-Martha.-
La voce di Isla fu un soffio. Niente di più. Un suono che non era nemmeno una parola, non del tutto, ma l'abbozzo di una parola, la sua ombra, qualcosa che si formò sulle sue labbra e uscì nell'aria fredda del mattino.
Martha la guardava.
Le borse della spesa erano rovesciate accanto a lei, le mele e il pane e il cartone di latte rovesciato sparsi intorno come offerte su un altare sbagliato.
-Martha,- ripeté Isla, e stavolta la voce le tremava, si incrinava, si spezzava come il ghiaccio sul lago. Fece un passo avanti, poi un altro, i piedi nudi che affondavano nella neve.
-Sei... sei tu. Sei davvero tu.-
Martha non si mosse. Non fece un passo verso di lei, non allungò le braccia, non aprì il viso in un sorriso o in lacrime. Restò ferma, con la mano sulla ferita e il sangue che le colava tra le dita, e quando parlò la sua voce era bassa, misurata, con quella cadenza che Ian aveva imparato a riconoscere ma che adesso suonava diversa.
-Non sono tua sorella, Isla.- Le parole caddero nello spiazzo come pietre. Isla si fermò, il viso che si contraeva in una smorfia di confusione.
-Cosa...-
-Non credere a ciò che vedi,- continuò Martha, e la sua voce non tremava, non esitava. Ogni parola era scelta.
-Tua sorella è scomparsa quella notte sotto il ghiaccio, in fondo al lago. È lì che dovresti guardare quando la pensi. È lì che dovresti piangere.-
Isla scosse la testa, un movimento lento e disperato, come se potesse cancellare le parole scacciandole via.
-No. No, sei tu. Sei identica. Gli stessi occhi, gli stessi...-
-Piangi per lei,- la interruppe Martha, e il tono non ammetteva repliche.
-Cosa...- ripeté, e la voce le si spense.
Poi gli occhi le si girarono all'indietro, e il corpo si accasciò nella neve con la lentezza di un fiore che appassisce, e Isla giacque a terra, svenuta, con i capelli sparsi sulla neve e il cappotto grigio che la copriva come un sudario.
Martha la guardò per un istante. Uno solo. Poi i suoi occhi si alzarono e si posarono su di noi.
Thomas e Rudy erano fermi a qualche metro di distanza, bloccati a metà di un passo, con le facce bianche e gli occhi spalancati. Io ero accanto a loro.
Martha fece un passo avanti.
Fu un passo normale. Il passo di una persona ferita, che si muove con cautela perché il corpo protesta, perché ogni movimento tira la ferita, perché il dolore è lì e non se ne va.
Si chinò su Isla. Si mise in ginocchio accanto a lei, con un movimento che le strappò una smorfia di dolore. Poi si raddrizzò, e con la mano sinistra, quella che non teneva la ferita, le accarezzò i capelli.
Martha continuava ad accarezzare i capelli di Isla. E parlò.
-L'unico motivo per cui l'ho lasciata viva...-
Le sue mani smisero di accarezzare. Si posarono sui due lati della testa di Isla, una su ciascuna tempia, le dita che si chiudevano dietro la nuca con una presa che era allo stesso tempo gentile e salda. Il viso di Martha era chino sulla sorella, e i capelli neri le ricadevano intorno al viso come un sipario, nascondendo la sua espressione.
-...è che lei non sapeva nulla di me.-
La torsione fu brutale.
Le mani di Martha girarono la testa di Isla con un movimento secco, rapido, che non lasciò il tempo al corpo di reagire. Il collo di Isla emise un suono che Ian aveva già sentito poco prima, quando Rick era crollato nella neve. Uno schiocco sordo, profondo, come un ramo verde che si spezza sotto il peso della neve. Ma questo fu più quieto, più intimo, come se la morte fosse stata sussurrata invece che urlata
Isla giacque nella neve. Con gli occhi chiusi e i capelli sparsi e il cappotto grigio e le mele e il pane e il latte versato, e il viso rivolto verso il cielo grigio con un'espressione che era quasi serena, quasi pacifica, come se l'ultimo pensiero che aveva avuto prima di morire fosse stato qualcosa di bello.
Io non mi mossi. Non potevo. Le gambe erano radici, le braccia erano pietra, e il cervello stava cercando di processare qualcosa che rifiutava di entrare in qualsiasi categoria conosciuta. Avevo visto Rick morire, e quello era stato orribile. Ma Rick era un uomo che voleva uccidermi, un uomo con un coltello e una pistola e una follia negli occhi. Isla era una donna che tornava dalla spesa. Isla era una donna che piangeva la sorella morta. Isla era una donna che non aveva fatto niente di niente a nessuno.
Martha si rialzò. Con fatica, con dolore, premendosi la mano sulla ferita che aveva ripreso a sanguinare più forte, e il viso contratto in una smorfia che le scavava solchi intorno alla bocca. Si rimise in piedi come chi si rialza dopo una caduta, con movimenti lenti e cauti, e quando fu dritta ci guardò.
-Ha ucciso i miei genitori,- disse, e la voce era piatta, svuotata, come se stesse leggendo un elenco della spesa. -Li ha uccisi nel sonno, facendolo passare per un incidente con il monossido di carbonio. Per l'eredità. Per potersene andare, per non dover più fingere di essere una sorella, una figlia, una persona normale.-
Fece una pausa.
-E prima, da ragazzina, ammazzava gli animali. Cani, gatti, tutto ciò che le capitava a tiro. Li trovava nel bosco, o nel quartiere, e li portava dietro la casa, e li uccideva con una metodicità che avrebbe dovuto far capire a tutti cosa c'era che non andava in lei. Ma nessuno vedeva. Nessuno voleva vedere. Perché Isla era la brava ragazza, quella tranquilla, quella che sorrideva sempre, quella che non avrebbe fatto male a una mosca.-
Thomas emise un suono. Non una parola, non un'imprecazione. Un suono basso, gutturale, che gli uscì dal fondo della gola come il ringhio di un animale in trappola.
Martha lo guardò, e per un istante vidi qualcosa attraversarle il viso. Non rimpianto, non pietà. Qualcosa di più sottile.
-Non è stata una gran perdita,- disse, e le parole caddero nell'aria con il peso di una sentenza che era stata emessa tanto tempo prima e che adesso veniva solo eseguita.
Il silenzio che seguì fu il più profondo che avessi mai sentito. Un silenzio che non era assenza di suono ma presenza di qualcosa, un vuoto che si riempiva di tutto ciò che non stavamo dicendo, di tutto ciò che non potevamo dire perché le parole non esistevano per ciò che stavamo vivendo.
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Due corpi nella neve. Rick con le braccia spalancate e gli occhi vuoti. Isla con gli occhi chiusi e il viso sereno.
E poi il freddo arrivò.
Non il freddo dell'inverno, non il freddo della neve o del vento. Un freddo che veniva da dentro, dal centro del petto, e che si espandeva verso l'esterno con una velocità che mi tolse il respiro. Un freddo che non aveva niente a che fare con la temperatura e tutto a che fare con qualcosa di più profondo, di più primitivo, qualcosa che il corpo riconosceva prima della mente e che faceva scattare allarmi così antichi che non passavano attraverso i pensieri ma attraverso le ossa, attraverso il midollo, attraverso quel nucleo di istinto che dice scappa, scappa adesso, non guardarti indietro, scappa.
Panico. Puro, irrazionale, totale. Il tipo di panico che non ha una causa logica, che non ha un oggetto specifico, che è semplicemente la risposta del corpo alla presenza di qualcosa che non dovrebbe esistere in questo mondo.
Volevo scappare. Ogni cellula del mio corpo voleva scappare. Non da Martha, non dai cadaveri, non dal sangue. Da qualcosa di più grande, di più vasto, qualcosa che riempiva l'aria e lo spazio e il tempo e che diceva che questo non è un posto per te, che questa non è una cosa che dovresti vedere, che quello che stai guardando è troppo grande per i tuoi occhi e troppo profondo per la tua mente e che se non te ne vai adesso, subito, in questo secondo, non te ne andrai mai più.
Un motore che si accende.
Il rumore mi arrivò come attraverso un muro, attutito, distorto, ma inequivocabile. Il rombo della Subaru di Thomas che prendeva vita, seguito dallo stridio delle gomme sulla neve, dal suono di una macchina che fa retromarcia con una furia che non lascia spazio alla precisione.
Mi voltai. Thomas era al volante, e Rudy era già sul sedile del passeggero, e le loro facce erano identiche: bianche, tirate, con gli occhi spalancati di chi sta obbedendo a un comando che non viene dal cervello ma da un posto più basso, più profondo, più antico. Il comando che dice scappa e che non accetta discussioni.
La Subaru sgommò sulla neve, sbandando, le ruote che giravano a vuoto per un istante prima di fare presa, e poi partì, allontanandosi lungo la strada con un'accelerazione che non aveva niente di razionale. Non mi guardarono. Non si fermarono. Non gridarono il mio nome. Se ne andarono e basta, con la stessa velocità con cui erano arrivati, lasciandomi solo.
Solo con Martha. Solo con i morti. Solo con il freddo e il panico e la neve che continuava a cadere come se niente fosse successo, come se il mondo non si fosse appena spezzato in due.
Martha si allontanò dal corpo di Isla. Si voltò verso di me, e i suoi passi erano lenti, cautissimi, i passi di chi si muove con un dolore che è diventato parte del movimento, che si è integrato in ogni gesto come un ospite che non se ne andrà più. La mano destra premuta sulla ferita, la sinistra lungo il fianco, le spalle curve, il respiro che le usciva in nuvole dense e irregolari.
Si fermò davanti a me. Faccia a faccia. A meno di un metro.
La guardai. I suoi occhi erano lì, scuri, profondi, e mi fissavano con quell'intensità che avevo imparato a riconoscere, quella profondità che sembrava contenere abissi che non avevano fondo.
E per un istante, un solo istante, breve come un battito di ciglia, terrificante come un abisso che si apre sotto i piedi, la vidi.
La ragazza che avevo incontrato al Rusty Nail, quella che rideva sotto la pioggia, che mi aveva baciato con le labbra che sapevano di cioccolata, che mi aveva tenuto la mano nella Chevy mentre guidavo verso casa, che si era rannicchiata contro di me sul divano mentre la TV trasmetteva un film che non guardavamo. La ragazza che mi aveva fatto sentire vivo per la prima volta in anni, che mi aveva fatto credere che ci fosse qualcosa oltre la routine del diner e le serate al bar e le notti solitarie nell'appartamento.
La vidi per un istante. E in quell'istante, tutto ciò che avevo provato per lei tornò, come un'onda che si alza dal fondo e ti sommerge prima che tu possa fare un respiro. L'affetto, il desiderio, la tenerezza, la speranza. Tutto quanto, insieme, in un solo battito del cuore.
Poi l'istante passò. E rimase solo Martha.
Lei si avvicinò. Un passo, poi un altro, e io non indietreggiai, non perché non volessi ma perché le gambe non rispondevano, perché il corpo era bloccato tra il terrore e qualcosa di più complicato che non aveva un nome.
Alzò la mano sinistra. Quella che non teneva la ferita. Le dita erano sporche di sangue, il suo sangue e quello di altri, una patina rossa e lucida che si stava seccando sulle punte. La posò sulla mia guancia, e il tocco fu leggero, freddo, come la carezza di qualcuno che sta dicendo addio.
Il sangue lasciò un segno sulla mia pelle. Lo sentii, umido e caldo per un istante, poi freddo, poi come qualcosa di permanente, come un marchio che non sarebbe andato via nemmeno con l'acqua.
Martha si chinò in avanti. Le sue labbra trovarono le mie, e il bacio fu breve, leggero, quasi impercettibile. Il sapore del sangue si mescolò a qualcosa di dolce, qualcosa che non riuscivo a identificare e che non avrei identificato mai più, qualcosa che apparteneva a lei e a nessun altro. Le sue labbra erano morbide, e per quell'istante, per quel breve istante in cui le nostre bocche si toccarono, il mondo tornò ad essere semplice. C'eravamo solo noi, e il freddo, e la neve, e un bacio che sapeva di addio.
Poi lei si staccò. Le sue labbra lasciarono le mie, la sua mano lasciò la mia guancia lasciando tracce di sangue, e il freddo del suo tocco rimase sulla mia pelle come un ricordo che non voleva sbiadire.
Martha fece un passo indietro. Poi un altro. Non si voltò. Mi guardava, e i suoi occhi scuri contenevano qualcosa che non avevo mai visto, o che avevo visto troppe volte senza capirlo. Solitudine. Una solitudine così vasta, così profonda, che non apparteneva a una persona ma a un'epoca, a un tempo in cui tutto ciò che era stato non c'era più e tutto ciò che sarebbe stato non era ancora arrivato.
Poi si voltò. E si allontanò.
Camminava nella neve con passi lenti e doloranti, i passi di una persona ferita che sta andando via perché non ha altro posto dove andare. Il cappotto blu le ondeggiava intorno alle gambe, e i capelli neri le cadevano sulle spalle, e il sangue le colava ancora tra le dita, gocciolando sulla neve e lasciando una scia di piccole gocce rosse che la neve copriva lentamente, una dopo l'altra, cancellando il suo passaggio come se non fosse mai esistita.
Camminava verso il bosco. Verso gli alberi carichi di neve, verso i rami neri che si stagliavano contro il cielo grigio, verso il silenzio e il vuoto e il nulla che c'era oltre lo spiazzo, oltre la casa, oltre tutto.
La guardai andare via. La guardai mentre i suoi passi si facevano più piccoli, mentre la sua figura si allontanava tra gli alberi, mentre il cappotto blu diventava una macchia scura contro il bianco della neve.
E poi la vidi attraversare il tronco di un abete.
Un fantasma. Era così che l'avevo pensata quella mattina al lago, e lei aveva corretto. "Non sono un fantasma." Ma in quel momento, guardandola svanire attraverso il tronco di un abete come fumo che si dissolve nell'aria, non avevo altre parole.
Scomparve. Un istante era lì, e l'istante dopo non c'era più. Solo la neve, e gli alberi, e il silenzio, e i due corpi stesi a terra che la neve stava coprendo lentamente, come una coperta che il mondo tirava sopra di loro per nasconderli, per dimenticarli, per far finta che non fosse mai successo niente.
Restai solo.
Solo nello spiazzo, con i segni delle sue dita insanguinate sulla guancia e il sapore del suo bacio sulle labbra e il terrore ancora piantato nello stomaco come un coltello che non era stato rimosso. Solo, con due cadaveri nella neve e una casa vuota alle mie spalle e un silenzio che era così profondo che potevo sentire il battito del mio cuore, e il vento, e la neve che cadeva, e nient'altro.
Mi portai una mano alla guancia. Le dita trovarono il segno che Martha aveva lasciato, le strisce di sangue che si stavano seccando sulla mia pelle, e le sentii sotto i polpastrelli come rilievi su una mappa che non portava da nessuna parte.
Chiusi gli occhi. Il freddo mi mordeva la faccia, e il vento mi soffiava tra i capelli, e la neve mi cadeva sulle palpebre chiuse con un tocco che era quasi delicato, quasi gentile, come le dita di qualcuno che ti accarezza il viso mentre dormi.
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