Scaricai le buste sul tavolo della cucina, una alla volta, con quel rumore di plastica che si appiattisce sul legno. Non le aprii nemmeno. Lasciai lì il pane, il latte, le uova, il bacon, tutto ancora nei sacchetti bagnati che lasciavano cerchi di umidità sulla superficie. Mi sedetti sulla sedia più vicina e restai a guardarli, come se fossero oggetti appartenuti a qualcun altro.
Fuori aveva smesso di piovere. Lo sentivo dall'assenza del rumore sul tetto, da quel silenzio improvviso che dopo la pioggia sembra più pieno di prima. Il cielo, dalla finestra della cucina, si stava rasserenando a strisce: chiazze di arancione e rosa che si aprivano tra le nuvole grigie, come ferite che lasciano vedere qualcosa di caldo sotto la pelle.
Ma era un'illusione. Era ottobre, e a Ogden ottobre significava che il sole calava presto, che le giornate si accorciavano rubando minuti alla luce ogni sera di più. Il crepuscolo era lì, alle spalle di quel cielo che si colorava, pronto a inghiottire tutto nel buio.
E io ero seduto al tavolo con due messaggi sul telefono e una decisione da prendere.
Il cellulare era ancora in mano. Lo giravo piano tra le dita, sentendo il peso leggero della plastica e del vetro. Due messaggi. Due direzioni. Sky al Rusty Nail, birra, le battute di Thomas, il silenzio di Rudy, gli occhi attenti di Sky che avrebbero letto tutto sul mio viso prima ancora che aprissi bocca.
Era la via sicura. Quella che conoscevo, che avevo percorso decine di volte, dove nulla cambiava mai davvero. Potevo andare, bere, ridere, tornare a casa a mezzanotte e sentirmi esattamente come prima di uscire. Sicuro. Prevedibile. Vuoto.
Poi c'era l'altro messaggio. Cinque parole di Marty. "Hai impegni questa sera?" Niente emoticon, niente contesto, niente spiegazione. Come se fosse la cosa più naturale del mondo scrivermi dopo due giorni di silenzio assoluto, come se non fosse successo niente, come se il bacio sotto le stelle e la fuga silenziosa fossero cose normalissime da archiviare e dimenticare. E invece no. Non erano normali. Non per me.
Ma se andavo da lei, cosa succedeva dopo? Non avevo una mappa per questo. Non sapevo come si faceva a frequentare qualcuno che appariva e che ti guardava come se ti conoscesse da una vita e poi se ne andava senza voltarsi, che aveva un profumo di legno bagnato che non riuscivo a scollegare da niente di concreto. Con Sky e gli altri sapevo sempre cosa aspettarmi. Con Marty non sapevo cosa aspettarmi nemmeno per i prossimi cinque minuti.
Eppure.
Eppure c'era quel tuffo allo stomaco quando avevo visto il suo numero sullo schermo. C'era il modo in cui il mio cuore aveva accelerato nel parcheggio del supermercato, sotto la pioggia, con i sacchetti che mi tagliavano le dita.
C'era il ricordo delle sue labbra, morbide e calde, e del modo in cui si era staccata da me con gli occhi lucidi, senza finire la frase.
Potevo dire di no a Marty e sì a Sky. Era la scelta facile. Quella che non mi avrebbe portato complicazioni, che non mi avrebbe fatto mettere in discussione niente, che mi avrebbe permesso di continuare a essere Ian Keller, il cameriere del Hearthstone Diner che beve al Rusty Nail il venerdì sera e la cui vita più eccitante è una rissa nel vicolo.
Potevo fare così. Potevo lasciare che quella cosa con Marty morisse lì come un'occasione mancata che avrei dimenticato in una settimana.
Non lo feci.
Digitai il messaggio prima che potessi ripensarci.
"Ti va una pizza?"
Lo inviai e rimisi il telefono sul tavolo. Il cuore mi batteva forte, abbastanza da sentirmelo nelle tempie.
La risposta arrivò quasi all'istante. Il telefono vibrò sul legno con un suono secco che mi fece sobbalzare.
"Sì, dove? :)"
C'era un sorriso. Un sorriso. Due giorni di silenzio e ora un sorriso. Sentii qualcosa che si allentava nel petto, una tensione che non sapevo di avere. Le mie dita corsero sulla tastiera. Dove? A Ogden le pizzerie erano poche, e la maggior parte faceva schifo. C'era una però, un posto piccolo sulla 36th Street, con i mattoni a vista e le luci basse, che faceva una pizza sottile che sapeva di qualcosa di vero. Non era una pizzeria di quelle che trovi sulle guide, non aveva insegne luminose né menu illustrati. Era solo un locale con sei tavoli, un bancone di legno scuro e un forno a legna che si vedeva dalla sala. Ci andavo una volta ogni tanto, quando volevo stare da solo ma non in casa. Si chiamava Carlo's.
"Al Carlo's, sulla 36th."
Il telefono vibrò di nuovo pochi secondi dopo aver mandato il messaggio.
"Mi passi a prendere da qualche parte?"
La lessi due volte. Mi passi a prendere. Non "ci vediamo lì", non "arrivo da sola". Mi passi a prendere. Come se fosse normale, come se lo facessimo da sempre, come se io fossi il tipo di ragazzo che passa a prendere una ragazza per andare a mangiare una pizza.
Non lo ero. Non lo ero mai stato. L'ultima volta che ero stato in macchina con una ragazza che non fosse Sky o Mila doveva essere stata almeno un paio di anni prima, una ragazza di Salt Lake City che avevo visto per tre settimane prima che si trasferisse in Oregon e non mi scrivesse mai più. Da allora, niente. Il Rusty Nail, la Chevy, Sky, Rudy, Thomas. Quella era la mia vita.
Le dita mi tremarono leggermente sulla tastiera. Sbuffai tra me e me.
"Al parcheggio del Hearthstone,alle otto ti va bene?"
Inviato. Il cuore batteva ancora forte, ma adesso c'era anche qualcos'altro. Qualcosa di caldo, di leggero, che mi si muoveva nello stomaco come un animale che si sveglia.
La risposta arrivò nello stesso istante in cui mandavo il mio messaggio. Come se l'avesse già scritta e stesse solo aspettando.
"Sì, a dopo."
A dopo. Due parole. Eppure mi sembrarono più vere di qualsiasi cosa mi avessero detto negli ultimi mesi.
Rimasi seduto al tavolo per qualche minuto. Fuori il cielo continuava a rasserenarsi, ma il crepuscolo stava vincendo. Le strisce arancione si stavano spegnendo, sostituite da un viola scuro che avanzava lentamente da est, come un'onda che inghiottisce la spiaggia. Dovevo muovermi. Dovevo farmi una doccia, cambiarmi, mettere qualcosa che non fosse il solito giubbotto jeans con le macchie di caffè. Mi alzai.
La doccia fu veloce, quasi frettolosa. L'acqua calda mi sciolse i muscoli della schiena, quelli che si indurivano dopo otto ore in piedi al diner. Mi passai le mani sul viso, sentendo la barba corta che dovevo radermi da un paio di giorni. Non lo feci. Non avevo tempo, e poi non volevo sembrare uno che si stava preparando per un appuntamento. Anche se era esattamente quello che stavo facendo.
Aprii l'armadio. Era piccolo, con pochi vestiti appesi: due camicie, un paio di jeans, una giacca che non mettevo da mesi. Presi una maglietta nera pulita, un paio di jeans scuri che non avevano macchie visibili, e il giubbotto jeans buono. Mi guardai allo specchio. L'occhio era guarito, i capelli biondo scuro erano ancora umidi dalla doccia e mi cadevano sulla fronte in un modo che non era del tutto orribile. Sembravo me stesso, solo leggermente meglio della versione che andava al diner ogni mattina.
Andai in cucina, finalmente aprii i sacchetti della spesa e buttai tutto nel frigo senza ordine. Poi presi il telefono e risposi a Sky. Lo feci in fretta, prima di cambiare idea.
"Ho un impegno, se faccio in tempo passo in caso contrario facciamo un'altra sera."
Inviato. Non aggiunsi altro. Non dissi chi era, non dissi dove andavo. Sky avrebbe capito, lo sapevo. E forse avrebbe anche fatto qualche domanda, ma non stasera. Stasera aveva una sera libera per fare supposizioni, e io avevo una ragazza da passare a prendere.
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Uscii di casa alle sette e quaranta. La Chevy mi aspettava nel parcheggio con il parabrezza ancora bagnato e le gocce di pioggia che luccicavano sotto i lampioni come piccole stelle cadute. Accesi il motore e guidai verso il Hearthstone Diner, a tre isolati da casa mia. Le strade di Ogden erano quasi vuote, con quel silenzio pesante che le città piccole hanno dopo la pioggia, quando l'asfalto è ancora lucido e l'aria sa di terra bagnata e gas di scarico.
Il parcheggio del diner era deserto. Parcheggiai la Chevy con il muso verso la strada, spensi il motore e rimasi al volante. Le mani sul volante, gli occhi fissi sul retrovisore, aspettando. Il cuore batteva in modo irregolare, un ritmo che non riuscivo a controllare. Mi passai i palmi sui jeans, cercando di asciugare il sudore che non c'era.
La vidi arrivare dal lato della strada, non dal vicolo. Camminava con passo lento, le mani in tasche, il solito cappotto blu scuro che le cadeva morbido sulle spalle. I capelli neri le ricadevano sulla schiena, più lunghi di come li ricordavo, quasi fino alla vita, e ondeggiavano leggermente con il movimento. Non si guardava intorno, non controllava il telefono. Camminava dritta verso la mia macchina, come se sapesse esattamente dove era parcheggiata.
Rimasi immobile, con il cuore in gola.
Lei si avvicinò, guardò attraverso il finestrino e mi vide. Non sorrideva, ma non era nemmeno il viso teso di chi è arrabbiato o confuso. Era solo un viso calmo, aperto, come se stesse andando a incontrare un amico per una cosa qualunque. Ma i suoi occhi, anche da lì, anche attraverso il vetro, erano quelli di sempre: scuri, profondi, impossibili da leggere del tutto.
Aprì lo sportello e salì. Il movimento fu naturale, senza esitazione, come se fosse salita su quella Chevy cento volte. Si chiuse la portiera alle spalle e il suono isolò l'abitacolo dal mondo esterno. Il suo profumo mi colpì subito, come sempre: legno bagnato, con quella nota dolce sottile che non riuscivo mai a identificare del tutto. Ma c'era anche altro, adesso. La pioggia, l'aria di ottobre, qualcosa di più freddo che si mescolava al suo odore.
-Ciao,- disse, allacciando la cintura.
-Ciao.- La mia voce uscì più roca di quanto volessi. Ciai la gola. -Bel tempismo, ha smesso di piovere.
-Giusto in tempo,- rispose lei, guardando fuori dal finestrino. Il cielo era viola scuro, con le ultime tracce di arancione che morivano all'orizzonte. -Pioverà ancora, però. Lo senti nell'aria.-
Non le dissi che lo sentivo anch'io, ma in un modo diverso. Non era l'umidità quella che sentivo, era qualcos'altro, qualcosa di più profondo che non sapevo nominare.
Misi la marcia e partii. La Chevy uscì dal parcheggio con un leggero stridio di gomme sull'asfalto bagnato e imboccai la 36th Street verso sud. Il Carlo's era a dieci minuti di macchina, ma in quel momento mi sembrò un'eternità.
C'era qualcosa di strano nell'essere alla guida con qualcun altro che non erano i miei amici. Non era una sensazione cattiva, era solo... diversa. Sky seduta accanto a me era una cosa naturale, la vedevo da anni, non ci facevo nemmeno caso. Rudy e Thomas sul sedile dietro erano rumore familiare, risate, bottiglie che sbattevano, canzoni cantate storte. Ma Marty seduta lì, in silenzio, con le mani in grembo e lo sguardo fisso sulla strada che scorreva, era un'altra cosa. Era come se l'abitacolo della Chevy fosse diventato più piccolo, più intimo, e ogni movimento mio fosse più visibile, più pesante.
Era da almeno un paio di anni che non stavo in macchina con una ragazza in quel modo. L'ultima era stata quella di Salt Lake City, Megan, e non era stato niente di speciale: la avevo portata al cinema una volta, a cena un'altra, e poi lei se n'era andata e io non ci avevo pensato più. Ma adesso, con Marty, ogni piccolo dettaglio mi sembrava enorme. Il modo in cui teneva le gambe, leggermente inclinate verso di me. Il suono del suo respiro, regolare e calmo. Il modo in cui i capelli neri le scivolavano sulla spalla ogni volta che la macchina curvava.
Non dissi nulla per i primi minuti. Guidavo, e lei guardava fuori. Ma il silenzio non era pesante. Era un silenzio pieno, come quello dopo la pioggia.
Poi lei parlò.
-Ian, mi dispiace per come sono andata via l'altra sera.-
La guardai di sfuggita, poi tornai alla strada. -Non devi scusarti.-
-Sì, invece.- La sua voce era bassa, seria. -Mi sono baciata con te e poi sono andata via. Non è stato bello per te, lo so.-
-Io...-
-Ho fatto così perché...- Si fermò, cercando le parole. -Non è facile per me iniziare qualcosa con qualcuno. Sono sempre indecisa. Non so mai se è la cosa giusta, se è il momento giusto, se non sto per fare un casino. E allora invece di fermarmi a pensare, mi muovo. Scappo. È un difetto, lo so.-
Non risposi subito. Lasciai che le sue parole mi sedimentassero, come fango che si posa sul fondo di un fiume.
-Anche io non sono facile,- dissi alla fine. -Non in quel senso, ma... non sono uno che va a cercare una persona con cui stare. Non ho mai avuto una storia lunga, non ho mai avuto quella cosa che la gente chiama "relazione". Lascio che sia l'occasione a succedere, e se succede bene, se no pazienza. Non so se è meglio o peggio del tuo modo, ma è il mio.-
Marty mi guardò, e per un istante i suoi occhi sembrarono meno distanti.
-Forse siamo uguali, allora,- disse, con un mezzo sorriso.
-Forse.-
Il Carlo's era lì, con la sua insegna piccola e le luci calde che filtravano dalla vetrina. Parcheggiai davanti all'ingresso, e scendemmo.
Il locale era quasi vuoto: solo una coppia anziana in un angolo e un ragazzo solo al bancone che leggeva qualcosa sul telefono. Ci sedemmo a un tavolo vicino alla finestra, dove la luce gialla dei lampadari si mescolava con il buio della strada fuori.
Il cameriere ci portò il menu. Lo guardai senza vederlo, perché sapevo già cosa volevo.
-Pizza con patate fritte e tonno.- dissi.
Marty ordinò una margherita, senza guardare nemmeno il menu. Il cameriere annuì e sparì in cucina.
-Routine?- chiese lei, indicando il mio ordine.
-Sempre la stessa,- ammisi. -Da quando avevo quindici anni. Non so perché, ma è l'unica combinazione che mi piace. Patate fritte e tonno. Niente altro.-
Lei inarcò un sopracciglio.
-Non sembra strano. Sembra... te.-
Non capii se fosse un complimento o un'osservazione neutra. Ma il modo in cui lo disse, con quella voce calma e quel mezzo sorriso, mi fece sentire come se mi avesse visto davvero, non la faccia che mostravo al mondo ma qualcosa di più sotto.
Le pizze arrivarono in pochi minuti. La mia era un disco di pasta sottile coperto di patate fritte dorate e filetti di tonno. La sua era una margherita classica, con la mozzarella che filava ancora dal calore del forno. Mangiammo in silenzio per un po', il rumore della pizza che si rompeva sotto le dita, il mormorio della coppia anziana nell'angolo, il ronzio del frigo dietro il bancone.
Poi Marty parlò, e la conversazione prese una direzione che non mi aspettavo.
-Io ho avuto alcune frequentazioni,- disse, senza guardarmi, concentrata sul suo piatto. -Niente di serio, mai niente di serio. Ma all'inizio... all'inizio mi facevano sentire importante. Mi facevano sentire come se avessi un peso, come se la mia presenza contasse qualcosa per qualcuno.
Tagliò un pezzo di pizza e lo portò alla bocca, masticando lentamente.
-Ma poi,- continuò, -scopri sempre dei lati delle persone che non ti piacciono. Non cose enormi, non crimini o orrori. Piccole cose. Il modo in cui parlano quando pensano che nessuno li guardi. Le battute che fanno dietro le spalle di qualcuno. L'egoismo piccolo, quello quotidiano, quello che non si nota finché non convivi con qualcuno per un po'. E allora capisci che quella persona che ti faceva sentire importante in realtà non ti vedeva affatto. Ti usava come specchio per guardare se stessa.-
Io ascoltavo, con un pezzo di pizza a metà tra le dita. Non interruppi. Non perché non avessi niente da dire, ma perché sentivo che doveva finire.
-O sono io che tronco,- disse, con un tono più secco. -O sono loro che spariscono. Come nebbia dalla mia vita. Una sera ci sono, parlano, ridono, ti sembra che ci sia qualcosa. E poi basta. Non li vedi più. Non ti scrivono. Non ti chiamano. Spariscono e basta, come se non fossero mai esistessi.-
La guardai. I suoi occhi erano bassi, fissi sul piatto, e c'era una tristezza in quella immagine che mi colpì.
Marty, con i capelli neri, seduta in una pizzeria quasi vuota a Ogden, Utah, a raccontarmi che le persone sparivano dalla sua vita come nebbia. C'era qualcosa di ironico in quello, qualcosa che non afferrai del tutto.
-Che impressione ti sto dando io?- chiesi.
Non so perché lo chiesi. Forse perché volevo sapere, forse perché avevo paura della risposta, forse perché in quel momento, con la luce gialla del Carlo's che le illuminava il viso, volevo che mi dicesse qualcosa di vero.
Marty alzò lo sguardo. I suoi occhi scuri mi trovarono e si fermarono lì. Mi studiò a lungo. Non un secondo, non due. Un momento intero, in cui il mondo intorno sembrò rallentare, in cui il rumore del locale si allontanò come se fossi sott'acqua. I suoi occhi erano fermi, immobili, e dentro c'era qualcosa che non riuscivo a decifrare: non era amore, non era rifiuto, era qualcosa di più complesso, come se stesse leggendo un libro che aveva già letto ma che ogni volta le raccontava una storia diversa.
E poi la sentii. Una pressione leggera dietro la testa, alla base del cranio, come se qualcuno avesse premuto un dito sulla nuca. Non dolorosa, ma presente, abbastanza chiara da notarla. Durò un istante, poi svanì.
Sbattei le palpebre, confuso. Il battito del cuore era un po' più veloce, ma niente di più. Sistema nervoso, pensai.
Marty parlò, e la sua voce riempì il vuoto che quella sensazione aveva lasciato.
-Tu sembri uno con la testa apposto,- disse, con un tono che non era completamente serio ma nemmeno scherzoso. -Uno che sta ancora cercando di mettere apposto la propria vita senza riuscire a trovare una meta. Come se avessi tutti i pezzi del puzzle ma non sapessi ancora come si incastrano.-
La guardai, sorpreso. Non era la risposta che mi aspettavo. Mi aspettavo qualcosa di vago, di gentile, di quelle cose che si dicono per non ferire. Invece mi aveva descritto esattamente come mi sentivo, con una precisione che mi fece quasi paura.
Poi, per la prima volta da quando la conoscevo, Marty sorrise. Non un mezzo sorriso, non una curva leggera delle labbra. Un sorriso vero, aperto, che le illuminò il viso e le fece brillare gli occhi.
-Mica sono come le altre,- disse notando la mia sorpresa.
Non risposi. Non ce n'era bisogno. Quel sorriso era una risposta a una domanda che non avevo fatto, e forse era la cosa più vera che mi avesse detto finora.
Finimmo la pizza in silenzio, ma era un silenzio diverso da quello di prima. Più morbido, più vicino. Ogni tanto i nostri sguardi si incrociavano, e ogni volta sentivo quel calore leggero nello stomaco, come una fiammella che trema ma non si spegne.
Quando il cameriere portò il conto, lo presi io prima che Marty potesse tirare fuori il portafoglio. Lei non protestò, mi guardò solo con quell'espressione che aveva, tra l'affettuoso e l'incredulo.
Risi, un suono breve e genuino che mi sorprese. -Andiamo?- chiesi, alzandomi.
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Uscimmo dal Carlo's. Fuori l'aria era fresca ma non fredda, con un vento leggero che portava l'odore della pioggia recente e delle foglie bagnate. Il cielo era completamente buio adesso, nuovamente nuvoloso.
-Facciamo due passi?- proposi. -Se non piove. O se hai voglia di andare da qualche parte.-
-Preferisco fare due passi,- disse. -Sembra una bella serata.
Camminammo senza una meta precisa, lasciando che le strade di Ogden ci portassero dove volevano. Passammo davanti a negozi chiusi, a case con le finestre illuminate, a parcheggi vuoti. Dopo un po' il selciato si allargò e ci trovammo nel parco vicino al diner, quello con i pini vecchi e le panchine di legno scuro. Il suolo era tappezzato di foglie morte, un tappeto di giallo, rosso e marrone che scricchiolava sotto i nostri passi come una pelle secca. L'aria era ferma, quasi sospesa, e le ombre degli alberi si allungavano sul prato come dita nere.
-Cosa farai domani?- chiese Marty, senza guardarmi.
-La solita giornata al lavoro,- risposi, guardando le foglie che si muovevano leggermente sotto i nostri piedi. -Turno dalle undici alle tre, poi vedrò. Niente di speciale.-
-Le cose speciali non le programmi,- disse lei, e non capii se fosse una constatazione o un consiglio.
-E tu?- chiesi. -Cosa fai domani?-
-Ho qualche impegno durante il pomeriggio,- rispose, con un tono vago che non mi dette dettagli. Non insistetti. Avevo imparato che con Marty le domande troppo dirette non funzionavano. Le informazioni arrivavano quando lei decideva che era il momento, non prima.
Camminammo ancora un po', tra gli alberi, con le foglie morte che ci scricchiolavano sotto i piedi. Il parco era deserto, tranne per un gatto randagio che ci guardò da una panchina con occhi gialli e indifferenti prima di sparire dietro un cespuglio.
Poi successe.
Non ci fu un preavviso. Non un tuono lontano, non un raffreddamento dell'aria. Pochi ticchettii, poi il momento dopo la pioggia ci cadde addosso come un secchio d'acqua rovesciato. Non la pioggia sottile di prima, non quel filo continuo e silenzioso. Questa era violenza. Gocce grosse e pesanti che battevano sul suolo con un rumore assordante, che mi si conficcavano nella pelle come aghi freddi, che in pochi secondi mi inzupparono la maglietta, i jeans, i capelli.
-Porca puttana,- esclamai, alzando le mani sopra la testa come se potessero fermare qualcosa. Non avevo l'ombrello. Non ce l'avevo mai, non lo portavo mai, e in quel momento mi odiavo per questo. -Vieni, andiamo alla macchina, è qui vicino, corriamo.-
Le presi il braccio, ma lei non si mosse. Mi afferrò la mano e la strinse, non forte, ma abbastanza da tenermi fermo. La guardai, perplesso. I capelli neri le si stavano già incollando al viso, le gocce che le scorrevano sulle guance come lacrime. Il cappotto blu si stava scurendo per l'acqua, assorbendo la pioggia come una spugna.
-Aspetta,- disse lei.
-Aspettare cosa?- dissi, quasi urlando per sovrastare il rumore della pioggia. -Ci prenderemo una polmonite, Marty. -
Ma lei rise.
Non un sorriso, non una risatina contenuta. Una risata vera, piena, genuina, che uscì dalla sua gola e si mescolò al rumore della pioggia come una nota calda in una sinfonia fredda. Rise con gli occhi chiusi e la testa inclinata all'indietro, con i capelli neri che le si incollavano al collo e alle spalle, con l'acqua che le scorreva sul viso e le si posava sulle labbra. E in quel momento, mentre la guardavo ridere sotto la pioggi, con i vestiti fradici e i capelli che le si impigliavano ovunque, mi resi conto di qualcosa.
Era bellissima.
Non bellissima in modo normale, non nel modo in cui si dice che una ragazza è bella quando si è vestita bene o truccata nel modo giusto. Era bellissima in un modo che non aveva niente a che fare con i vestiti o con il trucco o con la luce. Era bellissima perché era viva. Perché in quel momento, sotto quella pioggia, rideva come se non le importasse di niente, come se il mondo potesse crollarle addosso e lei lo avrebbe accolto con una risata.
I suoi occhi scuri erano lucidi, non di tristezza ma di qualcosa di più caldo, di più umano, e la sua pelle bagnata brillava sotto la luce dei lampioni.
E poi smise di ridere. Mi guardò, e il suo viso cambiò. La risata scomparve, sostituita da un'espressione che non avevo mai visto nei suoi occhi. Qualcosa di intenso, di concentrato, che mi fissò e non mi lasciò più.
Fece un passo verso di me. Poi un altro. Era così vicina che potevo sentire il suo respiro mescolato alla pioggia, caldo contro il freddo dell'aria. Le sue mani, fradicie, trovarono il mio viso. Le dita erano fredde, ma il tocco era delicato, come se stesse tenendo qualcosa di fragile. I suoi occhi erano a pochi centimetri dai miei, e dentro vedevo la pioggia che si rifletteva come piccole stelle cadute.
-Se la vita non va come dovrebbe,- sussurrò, con una voce che era appena un fiato, -i bei momenti ce li dobbiamo creare.-
E mi baciò.
Non fu un bacio delicato. Non fu il bacio sotto le stelle di due sere prima, quello che era stato morbido e incerto e pieno di domande. Questo fu diverso. Le sue labbra trovarono le mie con una precisione che non mi aspettavo, e si schiusero subito, calde contro le mie. Il sapore della pioggia si mescolò al suo, dolce e salato insieme, e per un istante il mondo intorno a noi scomparve. Non c'era più il parco, non c'erano più gli alberi, non c'era più il rumore assordante dell'acqua che batteva sul suolo. C'era solo lei, il suo corpo bagnato che si premeva contro il mio, le sue mani fredde che mi tenevano il viso come se avesse paura che io potessi sparire.
Ricambiai. Non con esitazione, non con la titubanza di prima. Lo feci con tutto ciò che avevo, con la rabbia e la voglia e il senso di vuoto che mi portavo dentro da mesi e che non avevo mai saputo come riempire. Le mie mani trovarono i suoi fianchi e la tirai più vicino, sentendo il tessuto del cappotto bagnato sotto le dita, il calore del suo corpo che filtrava attraverso la stoffa. Lei emise un suono basso, un gemito che si perse nel rumore della pioggia, e le sue labbra si aprirono di più, invitandomi ad andare più a fondo.
Le mie braccia la circondarono, stringendola a me. Sentivo i suoi capelli neri bagnati che mi si appiccicavano al viso, al collo, come fili di seta fredda. Le sue braccia, fradicie, salirono dal mio viso al mio collo e si chiusero intorno, portando il suo corpo ancora più vicino al mio. Il bacio si approfondì, diventò umido. La pioggia ci cadeva addosso senza pietà, ci inzuppava fino alle ossa, ma non ci fermavamo. Non volevamo fermarci.
Le sue dita si intrecciarono nei miei capelli bagnati, tirando leggermente, e un brivido mi attraversò la schiena che non aveva niente a che vedere con il freddo. Ricambiai stringendola più forte, le mie mani che scivolavano sulla sua schiena bagnata, sentendo la curva della sua spina dorsale attraverso il cappotto.
Restammo così per lunghissimi istanti. Non so quanto. Potrebbe essere stato un minuto, potrebbero essere stati dieci. La pioggia continuava a cadere, implacabile, ma noi eravamo un'isola nel mezzo di quel diluvio, due corpi stretti l'uno all'altro che si baciavano come se fosse l'unica cosa al mondo che avesse senso.
Quando finalmente ci separammo, i suoi occhi scuri mi fissavano da così vicino che potevo vedermi riflesto dentro, il mio viso bagnato e stupido che la guardava come se avesse visto un miracolo.
E per la prima volta da molto, molto tempo, non sentivo il vuoto.
Marty appoggiò la fronte alla mia, e le sue labbra si curvarono in un sorriso piccolo, bagnato, perfetto.
-Ian,- sussurrò.
E la pioggia continuò a cadere.8Please respect copyright.PENANA8BEgei4z1R


