Il vento si era alzato mentre ci allontanavamo dal lago.
Non era il vento umido dell'autunno che conoscevo, quello che porta pioggia e si infila sotto i vestiti con dita bagnate. Era un vento secco, tagliente, che veniva dalle montagne innevate e che scendeva lungo le valli come un'onda invisibile, spazzando via tutto ciò che trovava sul suo cammino. Le foglie morte si sollevavano da terra in mulinelli improvvisi, turbinando nell'aria come uccelli privi di direzione, e i rami nudi degli alberi scricchiolavano sotto la spinta costante, un rumore secco che sembrava il gemito di una nave che affonda.
Camminavamo fianco a fianco lungo il sentiero che portava al parcheggio, con le mani affondate nelle tasche e i colletti alzati contro il freddo. Il sole era tramontato del tutto ormai, e il cielo sopra di noi era passato dal viola al nero, con le prime stelle che facevano capolino tra le nuvole stracciate che il vento inseguiva verso est. L'aria era così fredda che il respiro si condensava davanti alla faccia in nuvole bianche che il vento strappava via prima ancora che potessero dissolversi, e sentivo il gelo che mi mordeva le orecchie e la punta del naso, quelle parti del corpo che il giubbotto non riusciva a proteggere.
Marty camminava accanto a me con quel suo passo fluido e silenzioso che avevo imparato a riconoscere. Il cappotto blu ondeggiava a ogni movimento, e i suoi capelli neri si sollevavano dal collo per poi ricadere in ciocche scomposte che lei scostava dal viso con gesti meccanici, senza pensarci. Non sembrava infreddolita, nonostante il vento che ci tagliava la pelle.
-Cosa ci facevi al lago?- chiesi, rompendo il silenzio che il vento riempiva con il suo ululato. La voce mi uscì più rauca di quanto volessi, secca come l'aria che respiravo.
Lei mi guardò con la coda dell'occhio, quel mezzo sorriso che le compariva sempre quando facevo domande che non si aspettava.
-Ci vado spesso. - disse, con quella voce calma che sembrava non subire l'effetto del vento. -Quando ho la testa piena di pensieri. L'acqua aiuta. Il movimento delle onde, il modo in cui riflette il cielo. Ti fa sentire piccolo in un modo che non è brutto. Ti fa sentire che i tuoi problemi sono solo una parte di qualcosa di più grande, e che forse non sono così importanti come sembrano.-
Annuii, sentendo che capivo esattamente cosa intendeva. -È per questo che ero lì anch'io. Avevo bisogno di spazio. Di aria. Di qualcosa che non fosse il diner o il mio appartamento o le solite strade che percorro ogni giorno.-
-Lo so. - disse lei, semplicemente.
Non chiesi come facesse a saperlo. Con Marty, certe domande non avevano senso. Lei sapeva le cose, le sentiva, le intuiva in un modo che non riuscivo a spiegare ma che avevo smesso di mettere in discussione. Era così fin dall'inizio, da quella prima sera al Rusty Nail, quando mi aveva guardato come se mi conoscesse da sempre.
Raggiungemmo il parcheggio in silenzio, con il vento che continuava a soffiare e le foglie che ci vorticavano intorno ai piedi. La mia Chevy era ancora lì, con il tettuccio coperto da uno strato sottile di brina che si era formato dove il sole non arrivava, e le gomme che sembravano congelate sull'asfalto. Aprii lo sportello e il freddo dell'abitacolo mi colpì come un pugno, quell'aria gelida che si accumula nelle macchine ferme e che ci mette minuti a dissiparsi anche con il riscaldamento acceso.
-Andiamo da qualche parte?- chiesi, mentre il motore tossiva e prendeva vita con quel rumore familiare che mi faceva sentire a casa.
Marty si strinse nelle spalle, con quel gesto fluido che sembrava far parte del suo modo di essere. -C'è un posto qui vicino? Qualcosa di caldo? Ho voglia di qualcosa di dolce.-
Pensai per un istante. C'era un locale a pochi chilometri dal lago, uno di quei posti piccoli che sorgono vicino alle aree turistiche e che sopravvivono grazie ai pochi clienti che capitano lì per caso. Non c'ero mai stato, ma l'avevo notato mentre guidavo verso il parcheggio, con la sua insegna di legno che oscillava nel vento e le finestre che emanavano una luce gialla e accogliente.
-Credo di sì,- dissi. -L'ho visto venendo qui. Vuoi provare?-
Lei annuì, e io ingranai la marcia e uscii dal parcheggio, con i tergicristalli che graffiavano il vetro appannato e il riscaldamento che iniziava la sua lenta battaglia contro il freddo.
Il locale si chiamava The Hearth, e quando entrammo fummo accolti da un'ondata di aria calda che mi fece venire la pelle d'oca sulle braccia per il contrasto con il freddo esterno. L'interno era piccolo, con una decina di tavoli di legno scuro, sedie imbottite di velluto rosso consunto, e un camino acceso in un angolo che crepitava con un suono ipnotico. Le pareti erano coperte di fotografie incorniciate che mostravano il lago in diverse stagioni, l'acqua azzurra d'estate e ghiacciata d'inverno, e c'erano candele su ogni tavolo che proiettavano ombre danzanti sui soffitti bassi.
Non c'erano molti clienti, solo una coppia di mezza età seduta vicino alla finestra che parlava a bassa voce, e un uomo solo al bancone che leggeva un giornale con una tazza di caffè davanti. Il proprietario, un uomo basso con i baffi grigi e un grembiule macchiato, ci fece cenno di sederci dove volevamo, e noi scegliemmo un tavolo vicino al camino, dove il calore del fuoco ci raggiungeva come un abbraccio invisibile.
-Prendo uno strudel di mele,- disse Marty, guardando il menu con attenzione. -E una cioccolata calda.-
-Io lo stesso,- dissi, senza nemmeno guardare il menu. Non avevo fame, ma volevo qualcosa di caldo da tenere tra le mani, qualcosa che mi scaldasse dall'interno.
Il proprietario annuì e sparì in cucina, lasciandoci solvi nel ronzio del camino e nel mormorio della coppia alla finestra. Guardai Marty, che si stava slacciando il cappotto con movimenti lenti, rivelando il maglione nero che portava sotto. I suoi capelli neri erano ancora scompigliati dal vento, e alcune ciocche le ricadevano sul viso in un modo che mi fece venire voglia di scostargliele con le dita.
-Sei bella. - dissi, e le parole mi uscirono senza che le avessi programmate.
Lei alzò lo sguardo su di me, con quegli occhi scuri che sembravano assorbire la luce delle candele invece di rifletterla. Non arrossì, non distolse lo sguardo, non fece nessuna delle cose che le ragazze fanno di solito quando ricevono un complimento. Si limitò a guardarmi, con un'espressione che non riuscivo a decifrare, un misto di gratitudine e qualcos'altro, qualcosa di più profondo e più complicato.
-Grazie.- disse, alla fine. E poi, con un tono più leggero: -Anche tu non sei male, per essere uno che passa le giornate a versare caffè.-
Risi, un suono breve che si perse nel crepitio del camino. -Grazie. È il complimento più strano che mi abbiano mai fatto.-
-È il più sincero che potessi farti.- rispose lei, con quel mezzo sorriso che le illuminava il viso.
Lo strudel arrivò in pochi minuti, ancora caldo dal forno, con la crosta dorata che scricchiolava sotto la forchetta e l'interno che traboccava di mele e cannella. La cioccolata era densa e scura. Il profumo era intenso, dolce e speziato, e riempiva l'aria intorno al nostro tavolo come una nuvola invisibile.
Guardai Marty mangiare.
Non era qualcosa che facevo coscientemente, all'inizio. I miei occhi si posarono su di lei mentre tagliava un pezzo di strudel con la forchetta, lo portava alla bocca, masticava lentamente con gli occhi socchiusi per il piacere del sapore. C'era qualcosa nel modo in cui si prendeva il tempo per assaporare ogni boccone, nel modo in cui le sue labbra si chiudevano sulla forchetta, nel modo in cui il suo viso si rilassava mentre mangiava, che mi affascinava e mi commuoveva in un modo che non sapevo spiegare.
Sembrava una ragazza dolce.
Il pensiero mi attraversò la mente senza che potessi fermarlo. Non nel senso banale del termine, non "dolce" come aggettivo generico per descrivere una persona piacevole. Dolce nel senso di genuina, di vera, di qualcuno che non indossava maschere né recitava ruoli. Dolce nel senso di qualcuno che era esattamente quello che sembrava, senza secondi fini, senza calcoli, senza quel velo di cinismo che la maggior parte della gente si costruisce per proteggersi dal mondo.
Marty alzò lo sguardo e mi sorprese a guardarla. Non disse nulla, ma un sorriso piccolo le comparve sulle labbra, come se avesse capito cosa stavo pensando. Poi tornò al suo strudel, e io tornai ai miei pensieri.
E i miei pensieri non erano piacevoli.
Era quella sensazione che mi perseguitava da settimane, da quella notte nel vicolo dietro il diner, da quando avevo visto Tyler cadere a terra con quella crisi che non aveva senso. Era qualcosa che non riuscivo a nominare, una specie di peso invisibile che mi premeva sul petto, un presentimento di qualcosa che non andava. Non sapevo cosa fosse, non sapevo da dove venisse, ma c'era, sempre presente in un angolo della mia mente, come una canzone che senti a basso volume e che non riesci a identificare.
Guardai la cioccolata che avevo davanti, con il vapore che si alzava dalla superficie in volute che si disperdevano nell'aria calda del locale. Le mie mani erano strette intorno alla tazza, non per il freddo ma per qualcos'altro, una tensione che non sapevo come allentare. Lo strudel era intatto nel piatto, e non avevo appetito, nonostante il profumo delizioso che saliva verso le mie narici.
-Ian.-
La voce di Marty mi strappò dai miei pensieri. Alzai lo sguardo e la trovai che mi fissava con quegli occhi scuri che sembravano vedere tutto, che sembravano penetrare attraverso gli strati di finzione che indossavo ogni giorno.
-Cosa c'è?- chiese, con una voce che era più bassa del solito, quasi un sussurro.
Esitai. Non perché non volessi dirglielo, ma perché non sapevo come mettere in parole qualcosa che non capivo nemmeno io. Era come cercare di descrivere un colore che non esiste, un suono che non hai mai sentito, una sensazione che non ha nome in nessuna lingua che conosci.
-Ho questa sensazione,- dissi, alla fine, con una voce che era roca e incerta. -Costante. Da settimane. Come se ci fosse qualcosa che non va. Qualcosa che non riesco a vedere, che non riesco a nominare, ma che è lì, proprio dietro l'angolo, che mi aspetta.-
Marty non disse nulla. Si limitò a guardarmi, con quegli occhi che non giudicavano né criticavano, che accettavano quello che le stavo dicendo come se fosse la cosa più naturale del mondo.
-Non so cosa sia,- continuai, sentendo le parole che uscivano come acqua da una diga che si è incrinata. -Non è paura, non esattamente. È più come... un presentimento. Come quando sai che sta per succedere qualcosa, ma non sai cosa. E questo pensiero mi accompagna sempre, anche quando non ci penso. È lì, in sottofondo, come un rumore bianco che non puoi spegnere.-
Feci una pausa, bevendo un sorso di cioccolata che mi sembrò improvvisamente amara, nonostante il sapore dolce. Poi ripresi, con una voce che si faceva più bassa.
-E c'è un'altra cosa. Una cosa che penso spesso, che mi tiene sveglio la notte. È sul tempo.-
-Sul tempo?- chiese Marty, con un tono che non era curiosità ma solo invito a continuare.
-Sì. Il tempo. - Mi passai una mano tra i capelli, sentendo le dita che incontravano nodi che non c'erano la mattina. -Vorrei avere più tempo. Vorrei avere il tempo di fare tutte le cose che voglio fare, di diventare la persona che voglio diventare, di vivere la vita che immagino quando chiudo gli occhi. Ma so che non ce l'ho, questo tempo. Perché più passano gli anni, più il tempo sembra andare veloce. Hai presente quella sensazione? Quando sei bambino, un'ora sembra un'eternità. Un giorno è infinito. Un'estate non finisce mai. Poi cresci, e tutto accelera. I mesi volano. Gli anni si accumulano uno sull'altro senza che tu te ne accorga. E ti ritrovi a ventisette anni, a versare caffè in un diner, a chiederti dove è finito tutto il tempo che avresti dovuto avere.-
Mi fermai, sentendo il peso delle mie stesse parole. Non avevo mai detto queste cose a nessuno, nemmeno a Sky, nemmeno a Rudy o Thomas. Le avevo tenute dentro per anni, seppellite sotto strati di routine e normalità, fingendo che andasse tutto bene quando in realtà sentivo che qualcosa mi stava sfuggendo tra le dita come sabbia asciutta.
-So che sembra assurdo,- dissi, con un sorriso amaro. -So che sembro uno di quei tizi che stanno a lamentarsi della loro vita senza fare niente per cambiarla. Ma non è quello. Non voglio lamentarmi. È solo che... non so come fermare questa sensazione. Non so come rallentare il tempo. Non so come fare in modo che la mia vita smetta di scorrermi via mentre io resto a guardare.-
Marty rimase in silenzio per un lungo momento. I suoi occhi non si mossero dai miei, e in quel silenzio sentii qualcosa di diverso, qualcosa che non avevo mai provato con nessun'altra persona. Era come se lei fosse davvero lì con me, non solo fisicamente, ma in un modo più profondo, come se stesse ascoltando non solo le mie parole ma anche quello che c'era sotto, quello che non riuscivo a dire.
Poi parlò, e la sua voce era diversa da come l'avevo mai sentita. Più antica, in un certo senso, come se venisse da un posto molto lontano e molto vicino allo stesso tempo.
-Il tempo è una cosa molto strana,- disse, con una calma che sembrava fuori luogo nel mondo frenetico che conoscevo. -Per ogni persona è diverso. Per alcuni è veloce, troppo veloce, scappa via prima che possano afferrarlo. Per altri è lento, troppo lento, si trascina come un animale ferito che non vuole morire. E per alcuni... per alcuni il tempo non scorre affatto. Si ferma. Si cristallizza. Diventa un qualcosa che puoi toccare, ma che non puoi cambiare.-
Non dissi nulla, aspettando che continuasse.
-La gente passa il tempo vivendo,- proseguì Marty, con gli occhi che si erano fatti più scuri, più profondi, come due pozzi senza fondo. -Ma in realtà non vive. Aspetta. Aspetta il fine settimana, aspetta le vacanze, aspetta il momento in cui finalmente avranno tempo per fare quello che vogliono fare. Seguono schemi organizzativi che per me sono innaturali. Sveglia alle sette, lavoro fino alle cinque, cena, sonno, e ricomincia. Programmano la vita in blocchi di tempo, come se fosse qualcosa che si può misurare e controllare. Ma il tempo non funziona così. Il tempo è elastico, è sfuggente, è qualcosa che non puoi afferrare nemmeno se ci provi con tutte le forze.-
Fece una pausa, e le sue mani si strinsero intorno alla tazza di cioccolata, anche se il liquido doveva essere ormai tiepido.
-Io credo,- disse, con una voce che era quasi un sussurro, -che il problema non sia il tempo che passa troppo veloce. Il problema è che la maggior parte delle persone non è davvero presente nel tempo che ha. Sono da un'altra parte, mentalmente. Pensano al futuro, al passato, a quello che avrebbero dovuto fare, a quello che faranno domani. E mentre sono lì a pensare, il tempo passa. E passa. E passa. E quando se ne accorgono, è già andato.-
Le sue parole mi colpirono come un pugno, ma non un pugno che fa male. Un pugno che ti sveglia, che ti scuote, che ti fa vedere qualcosa che non avevi visto prima. Sentii un brivido lungo la schiena che non aveva niente a che fare con il freddo, una sensazione che partiva dalla base del collo e si irradiava in tutto il corpo, come una corrente elettrica che scorreva sotto la pelle.
Guardai Marty, e per la prima volta sentii qualcosa di diverso. Non era attrazione, non era affetto, non era nessuna delle emozioni che avevo provato fino a quel momento. Era qualcosa di più profondo, di più fondamentale. Era come se stessi sentendo la sua presenza dentro di me, come se lei fosse entrata in un posto che non sapevo di avere e si fosse seduta lì, senza chiedere permesso, ma nemmeno con violenza. Con naturalezza, come se fosse esattamente dove doveva essere.
E in quel momento, per un istante che sembrò durare un'eternità, sentii la sua esistenza. E la sua inesistenza.
Non erano due cose separate. Erano la stessa cosa, intrecciate in un modo che non aveva senso logico ma che era vero, profondamente vero. Sentii che lei era lì, davanti a me, con il suo cappotto blu e i suoi capelli neri e i suoi occhi scuri che assorbivano la luce. Ma sentii anche che non c'era, che non era davvero lì, che c'era qualcosa di lei che mancava, che era altrove, in un posto che non potevo vedere né capire.
Fu come guardare il sole attraverso un vetro sporco. Vedi la luce, vedi il calore, vedi l'ombra che proietta. Ma sai che c'è qualcosa tra te e la fonte, qualcosa che distorce l'immagine, che la rende meno nitida, meno reale. E non puoi fare a meno di chiederti cosa vedresti se quel vetro fosse pulito.
Le mie emozioni si sovrastarono.
Non so come descriverlo in altro modo. Fu come se tutto ciò che avevo seppellito dentro di me per anni venisse improvvisamente a galla, come detriti che riemergono dopo un naufragio. La morte di mia madre, l'assenza di mio padre, la solitudine che mi portavo dietro come un'ombra, la sensazione di vuoto che mi svegliava alle tre di notte senza motivo apparente. Tutto venne allo scoperto, tutto premette contro la superficie della mia coscienza con una forza che mi fece mancare il respiro.
E attraverso tutto questo, sentii lei.
Sentii Marty, non come una persona separata da me, ma come una parte di qualcosa che stavo diventando. Era come se mi stessi fondendo con lei, come se i confini tra il mio corpo e il suo si stessero dissolvendo, come se le nostre esistenze si stessero intrecciando in un modo che andava oltre il fisico, oltre il mentale, oltre tutto ciò che sapevo o potevo comprendere.
Aprii gli occhi di scatto, con il cuore che batteva all'impazzata e il respiro che mi graffiava la gola. Le mie mani tremavano, e la tazza di cioccolata oscillò pericolosamente sul tavolo, rovesciando alcune gocce scure sulla tovaglia bianca.
-Ian?-
La voce di Marty mi arrivò da molto lontano, come se venisse attraverso un tubo, o attraverso l'acqua, o attraverso anni di distanza. La guardai, e il suo viso era lo stesso di prima, con quegli occhi scuri che mi fissavano con un'espressione che non riuscivo a decifrare. Ma c'era qualcosa di diverso in lei adesso, qualcosa che non avevo notato prima. Era come se una parte di lei fosse più solida, più presente, più reale di quanto fosse stata fino a un attimo prima. E allo stesso tempo, era come se una parte di me fosse meno solido, meno presente, meno reale.
-Sto bene,- dissi, con una voce che non sembrava la mia. -Solo... un capogiro. Dev'essere il freddo. O la stanchezza. Non so.-
Marty non disse nulla per un lungo momento. I suoi occhi restarono fissi su di me, e in quel silenzio sentii che mi stava studiando, che stava cercando di capire cosa fosse successo, che stava misurando qualcosa che io non potevo vedere.
Poi sorrise, quel sorriso piccolo e segreto che aveva quando sapeva qualcosa che io non sapevo.
-Forse dovremmo andare,- disse, con una voce che era tornata normale, come se niente fosse successo. -Si è fatto tardi.-
Annuii, sentendo che non avevo la forza di discutere. Chiesi il conto al proprietario, pagai senza guardare il totale, e uscimmo dal locale, con il vento freddo che ci colpì come uno schiaffo appena varcata la soglia.
Camminammo verso la macchina in silenzio, con le foglie che ci vorticavano intorno ai piedi e il vento che ci sferzava il viso. Io mi sentivo strano, come se fossi stato svuotato e riempito di nuovo con qualcosa di diverso, qualcosa che non riuscivo a identificare. Le mie mani tremavano ancora, e sentivo un formicolio alla base del collo che non se ne andava.
Marty mi prese per mano, con un gesto semplice e naturale, e quel contatto mi fece sentire improvvisamente più caldo, più solido, più presente. Le sue dita erano fredde, come sempre, ma erano reali, tangibili, e aggrapparsi a loro mi diede un'ancora a cui tenersi mentre tutto il resto sembrava scivolare via.
Salimmo in macchina, e io accesi il motore senza dire nulla. Il riscaldamento prese vita con un ronzio, ma io non lo sentivo davvero.
-Dove andiamo?- chiesi, con una voce che era solo un sussurro.
-A casa tua,- disse Marty, con quella voce calma che non ammetteva repliche. -A casa tua, Ian.-
Guidai verso Ogden attraverso strade buie e deserte, con il vento che faceva tremare i finestrini e le luci dei lampioni che si susseguivano come stelle cadenti. Marty era seduta accanto a me, con la mano ancora intrecciata alla mia sulla leva del cambio, e in quel contatto sentivo qualcosa che non avevo mai sentito con nessun'altra persona.
Era come se fossimo collegati, come se fossimo parte dello stesso circuito, come se qualcosa di lei scorresse dentro di me e qualcosa di me scorresse dentro di lei. Era una sensazione che mi faceva paura, ma che allo stesso tempo mi attirava, che mi faceva venire voglia di scappare e di restare, di chiudere gli occhi e di non aprirli mai più.
Non sapevo cosa mi stesse succedendo.
Ma mentre guidavo verso casa, con le montagne innevate che si stagliavano contro il cielo nero e il vento che ululava tra gli alberi spogli, sentii che qualcosa era cambiato. Qualcosa si era mosso dentro di me, qualcosa che non potevo controllare né fermare, qualcosa che mi stava portando in una direzione che non avevo scelto ma che sembrava inevitabile.
E accanto a me, con gli occhi fissi sulla strada e le labbra socchiuse in un sorriso che non riuscivo a interpretare, c'era lei.
Marty.
Dolce e misteriosa.8Please respect copyright.PENANAkltPLqEqbA


