Le risposte arrivarono una dopo l'altra, come sassi che cadono in uno stagno calmo.
Thomas fu il primo: "Arrivo tra venti minuti."
Poi Rudy: "Cosa succede? Va tutto bene? Stai bene?"
Non risposi. Non sapevo cosa rispondere, non sapevo come condensare in un messaggio tutto ciò che avevo scoperto nelle ultime ore. Come potevo spiegare che la ragazza che avevo conosciuto, quella che mi aveva fatto sentire vivo per la prima volta in anni, era morta trent'anni prima? Come potevo dire che avevo visto la sua foto da ragazza in una casa vecchia, in una cornice che aveva raccolto polvere per decenni, e che il viso era lo stesso che avevo baciato la notte precedente?
Non potevo. Non in un messaggio.
Rimisi il telefono in tasca e accesi il motore della Chevy. Il rombo familiare mi fece sentire leggermente più tranquillo, come se il mondo meccanico dell'auto potesse proteggermi dalle verità soprannaturali che mi perseguitavano. Ingranai la marcia e mi immisi sulla strada, con i fari che tagliavano l'oscurità nevosa e i tergicristalli che combattevano contro i fiocchi che cadevano sempre più fitti.
Guidai verso il Rusty Nail, attraversando strade che riconoscevo a memoria ma che ora sembravano appartenere a un altro mondo. Le case di mattoni, i lampioni che proiettavano luce arancione sulla neve, le auto parcheggiate che emergevano come forme bianche e indistinte, tutto sembrava lontano, distante, come se stessi guardando la realtà attraverso un vetro spesso che ne distorceva i contorni.
La mia mente continuava a tornare alla foto. Al viso di Martha. Al suo sorriso appena accennato che era identico a quello di Marty. Ai suoi occhi scuri che sembravano contenere abissi che non potevo sondare.
E pensavo a ciò che mi aveva detto Isla: "Ha conosciuto la persona sbagliata. Un ragazzo che sembrava gentile, che sembrava amarla, ma che invece... non era quello che fingeva di essere. L'ha uccisa. È stato tanto tempo fa. Marzo del 1994. L'hanno trovata nel lago, sotto il ghiaccio."
Sotto il ghiaccio.
Il sogno. L'acqua scura. Il volto che scendeva verso il buio.
Tutto combaciava con una precisione che mi faceva venire la pelle d'oca. Ma non riuscivo ancora ad accettarlo, non del tutto. Una parte di me continuava a cercare spiegazioni razionali, a dirti che le somiglianze familiari potevano essere sorprendenti, che i lineamenti si potevano tramandare attraverso le generazioni, che forse Marty era una nipote di Martha, o una cugina di cui non conoscevo l'esistenza.
Ma sapevo che non era vero. Nel profondo, dove risiedeva quella sensazione che non mi aveva mai abbandonato da quando avevo incontrato Marty, sapevo che c'era qualcosa di più, qualcosa che andava oltre le spiegazioni logiche, qualcosa che sfidava tutto ciò che credevo di sapere sul mondo.
Il Rusty Nail apparve dopo una ventina di minuti di guida lenta e cauta sulla strada innevata. Il parcheggio era quasi vuoto, con solo poche auto che emergevano dalla neve come relitti di una nave affondata. Le luci del locale brillavano debolmente attraverso i vetri appannati, e l'insegna arrugginita cigolava nel vento con quel suono familiare che mi aveva accompagnato per anni.
Parcheggiai la Chevy e rimasi seduto per un istante, con le mani sul volante e il motore ancora acceso. Il riscaldamento ronzava piano, riempiendo l'abitacolo di un calore che mi sembrava impossibile trovare altrove quella sera. Chiusi gli occhi e respirai, cercando di calmare il battito del mio cuore che non aveva smesso di correre da quando avevo visto quella foto.
Poi spensi il motore e scesi.
Il freddo mi colpì immediatamente, quel gelo secco che veniva dalle montagne e che sembrava voler congelare ogni cosa incontrasse sulla sua strada. La neve mi cadeva sul viso e sui capelli, sciogliendosi in gocce gelide che mi scorrevano lungo le guance come lacrime che non avevo versato. Attraversai il parcheggio con passi che affondavano nella neve fresca, e raggiunsi la porta del locale.
Il Rusty Nail era quasi vuoto all'interno. C'erano solo pochi clienti: una coppia che beveva vino a un tavolo d'angolo, un uomo solo al bancone che fissava il suo bicchiere come se contenesse le risposte a domande che non osava fare. Il jukebox suonava qualcosa di lento e malinconico, una di quelle canzoni che sembrano create per i momenti in cui il mondo ti crolla addosso.
Il barista, quello con la barba rossa che mi aveva già servito altre volte, mi guardò entrare e fece un cenno con la testa. Risposi con un gesto simile e mi guardai intorno, cercando Thomas o Rudy.
Non c'erano ancora.
Mi sedetti a un tavolo vicino alla finestra, quello che di solito occupavamo quando venivamo qui tutti insieme. La superficie di legno era segnata da anni di bicchieri e di gomiti, con quei graffi profondi che raccontavano storie di conversazioni infinite e di risate che avevano scosso le pareti. Mi tolsi il giubbotto e lo appoggiai sullo schienale della sedia, sentendo il calore del locale che mi penetrava nella pelle gelata.
Ordinai una birra al barista che passava, e la bevvi lentamente mentre aspettavo. Il sapore era familiare, amaro e freddo, con quel retrogusto di luppolo che mi aveva sempre fatto sentire a casa in questo posto. Ma stasera non mi calmò, non mi fece dimenticare, non mi permise di scivolare in quella nebbia confortevole che l'alcol solitamente portava.
Ero troppo sveglio, troppo presente, troppo cosciente di tutto ciò che avevo scoperto.
Thomas arrivò per primo, con la sua felpa grigia e l'espressione impenetrabile che aveva sempre. Si sedette di fronte a me senza dire una parola, e io vidi qualcosa nei suoi occhi che non gli avevo mai visto: preoccupazione, forse, o paura. Non sapevo cosa avesse capito dal mio messaggio, ma era chiaro che aveva intuito che qualcosa non andava.
-Allora?- disse, con quella voce bassa che sembrava sempre misurare le parole. -Cosa succede?-
-Aspettiamo Rudy,- dissi. -Voglio dirvelo una volta sola.-
Thomas annuì, con quel movimento lento che avevo imparato a riconoscere. Non insistette, non fece domande, si limitò ad aspettare in quel silenzio che sembrava appartenere al suo modo di essere.
Rudy arrivò pochi minuti dopo, con il fiatone e la faccia di qualcuno che aveva corso per arrivare prima. Si sedette accanto a Thomas e mi fissò con gli occhi spalancati, come se stesse cercando di leggere qualcosa nel mio viso.
-Cazzo, Ian, mi hai fatto venire paura con quel messaggio. Cosa succede? È per Sky? È peggiorata?-
-Sky sta bene, per quello che può stare bene qualcuno che ha appena perso un braccio,- dissi, con una voce che suonò più dura di quanto volessi. -Non è per lei. O meglio, non solo per lei.-
Presi un respiro profondo, sentendo il bisogno di riordinare i pensieri prima di parlare. La birra era ancora a metà nel mio bicchiere, e la guardai per un istante come se potesse darmi il coraggio che mi mancava.
-Marty.- dissi, alla fine. -Si tratta di Marty.-
Rudy e Thomas si scambiarono un'occhiata, quella rapida comunicazione silenziosa che avviene tra persone che si conoscono da troppo tempo.
-Cosa ha fatto?- chiese Thomas, con un tono che era più piatto del solito.
-Non ha fatto niente. Non esattamente. È quello che è.-
-E cosa è?- intervenne Rudy, con una nota di impazienza nella voce.
Tirai fuori il cellulare dalla tasca e lo posai sul tavolo, con lo schermo rivolto verso l'alto. La foto era ancora lì, aperta, che mostrava il viso di Martha adolescente in quella cornice vecchia di decenni.
-Guardate questa.- dissi.
Rudy prese il telefono e lo alzò verso la luce, strizzando gli occhi per mettere a fuoco l'immagine. Thomas si sporse leggermente in avanti, guardando da sopra la spalla dell'amico.
-Che cos'è?- chiese Rudy. -Chi è questa?-
-Quella è Marty,- dissi, con una voce che era roca per l'emozione. -O meglio, quella è Martha. La sorella di una donna che ho conosciuto qualche settimana fa. Una donna che mi ha raccontato che sua sorella è stata uccisa nel 1994. Trovata nel lago, sotto il ghiaccio.-
Il silenzio che seguì fu denso, pesante, carico di tutto ciò che non stavamo dicendo. Rudy continuava a fissare la foto, con la fronte aggrottata e le labbra socchiuse come se stesse cercando di capire qualcosa che non aveva senso.
-Aspetta,- disse, alla fine. -Stai dicendo che... che Marty è morta? Nel 1994? Ma... com'è possibile? L'abbiamo vista. Le abbiamo parlato. L'hai...-
-Sì,- dissi, interrompendolo. -L'ho fatto. Ed era reale, solida, viva. Ma questa foto dimostra che il suo viso è lo stesso di trent'anni fa. Lo stesso viso che vedo ogni volta che la incontro. Lo stesso viso che ho baciato ieri notte.-
Rimisi il telefono sul tavolo e lo spinsi verso il centro, come se fosse una prova che non potevo ignorare.
-Marty ha detto che ha ventitré anni,- continuai. -Mi ha detto che il suo nome è un diminutivo di Martha. Mi ha detto che ha perso la cognizione del tempo. E io non ci ho dato peso, non ci ho pensato davvero, perché ero troppo preso da lei per vedere quello che avevo davanti agli occhi.-
Thomas si appoggiò allo schienale della sedia, con un'espressione che era difficile da decifrare. C'era qualcosa nel suo sguardo, però, che mi fece venire i brividi: una consapevolezza, come se avesse sempre saputo che c'era qualcosa di sbagliato in Marty.
-Cosa vuoi che facciamo, Ian?- chiese, con quella voce calma che sembrava non essere mai scossa da nulla. -Vuoi che ti crediamo? Vuoi che ti aiutiamo a capire? Vuoi che... non so, che andiamo dalla polizia?-
-La polizia non può fare niente,- dissi. -Non posso andare da loro e dire che la ragazza che frequento potrebbe essere un fantasma, o un'apparizione, o qualcosa che non ha nome. Mi riderebbero in faccia, o peggio, mi farebbero ricoverare.-
-Allora cosa?-
Volevo che mi credeste. Volevo che mi aiutaste a capire cosa fare. Volevo che qualcuno mi dicesse che non ero impazzito, che non stavo immaginando tutto, che c'era una spiegazione per ciò che stava succedendo.
Rudy si passò una mano tra i capelli, con un gesto che tradiva la sua agitazione. -Cazzo, Ian. Non so cosa dire. È... è assurdo. Non può essere vera, questa storia. Dev'esserci un'altra spiegazione. Una nipote, una cugina, qualcosa.-
-Ho pensato la stessa cosa,- dissi. -Ma l'ho guardata, quella foto. L'ho ingrandita sul mio telefono. Ho confrontato ogni dettaglio con il viso di Marty che conosco. E non c'è nessuna differenza. È lei. È lo stesso viso.-
Rimasero in silenzio, entrambi, con lo sguardo che si spostava dalla foto a me e viceversa. La birra nel mio bicchiere era diventata tiepida, ma non mi importava. Non riuscivo a bere, non riuscivo a pensare ad altro che a Marty e a Martha e a quella verità che mi stava schiacciando.
Poi Thomas parlò, con un tono che era più basso del solito.
-C'è dell'altro, vero?- disse. -Qualcosa che non ci hai detto.-
Lo guardai, sentendo che aveva ragione, che c'era di più, molto di più. C'era l'ombra che Sky aveva visto nella sua auto. C'era il braccio che aveva perso dopo avermene parlato. C'era il ragazzo che mi cercava per una resa dei conti. C'era il sogno che avevo fatto, l'acqua scura, il volto che scendeva verso il buio.
-Sky,- dissi, con una voce che era quasi un sussurro. -Quando sono andato a trovarla in ospedale, mi ha detto qualcosa. Ha detto che ha visto un'ombra nella sua macchina, prima dell'incidente. Una sagoma scura, senza lineamenti, che le ha fatto venire un terrore tale da farle perdere il controllo dell'auto. E mi ha detto che credeva che Marty c'entrasse qualcosa.-
-Marty?- Rudy sgranò gli occhi.
-Era con me quella notte, le ho detto io.- risposi. -Ma... non lo so più. Non so più cosa credere. Non so come sia possibile che fosse con me e contemporaneamente nella macchina di Sky. Non so come sia possibile che abbia lo stesso viso di una ragazza morta trent'anni fa. Non so niente.-
Il jukebox passò a una canzone diversa, qualcosa di ancora più lento e malinconico, che sembrava fatto apposta per quel momento. Fuori, la neve continuava a cadere, nascondendo il mondo sotto il suo manto bianco.
Thomas si sporse in avanti, con un'espressione che era diventata improvvisamente seria.
-Ascoltami, Ian,- disse. -Non so cosa stia succedendo. Non so se Marty sia un fantasma o chissà cos'altro. Ma so che c'è qualcosa che non va in questa storia. E so che tu sei in pericolo.-
-Pericolo?- ripetei, sentendo quella parola che mi graffiava la gola.
-Sì. Pericolo.- Fece una pausa, come se stesse scegliendo le parole con cura. -Quel ragazzo, quello che è venuto a cercarti l'altra sera. Rick, o come si chiama. Ha detto che vuole fare i conti con te. E se c'è anche solo una possibilità che Marty sia... non so, pericolosa, allora tu sei nel mezzo di qualcosa che non capiamo.-
Rudy annuì, con un movimento che sembrava quasi involontario. -Thomas ha ragione. Dobbiamo proteggerti. Dobbiamo capire cosa fare.-
-Proteggermi da cosa?- chiesi, sentendo la frustrazione che mi saliva nel petto. -Da un fantasma? Da una ragazza che potrebbe essere morta trent'anni fa? Non so nemmeno da cosa dovrei proteggermi!-
-Nemmeno noi,- disse Thomas, con quella calma che sembrava non abbandonarlo mai. -Ma non lasceremo che tu affronti tutto questo da solo.-
Restammo seduti in silenzio per un lungo momento, con la foto ancora sul tavolo tra noi. La birra era diventata completamente sgasata, e fuori il vento aveva iniziato a soffiare più forte, facendo tremare i vetri delle finestre con un suono che sembrava un lamento.
Poi Rudy si schiarì la gola, con un rumore secco che interruppe il silenzio.
-C'è una cosa che non abbiamo considerato,- disse, con un tono che era diventato improvvisamente serio. -Se Marty è davvero... quello che dici, allora cosa vuole da te?-
-La stessa cosa che voleva da chiunque altro,- risposi, sentendo il peso della mia stessa voce. -Qualcuno che la faccia sentire viva. Me l'ha detto lei, una volta. Che con me era diverso, che non si era mai aperta con nessuno come si era aperta con me. Ma non so cosa significhi. Non so se è vero, o se è solo parte di... di quello che è.-
-Quindi cosa facciamo?- chiese Thomas.
Non sapevo cosa rispondere. Non sapevo cosa fare. Sapevo solo che non potevo continuare a vivere in quell'incertezza, in quel limbo tra ciò che credevo di sapere e ciò che la realtà mi stava mostrando. Dovevo affrontare Marty, chiederle la verità, scoprire una volta per tutte chi era e cosa voleva.
Ma una parte di me aveva paura. Paura di ciò che avrei scoperto. Paura che la verità fosse peggiore di qualsiasi cosa potessi immaginare. Paura di perdere l'unica cosa che mi aveva fatto sentire vivo in anni.
-La prossima volta che la vedo,- dissi, alla fine, -le chiederò la verità. E questa volta non accetterò risposte vaghe.-
-E se non ti risponde?- chiese Rudy.
-Allora saprò che ho avuto la mia risposta.-
Il jukebox continuava a suonare, la neve continuava a cadere, e io restavo lì, seduto in quel bar che conoscevo da anni, con due amici che cercavano di aiutarmi a capire qualcosa che non aveva senso. E da qualche parte, in quella notte nevosa, Marty era là fuori, con il suo viso immutato e i suoi occhi che avevano visto troppo, aspettando qualcosa che non sapevo nominare.
Il mio telefono vibrò nella tasca.
Lo tirai fuori, sperando che fosse Sky che mi scriveva per dirmi che stava meglio, o forse Marty. Ma non era nessuno dei due.
Era un messaggio da un numero che non conoscevo.
"Ho saputo della tua amica. Quella che ha perso il braccio. Carino. Peccato che non fossi tu. Ci vediamo presto, eroe."
Il cuore mi si fermò nel petto.
Rick. Doveva essere Rick. Il ragazzo che mi cercava, che aveva promesso una resa dei conti, che non si era dimenticato di quello che era successo nel parcheggio del Rusty Nail.
Era ancora là fuori. Mi stava ancora cercando. E ora sapeva di Sky.
Alzai lo sguardo verso Thomas e Rudy, con il telefono ancora in mano e il sangue che mi si era gelato nelle vene.
-C'è un problema,- dissi, con una voce che era roca per la tensione. -E non riguarda solo Marty.-
Mostrai loro il messaggio.
Il viso di Rudy si fece pallido. Thomas strinse gli occhi, con quell'espressione che avevo imparato a riconoscere: stava calcolando, pianificando, cercando di capire come affrontare una minaccia che non poteva vedere.
-È lui?- chiese Thomas. -Il ragazzo dell'altra sera?-
-Credo di sì.-
-Come ha avuto il tuo numero?-
-Non lo so.- Ed era vero. Non sapevo come avesse fatto a trovare il mio numero, non sapevo come sapesse di Sky, non sapevo niente di quello che stava succedendo. Era come se il mondo mi stesse crollando addosso da tutte le direzioni contemporaneamente.
Rudy si passò una mano sul viso, con un gesto che tradiva la sua crescente paura. -Cazzo, Ian. Cazzo. Cosa facciamo? Andiamo alla polizia?-
-Con cosa?- dissi, sentendo l'amarezza nella mia voce. -Con un messaggio minaccioso? Con una foto vecchia di trent'anni? Con sospetti su una ragazza che potrebbe essere un fantasma? Non abbiamo niente, Rudy. Niente che possa interessare alla polizia.-
Rimanemmo seduti in quel bar quasi vuoto, con la neve che cadeva fuori e le verità che ci schiacciavano dentro. Non sapevo cosa fare, non sapevo dove andare, non sapevo nemmeno più chi fossi.
Ma sapevo una cosa: la notte non era finita. E quello che sarebbe successo dopo sarebbe stato peggio di tutto ciò che avevo visto finora.
Da qualche parte, in quell'oscurità nevosa, Marty mi stava aspettando.8Please respect copyright.PENANApAUg5IkbUF


