Ero fermo in uno spiazzo sterrato a pochi metri dalla riva del Pineview Reservoir, lo stesso dove avevo parcheggiato quel pomeriggio in cui avevo incontrato Isla sulla panchina. Sembrava passata una vita da allora, e forse lo era davvero. Forse il tempo aveva smesso di scorrere in modo lineare dal momento in cui avevo incontrato Marty.
Erano le sei e mezzo del mattino. Fuori dal parabrezza, il mondo era un disegno a carboncino e ghiaccio. Il lago si stendeva davanti a me come una lastra di metallo opaco, la superficie increspata da creste di neve che il vento aveva scolpito in forme impossibili durante la notte. Gli alberi sulla riva opposta erano scheletri neri contro un cielo che stava lentamente passando dal viola profondo all'arancione pallido dell'alba. Non c'erano uccelli, non c'erano animali, non c'era nulla che si muovesse in quel paesaggio immobile. Solo il freddo, e il silenzio, e io.
Avevo dormito in macchina, se si poteva chiamare sonno quel dormiveglia agitato, popolato da frammenti di incubi che si dissolvevano appena aprivo gli occhi e poi ricominciavano identici appena li richiudevo. Il sedile reclinato all'indietro, il giubbotto a fare da coperta, il riscaldamento acceso a intermittenza per non finire la benzina. Ogni ora circa mi svegliavo di soprassalto, con il cuore che batteva forte e le mani che cercavano qualcosa a cui aggrapparsi, e ogni volta mi ritrovavo a fissare il vuoto del parcheggio deserto.
Avevo paura a tornare a casa. Una paura concreta, fisica, che mi attanagliava lo stomaco ogni volta che pensavo alla porta del mio appartamento, a ciò che avrei potuto trovare oltre quella soglia. Non era solo la devastazione della cucina, i piatti in frantumi, i mobili aperti come ferite. Era la consapevolezza che lei poteva essere ancora lì.
E così avevo passato la notte in macchina, con il freddo che si insinuava attraverso le guarnizioni delle portiere e il sonno che non arrivava mai del tutto. E ora, con l'alba che iniziava a tingere il cielo di colori che non vedevo da tempo, sentivo che dovevo fare qualcosa. Dovevo affrontarla. Dovevo avere risposte.
Non sapevo perché avessi scelto il lago. Forse perché era lì che Isla mi aveva raccontato di sua sorella. Forse perché era lì che Martha era morta, trent'anni prima, sotto una lastra di ghiaccio identica a quella che ora copriva la superficie dell'acqua. Forse perché sentivo, in un modo che non potevo spiegare, che questo era il posto dove tutto era cominciato. E forse era il posto dove tutto sarebbe finito.
Scesi dalla macchina. Il freddo mi colpì con una violenza che non mi aspettavo, nonostante le temperature che avevo sopportato durante la notte. Era un freddo diverso, più intenso, più personale. Un freddo che sembrava avere un'intenzione, uno scopo. Il fiato mi usciva in nuvole dense che il vento disperdeva in un istante.
Iniziai a camminare lungo la riva. La neve scricchiolava sotto gli stivali, quel suono secco e ritmico che era l'unica cosa che sentivo oltre al vento. Il lago si stendeva alla mia sinistra, immobile e silenzioso, con la superficie ghiacciata che rifletteva le prime luci dell'alba in striature rosa e arancione. Alla mia destra, gli alberi spogli si ergevano come sentinelle, i rami carichi di neve.
Camminai per diversi minuti, allontanandomi dalla macchina, dal parcheggio, da qualsiasi segno di civiltà. Volevo essere solo. Volevo essere in un posto dove nessuno potesse sentirmi, dove nessuno potesse vedermi, dove potessi urlare senza che qualcuno chiamasse la polizia o mi prendesse per pazzo.
E urlai.
-MARTY!-
Il nome rimbalzò sulla superficie del lago come un sasso gettato su un tamburo, echeggiando tra gli alberi e le montagne lontane. Rimasi in ascolto, con il cuore che batteva forte e il respiro che si condensava davanti al viso. Nessuna risposta. Solo il vento, e il silenzio, e il fruscio lontano di un animale che si muoveva nel sottobosco.
Ripresi a camminare. I miei passi mi portarono verso il centro della riva, dove la curva del lago si allargava in una distesa bianca che si perdeva all'orizzonte. Il sole stava sorgendo ora, un disco pallido che si alzava dietro le cime delle Wasatch e che tingeva la neve di riflessi rossastri. Sembrava sangue, pensai. Sangue diluito nell'acqua, che risaliva attraverso il ghiaccio e si spandeva sulla superficie come una ferita che non si rimarginava.
-Lo so che sei qui!- gridai di nuovo, con la voce che si incrinava per il freddo e per l'emozione. -Lo so cosa sei! Mostrati!-
Niente. Continuai a camminare, con gli occhi che mi lacrimavano per il vento e le mani che infilavo sempre più a fondo nelle tasche del giubbotto. I minuti passavano, e il sole saliva, e il lago restava immobile, indifferente, come se non avesse mai assistito a nulla di importante. Come se una ragazza non fosse morta qui, in una notte di marzo di trent'anni prima, con il ghiaccio che le si chiudeva sopra la testa e l'acqua nera che le riempiva i polmoni.
Mi fermai. Ero arrivato a una sporgenza della riva, un punto dove il terreno scendeva dolcemente verso la superficie ghiacciata e dove gli alberi si diradavano, lasciando spazio a una vista ampia sul lago e sulle montagne. Il sole era ormai completamente sorto, e la luce rossastra dell'alba si stava trasformando in un oro pallido che faceva scintillare la neve come polvere di diamante.
Chiusi gli occhi. Non per la stanchezza, non per il freddo. Li chiusi perché volevo sentire, invece di vedere. Volevo percepire la sua presenza come l'avevo percepita quella sera nel mio appartamento, quando una folata di aria gelida mi aveva attraversato la stanza senza che nessuna finestra fosse aperta. Volevo sapere se era lì, anche se non potevo vederla.
-Cosa vuoi da me?-
La domanda uscì in un sussurro, non in un grido. Non sapevo nemmeno se l'avessi pronunciata davvero o se fosse rimasta nella mia testa. Restai immobile, con gli occhi chiusi, in ascolto del vento, del ghiaccio che scricchiolava, del battito del mio cuore che non aveva smesso di correre da quando ero uscito di casa.
-Cosa vuoi da me, Marty?-
L'istante successivo, sentii qualcosa. Non un suono, non un movimento. Una presenza. Quella stessa sensazione che avevo provato nel mio appartamento, quella densità nell'aria che sembrava premere contro la pelle e riempire i polmoni di qualcosa che non era esattamente respirabile. Riaprii gli occhi.
E lei era lì.
In piedi accanto a me, a meno di un metro di distanza, con il cappotto blu scuro che le ricadeva sulle spalle e i capelli neri che ondeggiavano leggermente nel vento. Il suo viso era pallido, più pallido del solito, ma i suoi occhi erano gli stessi: scuri, profondi, con quella luce interiore che sembrava venire da un posto molto lontano. Non sorrideva. Mi guardava con un'espressione che non riuscivo a decifrare, un misto di attesa e di qualcosa di più oscuro, qualcosa che assomigliava alla rassegnazione.
Non avevo sentito i suoi passi sulla neve. Non avevo visto nulla, fino a un istante prima. Era come se fosse emersa dal nulla, o come se fosse sempre stata lì e io mi fossi accorto della sua presenza solo in quel momento.
-Cosa sai?-
La sua voce era calma, misurata, come sempre. Ma c'era qualcosa di diverso stavolta. Un filo di tensione che non le avevo mai sentito prima, una vibrazione sotterranea che mi fece venire i brividi più del freddo che mi circondava.
La guardai, cercando di mantenere il controllo. Avevo immaginato questo momento per tutta la notte, avevo provato le parole che le avrei detto, le domande che le avrei fatto. Ma ora che era qui, ora che i suoi occhi scuri mi fissavano con quell'intensità che mi aveva sempre fatto perdere l'equilibrio, sentivo che nulla di ciò che avevo preparato era adeguato.
-Sei morta,- dissi, con una voce che suonò più roca di quanto volessi. -Annegata. O almeno così sembra. Ho visto una foto a casa di Isla. Una foto di trent'anni fa, e tu eri lì. Con lo stesso viso, gli stessi occhi, tutto. Tu sei Martha.-
Marty non batté ciglio. Non fece alcun movimento. Continuò a fissarmi con quell'espressione indecifrabile, come se stesse aspettando che finissi.
-Ho visto cosa puoi fare,- continuai, sentendo il bisogno di riempire quel silenzio che mi stava mettendo a disagio. -Quella sera al Rusty Nail, con Rick. Non l'hai toccato, non hai alzato la voce, ma l'hai fatto piangere di terrore. L'hai paralizzato solo guardandolo. E l'ombra che Sky ha visto nella sua macchina, prima dell'incidente. E la folata di aria fredda nel mio appartamento. E stanotte... stanotte hai distrutto la mia cucina senza nemmeno essere visibile.-
Feci una pausa, prendendo fiato. Il cuore mi batteva all'impazzata.
-Tutto ciò che è successo ruota intorno a te, Marty. Ogni cosa. Dal momento in cui ti ho incontrata, la mia vita è diventata... qualcosa che non capisco. E voglio delle risposte.-
Marty rimase in silenzio per un lungo momento. I suoi occhi si spostarono dal mio viso al lago, alla superficie ghiacciata che ora brillava sotto la luce piena del mattino. La vidi stringersi nel cappotto, un gesto così umano, così normale, che per un istante dimenticai tutto ciò che avevo detto.
-È successo molto tempo fa,- disse, alla fine, con una voce che era più bassa del solito, quasi un sussurro. -Ricordo ancora il ghiaccio sopra di me quella notte. Era così spesso, così pesante. Vedevo la luna attraverso, sai, e la sua luce filtrava attraverso il ghiaccio..."
Si fermò, e i suoi occhi tornarono su di me. C'era qualcosa in quello sguardo che non avevo mai visto prima: un dolore stratificato, che sembrava venire da molto lontano nel tempo.
-L'acqua era così fredda che all'inizio non la sentivo nemmeno. Poi ha iniziato a bruciare. Non sapevo che il freddo potesse bruciare, ma brucia. Brucia come il fuoco, solo che va verso l'interno invece di andare verso l'esterno. Ti consuma da dentro, un pezzo alla volta, finché non rimane più niente.-
Deglutii, sentendo un nodo alla gola che non avevo previsto. Non era la descrizione di un fantasma, quella. Era la descrizione di una ragazza spaventata, che stava morendo, che stava lottando per restare aggrappata a qualcosa che le stava scivolando via.
-Non volevo morire,- continuò Marty, con la voce che si incrinava leggermente. -Ero piena di rabbia, Ian. Una rabbia che non avevo mai provato prima. Lui mi aveva tradito, mi aveva colpito, mi aveva gettato qui come un sacco di spazzatura. E mentre l'acqua mi riempiva i polmoni, mentre il ghiaccio mi bloccava la strada verso l'alto, io pensavo solo a quello. Alla rabbia. All'odio. A quanto fosse ingiusto.-
Si passò una mano sul viso, un gesto lento e stanco.
-Poi è arrivata l'oscurità. Un'oscurità diversa da quella dell'acqua. Un'oscurità che non era assenza di luce ma assenza di tutto. Non so quanto tempo sia passato. Non so se siano stati minuti o giorni o anni. L'oscurità non ha tempo, Ian. Il tempo è una cosa che esiste solo quando c'è qualcosa che lo misura. E lì non c'era niente.-
-E poi?- chiesi, con una voce che era quasi un sussurro.
-E poi mi sono ritrovata qui.- Marty aprì le braccia, indicando il lago, gli alberi, il cielo. -Ancora viva. Ma anche... mancata. Come se qualcosa di me fosse rimasto sott'acqua, e qualcos'altro fosse tornato in superficie. Non so dove inizia l'una e dove finisce l'altra..-
Fece una pausa, e quando riprese a parlare la sua voce era più ferma, più controllata, come se stesse recitando una lezione che aveva imparato a memoria.
-Non sono un fantasma, Ian. I fantasmi sono anime che non hanno trovato pace, che vagano senza scopo, che ripetono all'infinito gli stessi gesti senza capire perché. Io non sono così. Io sono... qualcosa di diverso. Qualcosa che non dovrebbe esistere, ma che esiste lo stesso. Un errore. Un'anomalia. Una crepa nella realtà che non si è mai richiusa.-
Fece un sospiro, e quando alzò una mano e ci soffiò sopra, vidi qualcosa che mi fece trattenere il respiro. La sua mano era lì, davanti ai miei occhi, ma attraverso di essa riuscivo a vedere il paesaggio innevato, gli alberi, il lago. Era come se la sua pelle fosse diventata improvvisamente.. come se stessi guardando attraverso un vetro leggermente appannato. Il vapore del suo respiro si condensava nell'aria fredda, ma la mano restava in controluce, sfocata, quasi trasparente.
-Vedi?- disse, con un sorriso amaro. -Non sono del tutto qui. E non sono del tutto altrove. Esisto tra le cose, Ian. Tra i momenti. Tra i respiri. Sono quello che resta quando tutto il resto è andato via.-
Abbassò la mano, che tornò opaca, solida, reale. La guardai, cercando di elaborare ciò che avevo appena visto. Non c'era trucco, non c'era illusione. Avevo visto la neve attraverso le sue dita.
-Cosa vuoi da me?- chiesi, ripetendo la domanda che avevo formulato prima che lei apparisse.
Marty mi guardò, e per la prima volta da quando l'avevo incontrata vidi qualcosa che assomigliava all'incertezza nei suoi occhi. Non era l'espressione calma e controllata che aveva sempre avuto. Era qualcosa di più fragile, di più umano.
-Ti ho osservato per un po',- disse, con una voce che era tornata bassa, intima. -Prima di parlarti quella sera al Rusty Nail, ti avevo già visto. Al diner, mentre servivi ai tavoli. Al supermercato, mentre facevi la spesa. Nel tuo appartamento, mentre dormivi.-
La guardai, sentendo un brivido che non aveva niente a che vedere con il freddo.
-Volevo qualcuno che mi facesse sentire viva,- continuò. -Non è facile trovare qualcuno così. La maggior parte delle persone... non va bene. Hanno paura di me anche senza sapere perché. Mi evitano, mi sfuggono, o peggio, vogliono qualcosa da me che non posso dare. Ma tu no. Tu mi hai guardata come se fossi una persona normale. Mi hai parlato come se non ci fosse niente di strano in me. E quando ti ho baciato... quando abbiamo passato la notte insieme... mi sono sentita viva come non mi sentivo da trent'anni.-
Fece una pausa, e il suo sguardo si fece più intenso, più scuro.
-A volte cerco qualcuno che possa... condividere questa esistenza. Qualcuno che diventi come me. Qualcuno con cui non dover più essere sola. Ma è difficile. Troppo difficile. La maggior parte delle persone non è in grado di... di fare il passaggio. E anche quelle che potrebbero, non vogliono. E io non le forzo. Non lo farei mai.-
Restai in silenzio per un lungo momento, cercando di assorbire ciò che mi aveva appena detto. C'era una tristezza nelle sue parole, una solitudine così profonda che mi faceva quasi dimenticare la paura che avevo provato fino a quel momento. Quasi.
-Nessuno vorrebbe vedere morire chi conosce,- dissi, con una voce che era più calma di quanto mi aspettassi. -Generazione dopo generazione. Tutti quelli che ami, che ti sono cari, che invecchiano e muoiono mentre tu resti sempre uguale. Sarebbe... insopportabile.-
Marty annuì lentamente, con gli occhi che si erano fatti più lucidi.
-È quello che vivo ogni giorno,- disse. -Ogni anno. Ogni decennio. Le persone passano. Io resto. È come essere su una riva e guardare l'acqua che scorre, solo che l'acqua sono le persone, e io sono una pietra. L'acqua mi sfiora, mi accarezza, poi se ne va. E io resto lì, ad aspettare la prossima onda.-
Il vento si alzò improvvisamente, sollevando una nuvola di neve dalla superficie del lago che ci avvolse per un istante prima di disperdersi. Marty rabbrividì, o forse fui io a rabbrividire, non saprei dirlo.
Restammo in silenzio per un lungo momento. Il sole era ormai completamente sorto, e il lago brillava di una luce che sembrava quasi liquida, nonostante il ghiaccio. Gli alberi proiettavano ombre lunghe sulla neve, e in lontananza si sentiva il rumore di un'auto che passava sulla strada che costeggiava il lago.
Poi parlai di nuovo, quasi senza rendermene conto.
-Almeno tu hai ancora una sorella,- dissi, con una voce che suonò più triste di quanto volessi. -Isla. L'ho incontrata, sai? Mi ha parlato di te. Mi ha detto che torna a Ogden ogni anno per ricordarti. Per sentirti più vicina.-
Vidi qualcosa passare negli occhi di Marty, un lampo di dolore che mi fece quasi pentire di averlo detto.
-Nonostante tu veda il tempo con spazi e luci differenti,- continuai, -puoi ancora parlarle. Puoi ancora... non so, starle vicino.-
Marty rise. Ma fu una risata diversa dalle altre, una risata che conteneva qualcosa di oscuro, di amaro, di profondamente ferito.
-Vedere la sorella scomparsa da decenni ancora viva la farebbe... mancare,- disse, scegliendo le parole con una precisione che mi fece venire i brividi. -O impazzire. Non so quale delle due cose sia peggiore.-
Non ci avevo pensato. Isla era una donna adulta, con i capelli striati di bianco e le rughe intorno agli occhi. Aveva passato trent'anni a elaborare il lutto, a convivere con la perdita, a tornare a Ogden ogni anno per ricordare una sorella che non c'era più. Cosa sarebbe successo se avesse visto Martha apparire davanti a lei, identica a come l'aveva conosciuta, senza un giorno di più?
-Forse hai ragione,- dissi, con una voce che era quasi un sussurro. -Forse è meglio che non lo sappia.-
Marty annuì lentamente, con gli occhi che si erano fatti più scuri, più profondi. C'era qualcosa in quello sguardo che mi fece venire voglia di fare un passo indietro, ma rimasi dov'ero.
Poi le feci la domanda che avevo evitato per tutto il tempo. La domanda che mi ronzava nella testa da quando avevo visto la foto a casa di Isla.
-Cosa succederà ora?-
Il silenzio che seguì fu così profondo che potevo sentire il mio cuore battere nelle orecchie. Marty mi guardava, immobile, con quell'espressione che non riuscivo mai a decifrare completamente. Il vento si era fermato, e anche il lago sembrava essersi immobilizzato, come se il mondo intero stesse trattenendo il respiro in attesa della sua risposta.
E poi si mosse. Un passo verso di me, lento, misurato. I suoi stivali affondavano nella neve senza fare rumore, come se non pesassero nulla. Si fermò a pochi centimetri dal mio viso, abbastanza vicina da poter sentire il suo profumo, quel legno bagnato mescolato a qualcosa di dolce che non ero mai riuscito a identificare.
Alzò una mano e la posò sul mio viso. Le sue dita erano fredde, ma non gelide. Erano solide, reali, eppure quando le guardai con la coda dell'occhio mi sembrò di vedere di nuovo quel fenomeno di prima: la pelle che diventava leggermente traslucida, i contorni che si sfumavano, come se stesse svanendo e riapparendo nello stesso istante.
-Grazie di tutto,- sussurrò, con una voce che era così bassa che la sentii più che udirla. -Dei bei momenti. Delle risate. Delle notti. Non dimenticherò mai quello che mi hai fatto provare, Ian. Mi hai fatto sentire viva come non ero più da tanto, tanto tempo.-
Il suo pollice mi accarezzò la guancia, un gesto così tenero, così umano, che per un istante dimenticai tutto il resto.
Poi parlò di nuovo, e la sua voce cambiò. Divenne più fredda, più dura.
-Ma chi sa di me... il mio segreto... lo metterò a tacere.-
Sentii il sangue gelarmi nelle vene. Non era una minaccia detta con rabbia. Era una constatazione, semplice e definitiva, come se stesse descrivendo una legge di natura. La gravità fa cadere le cose. Il sole sorge a est. Chi scopre il mio segreto viene messo a tacere.
Aprii la bocca per rispondere, per urlare, per fare qualcosa. Ma non feci in tempo.
Lei svanì, dissolvendosi come una nuvola di vapore cristallino.
Un istante prima era lì, con la mano sul mio viso e gli occhi scuri che mi fissavano. L'istante dopo non c'era più nulla. Solo l'aria vuota, e il freddo, e il silenzio del lago ghiacciato.
Rimasi immobile per quella che mi sembrò un'eternità, con il braccio ancora sollevato nel gesto di afferrarla, gli occhi fissi sul punto dove lei era stata un attimo prima.
Eppure sentivo ancora il suo tocco sulla guancia, quel freddo particolare che non era solo temperatura ma qualcosa di più profondo, qualcosa che mi era entrato sotto la pelle e non se ne voleva andare.
"Chi sa di me... il mio segreto... lo metterò a tacere."
Le parole mi risuonavano nella testa, ripetendosi come un eco infinita. Chi sapeva il suo segreto? Io. Thomas e Rudy, a cui avevo mostrato la foto. Sky, che aveva visto l'ombra nella sua auto. Isla, che le aveva dato un nome trent'anni prima.
Ero nella lista. Erano tutti nella lista. E ora lei era là fuori, da qualche parte, e aveva appena promesso che nessuno di noi sarebbe rimasto a raccontare quello che sapeva.
Guardai il lago. I riflessi rossastri dell'alba erano diventati più intensi, più scuri, come se il ghiaccio stesso stesse sanguinando. Il sole era sorto, ma la luce non portava calore. Portava solo la consapevolezza che il tempo stava per scadere.
Feci un passo indietro, poi un altro, poi mi voltai e iniziai a correre. Non sapevo dove stavo andando, non sapevo cosa avrei fatto, non sapevo se potevo fare qualcosa per fermare ciò che stava per succedere. Sapevo solo che dovevo muovermi. Dovevo avvertire qualcuno. Dovevo trovare un modo per impedire che Marty facesse del male a chi mi stava intorno.
Ma mentre correvo attraverso la neve, mentre inciampavo sulle radici nascoste e mi rialzavo senza fermarmi, una parte di me sapeva già che era inutile. Che lei era più veloce di me. Che lei era sempre stata più veloce di tutti.
E che questa storia era cominciata molto prima che io nascessi, e sarebbe continuata molto dopo che io fossi morto.6Please respect copyright.PENANAGk7nlgOxcX


