La neve scricchiolava sotto i miei stivali mentre correvo verso la Chevy, il fiato che mi usciva in nuvole dense e irregolari, i polmoni che bruciavano per lo sforzo e per il freddo che si infilava nella gola come lame di vetro.
Non guardai indietro. Non volevo vedere se Marty era ricomparsa, se la sua figura si stagliava contro il lago ghiacciato come un'ombra che non apparteneva a questo mondo. Volevo solo raggiungere la macchina, chiudermi dentro, allontanarmi da quel posto che sapeva di morte e di acqua nera.
La Chevy era ancora lì, coperta da uno strato sottile di neve che il vento aveva depositato durante la notte. Aprii lo sportello con una mano che tremava così forte che quasi persi la presa sulla maniglia. Mi gettai al volante, chiusi la portiera con uno strattone, e infilai la chiave nel cruscotto con movimenti che erano più istintivi che razionali. Il motore tossì due volte prima di prendere vita, e il rombo familiare mi riempì l'abitacolo come un abbraccio meccanico.
Per un momento restai seduto, con le mani ancora strette sul volante, gli occhi fissi sul lago che si stendeva davanti a me attraverso il parabrezza appannato. Il sole era ormai sorto completamente, e la luce dorata del mattino faceva brillare la superficie ghiacciata come uno specchio rotto. Non c'era nessuno sulla riva. Nessuna figura in cappotto blu. Solo il vento, e la neve, e il silenzio che sembrava seguirmi ovunque andassi.
"Chi sa di me... il mio segreto... lo metterò a tacere."
Le parole di Marty mi ronzavano nella testa come un disco graffiato, ripetendosi all'infinito senza che potessi fermarle. Non era una minaccia pronunciata con rabbia. Era peggio. Era una promessa fatta con calma.
Premetti il piede sull'acceleratore e uscii dal parcheggio con uno stridio di gomme sulla neve. La strada che costeggiava il lago era deserta a quell'ora, e la Chevy sfrecciò lungo l'asfalto ghiacciato con i tergicristalli che fendevano i pochi fiocchi che ancora cadevano dal cielo. Non avevo una meta precisa, non ancora. Dovevo solo allontanarmi da quel posto, mettere distanza tra me e lei, guadagnare tempo per pensare.
Tirai fuori il telefono dalla tasca con una mano, gli occhi che si spostavano dalla strada allo schermo in un movimento rapido e nervoso. Il gruppo di chat era ancora aperto, con gli ultimi messaggi di Thomas e Rudy che chiedevano se stavo bene, se volevano che venissero a prendermi, se avevo bisogno di qualcosa. Non avevo risposto. Non sapevo cosa dire.
Ora invece lo sapevo. Dovevo dirgli tutto. Dovevo metterli al corrente di ciò che avevo scoperto, di ciò che Marty era, di ciò che aveva promesso di fare. Se tanto valeva affrontare quella situazione, tanto valeva farlo insieme. Non potevo più proteggerli tenendoli all'oscuro. Non potevo più fingere che tutto fosse normale.
Premetti il pulsante per avviare una chiamata di gruppo e aspettai che squillasse. La strada scorreva veloce fuori dal finestrino, con gli alberi carichi di neve che si susseguivano come sentinelle silenziose. Il telefono squillò una volta, due, tre.
-Rudy, rispondi, cazzo,- mormorai tra i denti.
Alla quarta squillata, la chiamata si attivò.
-Ian?- La voce di Rudy era roca, piena di sonno e preoccupazione. -Cazzo, Ian, sono le sette del mattino.-
-Sono al lago,- dissi, con la voce che suonava più stanca di quanto mi aspettassi. -Sto tornando. Ascoltami, Rudy, devi ascoltare quello che ti dico. E devi credermi.-
-Cosa? Ian, cosa succede?-
-Un attimo, metto Thomas in linea.-
Premetti il pulsante per aggiungere un altro partecipante e aspettai che Thomas rispondesse. Ci mise più tempo di Rudy, e quando finalmente la sua voce si fece sentire, era più bassa, più controllata.
-Ian? Sto guidando. Cosa c'è?-
-Sei in macchina?-
-Sono uscito.-
-Sentite, entrambi,- dissi, con la voce che tremava leggermente. -Devo dirvi una cosa. È importante. È su Marty. Su quello che ho scoperto ieri sera e su quello che mi ha detto stamattina al lago.-
Feci una pausa, sentendo le parole che si accumulavano nella gola come pietre che non riuscivo a ingoiare.
-Lei sa che lo so. E mi ha detto che metterà a tacere chiunque conosca il suo segreto. Siete sulla lista. Tutti quelli che sanno qualcosa sono sulla lista. E vi avverto perché... perché ho paura che possa farvi del male.-
Il silenzio che seguì fu denso, carico di tutto ciò che non stavamo dicendo. Sentivo il rumore del motore di Thomas in sottofondo, il fruscio dell'aria che entrava dal finestrino. Poi Thomas parlò, con una voce che era più ferma di quanto mi aspettassi.
-Ian, dove sei adesso?-
-Sto tornando verso Ogden. Ho bisogno di vedervi. Di persona. Dobbiamo decidere cosa fare.-
-Incontrarsi dove?- chiese Rudy.
Esitai. La prima cosa che mi venne in mente fu il mio appartamento, ma subito dopo la scartai. Dopo quello che era successo la sera prima, dopo che Marty aveva distrutto la mia cucina non mi fidavo più di quel posto. Non sapevo se lei potesse tornare, se potesse essere già lì ad aspettarmi, se avesse intenzione di farmi del male appena varcata la soglia.
-Non a casa mia,- dissi, con una voce che era più dura di quanto volessi. -Ci vediamo al parcheggio del Rusty Nail. È aperto, ci sarà gente, è... è più sicuro.-
-Più sicuro da cosa, Ian?- chiese Thomas, e la sua voce era calma ma c'era un'ombra in quella calma che mi fece venire i brividi.
-Da lei,- risposi, sentendo il peso di quelle parole. -Da tutto ciò che non capiamo.-
-Sarò lì tra mezz'ora,- disse Thomas. -Rudy?-
-Anch'io,- rispose Rudy. -Ma Ian... stai attento. Non fare cazzate da solo.-
-Non le farò,- promisi, anche se non ero sicuro di poter mantenere quella promessa. -Ci vediamo lì.-
La chiamata si interruppe, e il silenzio dell'abitacolo tornò a riempirsi del rumore del motore e del vento che soffiava contro i finestrini.
Mi fermai a un incrocio, con il piede sul freno e la mano che si spostava dal volante al telefono. Avevo bisogno di ricaricarlo. La batteria era quasi esaurita, e se volevo rimanere in contatto con Thomas e Rudy, dovevo trovare un caricabatterie. Ma non avevo voglia di tornare a casa. Non dopo quello che era successo. Non con il ricordo dei piatti che volavano attraverso la stanza, dei bicchieri che esplodevano contro il muro, del terrore puro che mi aveva paralizzato sul pavimento.
Eppure, se Marty mi avesse voluto morto, lo sarei stato già da ore. Lei aveva avuto tutto il tempo per uccidermi mentre dormivo in macchina, mentre ero seduto sulla riva del lago a fissare l'acqua ghiacciata, mentre correvo verso la Chevy con il cuore in gola. Non l'aveva fatto. Forse perché non voleva ancora uccidermi. O forse perché uccidermi non era abbastanza.
Forse voleva qualcos'altro.
Scossi la testa, cercando di scacciare quei pensieri che mi stavano facendo venire il mal di testa. Dovevo concentrarmi sul presente, su ciò che potevo fare in questo momento. Dovevo ricaricare il telefono, dovevo arrivare al Rusty Nail, dovevo incontrare Thomas e Rudy e decidere insieme come affrontare quella situazione che stava diventando sempre più pericolosa.
Premetti il piede sull'acceleratore e imboccai la strada che portava verso Ogden. Le case cominciavano a infittirsi, con i tetti coperti di neve e i camini che fumavano nell'aria fredda. Il traffico era leggero a quell'ora, e in pochi minuti raggiunsi il quartiere dove si trovava il mio appartamento.
Parcheggiai davanti all'ingresso e rimasi seduto per un istante, con le mani ancora sul volante e il cuore che batteva forte. La facciata del palazzo era come sempre, con le finestre scure e la porta d'ingresso che cigolava leggermente quando il vento la spingeva. Al primo piano, la finestra del mio appartamento era buia, senza segni di vita. Sembrava vuota. Sembrava normale.
Ma non lo era. Niente era normale. Non più.
Scesi dalla macchina e attraversai i pochi metri che mi separavano dall'ingresso. La neve scricchiolava sotto gli stivali, e il vento mi sferzava il viso con particelle di ghiaccio quasi invisibili. Le scale erano silenziose, con quell'odore di umidità e detersivo che non era mai cambiato in tutti gli anni che avevo vissuto lì. Salii lentamente, un gradino dopo l'altro, sentendo il peso di ogni passo.
Quando arrivai al pianerottolo del primo piano, mi fermai.
La porta del mio appartamento era socchiusa.
Non sprangata, non sbattuta, non spalancata. Socchiusa, come se qualcuno fosse uscito in fretta e non avesse avuto il tempo di chiuderla bene. O come se qualcuno fosse entrato e non si fosse preoccupato di nascondere il suo passaggio.
Il cuore mi balzò in gola. La sera prima, ero uscito di corsa, con il terrore che mi paralizzava e le schegge di vetro che mi graffiavano i piedi attraverso le suole delle scarpe. Avevo chiuso la porta? Non ricordavo. Non riuscivo a ricordare se l'avevo richiusa.
Forse ero stato io a lasciarla così. Forse era stata Marty a riaprirla. Forse era un segno che lei era già lì, invisibile e silenziosa, in attesa che io varcassi la soglia.
Ma avevo bisogno del caricabatterie. Avevo bisogno di ricaricare il telefono. E se Marty mi avesse voluto morto, lo sarei stato già da ore. Dovevo solo entrare, prendere ciò che mi serviva, e uscire il più in fretta possibile.
Spinsi la porta con la punta delle dita, facendola scivolare su se stessa con un cigolio che mi fece venire la pelle d'oca. L'appartamento era buio, con la luce del mattino che filtrava debolmente attraverso le tende socchiuse e il pavimento ancora coperto di schegge di vetro che scintillavano come piccole stelle cadute. La cucina era ancora un campo di battaglia, con i mobili aperti e i frammenti di ceramica sparsi ovunque come detriti di una guerra che era stata combattuta e persa.
Attraversai il corridoio con passi lenti e cauti, le scarpe che scricchiolavano sui frammenti di vetro che non ero riuscito a evitare. La porta della camera da letto era chiusa, e per un istante mi fermai davanti, con la mano sulla maniglia e il cuore che batteva così forte da farmi male al petto.
Poi la aprii.
La stanza era come l'avevo lasciata. Il letto disfatto, le lenzuola ancora aggrovigliate. Il caricabatterie era sul tavolo, proprio accanto al letto, con il cavo arrotolato intorno come un serpente addormentato.
Mi avvicinai, presi il caricabatterie con una mano che tremava leggermente, e lo infilai nella tasca del giubbotto. Poi mi girai per uscire, per andarmene da quel posto che non era più casa mia, che non poteva più esserlo dopo tutto ciò che era successo.
E fu allora che lo sentii.
Un rumore alle mie spalle. Un passo leggero sul pavimento di legno. Il suono di qualcuno che si muoveva con cautela, con intenzione, con lo scopo di non farsi sentire troppo presto.
Mi voltai di scatto, ma non feci in tempo a vedere nulla. Un braccio mi si strinse intorno al collo, e sentii il freddo dell'acciaio contro la gola, una lama che premeva appena contro la pelle, abbastanza da farmi capire che era affilata, abbastanza da farmi sapere che chi la teneva non aveva intenzione di scherzare.
-Non muoverti, eroe.-
La voce era rauca, familiare, carica di un odio che sembrava essersi accumulato per giorni, per settimane, per tutta una vita. La riconobbi subito, anche se non avevo mai sentito quel tono prima, quel misto di follia e lucidità che faceva sembrare le parole più taglienti della lama che mi premeva contro la gola.
-Rick,- dissi, con una voce che era più calma di quanto mi sentissi. -Cosa cazzo stai facendo?-
Lui rise. Una risata bassa, strascicata, che mi fece venire la pelle d'oca più della lama stessa.
-Sto facendo quello che avrei dovuto fare la prima volta. Quella notte nel parcheggio. Quando ti ho visto con quella. Avrei dovuto ucciderti allora, ma ero troppo preso da lei, troppo occupato a cercare di capire cosa cazzo mi stava facendo.-
La lama premette un po' più forte, e sentii un filo di sangue che mi colava lungo il collo, caldo e appiccicoso.
-Sapevo che saresti tornato qui,- continuò Rick, con quella voce che oscillava tra il sussurro e il grido, tra la lucidità e la follia. -Ho aspettato. Non potevo più stare nel mio appartamento, non potevo più guardare le pareti senza vedere il suo viso, senza sentire il suo sguardo che mi perforava il cervello. Quindi sono venuto qui. E ho aspettato.-
-Io non so dove sia Marty,- dissi, cercando di mantenere la voce ferma. - È sparita stamattina al lago. Non so dove sia andata.-
-Un'altra bugia,- ringhiò Rick, e la lama premette ancora più forte. -So che sei stato con lei. So che l'hai portata a casa tua. So che hai passato la notte con lei, che l'hai toccata, che l'hai baciata.-
Si sporse in avanti, e sentii il suo alito caldo contro il mio orecchio, sentii l'odore di alcol e di fumo che emanava dalla sua pelle.
-Non sai cosa ho visto in quella notte, nel parcheggio del Rusty Nail,- disse Rick, con una voce che era diventata improvvisamente più bassa, più intima. -Non sai cosa c'era nei suoi occhi.-
Non dissi nulla. La sua presa si allentò leggermente, e per un istante pensai che stesse per lasciarmi andare. Ma non lo fece.
-Era come guardare nel nulla,- continuò, con le parole che uscivano lente, come se dovesse spingerle fuori una alla volta. -Non c'era paura, non c'era odio. C'era solo... assenza. Come se tutto ciò che ero, tutto ciò che avevo fatto, tutto ciò che avevo sognato, fosse stato spazzato via da uno sguardo. E in quel momento ho capito che non ero niente. Che non ero mai stato niente. Che tutto ciò che pensavo di essere era solo un'illusione che lei aveva distrutto con un solo sguardo.-
Tacque per un istante, e sentii il suo respiro che si faceva più irregolare, più affannoso.
-Era come se mi stesse guardando da un posto dove il tempo non esisteva,- disse, e la sua voce era quasi un sussurro ora. -Da un posto dove tutto ciò che è stato e tutto ciò che sarà è già successo. E io ero lì, in mezzo a tutto questo, a chiedermi chi cazzo ero, cosa cazzo stavo facendo, perché cazzo ero ancora vivo.
La lama tremò leggermente contro il mio collo, e sentii il sangue che continuava a scorrere in un filo sottile lungo la pelle.
-Allora cosa vuoi da lei?- chiesi, con una voce che era più calma di quanto mi sentissi.
Rick rise di nuovo, ma era una risata diversa da prima, più amara, più disperata.
-Ucciderla,- disse, e c'era qualcosa nella sua voce che assomigliava a un dato di fatto.
Fece una pausa, e quando riprese a parlare la sua voce era più dura, più determinata.
-Ma prima di farla sparire, voglio che tu soffra. Voglio che tu provi quello che ho provato io. E poi voglio ucciderti con le mie mani.-
Sentii il suo corpo che si tendeva, i muscoli che si contraevano mentre si preparava a muoversi. Non potevo aspettare. Non potevo lasciare che mi tagliasse la gola, che mi uccidesse in quella stanza che era stata la mia casa.
Mi mossi con un riflesso che non sapevo di avere. Gettai la testa all'indietro con forza, sentendo il cranio che colpiva il naso di Rick con un crack secco che mi fece girare la testa. La sua presa si allentò per un istante, e ne approfittai per liberarmi, per girarmi verso di lui, per mettergli le mani addosso.
La lotta fu brutale, disperata, senza regole. Lui era più grosso di me, con le braccia più lunghe e i muscoli più potenti, ma io ero più veloce, più magro, più disperato. Ci scontrammo contro il muro, contro il comodino, contro il letto, con le mani che cercavano di afferrare qualcosa, qualsiasi cosa, che potesse fare la differenza. La lama era ancora nella sua mano, e la sentivo che sfrecciava nell'aria vicino al mio viso, vicino al mio petto, vicino al mio stomaco.
-Colpito!-
Il dolore esplose nella mia spalla sinistra, un calore improvviso che mi fece gridare e indietreggiare. Sentii il sangue che mi scorreva lungo il braccio, caldo e viscoso, e per un istante il mondo si offuscò. Ma non potevo fermarmi. Non potevo fermarmi.
Colpii Rick con il pugno destro, dritto alla mascella. Lui barcolló poi si avventò di nuovo su di me, e per un istante fui certo che sarebbe stata la fine.
Ma in quel momento, il telefono nella mia tasca vibrò.
Non so perché, ma quel suono, quel piccolo ronzio familiare, mi diede la forza che mi serviva. Con un ultimo sforzo, spinsi Rick lontano da me, con le due mani che premevano contro il suo petto, e lui perse l'equilibrio, cadendo all'indietro contro il muro con un tonfo sordo.
Non aspettai che si rialzasse. Mi girai e corsi verso la porta, con il sangue che mi colava dalla spalla e il cuore che batteva così forte da sembrare un tamburo nelle orecchie. Attraversai la cucina inciampando sulle schegge, aprii la porta d'ingresso con uno strattone, e corsi giù per le scale senza guardarmi indietro.
Il parcheggio era deserto, la Chevy ancora parcheggiata davanti all'ingresso. Aprii lo sportello e mi gettai al volante, infilando la chiave nel cruscotto con una mano che tremava così forte che quasi non riuscivo a tenerla. Il motore si accese al secondo tentativo, e uscii dal parcheggio con le gomme che stridevano sulla neve.
Non guardai indietro. Non mi fermai. Guidai per diversi minuti, con la spalla che pulsava e il sangue che mi macchiava il giubbotto. Il telefono vibrò di nuovo nella tasca, e con una mano che tremava lo tirai fuori, portandolo all'orecchio mentre guidavo con l'altra.
-Sì?- dissi, con la voce roca.
-Ian?- Era Thomas. -Cazzo, Ian, dove sei? Abbiamo ricevuto la tua chiamata ma non hai risposto. Siamo arrivati al Rusty Nail. Dove cazzo sei?-
-Sono in macchina,- dissi, con la voce che tremava. -Sto arrivando. Ma c'è un problema. Rick... c'era Rick. Nel mio appartamento. Mi ha aggredito, cazzo, mi ha tagliato la spalla.-
-Stai sanguinando?- chiese Thomas, con la voce che era diventata improvvisamente più dura.
-Sì, ma non è grave. Non credo.-
-Non importa se è grave o no,- disse Thomas. -Vieni al Rusty Nail. Subito. Ti aspetteremo. E Ian... non fermarti per nessun motivo.-
-Non mi fermerò,- promisi, e la mia voce era più ferma ora, più determinata. -Arrivo.-
Premetti il piede sull'acceleratore e la Chevy sfrecciò lungo la strada innevata, con i tergicristalli che fendevano la neve e il sangue che continuava a colare dalla mia spalla, caldo e appiccicoso. La strada davanti a me era bianca, vuota, e il cielo sopra di me era grigio e basso, come se stesse aspettando qualcosa.
8Please respect copyright.PENANAGXggH21FnN
Forse stava aspettando me.8Please respect copyright.PENANAq1AkjdhBZu


