1 settembre 2029, Reykjavík – Sala Operativa dell'Almannavarnir
La prima cosa che notai, entrando nella sala riunioni, fu il silenzio.
Non era il silenzio rispettoso che precede una presentazione di routine, né il mormorio distratto dei colleghi che controllano i telefoni in attesa dell'inizio. Era un silenzio denso, carico, il genere di quiete che si forma quando troppe persone intelligenti hanno già intuito la verità e stanno cercando di prepararsi psicologicamente a sentirsela dire ad alta voce.
Le luci al neon ronzavano piano sopra le nostre teste, proiettando un bagliore freddo sulle pareti tappezzate di mappe topografiche e grafici sismici.
Il grande tavolo ovale era circondato da volti che conoscevo bene, volti che avevo visto invecchiare precocemente negli ultimi undici mesi. Gunnar Einarsson, il mio sismologo di fiducia, era seduto alla mia destra, la barba brizzolata più incolta del solito, le dita che tamburellavano nervosamente sul bordo del suo tablet spento. Di fronte a lui, Hanna Jónsdóttir, la nostra geochimica, teneva lo sguardo fisso su una cartellina chiusa, come se potesse assorbirne il contenuto per osmosi. Freyr Ólafsson, il più giovane del team, sembrava invecchiato di dieci anni: le occhiaie scavate, le spalle curve sotto un peso che la sua età non avrebbe dovuto conoscere.
Erik Sturkell era l'unico che sembrava mantenere una parvenza di compostezza, ma lo conoscevo abbastanza da sapere che era solo una facciata. Il vulcanologo svedese aveva il dono di apparire calmo anche quando i dati urlavano il contrario, una qualità che avevo sempre ammirato e che, in quel momento, trovavo quasi irritante.
Al capotavola sedeva Víðir Reynisson, il direttore generale dell'Almannavarnir. Accanto a lui, due rappresentanti del Ministero dell'Interno e un consigliere del Primo Ministro che non avevo mai visto prima. La presenza di quest'ultimo mi disse tutto ciò che dovevo sapere sull'importanza di questa riunione.
Erano le nove e trentadue del mattino.
Fuori, Reykjavík si stava svegliando sotto un cielo insolitamente limpido per essere settembre, un azzurro pallido che prometteva una giornata tiepida. I turisti, quelli che ancora si avventuravano in Islanda nonostante tutto, stavano probabilmente facendo colazione nei caffè del centro, ignari che a poche centinaia di metri da loro un gruppo di scienziati stava per discutere la fine della normalità come la conoscevano.
O forse no. Forse erano perfettamente consapevoli. Dopo Hekla, dopo Godabunga, dopo Eyjafjallajökull, dopo le morie di pesci e i laghi che cambiavano colore e i campi di zolfo che spuntavano come funghi velenosi, era difficile trovare qualcuno in Islanda che non avesse almeno un vago sentore che qualcosa di molto, molto sbagliato stava accadendo.
Mi schiarii la voce e tutti gli occhi si posarono su di me.
-Buongiorno a tutti. Grazie per essere qui con così poco preavviso. So che molti di voi hanno riprogrammato impegni importanti, e vi assicuro che non l'avrei chiesto se non fossi convinta che la situazione lo richieda.-
Feci un cenno a Freyr, che spense le luci principali. Lo schermo alle mie spalle si illuminò, mostrando una mappa 3D dell'Islanda che avevo preparato nelle ultime quarantotto ore, lavorando fino alle tre del mattino per assicurarmi che ogni dato fosse corretto, ogni anomalia evidenziata, ogni connessione resa visibile.
-Ciò che sto per mostrarvi è il risultato di mesi di monitoraggio intensivo, incrociato con i dati storici e paleogeologici a nostra disposizione. Vi avverto: non sarò ottimista. Non oggi. Se siete venuti qui in cerca di rassicurazioni, temo che rimarrete delusi.-
Nessuno rise. Nessuno sorrise. Nemmeno il consigliere del Primo Ministro, che pure non sapeva nulla di vulcanologia e probabilmente si aspettava il solito briefing tecnico pieno di numeri e percentuali.
Forse aveva già capito.
Mi voltai verso lo schermo e iniziai.
-Partiamo dai dati più recenti. Negli ultimi tre mesi, la nostra rete di monitoraggio ha registrato una serie di anomalie che, prese singolarmente, potrebbero essere attribuite a variabilità naturale. Il problema, come spesso accade in geofisica, è che non sono singole. Sono correlate. E la correlazione racconta una storia che non possiamo più permetterci di ignorare.-
Ingrandii la zona del lago Hágönglón, il primo tassello del puzzle.
-Il lago Hágönglón. Lo conoscete tutti ormai. È stato il primo segnale, la prima anomalia che ci ha fatto drizzare le antenne. Rilevata per la prima volta nell'ottobre dello scorso anno da una guida locale, Ragnar Eiríksson, che ha segnalato la comparsa improvvisa di un campo geotermale dove non c'era mai stato nulla di simile. Pozze di fango bollente. Depositi di zolfo cristallino. Acqua del lago che ribolliva in più punti, come se il fondale stesse rilasciando gas.-
Premetti un tasto e una sequenza di immagini satellitari mostrò l'evoluzione dell'area negli ultimi undici mesi.
-All'inizio abbiamo classificato il fenomeno come un'anomalia idrotermale minore, probabilmente legata allo stress tettonico generato dal terremoto di magnitudo 6.2 che aveva preceduto l'eruzione di Hekla. Una spiegazione ragionevole. Peccato che fosse sbagliata.-
Le immagini mostravano l'espansione progressiva del campo geotermale. Quello che a ottobre era un piccolo gruppo di pozze ribollenti, a giugno era diventato una palude termale estesa per centinaia di metri, con temperature superficiali che raggiungevano i novantotto gradi e concentrazioni di H₂S e CO₂ in costante aumento.
-A giugno abbiamo condotto una missione sul campo. Io, Erik, Freyr e Hanna eravamo presenti. Abbiamo prelevato campioni di gas, acqua, fango. Abbiamo misurato temperature, conducibilità, pH. E abbiamo trovato qualcosa che non ci aspettavamo.-
Feci una pausa, lasciando che l'immagine successiva comparisse sullo schermo: un grafico che mostrava i rapporti isotopici dell'elio nei campioni prelevati.
-Il rapporto He-3/He-4 nei gas disciolti è significativamente più alto del normale. Molto più alto. Questo indica un'origine profonda dei fluidi, con un contributo mantellico che non può essere spiegato da semplici circolazioni idrotermali di crosta. In altre parole, ciò che sta risalendo sotto Hágönglón non è solo acqua calda. È gas primordiale, proveniente da profondità superiori ai quindici chilometri. Gas che, in Islanda, è quasi sempre associato a risalita di magma fresco.-
Il consigliere del Primo Ministro si agitò sulla sedia. Lo ignorai.
-Ma Hágönglón è solo l'inizio. Da lì, l'anomalia si propaga.-
Ingrandii la mappa, mostrando una linea tratteggiata che collegava Hágönglón a una serie di punti rossi sparsi lungo gli altopiani.
-Abbiamo rilevato una diffusa deformazione del suolo che parte dal lago e si estende verso sud-ovest. Il sollevamento è modesto, circa due virgola tre centimetri in media, ma la sua estensione è ciò che ci preoccupa. Copre un'area di oltre cinquemila chilometri quadrati, attraversando il lago Þórisvatn, che, come sapete, ha subito una moria ittica di massa a luglio, con migliaia di esemplari morti per asfissia dovuta a degassamento di CO₂ e H₂S, e proseguendo verso il sistema vulcanico di Torfajökull.-
Lo schermo mostrò ora l'immagine del grande lago degli altopiani, con le sue acque scolorite e la schiuma giallastra che ne costeggiava le rive.
-Þórisvatn è un altro tassello. La moria ittica non è stata causata da inquinamento umano né da fioriture algali tossiche. È stata causata da gas vulcanici risaliti dal fondale. Gas che hanno alterato la chimica dell'acqua, abbassando il pH, aumentando la concentrazione di metalli pesanti e riducendo l'ossigeno disciolto a livelli incompatibili con la vita acquatica. Un evento che, da solo, sarebbe già preoccupante. Ma che, inserito nel quadro generale, diventa terrificante.-
Gunnar si schiarì la voce. -Sigrún, vuoi che spieghi io la parte sismica?-
Annuii, grata per la pausa. Avevo la gola secca e la voce iniziava a incrinarsi.
Gunnar si alzò e prese il controllo dello schermo, mostrando un grafico sismico che copriva gli ultimi sei mesi.
-La rete SIL ha registrato un aumento significativo dell'attività microsismica in tutta l'area compresa tra Hágönglón e Torfajökull. Non sono terremoti tettonici: la loro firma è diversa, con frequenze più basse e code più lunghe. Sono eventi tipici del movimento di fluidi in profondità. Magma, per essere chiari.-
Ingrandì una sezione specifica del grafico.
-La profondità degli ipocentri è variabile, ma negli ultimi due mesi abbiamo osservato una tendenza alla migrazione verso l'alto. Da quindici-venti chilometri di profondità, gli eventi stanno risalendo fino a otto-dieci chilometri. In alcune aree, come qui a nord di Torfajökull, abbiamo registrato eventi a meno di cinque chilometri dalla superficie. Questo significa che qualcosa si sta muovendo. Qualcosa di grande, di profondo, e di molto, molto caldo.-
Il consigliere del Primo Ministro alzò una mano, come uno studente che chiede il permesso di parlare.
-Mi scusi, ma cosa significa esattamente? C'è un'eruzione in arrivo? Dove? Quando?-
Gunnar mi lanciò un'occhiata. Sospirai e ripresi la parola.
-È esattamente ciò che stiamo cercando di capire. Ma prima di rispondere, permettetemi di completare il quadro.-
Tornai alla mappa e la ingrandii ulteriormente, mostrando l'intera Islanda meridionale.
-La deformazione del suolo non si ferma a Torfajökull. Prosegue, in modo meno pronunciato ma comunque rilevabile, fino a raggiungere il sistema di Hekla. Qui il sollevamento è minimo, circa zero virgola otto centimetri, ma è coerente con la direzione di propagazione dell'anomalia. Come se qualcosa, in profondità, stesse spingendo da nord-est verso sud-ovest, seguendo l'asse del rift orientale.-
Feci una pausa, lasciando che i presenti assorbissero l'informazione.
-E ora veniamo alla parte che preferirei non dover dire.-
Premetti un tasto e la mappa si spostò verso nord, verso il Vatnajökull.
-Bárðarbunga.-
Il nome calò nella stanza come una pietra in uno stagno. Tutti sapevano cosa significava. Tutti ricordavano il 2014. Sei mesi di eruzione, ottantacinque chilometri quadrati di lava, il più grande evento effusivo islandese degli ultimi duecento anni.
-Ho condotto personalmente una missione di monitoraggio sulla sommità della caldera. E ciò che ho visto mi ha profondamente turbato.-
Mostrai le fotografie che avevo scattato io stessa, in piedi sul bordo dei calderoni ghiacciati, con il vento che mi sferzava il viso e la consapevolezza che sotto i miei piedi qualcosa di antico e terribile si stava risvegliando.
-L'attività geotermica è aumentata notevolmente. I calderoni di collasso formatisi durante l'eruzione del 2014 stanno mostrando temperature superficiali superiori ai novanta gradi in più punti. Le emissioni di gas sono in crescita: H₂S, CO₂, SO₂. L'acqua di fusione che si accumula sul fondo delle depressioni ribolle costantemente, rilasciando getti di vapore visibili a chilometri di distanza.-
Ingrandii una delle fotografie, mostrando le fratture nel ghiaccio che si stavano allargando.
-La deformazione del suolo, misurata dai nostri GPS di precisione, indica un sollevamento della caldera di circa un metro all'anno dal 2015. Un tasso che, negli ultimi tre mesi, è accelerato fino a raggiungere un metro e mezzo. Questo significa che il serbatoio magmatico che alimentò Holuhraun si sta ricaricando. E lo sta facendo più velocemente di quanto avessimo previsto.-
Mi voltai verso il pubblico, guardando negli occhi ciascuno dei presenti.
-Bárðarbunga non è mai stato così irrequieto dal 2014. E allora, lo sapete tutti, eruttò per sei mesi consecutivi, producendo la più grande colata lavica islandese dai tempi di Laki. Ma non è solo Bárðarbunga a preoccuparmi. È l'insieme. È il quadro generale.-
Premetti un tasto e lo schermo mostrò un diagramma che avevo preparato nelle notti insonni, un diagramma che riassumeva tutto ciò che avevamo osservato.
-Abbiamo un sistema di deformazione del suolo che parte da Hágönglón, si propaga attraverso gli altopiani, attraversa Þórisvatn, lambisce Torfajökull e raggiunge Hekla. Abbiamo un aumento dell'attività sismica profonda in tutto il rift orientale, con ipocentri che migrano verso l'alto. Abbiamo emissioni di gas in crescita in almeno sei aree distinte. Abbiamo Bárðarbunga che si sta ricaricando a un ritmo accelerato. E abbiamo una serie di eventi –Hekla, Godabunga, Eyjafjallajökull – che, se letti in sequenza, appaiono sempre meno come incidenti isolati e sempre più come le fasi iniziali di qualcosa di molto più grande.-
Feci una pausa.
-Qualcosa che, nella storia geologica dell'Islanda, ha dei precedenti. E non sono precedenti rassicuranti.-
Erik Sturkell si alzò, prendendo la parola per la prima volta.
-Se posso, Sigrún. Vorrei mostrare ai presenti cosa intendiamo quando parliamo di "precedenti".-
Annuii, cedendogli il controllo dello schermo.
Erik proiettò una timeline che copriva gli ultimi mille e duecento anni di storia vulcanica islandese.
-L'Islanda ha vissuto almeno tre grandi cicli eruttivi nella sua storia documentata. Il primo, e forse il più noto, è l'eruzione dell'Eldgjá, avvenuta tra il 934 e il 940 d.C. Si trattò di un'eruzione fessurale che si estese per circa settantacinque chilometri, producendo una delle più grandi colate laviche basaltiche degli ultimi duemila anni. Le stime più recenti parlano di circa venti chilometri cubi di lava emessa in sei anni. L'impatto climatico fu devastante: le cronache dell'epoca riportano inverni rigidissimi in tutta Europa, carestie, epidemie, e un raffreddamento globale che durò per diversi anni.-
Mostrò un'immagine della fessura dell'Eldgjá come appare oggi: una cicatrice scura che si estende a perdita d'occhio tra gli altopiani.
-Il secondo evento fu l'eruzione del Laki, o Skaftáreldar, tra il 1783 e il 1784. Anche in questo caso, una fessura di circa ventisette chilometri eruttò per otto mesi, emettendo circa quindici chilometri cubi di lava e rilasciando nell'atmosfera quantità immense di anidride solforosa e altri gas tossici. Le conseguenze furono catastrofiche: si stima che circa il venticinque per cento della popolazione islandese morì per la carestia e l'avvelenamento da fluoruro che seguirono l'eruzione. In Europa, l'estate del 1783 fu ricordata come "l'estate senza sole", con nebbie acide che oscurarono il cielo per mesi, causando fallimenti dei raccolti, carestie e decine di migliaia di morti. Alcuni storici ritengono che la carestia in Francia che contribuì allo scoppio della Rivoluzione Francese sia stata in parte aggravata dagli effetti climatici del Laki.-
Erik fece una pausa, lasciando che i numeri facessero il loro effetto.
-Il terzo evento, meno noto ma ugualmente significativo, fu l'eruzione del sistema Bárðarbunga-Veiðivötn nel 1477. Anche in quel caso, una fessura eruttiva di decine di chilometri produsse una colata lavica di proporzioni enormi, con impatti climatici significativi in tutto l'emisfero settentrionale.-
Si voltò verso il pubblico.
-Ciò che accomuna questi tre eventi è il meccanismo scatenante. Non si trattò di eruzioni isolate di singoli vulcani, ma di fasi di riattivazione profonda del sistema di rift islandese, in cui il magma basaltico primordiale risale dal mantello lungo fratture estese per decine o centinaia di chilometri, eruttando non da un unico cratere ma da molteplici fessure simultaneamente o in rapida sequenza. I segnali precursori di questi eventi, per quanto possiamo ricostruirli dai dati paleogeologici, sono esattamente quelli che stiamo osservando ora: deformazione diffusa del suolo, aumento dell'attività sismica profonda, emissioni di gas in crescita, e una sequenza di eruzioni minori che precedono l'evento principale.-
Si sedette, lasciando che il silenzio riempisse la stanza.
Mi alzai di nuovo, riprendendo il controllo dello schermo.
-Grazie, Erik. E ora, permettetemi di aggiungere un ulteriore elemento di preoccupazione. Perché se il quadro geologico è già di per sé allarmante, il contesto climatico in cui questo evento potrebbe verificarsi lo rende potenzialmente catastrofico.-
Proiettai un grafico che mostrava l'andamento della Corrente del Golfo negli ultimi sessant'anni.
-La Corrente del Golfo, o più precisamente l'Atlantic Meridional Overturning Circulation, di cui la Corrente del Golfo è una componente, è il sistema di circolazione oceanica che trasporta calore dalle regioni tropicali verso il Nord Atlantico, mitigando il clima dell'Europa settentrionale e rendendo abitabili latitudini che altrimenti sarebbero molto più fredde. Senza questo sistema, Reykjavík avrebbe un clima simile a quello della Siberia meridionale, e Londra assomiglierebbe a Mosca.-
Mostrai un secondo grafico, che indicava un progressivo rallentamento della circolazione.
-Da oltre mezzo secolo, questo sistema sta rallentando. Le cause sono complesse e non è questa la sede per discuterle in dettaglio, ma il dato è inequivocabile: il flusso di calore verso il Nord Atlantico è diminuito di circa il quindici per cento rispetto ai livelli pre-industriali. Questo significa che l'Europa settentrionale, Islanda inclusa, è già più fredda di quanto sarebbe stata in condizioni normali. Gli inverni che abbiamo vissuto negli ultimi anni incluso l'inverno record del 2028-2029, con temperature scese a meno ventisei gradi nei Balcani e nevicate eccezionali in tutto il continente sono in parte una conseguenza di questo rallentamento.-
Il consigliere del Primo Ministro si sporse in avanti, il volto pallido.
-E questo cosa c'entra con i vulcani?-
-C'entra, eccome. Perché a questo rallentamento della circolazione oceanica si aggiunge un altro fattore, di cui si parla poco ma che i dati confermano in modo sempre più chiaro.-
Proiettai un terzo grafico, che mostrava l'andamento dell'attività solare negli ultimi settant'anni.
-L'attività solare segue cicli di circa undici anni, durante i quali il numero di macchie solari e l'intensità della radiazione emessa variano in modo periodico. Tuttavia, esiste anche una variabilità a più lungo termine, legata a cicli di durata secolare o addirittura millenaria. Negli ultimi settant'anni, l'attività solare ha mostrato un declino costante, raggiungendo livelli che non si vedevano da oltre un secolo e mezzo. Alcuni studi suggeriscono che potremmo essere entrati in una fase di minimo solare prolungato, simile al Minimo di Dalton che caratterizzò la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, o addirittura al Minimo di Maunder del Seicento, durante il quale l'attività solare crollò per diversi decenni.-
Mostrai una mappa che illustrava gli effetti del minimo solare sulla circolazione atmosferica.
-Durante i periodi di bassa attività solare, la corrente a getto polare – la North Polar Jet – tende a spostarsi verso l'equatore, portando con sé aria fredda e umida che invade le medie latitudini. Contemporaneamente, la formazione di nubi aumenta, incrementando l'albedo terrestre e riducendo ulteriormente la quantità di energia solare che raggiunge la superficie. Il risultato è un raffreddamento significativo, in particolare delle regioni settentrionali.-
Feci una pausa, lasciando che i presenti mettessero insieme i pezzi.
-Ora, immaginate cosa succederebbe se, in un contesto di circolazione oceanica già indebolita e di attività solare già declinante, si verificasse un'eruzione vulcanica di proporzioni simili a quelle dell'Eldgjá o del Laki.-
Premetti un tasto e lo schermo mostrò una simulazione che avevo preparato con l'aiuto del nostro team di modellisti climatici.
-Un'eruzione di quel tipo emetterebbe nell'atmosfera quantità immense di anidride solforosa, che nella stratosfera si trasformerebbe in aerosol di solfato, minuscole particelle in grado di riflettere la luce solare e ridurre la quantità di radiazione che raggiunge la superficie terrestre. L'effetto sarebbe un raffreddamento globale immediato, che si sommerebbe ai trend già in atto.-
La simulazione mostrava una mappa dell'emisfero settentrionale con temperature che crollavano progressivamente nei mesi successivi all'eruzione.
-Stimiamo che un evento di scala Eldgjá, nelle attuali condizioni climatiche, potrebbe causare un abbassamento delle temperature medie invernali di tre-cinque gradi in tutta Europa, con punte di otto-dieci gradi nelle regioni settentrionali. Le estati sarebbero più fresche e più brevi, con fallimenti diffusi dei raccolti. Le nevicate aumenterebbero in modo significativo, e il ghiaccio marino artico si espanderebbe verso sud, aggravando ulteriormente il raffreddamento attraverso un feedback positivo dell'albedo.-
Mi fermai, lasciando che i numeri penetrassero nella coscienza dei presenti.
-Sto parlando di un periodo di raffreddamento significativo che potrebbe durare anni, forse decenni, con impatti devastanti sull'agricoltura, l'economia, i trasporti e la sicurezza alimentare di tutto l'emisfero settentrionale. Un "inverno vulcanico" in miniatura, simile a quello che seguì l'eruzione del Tambora nel 1815, quando il 1816 fu ricordato come "l'anno senza estate", con neve a giugno in Europa e Nord America, raccolti distrutti e carestie diffuse.-
Il silenzio nella stanza era diventato assoluto. Persino il ronzio dei computer sembrava essersi attenuato, come se anche le macchine stessero ascoltando.
Víðir Reynisson fu il primo a parlare.
-Sigrún, apprezzo la tua franchezza. Ma ho bisogno di chiarezza. Qual è la probabilità che questo scenario si verifichi? Non voglio percentuali vaghe. Voglio la tua migliore stima.-
Lo guardai dritto negli occhi.
-Sulla base dei dati attuali, stimo che la probabilità di un'eruzione di grande magnitudo, non necessariamente di scala Eldgjá, ma comunque significativamente superiore a Hekla o Godabunga sia superiore al cinquanta per cento nei prossimi dodici mesi. Forse molto superiore. I segnali che stiamo osservando sono coerenti con una riattivazione profonda del sistema di rift, e ogni mese che passa senza che l'attività diminuisca aumenta la probabilità che si verifichi un evento maggiore.-
Il consigliere del Primo Ministro intervenne, la voce leggermente tremante.
-E cosa possiamo fare? Voglio dire, se questa eruzione è inevitabile, cosa possiamo fare per prepararci?-
Sospirai. Era la domanda che avevo temuto, perché la risposta era complessa e parziale.
-Diverse cose. La prima è l'evacuazione preventiva delle aree a maggior rischio. Se i nostri modelli sono corretti, le fessure eruttive potrebbero aprirsi lungo un fronte di decine di chilometri, attraversando regioni abitate o semi-abitate. Dobbiamo avere piani di evacuazione pronti per migliaia di persone, con percorsi alternativi e rifugi adeguati.-
Alzai un dito.
-La seconda è la protezione delle infrastrutture critiche. Strade, ponti, centrali elettriche, impianti geotermici: tutto ciò che si trova nel percorso potenziale delle colate laviche deve essere protetto o messo in condizione di resistere. Barriere di terra, canali di deviazione, rinforzi strutturali. Non possiamo fermare la lava, ma possiamo provare a dirigere il flusso lontano da ciò che è vitale.-
Alzai un secondo dito.
-La terza è la preparazione alle conseguenze climatiche. Se l'eruzione dovesse effettivamente causare un raffreddamento significativo, dobbiamo essere pronti a gestire inverni più lunghi e più rigidi, con tutto ciò che comporta in termini di riscaldamento, approvvigionamento energetico, trasporti e agricoltura. Dobbiamo accumulare scorte di cibo e combustibile, rafforzare le reti di distribuzione, preparare piani di emergenza per le comunità isolate.-
Mi fermai, rendendomi conto che stavo parlando troppo in fretta, che le parole mi uscivano a fatica, che il peso di ciò che stavo dicendo mi stava schiacciando.
-So che tutto questo può sembrare apocalittico. E forse lo è. Ma la nostra responsabilità, come scienziati e come funzionari pubblici, è prepararci al peggio, anche mentre speriamo nel meglio. Non possiamo permetterci di essere colti impreparati. Non dopo Hekla. Non dopo Godabunga. Non dopo tutto quello che abbiamo già visto.-
Il consigliere del Primo Ministro annuì lentamente, scribacchiando appunti su un taccuino.
-Riferirò personalmente al Primo Ministro. Entro stasera. Nel frattempo, cosa possiamo fare di concreto? Chi deve fare cosa?-
Víðir prese la parola, la voce ferma nonostante la tensione.
-Almannavarnir aggiornerà immediatamente i piani di evacuazione per tutte le aree a rischio. Entro quarantott'ore avremo una mappa aggiornata delle zone rosse e dei percorsi di fuga. Inizieremo anche a contattare i nostri omologhi europei per coordinare la risposta internazionale.-
Gunnar aggiunse: -L'IMO intensificherà il monitoraggio sismico e geochimico. Abbiamo bisogno di più stazioni, più sensori, più droni. Chiederemo un finanziamento d'emergenza al governo per coprire i costi aggiuntivi. E proporrei di inviare una richiesta formale all'USGS e al British Geological Survey per supporto tecnico.-
Hanna intervenne: -Io mi occuperò dei modelli predittivi. Se riusciamo a prevedere con ragionevole anticipo dove si apriranno le fessure, possiamo guadagnare ore o giorni preziosi per le evacuazioni. Ma ho bisogno di più potenza di calcolo. Molta di più.-
Erik chiuse la discussione con il suo solito tono pragmatico.
-E io preparerò un rapporto dettagliato. Se l'eruzione avverrà, dobbiamo essere pronti a documentarla e studiarla. Potrebbe essere l'evento geologico del secolo. Dobbiamo assicurarci che i dati vengano raccolti e analizzati nel modo più completo possibile, per le nostre generazioni future.-
Annuii, sentendo un misto di sollievo e terrore. Sollievo perché finalmente il mio team stava prendendo sul serio la minaccia. Terrore perché, ora che le parole erano state dette, il futuro sembrava più oscuro che mai.
-C'è un'ultima cosa,- dissi, mentre la riunione stava per concludersi. -Un'ultima cosa che voglio mettere a verbale.-
Tutti si voltarono verso di me.
-Se i miei timori sono fondati, questa eruzione non sarà solo un disastro naturale. Sarà un punto di svolta. Un evento che cambierà l'Islanda, e forse il mondo, per gli anni a venire. Non sto esagerando. Non sto drammatizzando. Sto semplicemente guardando i dati e traendo le conclusioni che la scienza impone. E la conclusione è che dobbiamo prepararci a qualcosa che nessuno di noi ha mai vissuto in prima persona. Qualcosa che, fino a pochi mesi fa, apparteneva solo ai libri di storia e ai documenti polverosi degli archivi geologici. Qualcosa che sta per diventare la nostra realtà.-
Feci una pausa.
-E dovremo affrontarlo insieme. Come nazione. Come specie. Perché non ci sarà un posto dove scappare. Non ci sarà un posto dove nascondersi. Ci saremo solo noi, la nostra conoscenza, la nostra determinazione, e la nostra capacità di resistere.-
Il silenzio che seguì fu il più profondo che avessi mai sentito.
Poi Víðir si alzò, lentamente, e si diresse verso la finestra. Guardò fuori, verso la città che si stendeva pacifica sotto il sole di settembre, ignara del futuro che la attendeva.
-Allora mettiamoci al lavoro,- disse. -Non abbiamo tempo da perdere.-
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La riunione si sciolse poco dopo. I funzionari governativi se ne andarono con espressioni cupe, i telefoni già incollati alle orecchie. Il mio team rimase nella sala ancora per qualche minuto, scambiandosi sguardi che dicevano più di mille parole.
Gunnar mi si avvicinò, la voce bassa.
-Pensi davvero che accadrà?-
Lo guardai negli occhi.
-Sì. E forse peggio di quanto ho detto.-
Lui annuì, come se se lo aspettasse.
-Allora faremo quello che abbiamo sempre fatto. Terremo duro. Monitoreremo. Avviseremo. E spereremo che sia abbastanza.-
-È tutto ciò che possiamo fare,- risposi. -È tutto ciò che possiamo fare.-
Lui mi strinse la spalla, un gesto di solidarietà silenziosa, poi uscì dalla sala.
Rimasi sola, davanti allo schermo ancora acceso che mostrava la mappa dell'Islanda con le sue zone rosse e arancioni, le sue linee di deformazione, i suoi punti di pericolo.
Mi avvicinai alla finestra e guardai fuori. Reykjavík era sempre lì, con le sue case colorate, le sue strade trafficate, i suoi abitanti che andavano e venivano ignari. La montagna Esja si stagliava all'orizzonte, maestosa e immutabile.
Per quanto ancora?
Non lo sapevo. Nessuno lo sapeva.
Ma una cosa la sapevo. La sapevo con la certezza che solo i dati scientifici potevano dare.
Il tempo stava per scadere.25Please respect copyright.PENANAciyzhGkTFD


