La notte non volle venire, non per me.
Rientrai a casa dal Rusty Nail poco dopo mezzanotte, le gambe pesanti come se avessi camminato per chilometri invece di guidare per tre isolati, la testa che girò un po' per la birra, amara e fredda, che avevo più del solito. Non era ubriacatura, era quella stanchezza liquida che si insinua nelle ossa, un misto di sonno che non arrivava e di adrenalina che ancora non si era spenta, legata al ricordo del bacio, alle labbra morbide di Marty, al modo in cui si era allontanata senza dire una parola, lasciandomi solo nella strada deserta di Ogden, con il vento d'ottobre che mi pizzicava il viso e un nodo strano nel petto, tra l'euforia e la confusione.
Appoggiai la giacca sul divano, e mi tolsi le scarpe con un gesto meccanico, senza fretta. L'appartamento era silenzioso, troppo silenzioso, diverso dal rumore familiare del diner, dal chiacchiericcio del bar, dalle risate di Sky, Rudy e Thomas. Qui c'era solo il ronzio basso del frigo, il ticchettare del vecchio orologio appeso al muro della cucina, e quell'odore di caffè vecchio e lenzuola non cambiate da troppo tempo, il profumo della mia solitudine, che mi avvolgeva come una coperta troppo pesante.
Mi sedetti sul letto, le mani incrociate tra le ginocchia, e fissai il buio che filtrava dalle tende. La stanchezza era lì, mi chiamava, ma i miei occhi non si chiusero. La mente girò a vuoto, ripetendo gli stessi momenti, le stesse frasi, lo stesso sguardo di Marty, quei occhi scuri che sembravano vedere dentro di me, oltre la facciata stanca del cameriere del Hearthstone, oltre il ragazzo che viveva da solo in un appartamento piccolo e logoro, oltre tutti i sogni infranti e le giornate uguali che avevo passato finora.
Pensai a Sky, quando mi aveva guardato con quell'occhio curioso, quel sorriso compiaciuto che sapeva già tutto, anche prima che io lo ammettessi. "Che c'è tra te e quella ragazza" mi aveva chiesto, mentre Thomas scherzava e Rudy annuiva in silenzio, come sempre. Io avevo scrollato le spalle, dicendo che non c'era niente, che era solo una conoscenza, che avevamo parlato un po', niente di più. Ma la mia voce era incrinata, lo sapevo, e Sky non ci aveva creduto per un istante. Lei mi conosceva da anni, sapeva quando mentivo, sapeva quando nascondevo qualcosa, e quella sera nascosi tutto: il bacio, la strana connessione che sentivo con lei, la sagoma ombra che avevo visto nel letto, quel senso di irrealtà che mi perseguitava da quella notte del litigio nel vicolo.
Fui evasivo, come sempre. Non seppi spiegare cosa provassi per Marty, non seppi nemmeno io cosa fosse. Non era amore a prima vista, non era attrazione superficiale. Era qualcosa di più profondo, di più strano, come se ci conoscessimo da una vita, come se fossimo legati da un filo invisibile che non riuscivo a vedere ma che sentivo forte, ogni volta che i nostri sguardi si incrociavano.
E non volli parlarne, non con nessuno, non ancora. Preferivo tenere questo segreto per me, per un po', prima che il mondo di Ogden se ne accorgesse e lo rovinasse, come rovina tutto ciò che è bello e fragile in questa città grigia e stanca.
Mi alzai, camminai per l'appartamento senza meta, passai davanti al bagno, guardai me stesso nello specchio appannato. Il viso era stanco, gli occhi con le borse scure, l'occhio sinistro ormai quasi guarito, solo un alone giallastro che si confondeva con la stanchezza. Sembravo un fantasma, invisibile, come mi sentivo ogni giorno al lavoro, tra i clienti che non mi guardavano, che non mi vedevano. Solo Marty mi vedeva, davvero. Solo lei.
Andai a dormire..
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..mi svegliai poco dopo.
Controllai l'orologio sul muro: le 04.08
La notte era ormai avanzata, la città dormiva, ma io ero ancora sveglio, come se il sonno mi avesse abbandonato per sempre. La gola era secca, bruciò un po', un retrogusto di birra che non se n'era andato, e ebbi bisogno di acqua, di qualcosa di fresco per calmare quella sensazione di disagio che mi cresceva nel petto.
Camminai verso la cucina, i piedi nudi sul linoleum freddo, che mi mandò un brivido lungo la schiena. Accesi la luce bassa del lampadario sopra il tavolo, non volli accecarmi con la luce forte, e aprii il rubinetto dell'acqua fredda. L'acqua scorse veloce, chiara, e mi riempii un bicchiere, bevendo a lunghi sorsi, sentendola scendere nella gola secca, calmando il bruciore.
Mentre appoggiavo il bicchiere sul tavolo, girai lo sguardo verso la finestra della cucina, quella che dava sul cortile posteriore, piccolo e trascurato, con qualche pianta morta e un bidone della spazzatura arrugginito.
E vidi la nebbia.
Si era alzata, densa, bianca, che avvolgeva tutto il cortile, che copriva i muri di mattoni, che nascondeva i dettagli, che trasformava tutto in un paesaggio irreale, come un dipinto vecchio e sbiadito. A Ogden, in autunno, era normale. La nebbia arrivava sempre di notte, dopo la pioggia, quando l'aria era fredda e umida, e si insinuava per le strade, per i vicoli, per i cortili, creando ombre e illusioni. Lo sapevo da bambino, quando avevo paura di guardare fuori dalla finestra di notte, quando credevo che nella nebbia si nascondessero mostri, figure sconosciute, cose che non osavo nominare.
Ma adesso ero un adulto, avrei dovuto essere passato queste paure. Avrei dovuto.
Stando lì, a guardare la nebbia che si muoveva lentamente, come se avesse vita propria, sentii di nuovo quella strana sensazione, quella che avevo provato altre volte: di essere osservato.
Non era paranoia, non era stanchezza. Era un peso sullo stomaco, un prurito alla nuca, un senso di disagio che mi fece girare su me stesso, come se qualcuno fosse lì, nell'ombra, a guardarmi, a studiarmi, a sapere tutto di me. Mi girai velocemente, guardai intorno alla cucina: il mobiletto, il lavandino, il tavolo, la sedia vuota. Niente. Nessuno. Solo il silenzio, la luce bassa, la nebbia che filtrava leggermente dalla finestra, portando con sé quell'odore di terra bagnata e foglie marce.
-Stai impazzendo, Ian.- mormorai a me stesso, con la voce roca, cercando di convincermi. -È solo la stanchezza, la birra, la notte. Niente di più.-
Tornai in camera, lentamente, le mani nelle tasche dei pantaloni, cercando di ignorare quel senso di disagio che non se n'era andato. La camera era buia, solo la luce debole dei lampioni fuori che filtrava dalle tende, creando strisce di luce sul pavimento, sul letto non rifatto, sul comodino con la sciarpa bianca di Marty, ancora piegata con cura.
Mi sedetti sul letto, e per un istante, con la coda dell'occhio, vidi qualcosa.
Un'ombra. Sfocata, veloce, che attraversò lo specchio appeso al muro di fronte al letto. Un movimento veloce, quasi impercettibile, come se qualcuno fosse passato davanti ad esso, in silenzio, senza fare rumore.
Mi voltai di scatto, il cuore che batteva forte, le mani che si strinsero sui fianchi.
Lo specchio era lì, pulito, rifletteva la stanza buia, il letto, le tende, la luce debole dei lampioni. Niente ombre, niente figure, niente di strano. Era tutto normale, esattamente come prima.
Un brivido gelido mi attraversò la schiena, dalle spalle fino alla base della colonna vertebrale, e sentii la pelle d'oca che si formava su braccia e gambe. Un freddo che non veniva dall'esterno, che non era il freddo della notte o della nebbia, ma un freddo interno, che nasceva dalle profondità di me stesso, che mi faceva sentire piccolo e vulnerabile, come quando ero bambino.
Attribuii tutto alla stanchezza.
Da bambino, ero terrorizzato dalle ombre. Ogni sera, prima di dormire, guardavo intorno alla stanza, convinto che nelle ombre dei mobili, nelle pieghe delle tende, si nascondessero mostri, figure mostruose che volevano prendermi. Mio padre mi diceva che erano solo illusioni, che la luce creava ombre e niente di più, che non c'era niente da temere. Ma io non ci credevo, non fino a quando la luce del mattino non arrivava e cancellava tutte le paure.
Ora avevo ventisette anni, lavoravo in un diner, vivevo da solo, e avrei dovuto essere cresciuto. Avrei dovuto non avere più paura delle ombre, delle illusioni, delle cose che non si possono spiegare. Ma in quel momento, in quella stanza buia, con la nebbia fuori e quel senso di essere osservato che non se n'era andato, mi sentii di nuovo quel bambino spaventato, che si nasconde sotto le coperte e prega che la notte finisca presto.
Mi sdraiai sul letto, lentamente, e spensi la luce del comodino. Il buio scese su di me, totale, solo la luce debole dei lampioni che filtrava dalle tende, creando ombre che si muovevano leggermente con il vento che soffiava fuori. Chiusi gli occhi, cercando di rilassarmi, di respirare profondamente, di lasciare che il sonno arrivasse finalmente.
Ma il sonno non arrivò.
La mente era ancora sveglia, ancora agitata, e per pura curiosità, senza pensarci troppo, allungai la mano sul comodino e presi il cellulare, spento, lo accesi. Lo schermo si illuminò di una luce blu fredda, che accecò un po' gli occhi abituati al buio. Controllai le notifiche: nessun messaggio, nessuna chiamata, nessun avviso. Sky non aveva scritto, nessuno dei ragazzi, nessuno. Ero solo, come sempre.
Poi, senza un motivo preciso, senza volerlo davvero, aprii WhatsApp.
Scorsi tra le chat, tra i messaggi vecchi, tra i gruppi inutili, e arrivai al profilo di Marty. Non aveva un'immagine del profilo, solo il nome scritto in piccolo, senza fronzoli, senza decorazioni. Era strano, per una ragazza così bella, non avere una foto, non mostrarsi al mondo.
Non le avevo mai scritto un messaggio, non avevo mai osato. Avevo solo il suo numero, ricevuto in quel messaggio notturno, alle due e mezza, che mi aveva sorpreso e fatto sorridere, che mi aveva fatto perdere il sonno per ore. Adesso, guardai il suo profilo, solo per curiosità, per vedere se c'era qualcosa di nuovo, per sentire la sua presenza, anche solo virtualmente.
E con mia sorpresa, vidi la scritta in piccolo, in basso al centro del profilo: "Online".
Il cuore mi saltò un battito, e mi fermai, il respiro bloccato nella gola.
Marty era online. Alle quattro di notte.
Non seppi perché, ma quella parola piccola mi fece battere il cuore più forte, mi fece sentire meno solo, come se fosse lì, con me, in questa stanza buia. E per un breve, brevissimo istante, un istante che durò solo un secondo, ma che sembrò un'eternità, ebbi la sensazione che lei stesse osservando proprio me, esattamente come stavo facendo io con lei.
Spensi il cellulare, lo riappoggiai sul comodino, accanto alla sua sciarpa, e chiusi gli occhi, finalmente.
La nebbia fuori continuò a muoversi, silenziosa, e la notte di Ogden tenne i suoi segreti, come sempre.8Please respect copyright.PENANA2ozh8Pee8n


