Quando Yelena aprì la porta e disse soltanto "ciao", per un attimo pensai che tutto il viaggio, i treni affollati, le strade dissestate, mi avessero portato fin lì solo per consegnarmi un saluto troppo piccolo per contenere tutto quel dolore.
Poi lei si spostò appena. Non molto. Solo il necessario. Una mano sul bordo della porta, l’altra posata istintivamente sotto il petto, come se il corpo le avesse insegnato da solo a proteggere ciò che cresceva dentro. Il vestito azzurro leggero le tendeva sul ventre. La luce del tardo pomeriggio le scavava ombre sotto gli zigomi, intorno agli occhi. I capelli sciolti. Era lei, ma cambiata. Più stanca. Più vera.
Non disse "entra". Fece un passo indietro e basta. Bastò.
Entrai.
Il mondo esterno, il cielo plumbeo, il vento che portava odore di pioggia, i campi infiniti della campagna moldava, svanì dietro di me come un ricordo sbiadito. Mi trovai in un corridoio stretto, illuminato da una lampadina che pendeva dal soffitto. Il pavimento di linoleum a motivi geometrici era consumato al centro, ancora intatto ai bordi. La casa aveva l’odore di una vita interrotta e di una che, nonostante tutto, continuava. Non sembrava ferma nel tempo: sembrava costretta a portarselo addosso.
Le pareti erano tappezzate di carta da parati a fiori sbiaditi, probabilmente degli anni Settanta, rose color salmone che si ripetevano all’infinito. Ma sopra, in certi punti, strisce di vernice beige coprivano macchie di umidità, chiodi piantati per cornici che non c’erano più. Un mobile lungo e massiccio di legno scuro lucidato mille volte rifletteva la luce opaca. Sopra, un vaso di vetro pesante con fiori secchi, una ciotola di porcellana scheggiata, un diffusore moderno da cui usciva un odore lieve di lavanda e agrumi, e un caricabatterie bianco infilato in una presa nuova, piccola dichiarazione silenziosa che il tempo, in qualche modo, era andato avanti.
In salotto il contrasto diventava ancora più evidente. Un grande tappeto tessuto a mano, colori un tempo vivaci ridotti a toni terrosi di marrone e ocra. Il divano imbottito con fiori ricamati fronteggiava un caminetto di pietra vecchio quanto la casa. Sopra il caminetto, incorniciata in legno scuro, dominava la stanza la fotografia di un uomo con baffi folti e occhi seri. L’espressione di orgoglio contenuto di una generazione che non ostentava emozioni. La cornice era stata spolverata di recente: il vetro prendeva la luce senza alone opaco.
-Mio padre,- disse lei piano, sapendo perfettamente dove fosse andato il mio sguardo.
Annuii. -Gli somigli.-
Un tremolio quasi invisibile agli angoli della bocca. -Tutti dicono così.-
Chiuse la porta. Il rumore del legno arrivò come un punto fermo. Fuori, la pioggia si sentiva più lontana, come se il mondo intero fosse stato spinto oltre quei muri.
Dalla stanza accanto sbucò Nadia, robusta, capelli color cenere raccolti in un fazzoletto scuro. Gonna lunga, cardigan beige, pantofole consumate. Aveva l’aria di chi aveva visto troppo per stupirsi ancora. Mi studiò un istante, poi fece un cenno del capo.
-È Alex,- disse Yelena in moldavo.
Nadia rispose qualcosa a voce bassa e sparì in cucina. Sentii il bollitore e il tintinnio di cucchiai. Un suono domestico, quotidiano, che mi fece più male della pioggia.
-Aiutava mia madre,- aggiunse Yelena.-Adesso… aiuta me.-
Quel piccolo vuoto prima di "aiuta me" conteneva tutto. La madre era morta. Non c’era bisogno di dirlo subito. Era lì, nella casa troppo ordinata, nei fiori cambiati di fresco, nell’assenza concreta già assestata nelle cose.
Mi tolsi lo zaino lentamente.
-Scusa se…-
-Non adesso.- La voce morbida ma stanca. -Sei bagnato. Ti ammali.-
Tre parole banali che contenevano più tenerezza di quanta me ne fossi concessa da mesi.
Nadia tornò con un asciugamano spesso e un paio di pantofole da uomo troppo grandi. Le posò vicino a me senza cerimonie.
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Poco dopo, Yelena mi indicò una sedia. Mi sedetti. Lei rimase in piedi ancora un momento, come se non sapesse bene dove mettere il proprio corpo nella stessa stanza con il mio. La gravidanza non era ancora avanzata al punto da rallentarle i movimenti, ma le aveva cambiato la postura. La faceva sembrare più attenta a ogni gesto.
-Quando?- chiesi alla fine, perché non riuscivo a tenere dentro la domanda.
Lei abbassò gli occhi. -Tre settimane fa.-
Sentii un nodo risalirmi in gola. -Tua madre?-
Annuì.
Il salotto si fece piccolo. Il rumore del bollitore, la pioggia, il vento contro i vetri, tutto si allontanò.
-Yelena…-
Lei chiuse per un attimo gli occhi. -Non dire niente. Se dici che ti dispiace, diventa vero di nuovo.-
Avrei voluto alzarmi e prenderla tra le braccia. Restituirle almeno un po’ del tempo in cui aveva dovuto reggere tutto da sola. Invece rimasi dov’ero. Perché capivo che, in quel momento, non era la distanza il problema. Era la fragilità. E lei ne aveva addosso così tanta che un gesto sbagliato avrebbe potuto farla crollare.
-Va bene,- dissi.
Lei annuì, grata e persa insieme.
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Quella sera cenammo in cucina. I pensili vecchi, pesanti, laccati in color crema che una volta doveva essere elegante e ora portava i segni delle mani, del vapore, degli anni. Sul piano, una macchina del caffè moderna, stonata lì in mezzo. Il frigorifero aveva attaccati con magneti nuovi promemoria scritti con grafia tesa.
Nadia cucinò una zuppa con aneto e patate, pane nero e formaggio fresco. Nessuno parlò molto. Ogni tanto Yelena traduceva una frase della donna, ogni tanto Nadia mi offriva altro cibo con l’insistenza silenziosa di chi non fa domande ma ha già deciso che, se uno arriva dopo un viaggio così, va rimesso insieme a forza di piatti caldi.
Dopo cena Yelena mi mostrò la piccola stanza in fondo al corridoio.
-Puoi dormire qui.-
-E tu?-
-Nella mia stanza.- Lo disse senza esitazione, ma con una voce che sembrava essersi spenta mezzo tono più in basso.
Mi fermai sulla soglia. -Non dovevo venire così.-
Lei si voltò appena. -No. Dovevi.-
Dormii male, ma dormii. Per la prima volta dopo settimane senza il peso delle ipotesi più nere. Lei era viva. Il bambino era vivo. Il dolore non era finito, anzi forse stava appena prendendo una forma sopportabile, ma almeno aveva un volto, una casa, un pavimento sotto i piedi.
Il giorno dopo scivolò via in una specie di sospensione irreale. Corbeni, visto dalla luce del mattino, sembrava ancora più lontano dal mondo. Strade di terra e ghiaia, pozzanghere che il sole faticava ad asciugare. Cani che abbaiavano da dietro i cancelli. Donne che spazzavano i cortili come se quello bastasse a tenere lontano il male. Da qualche parte, sempre, il rumore di un trattore o di una radio tenuta bassa. Le nuvole passavano lente e il vento piegava le erbe alte oltre le staccionate.
Rimasi quasi tutto il giorno in casa con lei. Non da soli, mai davvero. C’era Nadia che andava e veniva, sistemava lenzuola, preparava tisane, apriva finestre, chiudeva imposte. E c’era quella casa, che era una presenza a sé: il ticchettio della pendola nell’angolo, i pavimenti che scricchiolavano, le tazze lasciate troppo vicine al lavello, il ritratto del padre sul camino, il samovar d’ottone sulla mensola che conviveva con il telefono cellulare e la scatola di medicinali moderni.
Yelena faceva cose minime, una dopo l’altra, come se la sopravvivenza dipendesse da quello. Riordinava cassetti, controllava documenti. Apriva il telefono, lo guardava senza vedere niente, poi lo posava di nuovo.
Io la seguivo con gli occhi e capivo sempre meglio il senso del suo silenzio. Non era un silenzio crudele. Era un silenzio da naufraga.
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La sera del secondo giorno, poco prima che il sole iniziasse a perdere forza, la trovai in salotto davanti al camino spento. Non stava facendo niente. Se ne stava seduta sul bordo del divano, le mani intrecciate sul ventre, gli occhi fissi sulla fotografia del padre.
Mi appoggiai allo stipite. -Posso chiederti una cosa?-
-Me l’hai già chiesta venendo qui,- disse, ma senza durezza.
-E tu mi hai lasciato entrare.-
Lei abbassò il mento. -Sì.-
Rimasi in silenzio un momento. Poi dissi: -Vieni a fare due passi?-
Pensai che avrebbe detto no. Era stanca, e si vedeva. Aveva le ombre sotto gli occhi e un modo di respirare un po’ più attento, misurato. Invece restò lì a guardare il pavimento per qualche secondo, poi si alzò.
-Fino a Stânca Mare,- disse. -Non oltre.-
Il nome mi arrivò come qualcosa che avevo già sentito senza ricordare dove. Forse in una delle sue frasi sparse su Corbeni, su quando era piccola.
-Va bene.-
Si mise un maglione leggero color crema sopra il vestito e prese uno scialle sottile, che però finì per lasciare sulla spalliera. Io feci per prendere la giacca.
-Non serve,- disse. -Adesso c’è ancora luce.-
Fuori, il villaggio aveva quel silenzio speciale del crepuscolo estivo, quando il giorno non vuole finire e la notte non osa ancora cominciare. Il cielo era di un blu profondo ma non scuro, velato in alto da strisce luminose sottili, come veli d’argento stesi con dita pazienti sopra l’orizzonte. Sembravano nuvole che qualcuno avesse pettinato fin quasi a farle brillare. Restavano sospese, leggere e irreali, con una luce fredda, quasi marina, pur essendo lontanissime da ogni mare.
Camminammo uno accanto all’altra sulla strada sterrata che usciva dal villaggio. All’inizio parlò il rumore dei nostri passi. Poi il vento. Poi le cicale nascoste nell’erba.
Stânca Mare era una sorta di altura bassa oltre i campi, un affioramento di roccia e terra da cui si vedeva meglio la pianura, le linee scure degli alberi, i tetti rossi del paese e, lontano, una fascia più cupa di foresta. Non era una montagna, non era nemmeno una collina vera e propria. Ma aveva l’aria di quei posti dove la gente va da sempre quando ha bisogno di guardare qualcosa di più grande di sé per non impazzire.
Quando arrivammo in cima, l’erba ci arrivava quasi alle ginocchia. Era mossa da raffiche lunghe e oblique che passavano a ondate, come una mano invisibile. Yelena si fermò, si portò una ciocca dietro l’orecchio e guardò il paese.
-Da piccola venivo qui con mio padre,- disse. -Mi diceva che da questo punto il mondo sembrava più ordinato. Come se da lontano le cose sapessero stare al loro posto.-
-E tu gli credevi?-
-Quando sei piccola credi quasi a tutto.- Fece un mezzo sorriso. -Poi cresci.-
Ci sedemmo tra l’erba alta, abbastanza vicini da sentire il calore dell’altro, non abbastanza da toccarci. Il vento piegava gli steli intorno alle nostre gambe e ogni tanto portava con sé l’odore della terra, delle foglie, di qualcosa d’umido e dolce che non sapevo nominare.
Per un po’ restammo zitti. Le prime stelle cominciavano a comparire nel blu.
Infine fui io a parlare. -Perché non mi hai chiamato?-
Lei non si mosse subito. Si limitò a passare le dita su un filo d’erba e spezzarlo in due.
-Sapevo che me lo avresti chiesto.-
-Sono venuto fin qui anche per questo.-
-Lo so.-
-Allora dimmelo.-
Yelena inspirò lentamente. Il vento le scompigliò i capelli, liberando qualche ciocca dal fermaglio. Aveva un profilo bellissimo e stanco, scolpito in una specie di malinconia che non toglieva niente alla sua bellezza, la rendeva solo più vera.
-Perché ogni giorno pensavo di farlo,- disse alla fine. -E ogni giorno non riuscivo.-
Mi raccontò tutto, con quella voce bassa che sembrava uscita da una canzone. La prima settimana dopo l’arrivo, la madre stava ancora male ma parlava. Poco. Però parlava. Lei passava le notti vicino al letto, e di giorno cercava di sistemare la casa, i documenti, la spesa, le medicine. C’era Nadia, sì, ma non bastava. La madre voleva lei. Solo lei. E lei voleva essere figlia fino all’ultimo minuto. Poi la gravidanza andava avanti e tutto era diventato più difficile. Stanchezza. Nausea. Pianto per niente. Rabbia per niente. Il corpo occupato da due dolori diversi.
-Potevi comunque dirmelo.-
-Sì.- La sua voce si incrinò appena. -Potevo.-
Attesi.
-Ogni volta prendevo il telefono,- continuò, -aprivo la chat, guardavo il tuo nome… e mi fermavo. Perché chiamarti significava rendere tutto reale. Significava doverti dire che stavo perdendo mia madre. Che ero incinta in una casa dove i muri sapevano di disinfettante e di vecchie preghiere. Che non sapevo quando sarei tornata. O se sarei tornata. Significava doverti sentire vicino mentre io ero troppo lontana per lasciarmi aiutare.-
-Io sarei venuto.-
A quello si girò verso di me. -Appunto.-
Le sue parole rimasero tra noi come una piccola fiamma.
-Avevo paura che venissi davvero,- disse. -E avevo paura che non venissi. Avevo paura di tutto.-
Il cielo sopra di noi si faceva più profondo. Quelle strisce pallide, sospese altissime, sembravano brillare di luce propria, come polvere fredda stesa sulla notte. Le nuvole che brillano. Rare. Come se il mondo, per un attimo, volesse concederci un segno.
-Non hai avuto paura di perdermi?- chiesi.
Yelena chinò il capo. -Sì.-
-Allora perché?-
Questa volta tacque a lungo. Così tanto che sentii in lontananza l’abbaiare di un cane, il passaggio di un’auto sulla strada bassa, il fruscio continuo dell’erba.
Quando parlò, la sua voce era più bassa. -Perché a Milano andava già tutto male.-
Mi irrigidii appena.
-Noi no,- dissi.
Lei mi guardò con una stanchezza infinita. -Noi anche, Alex. Non nel sentimento. Ma nella vita sì. -
Aprii bocca per ribattere, ma lei alzò una mano.
-Lasciami finire. Ti prego.-
Annuii.
-Avevamo perso il lavoro. Il ristorante aveva chiuso. Eravamo finiti in cassa integrazione. Tu cercavi di non farmelo pesare, ma ti svegliavi nel cuore della notte e restavi seduto sul letto a guardare il muro. Io facevo finta di dormire. Sentivo tutto. Sentivo come respiravi quando avevi paura. Sentivo quando contavi i soldi senza tirare fuori il portafoglio. Sentivo come diventavi silenzioso quando si parlava del futuro.- Deglutì. -E poi il bambino. Io l’ho saputo in quel momento lì, quando non avevamo niente di stabile da offrirgli. E nello stesso tempo mia madre stava morendo.-
Il vento ci colpì in pieno viso e io distolsi lo sguardo per un attimo.
-Pensavi che me ne sarei andato?- chiesi.
-No.- Fu immediata. -Tu saresti rimasto. E forse era proprio quello che mi spaventava.-
La fissai.
-Perché se tu restavi,- disse piano, -allora io avrei dovuto decidere davvero. Non solo tra Milano e Corbeni. Tra la figlia che ero stata e la donna che stavo diventando. Tra il passato e te. Tra il dovere e il desiderio. E io non ci riuscivo.-
Le sue parole mi fecero male perché erano sincere. E proprio per quello, in qualche punto oscuro dentro di me, le capivo.
-Mi hai lasciato da solo.-
Lei chiuse gli occhi.
-Lo so.-
-Con nostro figlio dentro di te e nessuna notizia. Nessuna.- Sentii la voce farsi più dura di quanto volessi. -Non sapevo se stavi bene. Non sapevo se il bambino stava bene. Non sapevo se tua madre era viva, se eri ancora qui, se…-
Mi interruppi. Il resto era troppo brutto da dire.
Yelena abbassò lo sguardo e si prese il ventre con entrambe le mani, non per difendersi da me, ma come se in certi momenti l’unico modo per non crollare fosse tenere fisicamente insieme ciò che portava dentro.
-Lo so,- ripeté. -Mi odiavo per questo.-
-Io ti odiavo per questo.-
La frase uscì prima che potessi fermarla.
Lei sobbalzò appena, come se avessi scagliato qualcosa nel buio tra noi.26Please respect copyright.PENANARDslADsceo
Il silenzio che seguì fu così netto che il mondo sembrò trattenere il fiato.
-Ma solo per qualche minuto alla volta,- aggiunsi subito, con la voce rotta. -Il resto del tempo mi mancavi da morire.-
Yelena lasciò uscire un respiro tremante che poteva essere quasi una risata, se non avesse avuto dentro così tanta tristezza.
-Anch’io,- disse. -Ti odiavo per mancarmi tanto.-
Quella frase, detta così, con quella sua cadenza lieve dell’Est che addolciva perfino le cose più feroci, mi spaccò il petto.
-Guardami,- dissi.
Lei lo fece.
Aveva gli occhi lucidi, ma ancora trattenuti. Yelena non piangeva facilmente davanti agli altri. Sembrava sempre che, prima di lasciare uscire una lacrima, dovesse negoziare con se stessa.
-Sei convinta che io sia venuto qui per chiederti conto di tutto?- domandai.
-No.-
-E allora per cosa?-
Le tremò il mento. -Per vedere se siamo ancora veri.-
Non risposi subito.
Perché era esattamente quello.26Please respect copyright.PENANA9DD3cuI9Mo
-Sì,- dissi. -Anche.-
Il vento passò più forte, piegando l’erba in un’unica direzione.
-E?-chiese lei.26Please respect copyright.PENANAX3ZEelQHVL
-E sì.- Mi avvicinai appena, senza toccarla. -Siamo veri.-
Le sue labbra si schiusero in un respiro incredulo.
-Anche così?- sussurrò. -Con tutto questo?-
-Forse solo così.-
Lei abbassò di nuovo gli occhi, ma questa volta non per chiudersi. Più per proteggere l’emozione mentre la attraversava.
-Quando è morta,- disse dopo un po’, -io avevo il telefono sul comodino. C’era il tuo nome tra le chiamate perse. Ho pensato: adesso lo chiamo. Adesso basta. Adesso non posso più fare da sola.- Si fermò un istante. -Poi invece non sono riuscita a toccare niente. Né te. Né il telefono. Né il futuro. Mi sono seduta sul pavimento e sono rimasta lì finché Nadia non mi ha trovata.-
Chiusi gli occhi un secondo. Non per sottrarmi al dolore, ma per immaginarla. Da sola. Incinta.
Quando li riaprii, Yelena stava fissando l’orizzonte.
-Dopo ho pensato che fosse troppo tardi.-
-Per me?-
-Per tornare indietro.-
-Non ti ho mai chiesto di tornare indietro.-
-No.- Fece un sorriso stanco. -Tu chiedi sempre di andare avanti. È una delle cose che amo di te. E una delle cose che mi hanno fatto più paura.-
Quella parola "amo" cadde tra noi come una cosa preziosa e pericolosa. Non la ritirò. Non la corresse.
Io respirai piano.
-Allora ascoltami bene,- dissi. -Io non sono venuto qui per portarti via a forza. Né per farti sentire in colpa. Né per pretendere che tu sia quella che eri prima.- Sentivo il cuore battermi forte, ma la voce reggeva. -Sono venuto perché non riuscivo più a vivere in un mondo dove tu e nostro figlio esistevate da qualche parte e io no.-
Lei mi guardò come se quella frase le avesse fatto più bene di quanto volesse ammettere.
-Un mondo senza di voi,- continuai, -non era il mio mondo. Era solo un posto dove respiravo male.-
A quel punto si portò una mano alla bocca. Un gesto rapido, come se volesse fermare qualcosa che stava per uscirle dagli occhi.
-Alex…-
-No, fammelo dire adesso. Perché se aspetto divento di nuovo codardo.- Inspirai. -Sono stato arrabbiato. Tantissimo. Ti ho insultata nella testa. Ti ho difesa nella testa. Ti ho capita. Ti ho odiata. Ti ho amata. Tutto nello stesso giorno, a volte nella stessa ora. Ma non ho mai smesso di sentire che eri casa.-
Le lacrime le salirono finalmente agli occhi. Non scesero subito. Restarono lì, a far brillare il marrone chiaro delle iridi.
-Questa casa?- chiese quasi con amarezza dolce, voltandosi a guardare il villaggio. -Questo posto pieno di morti, di cose vecchie, di silenzio?-
-No.- Scossi il capo. -Tu.-
La guardai. -Anche quando non mi parlavi.-
Lei lasciò uscire un suono spezzato, metà riso e metà pianto.
-Sei stupido.-
-Molto.-
-Hai fatto un viaggio di trentadue ore per venire qui sotto la pioggia, senza sapere se ti avrei aperto.-
-Sì.-
-Questo è il contrario di intelligente.-
-Sì.-
-E se ti avessi detto di andartene?-
-Sarei rimasto un po’ più lontano.-
A quel punto rise davvero, per la prima volta. Poco, piano, con le lacrime ancora negli occhi. Ma rise. E io vidi per un attimo la Yelena di Milano, quella che cercava di non sorridere troppo per non promettere al destino qualcosa che poi avrebbe preteso indietro.
-Un po’ più lontano?- ripeté.
-Abbastanza da non farti arrabbiare. Non abbastanza da perderti di vista.-
Lei si asciugò una lacrima con il dorso della mano.
-Tu non sai arrenderti.-
-No.-
-Io invece sì.-
-No,- dissi piano. -Tu sai sopravvivere. È diverso.-
Restò immobile.26Please respect copyright.PENANAOJbbQu6cUH
Poi, lentamente, come se quel movimento le costasse più di molti altri, appoggiò la mano a terra tra noi. Nell’erba. Aperta. Non ancora verso di me. Solo lì.
Io la guardai un secondo.
Poi posai la mia accanto alla sua.
Le nostre dita si sfiorarono appena.
Nessuno dei due si mosse.
Il vento continuava a passarci intorno, sollevandole i capelli dal collo, piegando i fili d’erba sulle nostre mani. Il cielo si era fatto più scuro a ovest, e all’orizzonte, lontanissimo, una luce bianca serpeggiò dentro le nuvole. Un lampo silenzioso all’inizio, quasi decorativo, come se il temporale stesse ancora decidendo se appartenere davvero alla notte.
Sentii Yelena trattenere il respiro.
Con infinita lentezza, voltai la mano e presi la sua.
Lei irrigidì le dita d’istinto.
Non ritrasse la mano, però.
La tenni senza stringere. Solo abbastanza da farle sentire che c’ero.26Please respect copyright.PENANACQekFdIGoR
Rimanemmo così, con le mani intrecciate nell’erba alta, a guardare il cielo che si caricava di lontananze. Un altro lampo attraversò l’orizzonte, più netto questa volta, disegnando una vena luminosa dietro la linea scura degli alberi. Dopo qualche secondo arrivò un tuono basso, così distante da sembrare più un ricordo del rumore che un rumore vero.
Yelena abbassò gli occhi sulle nostre mani.
-Quando eri a Milano,- disse a voce quasi impercettibile, -ti guardavo dormire e pensavo che nessuno mi aveva mai fatto così paura.-
La guardai, sorpreso.
-Perché?-
-Perché con te volevo restare.-
Quella confessione mi attraversò come il vento freddo dopo la febbre.
-E restare, per me, è sempre stata la cosa più difficile.-
Le accarezzai appena le dita col pollice. Lei sussultò quasi impercettibilmente.
-Anche per me,- ammisi. -Ma con te sembrava l’unica cosa sensata.-
Il temporale lontano continuava a lampeggiare in silenzio sull’orlo del mondo.
Yelena si voltò verso di me.
Eravamo vicinissimi ormai, ma non abbastanza perché succedesse qualcosa da solo. Ci voleva una scelta. Una di quelle piccole scelte da cui poi nasce tutto il resto.
I suoi occhi scesero sulla mia bocca e poi risalirono ai miei.26Please respect copyright.PENANAecbxSJuSgU
-Non so cosa succederà,- sussurrò.
-Nemmeno io.-
-Potremmo dover restare qui.-
-Va bene.-
-Potremmo dover tornare.-
-Va bene.-
-Potrei avere ancora paura.-
-Lo so.-
-Potrei bloccarmi di nuovo.-
A quella avvicinai il volto di un soffio. -Allora mi arrabbierò di nuovo. E poi resterò lo stesso.-
Lei inspirò piano, tremando appena.
Il vento le sollevò i capelli e glieli portò sul viso. Istintivamente allungai la mano libera e glieli spostai dietro l’orecchio. Le mie dita le sfiorarono la guancia, la pelle fresca, il punto delicato sotto il lobo dove una volta sentivo tintinnare i piccoli cerchi che portava sempre a Milano. Non li aveva, quella sera. Eppure mi sembrò di sentirli lo stesso, come un’eco.
-Alex…- disse ancora, ma stavolta era il mio nome usato come una resa.
Le nostre fronti si sfiorarono.
Lei chiuse gli occhi un istante, poi li riaprì.26Please respect copyright.PENANAU7frHQlbg9
C’era ancora esitazione in lei. Non rifiuto. Solo quella paura antica di essere felice proprio nel momento sbagliato, di tradire il lutto, la stanchezza, la figlia che aveva vegliato sua madre, la donna che ancora non sapeva perdonarsi.26Please respect copyright.PENANASxiqVNqYh1
Le diedi il tempo di averla tutta.
Poi fu lei a colmare l’ultima distanza.
Il suo bacio all’inizio fu appena un contatto, incerto e caldo, più un riconoscimento che un bacio. Ma bastò quel tocco lieve delle sue labbra sulle mie a tirare via mesi di assenza in un solo colpo. Le strinsi appena la mano nell’erba. Lei lasciò uscire un respiro contro la mia bocca, e in quel respiro sentii tutto: il viaggio, la rabbia, le notti vuote, la madre morta, Milano, la paura, il bambino, il villaggio, la pioggia, il tempo perduto.
Quando la baciai di nuovo, più a fondo, lei non si ritrasse.
Anzi.
Si avvicinò di più, con una fame dolente e trattenuta che riconobbi subito come sua. La mano libera mi cercò la nuca, poi i capelli, le dita tremanti, come se dovesse verificare che io fossi fatto davvero di carne e non di memoria. Il vento ci scompigliava i capelli, le punte dell’erba ci sfioravano i polsi, e all’orizzonte un altro fulmine serpeggiò lungo il ventre delle nuvole.
Il bacio divenne lungo, profondo, disperatamente vivo.
Aveva il sapore del ritorno e quello del perdono che ancora non sa di esserlo. Le sue labbra si aprirono sulle mie con esitazione e poi con certezza, come se ogni secondo passato a trattenersi rendesse quello successivo più inevitabile. Sentii la sua mano stringermi forte, le unghie appena nella pelle, il corpo inclinarsi verso di me con cautela per via della pancia, e io le andai incontro senza forzarla, adattando il mio respiro al suo, il mio desiderio al suo tremore.26Please respect copyright.PENANAQJEIxgAgm4
Quando ci staccammo, successe con un piccolo schiocco morbido, umido, intimo. Restammo vicinissimi, il fiato corto, le fronti quasi attaccate.
Yelena aveva gli occhi chiusi.
Li aprì lentamente.
Erano pieni di lacrime e di qualcosa di più quieto, per la prima volta.
-Mi sei mancato così tanto,- sussurrò.
Le passai il pollice sotto un occhio, asciugandole una lacrima che finalmente si era decisa a scendere. - Anche tu.-
Lei sorrise senza forza, ma davvero.26Please respect copyright.PENANAVnVhGD17Vy
Poi, quasi timidamente, prese la mia mano e la posò sul ventre.
Il mondo si fermò.26Please respect copyright.PENANATCvjbEfM0f
Sotto il tessuto del vestito sentii il calore del suo corpo, la curva nuova, piena, concreta. Rimasi immobile, col timore assurdo di fare troppo rumore anche solo respirando.
-A volte si muove adesso,- disse.
La guardai. - Davvero?»+-
Annuì.
Rimanemmo fermi così qualche secondo. Poi, come se il bambino avesse scelto proprio quel momento per farsi conoscere, sotto il palmo arrivò un movimento lieve ma inconfutabile. Più una pressione, uno sfioramento dall’interno, un piccolo messaggio inviato da un luogo dove tutto era ancora acqua, buio e inizio.
Mi si spezzò il respiro.
-Hai sentito?-
Non riuscivo a parlare. Annuii soltanto.
Yelena rise piano, commossa.
- Sì. Fa così quando sono agitata. O quando sente musica.-
Deglutii, ancora con la mano lì.
- È…-
-Lo so.-
Era troppo. Eppure non abbastanza.
Mi chinai e appoggiai le labbra sulla sua fronte. Lei chiuse gli occhi.
Restammo abbracciati a metà, come si abbracciano le persone che hanno ancora paura di credere alla tregua.
Dopo un po’, fu lei a parlare.26Please respect copyright.PENANAHcRuUkNvRJ
-Se è femmina…- Si fermò.
La guardai.
Aveva lo sguardo perso oltre la mia spalla, verso il cielo che ormai si era riempito di stelle più nette. Le strisce luminose in alto si assottigliavano, ancora sospese come veli chiari sopra il blu.
-Se è femmina,- ripeté, - ho pensato a un nome.-
-Quale?-
Mi guardò. Per un secondo sembrò quasi vergognarsene, come se pronunciarlo ad alta voce lo rendesse troppo reale, troppo vicino.
-Ira.-
Lo disse piano, con quella erre morbida e la i quasi trasparente.
Il nome rimase tra noi.26Please respect copyright.PENANA34oA1HmjcH
Ira.
Aveva qualcosa di antico e di dolce, ma anche una punta di fiamma nascosta. Qualcosa che poteva appartenere a una bambina e, insieme, a una donna capace di attraversare il mondo senza spezzarsi del tutto.
-Ira,- ripetei.
Yelena annuì appena, studiando la mia faccia con la serietà di chi si sta giocando molto più di un parere.
-Ti piace?- chiese.
Sorrisi. - Sì.-
Lei trattenne il respiro.
-Mi piace molto.-
Non so se fu per il nome, o per il modo in cui glielo dissi, o per il fatto che in quel momento, per la prima volta da quando ero arrivato, non stavamo parlando solo di dolore passato ma di qualcosa che poteva venire dopo. Fatto sta che Yelena abbassò la testa e rise piangendo, quel tipo di risata che nasce quando il cuore è troppo pieno e non sa scegliere una sola forma.
-Che c’è?- le chiesi piano.
Scosse il capo. - Niente. -
-Yelena.-
-È che…- Si asciugò il naso con il dorso della mano, quasi infastidita da se stessa. - È che avevo paura che tu non volessi sapere niente. Né del nome. Né di questo. Né di noi.-
La guardai come si guarda qualcuno che ha passato troppo tempo in una stanza fredda.
-Io voglio sapere tutto.-
Lei trattenne un altro tremito.
-Anche le cose brutte?-
-Soprattutto quelle. Perché sono quelle che ti hanno lasciata viva fin qui.-
Rimase in silenzio.26Please respect copyright.PENANAGjPtfbBQUv
Poi si avvicinò di nuovo e mi baciò, stavolta più piano. Un bacio breve, consapevole, quasi grato. Quando si staccò, appoggiò la testa alla mia spalla.
Il temporale restava lontano, ma ogni tanto un lampo disegnava una ferita bianca dietro l’orizzonte. Il vento si era fatto un po’ più freddo. Le passai un braccio intorno alle spalle e lei si lasciò fare senza più irrigidirsi.
-Sai cosa mi ha detto mia madre tre giorni prima di morire?- domandò dopo un po’.
-No.-
-Mi ha detto che una donna passa metà della vita a imparare come resistere e l’altra metà a capire a chi può smettere di resistere.- sorrise tristemente. - Io non avevo capito.-
Le baciai i capelli.
-Forse lo stai capendo adesso.-
Lei annuì contro la mia spalla.26Please respect copyright.PENANAX4wYWuPS3k
-Forse sì.-
Rimanemmo ancora lì, fuori dal mondo, mentre il villaggio sotto di noi accendeva poche finestre gialle una alla volta. Sembravano stelle più basse, più stanche. Per la prima volta da mesi non sentii la fretta di andare da qualche parte. Non perché i problemi fossero spariti. Non lo erano affatto. La madre di Yelena restava morta. Il lavoro restava perso. Il futuro era ancora un animale nervoso che nessuno dei due sapeva come avvicinare. Ma per qualche ragione, seduto sull’erba di quella altura moldava con la sua mano nella mia e il suo capo sulla mia spalla, tutto sembrava almeno affrontabile.
-Alex.-
-Mm?-
-Sei stanco?-
Risi piano. - Da novembre, direi.-
Lei alzò il viso e mi guardò con un’ombra divertita.
-Intendo adesso.-
-Sì. Ma meno.-
-Per colpa mia?-
-Per colpa del viaggio. Per colpa tua ero morto prima.-
Scosse la testa, ma sorrideva.
-Scemo.-
-Sempre.-
Restammo ancora qualche minuto così, poi lei si mosse con lentezza. - Dobbiamo tornare. Nadia si preoccupa.-
-Va bene.-
Mi alzai per primo e le tesi la mano. Lei la prese senza pensarci troppo, e lasciai che il mio gesto fosse semplice, naturale, come se avessimo fatto quella cosa mille volte.
Forse un giorno l’avremmo davvero fatta mille volte. Forse no. Ma in quel momento contava solo aiutarla a rimettersi in piedi sull’erba inclinata, sentire il suo peso lieve contro di me, la sua fiducia momentanea ma concreta.
Scendemmo da Stânca Mare piano, con i passi attenti.26Please respect copyright.PENANAZCIU8hlk57
A metà del sentiero, cominciò una pioggia sottilissima, quasi una polvere d’acqua portata dal vento. Yelena alzò il viso e chiuse per un attimo gli occhi.
-Non abbastanza per prenderci,- disse.
-Nemmeno abbastanza per fermarci.-
-No.-
Prima di rientrare nel villaggio si fermò di nuovo. La strada era vuota. Dietro di noi il cielo portava ancora le cicatrici luminose del temporale lontano.
Lei mi guardò, seria.
-Non promettermi cose grandi stanotte.-
La fissai. - Perché?-
-Perché le cose grandi fanno paura. E perché domani mattina avrò di nuovo paura. E dopodomani forse anche.-
Deglutì. - Promettimi cose piccole.-
Pensai un attimo.
-Va bene.- Le strinsi appena la mano. - Domani mattina sarò lì.-
Lei inspirò piano.
-E domani sera, se vuoi, sarò ancora lì.-
Le tremarono le labbra.
-Questo posso crederlo.-
-Bene.-
-E dopodomani?-
Sorrisi. - Ne riparliamo dopodomani.-
Questa volta il suo sorriso arrivò senza dolore immediato dietro. Non pieno, non libero. Ma vero.
Riprendemmo a camminare.26Please respect copyright.PENANAgl73qxJ2H3
Quando la casa apparve dietro il cancello verde, con le finestre illuminate di una luce calda, mi parve diversa da come l’avevo vista due giorni prima. Non meno triste. Ma meno ostile. Forse perché ora sapevo dove appoggiare il cuore dentro quelle stanze. Sul bordo del tavolo di cucina. Sulla poltrona vuota della madre. Sotto la fotografia del padre. Nel piccolo movimento del bambino sotto il palmo. Nel nome "Ira" pronunciato tra l’erba e i lampi lontani.26Please respect copyright.PENANANPJcNbO8Fs
Yelena si fermò davanti al cancello con la mano sulla chiusura.
-Alex.-
-Sì?-
-Grazie per essere venuto.-
La guardai. Il vento le muoveva ancora i capelli. Una goccia di pioggia le era rimasta sulla guancia.26Please respect copyright.PENANAAhdNbL0Apn
-Non c’era nessun altro posto.-
Lei non rispose.
Aprì il cancello, entrò, poi si voltò verso di me e, con quella sua esitazione che mi avrebbe fatto sempre male e sempre tenerezza, aspettò che la raggiungessi.
Io lo feci.
E mentre rientravamo in casa, con la notte ormai posata sui tetti di Corbeni e il temporale che brontolava lontano come una bestia stanca, capii che non eravamo salvi, non ancora, forse non del tutto.26Please respect copyright.PENANAbKybx0Lx7C
Ma eravamo di nuovo dalla stessa parte del mondo.26Please respect copyright.PENANAokW3Ets05M


