Passarono due giorni. Due giorni in cui niente di straordinario successe, eppure tutto sembrava diverso.
Al Hearthstone le giornate erano quelle di sempre: clienti che entravano, ordinavano, mangiavano, se ne andavano. Piatti da portare, caffè da versare, tavoli da sparecchiare. Il sudore sulla schiena, i piedi che facevano male dopo otto ore in piedi, il grembiule che si incollava alla pelle. Ma c'era qualcosa che era cambiato, una cosa sottile che non riuscivo a nominare, come un colore leggermente diverso in una stanza che conoscevi da anni. Forse ero io. Forse era il modo in cui muovevo le mani mentre versavo il caffè, meno meccanico, quasi attento. O il modo in cui rispondevo ai clienti, con una pazienza che non mi apparteneva. Mila se ne era accorta, me lo disse il secondo giorno, con un'occhiata da sopra il bancone: - Stai strano, Keller. È come se fossi altrove.-
Le dissi che stavo bene. Non mi credette, ma non insistette. Mila non era il tipo da insistere.
La verità era che Marty non si era fatta viva dopo quella sera. Dopo il bacio sotto le stelle, dopo la corsa nel parcheggio con il cuore che batteva fortissimo. Niente. Silenzio. Nessun messaggio, nessuna traccia, come se fosse svanita nel grigio di Ogden come faceva sempre.
Eppure non ero arrabbiato. Non del tutto. C'era una parte di me che si aspettava questo, che sapeva che Marty non era il tipo da scrivere "buongiorno" o mandare cuori su WhatsApp. Era un'altra cosa. Una cosa che non avevo parole per descrivere.
E poi c'era il resto. La sagoma sul letto, l'ombra nello specchio, quel freddo che mi aveva attraversato durante la rissa nel vicolo. Cercai di non pensarci, di seppellire tutto sotto la routine del diner, sotto le ordinazioni e i sorrisi finti.
Ma di notte, quando l'appartamento si svuotava di rumori e la nebbia saliva dal cortile, quelle cose tornavano. Non come paura esatta. Come un disagio sordo, un presentimento che non aveva un volto.
Il mercoledì pomeriggio, il turno finì alle tre come al solito. Mila mi salutò con un cenno, io mi tolsi il grembiule e uscii dal retro. Il cielo era coperto, ma non minacciava pioggia, non ancora. Decisi di fare la spesa. Il frigo era quasi vuoto da tre giorni, a parte una birra e un barattolo di sottaceti che non ricordavo di aver comprato. Presi la Chevy dal parcheggio e guidai fino al Smith's sulla Washington Boulevard, uno di quei supermercati grandi e luminosi con le luci al neon che ronzano e la musica elevator che ti entra in testa senza che te ne accorgi.
Il carrello era uno di quelli con una ruota storta che tirava a sinistra, costringendomi a correggere ogni due passi.
Riempii con le cose di sempre: pane, latte, uova, bacon, qualche lattina di birra, un pacchetto di pasta, una confezione di formaggio che era in offerta. Niente di eccitante. La spesa di un uomo solo che non cucina quasi mai, ma che ogni tanto finge di volerlo fare.
Ero nella corsia delle bevande, cercando di decidere tra due marche di aranciata che sapevano identiche, quando la vidi.
Isla.
Era all'estremità opposta del corridoio, vicino ai surgelati, con un cestino di plastica nel braccio. Indossava lo stesso cappotto grigio antracite di quando era venuta al diner, i capelli scuri con le ciocche bianche raccolti in una coda bassa. Si muoveva con quella stessa compostezza calma, quasi fuori dal tempo, come se il supermercato pieno di gente e rumore fosse un altro mondo rispetto a quello in cui lei viveva.
La riconobbi prima ancora che mi vedesse. Quel viso, gli occhi castani chiari, quel modo di tenere la testa leggermente inclinata, come se stesse sempre ascoltando qualcosa che gli altri non sentivano.
L'avevo vista una volta sola, al diner, ma me la ricordavo bene. Non sapevo perché. O forse sì, e non volevo ammetterlo.
Mi avviai verso di lei senza pensarci troppo. Non era una cosa calcolata, solo un impulso. Eravamo nell'unico supermercato di Ogden, era normale incrociarsi.
-Isla?-
Alzò lo sguardo. Per un istante non mi riconobbe, i suoi occhi castani mi scrutarono con una diffidenza leggera, come se stesse misurando chi fossi. Poi qualcosa cambiò, un lampo di memoria, e il suo viso si aprì in un sorriso breve ma sincero.
-Ian. Il ragazzo del diner.-
Mi fermai accanto a lei, il carrello con la ruota storta che mi tirava a sinistra.
-Quello stesso. Come sta?-
-Bene. Sto bene.- La sua voce era bassa, misurata, come la ricordavo. - E tu? Quell'occhio sembra molto meglio.-
Toccai senza pensarci la palpebra sinistra, dove il livido era ormai quasi invisibile.
-Sì, praticamente guarito. Niente che un po' di ghiaccio non abbia sistemato.-
Ci fu un momento di silenzio, non imbarazzante, solo naturale. Il supermercato continuava a vivere intorno a noi: un bambino che piangeva tre corsie più in là, un addetto che riempiva scaffali con un rumore di scatole, la musica che passava da una canzone anni '80 a un'altra identica. Isla guardò nel suo cestino. C'erano poche cose: una confezione di tè nero, un pacchetto di biscotti secchi, un cartone di latte di mandorla. La spesa di qualcuno che non sta a lungo.
-Lei è di passaggio?-chiesi, indicando il cestino con un cenno del capo.
-Più o meno.-Si strinse le spalle con un gesto lento. - Ci sono già da una settimana. Un po' di più del solito, quest'anno.-
-E come sta andando? La permanenza, intendo.-
Isla fece una pausa. Non lunga, ma abbastanza da notarla. I suoi occhi si posarono su un punto sopra la mia spalla, come se stesse cercando la risposta da qualche parte lontana.
-Niente di diverso rispetto agli anni scorsi,- disse alla fine. - Le stesse strade. Lo stesso cielo. Qualcosa è cambiato, ma non abbastanza da notarlo, se non ci fai caso.- Poi, con un tono più deciso: - Tra non molto tornerò a casa.-
-In Wyoming?-
-Sì. Là è... più tranquillo. Meno rumore. Meno cose che ti ricordano qualcosa che vorresti dimenticare.- Fece una pausa, poi sembrò correggersi. - O che non vorresti ricordare, almeno non tutto il tempo.-
Non chiesi cosa volesse dire. Non era il tipo di cosa che si chiede a qualcuno che conosci a malapena, in un supermercato, davanti a un espositore di surgelati.
-Be', spero che il resto della permanenza sia piacevole,- dissi, perché non sapevo cos'altro dire.
Isla sorrise, un sorriso che aveva qualcosa di antico, di rassegnato.
-Grazie, Ian. Anche per te. E prenditi cura di te.- Si voltò verso la cassa, il cestino che ondeggiava leggermente. - Ci vediamo, magari. Ogden è piccola.-
La seguii con lo sguardo mentre si allontanava, la sua figura che si faceva più piccola tra le corsie illuminate, finché non svanì dietro un espositore di cereali. Restai lì un istante, con il carrello che tirava a sinistra, come se stessi aspettando qualcosa. Non sapevo cosa. Forse che si voltasse. Non lo fece.
Terminai la spesa in automatico. Presi l'aranciata e andai alla cassa. La cassiera era una ragazza con i capelli tinti di viola e un'espressione vuota che mi fece pensare a quanto spesso vedessi facce così al diner. Sbagliammo il resto, dovemmo rifare il calcolo, persi tre minuti della mia vita che non sarei mai tornato ad avere. Non ci feci caso.
Uscii dal supermercato con i sacchetti di plastica che mi tagliavano le dita. Fuori stava piovendo. Non forte, una di quelle piogge sottili e ostinate che non bagnano subito ma si insinuano, ti entrano nel colletto, ti rendono i capelli umidi senza che te ne accorga. Il parcheggio del Smith's era un mare di pozzanghere riflettenti, con le macchine parcheggiate in modo disordinato e i cartelli arrugginiti che sembravano piangere grumi di ruggine rossa.
La mia Chevy era all'estremo opposto, come al solito. Camminai con i sacchetti, la pioggia che mi si appiccicava al viso e alle mani, il suono dei passi che si mescolava al ronzio lontano del traffico sulla Washington. Le scarpe, un paio di stivali consumati che usavo da anni, facevano schizzi a ogni passo, e dopo pochi secondi i jeans erano bagnati fino alle caviglie.
Arrivai alla macchina, aprii il portabagagli con un gesto secco che mi sparse addosso qualche goccia di pioggia in più. Scaricai i sacchetti senza cura, buttandoli nel bagagliaio con un rumore di plastica e lattine che si urtavano. Non c'era niente di fragile, e anche se ci fosse stato, non mi sarebbe importato. Ero stanco. Non del lavoro, non della spesa. Di qualcosa di più profondo, di quell'ansia sottile che mi portavo dietro da giorni e che non riuscivo a nominare, come un oggetto smarrito che senti in tasca ma non trovi.
Chiusi il portabagagli con un tonfo sordo e risalii in macchina. L'interno della Chevy sapeva di vecchio, di cuoio consumato e di quell'odore indefinibile che le macchine degli anni '90 hanno dentro, come se avessero assorbito anni di vita e non li avessero mai rilasciati del tutto. Mi asciugai il viso con il dorso della mano, sentendo la pioggia fredda sulla pelle, e appoggiai la testa sul poggiatesta.
Il parabrezza era una lastra di gocce che distortavano i lampioni del parcheggio, trasformandoli in chiazze arancioni e gialle. Il motore non era acceso, e il silenzio dentro l'abitacolo era quasi totale, rotto solo dal rumore della pioggia sul tetto di lamiera, un ticchettio irregolare che poteva sembrare rilassante se non fossi stato così teso.
Presi il cellulare dalla tasca del giubbotto. Lo schermo si illuminò, accecante nel buio dell'abitacolo. Due notifiche. Le vidi subito, una sotto l'altra, e il mio cuore fece qualcosa che non mi aspettavo.
La prima era da un numero nuova che conoscevo bene.
"Hai impegni questa sera?"
Niente emoticon. Nessun punto interrogativo, niente frasi lunghe. Cinque parole. Dirette, semplici, eppure mi fecero venire un tuffo al cuore, come se qualcuno mi avesse tirato giù dallo stomaco. Marty. Era lei. La pioggia sul tetto sembrò aumentare, o forse fu il sangue che mi rimbombava nelle orecchie.
La seconda notifica era da Sky, nel gruppo con Rudy e Thomas.
"Stasera ci sei?"
Una domanda normale, di quelle che Sky faceva tre volte a settimana da anni. Ma ora, sotto il messaggio di Marty, sembrava venire da un altro pianeta.
Guardai i due messaggi, uno dopo l'altro, sentendo che qualcosa si muoveva dentro di me. Non era solo eccitazione. Era qualcosa di più complicato, un misto di voglia e paura, di desiderio e disagio. Perché Marty non si era fatta viva per due giorni, e ora compariva così, con un messaggio alle sei del pomeriggio, come se niente fosse? E perché io, invece di essere infastidito, sentivo solo quel tuffo stupido allo stomaco?
Rimasi lì, nel parcheggio del supermercato, con la pioggia che batteva sul tetto e i sacchetti della spesa nel portabagagli e i due messaggi sullo schermo che sembravano pesare più di tutto il resto. Non risposi a nessuno dei due. Non ancora.
Accesi il motore. La Chevy tossì, poi prese vita, con quel rumore familiare che mi fece sentire, per un istante, come se tutto fosse normale. Come se fossi solo un ragazzo che aveva fatto la spesa e stava tornando a casa.
Ma non era vero. Lo sapevo.
Misi la marcia e uscii dal parcheggio, le spazzole che fendevano la pioggia con un ritmo lento e ipnotico. La strada era un fiume di luci bagnate, e Ogden mi scivolava accanto come un sogno che non riuscivo a svegliare.
Il cellulare era sul sedile accanto a me, con due messaggi che aspettavano una risposta.
E io non sapevo ancora quale dare prima.8Please respect copyright.PENANAe3wSp9Gkwe


