifrarlo.
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- Ciao. A dire il vero non molto. - risposi, chiudendo lo sportello dietro di me e sentendo immediatamente il calore dell'abitacolo avvolgermi come un lenzuolo tiepido. - Con questo tempo posso solo immaginare come sono messe le strade.-
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- Abbiamo dovuto andare a piano perché c'è tanta neve sulle strade - disse Helena - e quindi non potevamo rischiare.-
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- Ci mancherebbe altro - dissi, stringendo ancora le mani intirizzite cercando di farle tornare in vita. - Come se non bastasse, a tratti cade nera.-
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- Colpa dell'eruzione - si lamentò Helena, guardando fuori dal finestrino.
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- Spettacolare - borbottai - anche se con un tempismo a dir poco azzardato.-
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-Sembra che si sia aperta una nuova frattura tra il bordo del ghiacciaio e la terraferma - disse sua madre cercando di vedere la strada attraverso il parabrezza, con i tergicristallo automatici azionati al massimo che raschiavano via la neve con un ritmo meccanico e quasi ipnotico.
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La tempesta di neve sembrava peggiorare. Il vento spingeva l'auto leggera e la madre di Helena stringeva il volante con entrambe le mani.
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- Ecco cos'era il terremoto che ho sentito prima. - dissi.
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- Sembra che sia anche in corso un alluvione glaciale,- commentò Helena con un tono che cercava di essere informativo ma che non nascondeva completamente una preoccupazione sottile.
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- Non corriamo alcun rischio. - intervenne sua madre, la voce calma e misurata, come di chi ha ripetuto quella frase diverse volte nella serata - dal momento che la vallata fluviale del ghiacciaio è proprio sotto dove sta avvenendo l'eruzione. L'unica cosa che la Protezione Civile Islandese ha raccomandato è l'uso delle maschere per proteggersi dalle polveri. In ogni caso, anche se la zona è ricoperta dai ghiacciai, i lahar seguendo il percorso del fiume si riverseranno direttamente in mare.
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-Ma stai recitando a memoria il telegiornale? -rise Helena.
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- Certo. Io almeno ascolto quello che dicono - rispose la madre con un mezzo sorriso.
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La discussione si protrasse ancora per un po', e io rimasi in silenzio a guardare fuori dal finestrino posteriore. I bagliori dell'eruzione pulsavano tra le nuvole come un faro infernale, e la neve continuava a cadere obliquamente sotto la spinta del vento, coprendo tutto di un bianco che non era pulito ma quasi livido, come se la luce rossa dell'eruzione lo contaminasse sottopelle.
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Proseguimmo in macchina ancora per dieci minuti all'interno delle vie secondarie di Jökulsárlón prima di arrivare alla casa di Helena. L'intera via urbana era ricoperta da almeno altri dieci centimetri di neve fresca che continuava a soffiare nel vento freddo. Proprio una tempesta con i fiocchi, pensai con un'ironia che mi sembrò inadeguata persino a me stesso.
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Io ed Helena ci frequentavamo da circa un paio di mesi. Una combinazione tra Judo e periodici appuntamenti pomeridiani, man mano che ottobre prendeva il posto di novembre e poi dicembre e le giornate diventavano sempre più brevi verso la lunga notte artica. Qui in Islanda le notti durano molto più a lungo rispetto alle medie latitudini. Anche l'inverno inizia molto prima. Tuttavia quest'anno l'arrivo anticipato dell'inverno e del gelo ci portò il più delle volte a intrattenerci all'interno di bar tranquilli, sorseggiando cioccolata calda e cappuccini, guardando fuori dalla vetrina mentre il buio inghiottiva la città ore prima di quanto sarebbe stato normale a qualsiasi altra latitudine.
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Tutto avveniva il più delle volte in compagnia degli amici di lei. Tra cui un suo ex, di cui involontariamente e senza motivo apparente provavo una stizza di gelosia che nascondevo con molta cura, nonostante Helena sembrasse accorgersene. Lo vedevo nel modo in cui mi guardava quando parlava con lui, come se stesse misurando la mia reazione. E io mi sforzavo di non reagire. Di essere quello che era normale essere. Amichevole. Distaccato. Indifferente.
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Tra me e lei non era mai successo niente. E questo mi andava bene, nonostante ironicamente ciò sembrasse contraddire quanto appena detto. Lo giustificavo dicendomi che avevo solo diciannove anni, che non c'era fretta, che le cose giuste accadono quando devono accadere. Ma la verità era che avevo paura. Paura di rovinare qualcosa che mi piaceva così com'era. Paura che il momento in cui avessi provato a fare un passo in più, tutto sarebbe crollato come quei castelli di carte che costruivi da bambino sperando che questo volta reggessero.
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Quel pomeriggio tuttavia, essendo dedicato alle compere di Natale, ne avevo approfittato per regalarle un libro, appositamente impacchettato come richiede la tradizione. Nulla di eccezionale. Un romanzo che avevo letto l'anno precedente e che mi aveva colpito per ragioni che non sapevo spiegare bene. Tuttavia lei preferì giustamente aprirlo per il giorno di Natale. Nulla in contrario.
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Quella sera, a guardare il film in camera sua insieme a lei, vennero un altro paio di suoi amici compagni di Judo. Ástmar, un tipo di diciannove anni con i capelli rossi e ricci, alto un metro e novanta, piuttosto loquace, che riempiva i silenzi con una loquacità che a volte era divertente e a volte stancante. E Ögri, di altezza media, capelli scuri, tra quelli che mi stavano più simpatici. Parlava poco, ma quando lo faceva diceva cose che valevano la pena ascoltare. Mancava una terza persona che all'ultimo aveva scritto che non riusciva a venire in quanto bloccata dalla tempesta di neve.
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Fortunatamente Helena non condivideva la camera da letto con le sue sorelle. Forse da piccola, ma ora ognuna aveva una camera per sé. La stanza di Helena era piccolo ma accogliente. Pareti chiare, un letto singolo con una coperta di colore blu scuro, una scrivania con il computer, qualche libro e un poster di una gara di Judo attaccato sopra la testa del letto. C'era un odore leggero di qualcosa che non riuscii a identificare, non profumo esattamente, ma qualcosa di pulito e caldo che associavo a lei senza sapere perché.
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Dopo aver trafficato per un po' con il computer alla fine inserimmo la scheda con il film.
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- L'unica cosa che mi ha lasciato perplesso - dissi, guardando lo schermo - è che quando ho visto la durata del film il display mi segnava 240 minuti, invece dei 120 minuti che mi aspettavo.-
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Ci guardammo per un istante sorpresi.
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- Che razza di film è? - disse Ögri confuso, dalla poltrona dove si era già accomodato con un paio di cuscini.
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- Io non ho mai visto un film che dura quattro ore! - commentò ironicamente Ástmar, già seduto sul letto con le gambe incrociate.
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Tuttavia la trama era interessante rispetto agli altri proposti, quindi decidemmo di guardarlo comunque. Chi doveva andare a casa prima, visto l'orario, le 21:00, e la tempesta di neve, lo avrebbe fatto.
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Così spegnemmo le luci e ci sedemmo. Io, Ástmar ed Helena sul letto di lei, Ögri sulla poltrona. Iniziammo a guardarci "Rose Red".
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Si trattava di un film horror ambientato su una casa abbandonata, infestata, in cui un gruppo di sensitivi per fini di ricerca scientifica aveva lo scopo di risvegliarne il potere sopito. Un po' come sembrava stesse succedendo all'Islanda con il risveglio di quel vulcano. La coincidenza era così palese che qualcuno la fece notare a voce alta, e ridemmo tutti. Una risata nervosa, forse. Il tipo di risata che fai quando l'horror nel film ti ricorda troppo da vicino l'horror fuori dalla finestra.
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Nel corso del film, spesso tra una battuta e una risata, la tendenza che veniva più di frequente era quella di guardare fuori dalla finestra. I fiocchi di neve cadevano in orizzontale soffiati dal vento, accumulandosi sui pochi pini e siepi presenti lì intorno e rendendo il paesaggio sempre più irriconoscibile. Ogni volta che guardavo fuori, il mondo fuori sembrava più piccolo, più bianco, più sepolto. Ormai il manto nevoso aveva raggiunto lo spessore di circa mezzo metro. E come se non bastasse, di tanto in tanto si sentiva il pavimento della camera vibrare, come effetto dell'eruzione in corso, in lontananza. Una vibrazione bassa, continua, che non si sentiva con le orecchie ma con il corpo. Con le ossa.
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Era comune che i terremoti si susseguissero in modo ravvicinato durante un'eruzione vulcanica, e spesso continuavano anche dopo mesi che l'eruzione era cessata. Non per niente non solo gli islandesi ci convivevano con questa natura, ma tutti gli edifici erano costruiti a prova di terremoto e l'acqua con cui si riscaldavano derivava direttamente dall'energia geotermica. Ogni pochi anni un evento vulcanico scuoteva il territorio islandese. A volte durava poche settimane, altre volte fino a sei mesi, e un po' meno spesso anche alcuni anni.
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Nel 2053 il vulcano Hekla trasformò i tramonti di mezza Europa in un bagliore infuocato, come effetto delle ceneri disperse nell'atmosfera. Nel 2041 un'eruzione nella penisola di Reykjanes di pochi giorni annerì la capitale sotto una sottile coltre di polvere nera che ricoprì ogni superficie come una pelle malata. Nel 2035 alcuni villaggi isolati all'estremo nord dell'Islanda vissero mesi con terremoti di magnitudo 3.0 e 4.0 mentre i cosiddetti Fuochi di Krafla formavano una nuova catena di crateri vulcanici.
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Questa era l'Islanda. Una grande isola vulcanica coperta dai ghiacciai e composta da strati su strati di ceneri e antichi fiumi di lava che talvolta celavano antiche rovine e ancor più spesso antichi crateri vulcanici quiescenti da millenni o estinti da milioni di anni. Cancellati dalla storia o più semplicemente celati sotto decine o centinaia di metri di coltre glaciale dura come il granito. Almeno fino a quando nuove immani masse di roccia fusa a oltre milleseicento gradi non ricominciavano a farsi strada verso la superficie.
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Man mano che l'orologio digitale sul vetro della finestra della camera segnava il trascorrere dei minuti, la tempesta di neve sembrava continuare a peggiorare. Il vento era diventato un ululato continuo che non si sentiva distintamente ma che era lì, costante, come un rumore bianco che riempiva ogni interstizio tra un pensiero e l'altro.
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Quando arrivarono le 22:30, Ögri, preoccupato di rimanere bloccato nella tempesta, decise di andare a casa prima. Il suo pretesto fu quello che doveva svegliarsi presto, visto che il giorno successivo era Natale. Tuttavia, come capii solo in seguito, il vero motivo era la tempesta di neve, la quale, nonostante il lavoro costante ed efficiente degli spazzaneve automatici che si udivano transitare ogni mezz'ora lungo la strada, era tanto intensa da ricoprire nuovamente le strade in pochi minuti sotto nuovi centimetri di manto fresco. Macchine senza guidatore che spalavano neve nel buio, con i loro fari che fendevano la tempesta come occhi ciechi.
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Nel frattempo che Helena lo stava accompagnando alla porta, sospendendo il film, chiacchierai con Ástmar.
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Secondo lui non era un film singolo ma piuttosto due parti, della durata di due ore ciascuna, unite in un singolo file. Questo spiegava il motivo per il quale ci eravamo ritrovati con un film che durava 240 minuti invece che la metà come invece mi aspettavo. Mi resi conto che l'amico al quale avevo chiesto di scaricarmi il film, dal momento che il mio computer si era beccato un virus informatico, lo aveva in realtà trovato in due parti che successivamente aveva unito per comodità.
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Bel lavoro, dovevo dire..
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