Marty arrancava nella neve della foresta, ogni passo un’agonia lenta e ovattata che le risucchiava le forze residue.
Il cappotto blu, intriso di sangue e neve, le pesava sulle spalle come un sudario bagnato. La ferita al plesso solare pulsava con un ritmo sordo, costante, e il sangue caldo le filtrava tra le dita premute contro il tessuto, mescolandosi al freddo che le mordeva la pelle.
Non pensava a Ian. Non pensava a Eric. Non pensava a nessuno dei volti che avevano attraversato la sua esistenza come ombre fugaci su un lago ghiacciato.
C’era solo un profondo, costante, abissale senso di solitudine che le scavava dentro come una lama arrugginita, un dolore antico che nessun inverno, nessuna primavera, nessuna carezza umana aveva mai davvero lenito.
Ricordava ancora quel giorno del 12 marzo come se fosse appena successo. Il colpo alla tempia con la chiave inglese, il sangue caldo che le colava sul viso, il corpo trascinato sul ghiaccio sottile del Pineview Reservoir, le pietre legate alle caviglie, lo schianto del piede di Jake che rompeva la lastra.
L’acqua nera che la inghiottiva, gelida, assoluta, che le entrava nei polmoni mentre la coscienza si spegneva tra rabbia, terrore e una disperazione così pura da sembrare eterna. Eppure erano passati decenni. Decenni interi.
Le stagioni si erano alternate infinite volte davanti ai suoi occhi. Gli inverni avevano ceduto il passo all’erba tenera e ai fiori selvatici che spuntavano timidi lungo le rive del lago; poi le foglie si erano tinte d’oro e di rosso e erano cadute, coprendo il terreno come un tappeto fragile; poi era arrivata la brina, sottile e scintillante al mattino, e infine di nuovo la neve, densa, pesante, che sigillava tutto sotto un silenzio bianco.
Il lago ghiacciava e si scioglieva, ghiacciava e si scioglieva, un ciclo implacabile che lei aveva osservato da vicino, anno dopo anno, come uno spettatore inchiodato alla platea di un teatro che non chiude mai.
Aveva visto persone nuove arrivare a Ogden e poi scomparire. Giovani che crescevano, invecchiavano, si curvavano, morivano e diventavano ossa sotto lapidi consumate dal muschio. Vecchi che se ne andavano nel sonno, bambini che correvano tra gli alberi e poi, un giorno, camminavano lenti con il bastone.
Li aveva osservati tutti. A volte si era mescolata a loro, aveva parlato con loro, aveva riso con loro, aveva persino permesso a qualcuno di toccarla, di baciarla, di credere per un breve istante che fosse reale come loro.
In quei momenti la solitudine si attenuava, diventava quasi sopportabile, come una ferita che smette di sanguinare per qualche ora.
Ma era sempre passeggero. Come il vento che soffia sulle foglie morte dell’autunno, sollevandole in un breve vortice dorato prima di lasciarle cadere e seppellirle sotto la prima neve pesante.
Tutto passava. Le risate, i tocchi, le promesse, i corpi caldi accanto al suo. Tutto si dissolveva, lasciando solo il silenzio e il ritorno di quella solitudine assoluta, più fredda e più affilata di prima.
Accanto alla solitudine, come una seconda compagna inseparabile, c’era la collera. Una collera disumana, cresciuta nel tempo come una radice nera che affondava sempre più in profondità. Nessun normale essere umano sarebbe stato in grado di resistere a una simile emozione senza consumarsi, senza spezzarsi, senza ridursi in cenere.
Lei invece la portava dentro, la nutriva, la lasciava bruciare lenta. Era la stessa collera che l’aveva tenuta cosciente mentre l’acqua nera le riempiva i polmoni, la stessa che l’aveva risvegliata in questo stato, né viva né morta, condannata a vagare tra i vivi come un’eco che non riesce a spegnersi.
Continuava ad arrancare. I piedi sprofondavano nella neve ghiacciata producendo un suono ovattato, quasi irreale, come se anche il mondo intorno cercasse di attutire la sua presenza.
Il respiro le usciva in nuvole bianche irregolari, ogni inspirazione un piccolo fuoco nel petto ferito. Si appoggiò per un momento a un albero, la corteccia ruvida sotto il palmo, il fiato lungo e spezzato.
La ferita pulsava più forte. Da quanto tempo stava camminando? Non lo sapeva nemmeno lei. Il tempo per lei aveva perso significato da decenni; le giornate si accorciavano, si allungavano, si ripetevano in un ciclo che solo lei era costretta a vedere per intero.
Proseguì. Un passo, poi un altro. Finché le gambe non cedettero. Cadde in ginocchio nella neve, le mani ancora premute sul plesso solare. Il sangue era caldo contro le dita gelide.
L’oscurità stava calando rapida; le giornate erano brevi in questo periodo dell’anno.
Si lasciò cadere distesa tra la neve e le ramaglie della foresta, il corpo che affondava leggermente nel manto bianco.
Il cielo sopra di lei era di un blu profondo che virava al nero, e le prime stelle cominciavano a comparire, fredde, distanti, scintillanti come scintille di ghiaccio di qualcosa che non c’era più.
Si girò sul fianco. La neve le entrò nel collo del cappotto, gelida, e il freddo la morse in un punto dove la pelle era ancora viva, ancora sensibile. Pensò a Ian. Pensò a Eric. Poi a chi c’era stato prima di loro: volti sfocati, nomi che svanivano, momenti di calore rubati al nulla. Quando quel pensiero finì, il cielo era ormai completamente scuro e le stelle brillavano alte, indifferenti.
Ma anche lei, per chiunque avesse guardato quel punto in quel momento, avrebbe detto che non c’era nessuno.
Solo neve, alberi, silenzio e il vuoto..
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