Il turno al Hearthstone fu diverso da come mi aspettavo.
Non diverso nel senso di strano o di brutto, ma diverso nel senso di meglio, molto meglio di quanto avrebbe dovuto essere. Arrivai alle dieci e cinquanta, con dieci minuti di anticipo rispetto all'orario ufficiale, e trovai Mila che già trafficava dietro il bancone con l'espressione di chi ha avuto una brutta nottata. Mi guardò entrare, mi guardò in faccia, e inarcò un sopracciglio con quel gesto che conoscevo fin troppo bene.
-Sei diverso oggi,- disse, con quel suo accento che rendeva ogni parola più tagliente. -Hai dormito?-
-Ho dormito,- risposi, legandomi il grembiule con movimenti che mi sembravano più fluidi del solito. -E ho dormito bene.-
Mila non disse altro, ma continuò a guardarmi con quegli occhi che sembravano vedere oltre la superficie. Non insistette, però, e per questo le fui grato. Non avevo voglia di spiegare, non avevo voglia di rispondere a domande che non sapevo come formulare nemmeno per me stesso.
I clienti iniziarono ad arrivare poco dopo le undici, con quel flusso costante che caratterizzava le giornate al diner. Famiglie con bambini che urlavano, operai che venivano a pranzo dopo il turno del mattino, anziani che si sedevano sempre agli stessi tavoli e ordinavano sempre le stesse cose. La solita routine che conoscevo a memoria, che potevo fare a occhi chiusi, che mi aveva accompagnato per anni come un metronomo che non smette mai di battere.
Ma quel giorno era diverso.
Non erano i clienti a essere diversi, né le ordinazioni, né i piatti da portare, né i caffè da versare. Era il modo in cui io li affrontavo. C'era una leggerezza nei miei movimenti che non sentivo da tempo, una specie di energia che mi scorreva nelle vene e che rendeva tutto più facile, più fluido, quasi naturale.
Le mani non mi tremavano quando versavo il caffè, la schiena non mi faceva male dopo un'ora in piedi, il sorriso non mi costava fatica quando un cliente mi facece una domanda stupida.
Era come se qualcosa si fosse sbloccato dentro di me, come se una diga che non sapevo di avere si fosse aperta lasciando scorrere un fiume che era rimasto ostruito per anni. I problemi che di solito mi sembravano insormontabili diventavano semplici ostacoli da aggirare con un paio di mosse, le difficoltà che di solito mi facevano venire voglia di tornare a letto e non uscire più diventavano piccoli inconvenienti che potevo gestire con una scrollata di spalle.
La notte con Marty aveva cambiato qualcosa.
Non sapevo esattamente cosa, non sapevo come, non sapevo perché. Sapevo solo che mi sentivo diverso, più solido, più presente, più sicuro di me. Era come se avessi trovato un appiglio dopo aver scalato una parete verticale per ore, come se avessi messo i piedi su un terreno stabile dopo aver camminato su ghiaia mobile per giorni.
Ma c'era anche qualcos'altro, qualcosa che mi rodeva in un angolo della mente, che mi tormentava con la sua presenza costante anche quando cercavo di ignorarlo.
Il tempo.
Quella notte, mentre facevamo l'amore, il tempo era sembrato fermarsi. O meglio, il tempo aveva continuato a scorrere, ma in un modo che non riuscivo a comprendere. Eravamo rincasati presto, forse alle nove o alle nove e mezza, dopo essere stati al The Hearth a mangiare strudel e bere cioccolata. Da quel momento in poi, tutto si faceva sfocato, tutto si faceva liquido, come se le ore avessero perso i loro confini e si fossero fuse una nell'altra senza che io potessi accorgermene.
Quando avevo aperto gli occhi e visto le prime luci dell'alba fuori dalla finestra, era stato come ricevere un pugno nello stomaco. Non poteva essere già mattina. Non potevano essere passate così tante ore senza che io me ne accorgessi. Non era possibile che avessimo passato la notte intera a fare l'amore, non in quel modo, non con quell'intensità, non senza che nessuno dei due crollasse per la stanchezza molto prima dell'alba.
Eppure era successo. Il cielo non mentiva, e l'orologio non mentiva, e la mia memoria non riusciva a colmare il vuoto tra il momento in cui ero andato a letto e il momento in cui mi ero svegliato. C'erano ore mancanti, ore che non potevo ricordare, ore che sembravano essere state cancellate dalla mia mente come se non fossero mai esistite.
Continuai a lavorare con quei pensieri che mi giravano in testa, ma non mi rallentarono. Anzi, in un certo senso mi diedero qualcosa su cui concentrarmi, qualcosa che non erano i piatti da portare o i caffè da versare. Ogni volta che passavo davanti a una finestra, controllavo la posizione del sole nel cielo, cercando di calcolare quanto tempo fosse passato dall'inizio del turno. Ogni volta che guardavo l'orologio sopra la cassa, verificavo che le ore scorressero con la velocità che mi aspettavo, che i minuti non si allungassero o si accorciassero in modo innaturale.
Tutto sembrava normale. Il tempo scorreva come doveva scorrere, costante e regolare, un minuto dopo l'altro, un'ora dopo l'altra. Ma la notte precedente era stata diversa, e questo mi turbava in un modo che non riuscivo a scrollarmi di dosso.
Verso le due del pomeriggio, durante uno dei rari momenti di calma tra il pranzo e la cena, mi sedetti a un tavolo vuoto con una tazza di caffè che non avevo voglia di bere. Mila era nel retro a fare l'inventario, e il diner era quasi vuoto, con solo un paio di clienti che finivano i loro pasti con calma.
Guardai fuori dalla finestra, verso le strade di Ogden che si stendevano sotto il sole pomeridiano. Le macchine passavano lente, i pedoni camminavano sui marciapiedi con quella fatica tipica di chi sta affrontando il freddo, e le montagne in lontananza sembravano dipinte contro il cielo azzurro.
Pensai a Marty.
Pensai al suo viso mentre mi guardava, a quegli occhi scuri che sembravano assorbire tutta la luce senza restituire nulla. Pensai al suo corpo contro il mio, al calore della sua pelle, al sapore delle sue labbra che sapevano di cioccolata. Pensai alle sue parole, quelle che mi aveva sussurrato prima di addormentarsi: "Ti prometto che stanotte non svanirò."
E aveva mantenuto la promessa. Era ancora lì quando mi ero svegliato, sdraiata accanto a me con i capelli sparsi sul cuscino e il respiro calmo e regolare. Non era svanita come la prima volta, non era sparita nel nulla lasciando solo un biglietto e una sciarpa bianca. Era rimasta, come aveva detto che avrebbe fatto, e questo significava qualcosa, anche se non sapevo bene cosa.
Ma c'era anche quello che mi aveva detto prima, quella frase che ancora non riuscivo a decifrare completamente. "Qualcuno che da molto tempo ha perso la cognizione della forma del tempo." Cosa significava? Come si poteva perdere la cognizione del tempo? Il tempo era una costante, era una delle poche cose che non potevi cambiare, non potevi controllare, non potevi perdere. Il tempo scorreva per tutti allo stesso modo, indipendentemente da chi fossi o da cosa facessi.
O no?
Non sapevo rispondere a quella domanda, e più ci pensavo più mi sentivo confuso. C'era qualcosa in Marty che non riuscivo a capire, qualcosa che andava oltre le spiegazioni razionali che cercavo di darmi. La sua calma innaturale, il modo in cui poteva fermare una persona con lo sguardo, le sue parole sul tempo che scorreva in modo diverso per ogni persona. Tutto questo si accumulava nella mia mente come pezzi di un puzzle che non riuscivo a comporre, che non riuscivo a far combaciare.
E poi c'era la sensazione che avevo provato al locale, quella strana fusione tra me e lei, quel momento in cui avevo sentito la sua esistenza e la sua inesistenza intrecciarsi in un modo che non aveva senso. Era stato come toccare qualcosa di molto grande e molto profondo, qualcosa che non potevo vedere ma che potevo sentire, come quando sai che c'è qualcuno nella stanza con te anche se non puoi vederlo.
Scossi la testa, cercando di scacciare quei pensieri che mi stavano facendo venire il mal di testa. Non era il momento di rimuginare, non era il momento di cercare risposte che non avevo. Era il momento di lavorare, di servire i clienti, di guadagnare il mio stipendio come facevo ogni giorno.
Tornai al bancone e ripresi il lavoro, lasciando che la routine mi portasse attraverso il resto del pomeriggio. I clienti andavano e venivano, le ordinazioni si accumulavano e venivano evase, i piatti sporchi venivano portati in cucina e tornavano puliti per essere usati di nuovo. Era un ciclo che conoscevo a memoria, che potevo fare con gli occhi chiusi, che mi permetteva di spegnere il cervello e lasciare che il corpo facesse il suo lavoro.
Alle cinque meno un quarto, il turno finì.
Mila uscì dal retro con il grembiule macchiato di qualcosa che non chiesi di identificare, e mi fece cenno che potevo andare. -Tutto bene oggi,- disse, con quel tono che era quasi un complimento, da parte sua. -Sei stato... efficiente.-
-Grazie,- risposi, slacciandomi il grembiule e appendendolo al gancio dietro la porta. -Ci vediamo domani.-
-Lei cenò, Keller.- disse, e tornò a pulire il bancone con movimenti meccanici.
Uscii dal diner dalla porta sul retro, come facevo sempre, e l'aria fredda del tardo pomeriggio mi colpì il viso come uno schiaffo familiare. Il sole era già basso sulle montagne, con quella traiettoria inclinata tipica delle giornate invernali, e proiettava lunghe ombre sul parcheggio e sugli edifici circostanti. Il cielo era limpido, di un azzurro che si scuriva verso est dove la notte stava già iniziando a strisciare all'orizzonte.
La mia Chevy era nel solito posto, all'estremità più lontana del parcheggio, dove le pozzanghere ghiacciate formavano piccoli specchi che riflettevano il cielo. Mi incamminai verso di lei con le mani affondate nelle tasche del giubbotto, sentendo il freddo che mi mordeva le orecchie e la punta del naso, quella sensazione familiare che mi accompagnava da quando le temperature erano scese sotto lo zero.
Stavo per aprire lo sportello quando il telefono vibrò nella tasca.
Lo tirai fuori con movimenti rallentati dal freddo, le dita che faticavano a scorrere sullo schermo. Un messaggio da Rudy, arrivato pochi secondi prima.
"Hai saputo di Sky?"
Mi fermai, con la mano ancora sulla maniglia della portiera. Le parole erano semplici, dirette, eppure sentii qualcosa nel petto che si stringeva, un nodo che si formava nello stomaco senza che potessi impedirlo.
C'era qualcosa nel tono di quella domanda, anche attraverso un messaggio di testo, che mi fece venire i brividi. Non era il tipo di domanda che si fa per sapere se qualcuno ha sentito una buona notizia. Era il tipo di domanda che si fa quando è successo qualcosa di brutto, qualcosa che non si ha voglia di dire direttamente, qualcosa che si preferisce che l'altro sappia da solo per non dover essere il primo a pronunciare le parole.
Risposi con le dita che tremavano leggermente, non per il freddo.
"No, cosa è successo?"
La risposta arrivò dopo pochi secondi, come se Rudy fosse rimasto in attesa con il telefono in mano.
"Ieri notte ha avuto un incidente. In macchina, sulla strada che porta a casa sua. È finita fuori strada, contro un palo. Ha perso un braccio."
Rimasi immobile, con il telefono in mano e gli occhi fissi sullo schermo che si scuriva verso i bordi.
Ha perso un braccio.
Le parole non sembravano reali. Non sembravano possibili. Sky, la mia amica dai rasta neri e dagli occhi attenti che vedevano tutto. Sky, quella che mi aveva avvertito di stare attento a Marty, che mi aveva detto che c'era qualcosa di strano in lei. Sky, che se n'era andata dal mio appartamento due sere prima con quella frase che mi risuonava ancora nelle orecchie: "Quella non è normale."
Ha perso un braccio.
Non era morta. Non era in coma. Non era paralizzata. Aveva perso un braccio, come se fosse un oggetto che ti cade dalla tasca senza che tu te ne accorga, come se fosse un dettaglio trascurabile che potevi sostituire o dimenticare.
Ma non era un dettaglio. Era un braccio. Era parte del suo corpo, parte della persona che era, parte di tutto ciò che faceva ogni giorno. E ora non c'era più, tagliato via da un incidente che era successo la notte in cui io ero a letto con Marty, la notte in cui il tempo aveva smesso di funzionare come doveva.
Il nodo nello stomaco si fece più stretto, quasi doloroso. C'era qualcosa che non tornava, qualcosa che non quadrava, qualcosa che mi faceva venire voglia di scavare più a fondo nella mia memoria e trovare connessioni che non volevo trovare.7Please respect copyright.PENANAcoWRLkJQRG


