La porta di casa si chiuse alle nostre spalle con un rumore secco che echeggiò nel silenzio dell'appartamento.
Era lo stesso suono di sempre, lo stesso click della serratura che sentivo ogni sera quando rientravo dal lavoro, lo stesso tonfo del legno contro lo stipite che mi accompagnava da anni. Ma quella notte sembrava diverso, come se ogni rumore fosse amplificato, come se il silenzio che seguiva fosse più profondo, più denso, più carico di qualcosa che non riuscivo a nominare.
Accesi la lampada del soggiorno e la luce gialla si diffuse sulle pareti, disegnando ombre familiari che però sembravano nuove, come se stessi vedendo il mio appartamento per la prima volta. Il divano dove avevo passato tante serate a guardare la TV senza davvero guardarla.
Il tavolo della cucina dove mangiavo da solo la maggior parte delle sere. La finestra con le tende sottili che lasciavano filtrare la luce dei lampioni dalla strada. Tutto era lo stesso, eppure tutto era diverso, come se qualcuno avesse spostato i mobili di pochi centimetri mentre non guardavo.
Marty si era fermata vicino alla porta, con il cappotto ancora addosso e le mani infilate nelle tasche. Non si guardava intorno come aveva fatto la prima volta che era entrata lì, non esplorava lo spazio con quella curiosità che avevo notato allora. Stava ferma, immobile, con gli occhi fissi su di me, e in quello sguardo c'era qualcosa che mi faceva venire la pelle d'oca nonostante il calore dell'appartamento.
Mi voltai verso di lei, sentendo il bisogno improvviso di rompere quel silenzio che si stava facendo pesante, di dire qualcosa che fosse vero, che fosse reale, che non fosse solo riempitivo.
-Nel locale,- dissi, con una voce che era più roca di quanto volessi. -Prima. Ho sentito qualcosa.-
Marty non disse nulla. Aspettò, con quegli occhi scuri che non lasciavano trasparire nulla.
-Ho sentito il tuo sguardo,- continuai, cercando le parole giuste mentre le pronunciavo. -Dentro di me. Come se mi stessi guardando da un posto che non riesco a vedere, un posto più profondo degli occhi. E ho percepito una sensazione strana. Non so come descriverla. Era come se stessi cadendo verso di te, ma non con il corpo. Con qualcosa di diverso. Qualcosa che non sapevo di avere.-
Feci una pausa, passandomi una mano tra i capelli che erano ancora scompigliati dal vento.
-Non mi sorprende che quel ragazzo sia vacillato sotto il tuo sguardo,- dissi, con un tono che era quasi un'ammissione. -Rick. Al parcheggio del Rusty Nail.-
Marty si mosse per la prima volta da quando eravamo entrati. Fece un passo verso di me, poi un altro, con quella sua andatura fluida e silenziosa. Si fermò a meno di un metro da me, abbastanza vicina da poter sentire il suo profumo, quel legno bagnato mescolato a qualcosa di dolce che non riuscivo mai a identificare del tutto.
-Cosa vuoi sapere, Ian?- chiese, con una voce che era bassa, quasi un sussurro.
La guardai negli occhi, quegli occhi scuri che sembravano assorbire tutta la luce della stanza senza restituire nulla. Sentivo il mio cuore che batteva forte, non per la paura ma per qualcos'altro, una combinazione di attrazione e curiosità e desiderio che mi rendeva difficile pensare con chiarezza. Volevo sapere. Dovevo sapere. E allo stesso tempo, una parte di me aveva paura della risposta, aveva paura di ciò che avrebbe potuto significare, aveva paura di ciò che avrebbe potuto cambiare tra noi.
-Cosa sei tu?- chiesi, e le parole uscirono più dirette di quanto avessi previsto. -Cosa sei davvero?-
Marty non rispose subito. Mi studiò, con quel modo che aveva di guardare le persone che sembrava andare oltre la superficie, che sembrava toccare qualcosa di più profondo. I suoi occhi si mossero sul mio viso, dalle sopracciglia agli occhi al naso alle labbra, come se stesse leggendo una mappa che conosceva a memoria ma che voleva rivedere un'ultima volta prima di prendere una decisione.
Poi si avvicinò ancora, finché il suo viso fu a pochi centimetri dal mio. Sentivo il suo respiro sulla pelle, caldo e regolare, con un lieve profumo di cioccolata che veniva dalla bevanda che avevamo bevuto al locale. I suoi occhi erano così vicini che potevo vedere le sfumature scure dell'iride, i punti in cui il nero si scioglieva in un marrone profondo che non avevo mai notato prima.
- Qualcuno che da molto tempo ha perso la cognizione della forma del tempo.- sussurrò, con una voce così bassa che la sentii più che udirla, una vibrazione che mi attraversò la pelle e mi andò dritta al petto.
Non capii cosa volesse dire. Non del tutto. Le parole erano chiare, ma il loro significato mi sfuggiva, come acqua che scivola tra le dita quando cerchi di afferrarla. Perso la cognizione della forma del tempo. Cosa significava? Come si poteva perdere la cognizione di qualcosa di così fondamentale, di così universale? Il tempo scorreva per tutti, allo stesso modo, con la stessa velocità. Non era qualcosa che si poteva perdere, non era qualcosa che si poteva dimenticare.
Ma prima che potessi chiedere, prima che potessi cercare di capire, lei mi baciò.
Fu un bacio dolce, all'inizio. Le sue labbra si posarono sulle mie con una delicatezza che mi sorprese, come se stesse assaggiando qualcosa di fragile, qualcosa che poteva rompersi se avesse usato troppa forza. Le sue mani salirono lungo il mio petto, con movimenti lenti che lasciavano una scia di calore anche attraverso gli strati di vestiti, e si fermarono sul mio viso, con i palmi che mi accarezzavano le guance mentre le sue labbra si muovevano sulle mie.
Poi il bacio cambiò.
Le sue labbra si schiusero, e le nostre lingue si trovarono, e il sapore della cioccolata che avevamo bevuto al locale mi riempì la bocca, dolce e amaro allo stesso tempo. Il bacio divenne profondo, lungo, con le nostre labbra che si aprivano e si chiudevano in un ritmo che sembrava naturale come il respiro. Sentivo il suo corpo che si premeva contro il mio, il calore di lei che filtrava attraverso il cappotto e i vestiti, e le mie mani la trovarono istintivamente, stringendola alla vita e tirandola più vicina.
Non so quanto durò quel bacio. Potevano essere stati minuti, potevano essere stati ore. Il tempo sembrava essersi fermato, come se le parole di Marty avessero avuto un effetto immediato sulla realtà intorno a noi. C'era solo il sapore di cioccolata sulle sue labbra, il calore del suo corpo contro il mio, il suono dei nostri respiri che si mescolavano nel silenzio dell'appartamento.
Quando finalmente ci separammo, entrambi avevamo il respiro corto. I suoi occhi erano ancora vicini ai miei, scuri e profondi, con quella luce che sembrava venire da dentro. Le sue mani erano ancora sul mio viso, con i pollici che mi accarezzavano le guance con movimenti lenti e circolari.
- Ian,- sussurrò, e il mio nome sulla sua lingua suonava diverso da come lo avessi mai sentito.
Non dissi nulla. Non c'era bisogno di dire nulla. La presi per mano e la guidai verso la camera da letto, con il cuore che batteva forte e il sangue che scorreva veloce nelle vene. Lei mi seguì senza resistere, con quella sua calma che sembrava non essere mai scossa da nulla, come se sapesse esattamente dove stavamo andando e cosa stava per succedere.
La camera era immersa nella penombra, con la luce dei lampioni che filtrava attraverso le tende e disegnava strisce pallide sul pavimento.
Marty si fermò ai piedi del letto e si slacciò il cappotto con movimenti lenti. Il tessuto blu scuro scivolò dalle sue spalle e cadde a terra con un rumore soffocato, lasciandola in maglione nero e jeans. I suoi capelli neri le ricadevano sulle spalle in onde disordinate, e la luce fioca della stanza li faceva sembrare quasi blu, come l'acqua profonda di un lago di notte.
Le mie mani trovarono l'orlo del suo maglione e lo tirarono su, con un movimento che era più impaziente di quanto volessi. Lei alzò le braccia per permettermi di sfilarlo, e il tessuto passò sopra la sua testa, lasciandola con una canottiera grigia che aderiva al suo corpo snello. I suoi occhi non lasciarono mai i miei, nemmeno mentre mi svestivo, nemmeno mentre i miei vestiti si univano ai suoi sul pavimento.
Ci spogliammo lentamente, con una cura che sembrava quasi rituale. Ogni indumento che cadeva a terra rivelava un nuovo pezzo di pelle, una nuova curva, un nuovo dettaglio che non avevo mai visto prima. Il suo corpo era esile sotto la luce fioca, con le costole che si intravedevano appena sotto la pelle, i fianchi che si allargavano in una curva morbida, le gambe lunghe e snelle che sembravano non finire mai.
Quando fummo entrambi nudi, restammo fermi per un istante, a guardarci. Non c'era imbarazzo nei suoi occhi, non c'era timidezza. C'era solo quella calma che la caratterizzava, quella pace che sembrava venire da un posto molto lontano e molto tranquillo.
Poi ci baciammo di nuovo, e tutto il resto scomparve.
Le nostre labbra si trovarono con una urgenza che non c'era stata prima, come se avessimo aspettato troppo a lungo e non potessimo più aspettare. Le mie mani la percorrevano ovunque, sentendo la pelle liscia e fredda che si scaldava sotto il mio tocco, le curve dei suoi fianchi, la linea della sua spina dorsale, la rotondità dei suoi seni. Le sue mani facevano lo stesso con me, con dita che esploravano il mio petto, le mie spalle, la mia schiena, lasciando scie di calore ovunque passassero.
Cademmo sul letto insieme, un intreccio di corpi e lenzuola che non avevano senso. Il materasso cigolò sotto il nostro peso, e quel suono familiare mi fece sorridere contro le sue labbra, un sorriso che lei sentì e ricambiò, un momento di leggerezza in mezzo all'intensità di ciò che stavamo facendo.
La baciai sul collo, sentendo il battito del suo polso sotto le labbra, un ritmo regolare e calmo che contrastava con il mio cuore impazzito. Le baciai la clavicola, la curva della spalla, il punto dietro l'orecchio che le fece emettere un suono basso, un gemito soffocato che mi fece accelerare il sangue. Le mie labbra scesero lungo il suo corpo, baciando ogni centimetro di pelle che incontravano, assaporando il sapore leggermente salato della sua pelle, il profumo di legno bagnato che sembrava più intenso in certi punti che in altri.
Lei si inarcò sotto di me, con un movimento che era insieme invito e risposta, e le sue mani mi trovarono i capelli, le dita che si intrecciavano tra le ciocche e mi tiravano leggermente, guidandomi senza guidare. I suoi respiri erano irregolari ora, spezzati da piccoli suoni che le uscivano dalla gola senza che potesse controllarli, e ogni suono mi spingeva ad andare più a fondo, a esplorare più lontano, a darle tutto ciò che potevo.
Quando finalmente entrai in lei, fu come tornare a casa dopo un viaggio lunghissimo. Il calore che mi accolse era denso, avvolgente, come acqua tiepida in una notte fredda. Lei emise un suono che era insieme sospiro e gemito, e le sue gambe si strinsero intorno ai miei fianchi, tirandomi più a fondo, come se non riuscisse ad averne abbastanza.
Ci muovemmo insieme, lentamente all'inizio, con un ritmo che non avevamo deciso ma che sembrava naturale, come se i nostri corpi sapessero cosa fare senza che le nostre menti dovessero dirglielo. Il letto cigolava sotto di noi, un suono ritmico che si mescolava ai nostri respiri e ai piccoli suoni che uscivano dalle nostre labbra, creando una sinfonia che era solo nostra.
Il sudore iniziò a formarsi sulla nostra pelle, gocce minuscole che si accumulavano sulla fronte, sul petto, sulla schiena, e che scivolavano lungo i corpi come piccoli fiumi. L'aria della stanza era fresca, ma il calore tra noi era intenso, come se stessimo generando un nostro fuoco privato che non si poteva spegnere.
I capelli di Marty si erano sciolti del tutto, e le ricadevano sul viso in ciocche scure che si appiccicavano alla pelle sudata. Mi chinai su di lei, scostandole i capelli dal viso con una mano, e i suoi occhi mi fissarono, scuri e profondi, con quella luce che sembrava venire da dentro. Le sue labbra erano socchiuse, umide per i baci e per il sudore, e il suo respiro era caldo contro la mia pelle.
-Ti prometto che stanotte non svanirò,- sussurrò, con una voce che era roca e bassa, e le parole mi colpirono in un posto che non sapevo di avere.
Non risposi, perché non c'era bisogno di rispondere. Continuai a muovermi dentro di lei, con spinte che si facevano più profonde, più intense, più disperate. Le sue mani erano sul mio viso, le sue dita mi accarezzavano le guance mentre i nostri occhi restavano fissi l'uno sull'altro, e in quello sguardo c'era qualcosa che andava oltre il sesso, oltre il desiderio, oltre qualsiasi cosa avessi mai provato prima.
Era come se ci stessimo fondendo, come se i confini tra noi si stessero dissolvendo, come se qualcosa di lei stesse fluendo dentro di me e qualcosa di me stesse fluendo dentro di lei. Era una sensazione che mi faceva paura, che mi faceva sentire vulnerabile in un modo che non avevo mai provato, ma che allo stesso tempo mi attirava, mi trascinava, mi faceva venire voglia di non smettere mai.
Il ritmo accelerò, non per decisione ma per necessità, come se i nostri corpi non potessero più contenere ciò che stavano provando. Le mie spinte si fecero più rapide, più profonde, e lei le riceveva con gemiti che si facevano più alti, più frequenti, più urgenti. Le sue gambe si strinsero intorno a me, le sue unghie mi affondarono nelle spalle, e il suo corpo si inarcò sotto il mio in un movimento che era insieme resa e richiesta.
Sentii il momento arrivare, come un'onda che si gonfia in lontananza prima di infrangersi sulla riva. Il calore si accumulò nel mio basso ventre, una pressione che cresceva e cresceva fino a quando non poteva più essere contenuta. Chiusi gli occhi, gettai la testa all'indietro, e venni con un suono che non riconobbi come mio, un gemito roco e profondo che sembrava venire da un posto molto lontano dentro di me.
Marty mi seguì. Il suo corpo si tese sotto il mio, i suoi muscoli si contrassero intorno a me in una sequenza rapida e involontaria, e poi si rilassò tutto in una volta, come una molla che si scarica.
Restammo fermi per un lungo momento, con i corpi ancora uniti e i respiri che lentamente tornavano normali. Il sudore si raffreddava sulla nostra pelle, e sentivo il cuore di Marty battere contro il mio petto, un ritmo che stava rallentando ma che era ancora più veloce del solito.
Quando finalmente ci separammo, ci sdraiammo uno accanto all'altra, con le lenzuola aggrovigliate intorno alle gambe e il soffitto che ci guardava dall'alto. Il respiro di Marty era calmo, regolare, come se non avesse appena passato quello che avevamo passato. Io invece sentivo il cuore che ancora batteva forte, e le membra che pesavano come se avessi corso una maratona.
Marty si voltò verso di me, con un movimento lento che fece scricchiolare il materasso. I suoi capelli erano un disastro, sparsi sul cuscino in un groviglio di ciocche scure, e il suo viso era arrossato, con le guance che ancora conservavano il calore di ciò che avevamo fatto. I suoi occhi erano socchiusi, pesanti, ma c'era un sorriso sulle sue labbra, quel sorriso piccolo e segreto che avevo imparato a riconoscere.
-Sei ancora qui,- dissi, con una voce che era più stanca di quanto mi aspettassi.
-Te l'ho promesso,- rispose lei, con un sussurro che mi accarezzò l'orecchio.
Non dissi nulla. Le passai un braccio intorno alle spalle e la tirai verso di me, finché la sua testa non fu appoggiata sul mio petto e il suo respiro non fu un calore costante sulla mia pelle. Le sue dita tracciavano cerchi pigri sul mio stomaco, e io sentivo il battito del suo cuore contro il mio fianco, un ritmo che si stava calmando sempre di più.
Il silenzio ci avvolse, un silenzio che non era vuoto ma pieno, che non era assenza di suono ma presenza di qualcosa di più. Fuori, il vento era calato, e il mondo sembrava essersi fermato, come se stesse trattenendo il respiro insieme a noi.
Chiusi gli occhi, sentendo il peso del sonno che mi premeva sulle palpebre. Il corpo di Marty era caldo contro il mio, una presenza solida e reale che mi faceva sentire al sicuro in un modo che non sapevo di aver bisogno. Il profumo di legno bagnato mi riempiva le narici, mescolato all'odore del sudore e delle lenzuola, un mix che avrebbe dovuto essere sgradevole ma che invece mi sembrava il profumo più buono del mondo.
Fu allora che lo notai.
Aprii gli occhi e guardai verso la finestra. Le tende erano sottili, e attraverso il tessuto potevo vedere il cielo che stava cambiando colore. Non era più nero, non era più il buio profondo della notte. C'erano sfumature di blu che apparivano all'orizzonte.
L'alba.
Mi accigliai, cercando di capire. Eravamo rincasati presto la sera prima, forse alle nove o alle nove e mezza, dopo essere stati al The Hearth. Da allora erano passate ore, questo lo sapevo, ma non potevano essere state così tante. Non poteva essere già mattina. Non poteva essere già l'alba.
Quanto tempo era passato?
Il sonno mi prese lentamente, come un'onda che si alza piano piano fino a coprirti completamente. Sentii le braccia di Marty che si stringevano intorno a me, sentii il suo respiro che si faceva regolare contro il mio petto, sentii il suo corpo che si rilassava nel sonno.
E poi più nulla.
Solo buio, e calore, e il suono lontano del vento che era ripreso a soffiare fuori dalla finestra.
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Mi svegliai con la luce del sole che mi colpiva il viso.
Non la luce pallida dell'alba che avevo intravisto prima di addormentarmi, ma la luce piena del mattino, quella che entra dalle finestre con forza e ti costringe a socchiudere gli occhi anche se non vuoi. Il cielo doveva essere limpido fuori, perché quella luce era bianca e nitida, senza le sfumature grigie delle giornate nuvolose.
Sbattei le palpebre, cercando di orientarmi. La stanza era illuminata, con le ombre che si allungavano verso ovest, il che significava che il sole era già alto. Guardai l'orologio sul comodino e sentii un tuffo al cuore: le nove e quarantatré.
Le nove e quarantatré.
Il turno al diner iniziava alle undici. Avevo poco più di un'ora per alzarmi, farmi la doccia, vestirmi, e guidare fino al lavoro. Non c'era tempo per crogiolarsi nel letto, non c'era tempo per pensare, non c'era tempo per nient'altro che la routine frenetica che conoscevo fin troppo bene.
Ma prima di scattare in piedi, prima di iniziare la corsa contro il tempo, mi voltai verso il lato del letto dove Marty aveva dormito.
E lei era lì.


