Il giorno dopo mi svegliai con un desiderio preciso: uscire.
Non al Rusty Nail, non al Hearthstone, non in uno dei soliti posti dove la mia vita si consumava a intervalli regolari come un metronomo che non smette mai di battere. Volevo andare da qualche parte che non avesse il sapore della routine, che non puzzasse di caffè bruciato o di birra versata o di legno vecchio impregnato di fumo. Volevo aria. Volevo spazio. Volevo vedere qualcosa che non fossero i muri del mio appartamento o i marciapiedi di Ogden che conoscevo a memoria, ogni crepa, ogni buca, ogni punto dove l'asfalto si sollevava come una ferita mal guarita.
Il turno al diner era finito la sera prima, e oggi era il mio giorno libero. Quello che Mila chiamava "il giorno della libertà condizionale", perché tanto sapeva che avrei passato metà del tempo a pensare al lavoro. Ma oggi no. Oggi volevo davvero staccare, allontanarmi da tutto, anche solo per poche ore.
Guardai fuori dalla finestra mentre bevevo il caffè, la tazza calda tra le mani che contrastava con il freddo che filtrava dai vetri. Il cielo era di un azzurro pallido, quasi bianco all'orizzonte, con poche nuvole sottili che sembravano graffi sulla superficie di un vetro. Le montagne si stagliavano nitide, con le cime innevate che brillavano sotto il sole del mattino come corone di ghiaccio. Era uno di quei giorni in cui l'aria è così limpida che sembra di poter toccare le cose lontane, come se il mondo avesse deciso di mettersi a fuoco per la prima volta dopo settimane di grigio.
Il lago. Sarei andato al lago.
Il Pineview Reservoir non era lontano da Ogden, una ventina di minuti in macchina se il traffico collaborava. Ci ero stato qualche volta da ragazzo, con gli amici, quelle estati infinite che sembravano non finire mai e che invece erano finite tutte, una dopo l'altra, lasciando solo ricordi sbiaditi di acqua tiepida e risate che non riuscivo più a collocare nel tempo con precisione. Non ci tornavo da anni, non ricordavo nemmeno perché avessi smesso di andarci. Forse perché la vita si era infilata in altre direzioni, quelle che prendi senza decidere, un passo dopo l'altro, finché ti guardi indietro e non riconosci più la strada che hai fatto.
Finii il caffè, mi vestii con strati pesanti, maglia termica, felpa, giubbotto di pelle, e presi le chiavi della Chevy.
Guidai verso nord, lasciandomi Ogden alle spalle. Le strade si facevano più ampie man mano che uscivo dal centro, i palazzi di mattoni lasciavano posto a case più basse, poi a campi aperti dove l'erba invernale cresceva in ciuffi giallastri tra le recinzioni di legno. L'aria che entrava dal finestrino abbassato di un dito era gelida, ma pulita, senza quell'odore di gas di scarico e caffè bruciato che permeava ogni cosa in città.
Il paesaggio cambiò gradualmente. I campi lasciarono posto a boschi di pini e querce, gli alberi che si infittivano sui due lati della strada come muri verdi che si aprivano solo dove la carreggiata li tagliava in due. Le foglie degli alberi decidui erano quasi tutte cadute ormai, coprendo il terreno di un tappeto marrone e dorato che scricchiolava sotto i piedi degli animali e si accumulava ai bordi della strada come neve fuori stagione. I pini invece restavano verdi, scuri, quasi neri contro il cielo chiaro, i loro aghi che non cadevano mai e che rendevano quei boschi simili a cattedrali silenziose dove il tempo si muoveva con un ritmo diverso.
Parcheggiai in uno degli spiazzi sterrati vicino all'ingresso del sentiero che portava al lago. C'erano poche altre macchine, un pick-up arrugginito e una berlina grigia che sembrava abbandonata lì da giorni. Il freddo mi colpì appena scesi dalla Chevy, più intenso di quanto fosse sembrato dall'interno dell'abitacolo, e mi strinsi nel giubbotto mentre mi incamminavo verso il bosco.
Il sentiero era stretto, coperto di foglie morte che scricchiolavano sotto gli stivali come ossa secche. Gli alberi si chiudevano sopra la testa, creando un tunnel di rami spogli che lasciava filtrare la luce in chiazze irregolari, come monete d'oro sparse sul terreno. L'aria sapeva di resina e terra umida, con una nota fredda che veniva dal lago e che si faceva più forte man mano che mi avvicinavo.
Dopo una decina di minuti di cammino, gli alberi si aprirono e il lago apparve davanti a me.
Era diverso da come lo ricordavo. L'ultima volta che c'ero stato era stata in estate, anni prima, e il lago era uno specchio blu circondato di verde, con barche che scivolavano sulla superficie e famiglie che prendevano il sole sulle rive erbose. Ora era un'altra cosa. L'acqua era grigia, quasi nera in certi punti, con una superficie che rifletteva il cielo pallido come un vetro sporco. Lungo le rive, dove l'acqua era più bassa, si vedevano strisce di ghiaccio sottile che si formavano dove la corrente era più debole, lastre trasparenti che scricchiolavano quando il vento le sfiorava.
Ma fu il terreno a colpirmi di più.
Le foglie cadute coprivano tutto, un tappeto spesso di marrone, oro, rosso scuro, che si stendeva dalle rive del lago fino al limitare del bosco. Gli alberi che circondavano la superficie dell'acqua erano quasi completamente spogli, i rami nudi che si stagliavano contro il cielo come vene scure, e le foglie che avevano perso giacevano a terra in strati successivi, alcune ancora intere con i bordi arricciati, altre già marce e fuse con il terreno. Nelle zone dove il sole non arrivava, sotto i grossi pini e nelle conche tra le colline, la brina persisteva. Non si era sciolta nemmeno a mezzogiorno, quel tipo di brina bianca e cristallina che scintillava quando la luce la colpiva nel modo giusto e che restava aggrappata all'erba e alle foglie come se rifiutasse di andarsene.
Mi fermai sulla riva, le mani nelle tasche del giubbotto, il respiro che formava piccole nuvole davanti alla faccia. Non c'era nessun altro in vista, solo il lago, il bosco, il cielo, e quel silenzio profondo che i posti naturali hanno quando gli esseri umani non ci sono a romperlo con i loro rumori. Era un silenzio che pesava, che ti costringeva a sentire il battito del tuo cuore e il fruscio del vento tra i rami, che ti faceva sentire piccolo in un modo che non era sgradevole ma che non era nemmeno del tutto confortante.
Camminai lungo la riva per un po', senza una meta precisa, lasciando che i miei passi mi portassero dove volevano. Le scarpe affondavano nel tappeto di foglie con un suono soffocato, e ogni tanto un uccello si alzava da un cespuglio con un frullo d'ali che mi faceva sussultare. Il freddo mi mordeva le guance e le orecchie, ma era un freddo che mi faceva sentire vivo, presente, come se ogni cellula del mio corpo fosse sveglia e attenta.
Fu allora che la vidi.
Era seduta su una panchina di legno a pochi metri dalla riva, una di quelle panchine vecchie che i parchi mettono per permettere alla gente di sedersi a guardare il panorama. Era girata verso il lago, con la schiena dritta e le mani incrociate in grembo, e indossava lo stesso cappotto grigio antracite che le avevo visto al diner e al supermercato. I capelli scuri con le ciocche bianche erano sciolti oggi, le ricadevano sulle spalle in onde che il vento smuoveva appena.
Isla.
Esitai per un istante. Non perché non volessi parlarle, ma perché c'era qualcosa nel modo in cui era seduta lì, da sola, che mi faceva sentire come se stessi interrompendo un momento privato. La schiena dritta, le mani ferme in grembo, lo sguardo perso sull'acqua grigia del lago, era come se fosse in comunicazione con qualcosa che non potevo vedere, qualcosa che richiedeva la sua piena attenzione e che la mia presenza avrebbe potuto disturbare.
Ma poi lei si voltò, come se avesse sentito i miei passi sulle foglie, e i suoi occhi castani mi trovarono. Per un istante non disse nulla, si limitò a guardarmi con quell'espressione che avevo imparato a riconoscere, quella calma misurata che sembrava venire da un posto molto lontano. Poi il suo viso si aprì in un sorriso, non grande ma genuino, e fece un gesto con la mano verso il posto vuoto accanto a lei sulla panchina.
-Ian,- disse, con quella voce bassa che sembrava sempre scegliere le parole con cura. -Che sorpresa.-
Mi avvicinai e mi sedetti accanto a lei. Il legno della panchina era freddo anche attraverso i jeans, e mi strinsi nel giubbotto mentre appoggiavo la schiena alla spalliera.
-Non mi aspettavo di trovare qualcuno qui,- dissi, guardando il lago. -Pensavo di essere l'unico pazzo a venire al lago con questo freddo.-
Isla rise, un suono breve e sommesso che si perse nel vento. -A quanto pare siamo in due, allora. Anche se io non credo sia pazzia. È solo... bisogno di aria.-
-Già.- Annuii, sentendo che capiva esattamente cosa intendevo. -A volte la città ti si chiude addosso. Ti serve un posto dove i muri non ti guardano.-
Lei non rispose subito. Si limitò a guardare il lago, con quell'aria che aveva di vedere cose che gli altri non vedevano, di ascoltare qualcosa che veniva da molto lontano. Poi si voltò verso di me, e nei suoi occhi c'era qualcosa che non avevo notato prima: una tristezza profonda, che sembrava essere lì da così tanto tempo che non cercava nemmeno più di nascondersi.
-Ho proprio bisogno di compagnia oggi,- disse, con una voce che era quasi un'ammissione. -Più del solito, credo.-
Non chiesi perché. Sentivo che non era il tipo di domanda che si fa a qualcuno che conosci a malapena, seduto su una panchina davanti a un lago gelato. Invece rimasi in silenzio, lasciando che fosse lei a decidere quanto voleva condividere.
-Le giornate si accorciano,- continuò Isla, guardando il cielo dove il sole aveva già iniziato la sua discesa verso ovest. -E con la luce che se ne va, certi ricordi diventano più pesanti. Non so perché.-
Non sapevo cosa dire, così non dissi nulla. Restammo seduti lì, fianco a fianco, con il freddo che ci mordeva la pelle e il vento che portava l'odore dell'acqua e delle foglie marce. Dopo un po' fu Isla a rompere il silenzio, con una domanda che mi colse di sorpresa.
-Com'è la tua vita, Ian? Voglio dire, davvero. Non la versione che racconti ai clienti del diner, quella che fai sembrare normale anche quando non lo è.-
La guardai, cercando di capire se stesse facendo conversazione o se volesse davvero saperlo. I suoi occhi erano fissi su di me, calmi ma attenti, e c'era qualcosa in quello sguardo che mi faceva venire voglia di rispondere onestamente.
-Non lo so,- dissi, alla fine. -A volte mi sembra che la mia vita sia fatta di giorni che si ripetono, come un disco graffiato che suona sempre la stessa nota. Mi sveglio, vado al lavoro, servo piatti, verso caffè, torno a casa, dormo, e ricomincio. Non c'è niente di sbagliato in questo, credo. È una vita onesta. Ma a volte mi chiedo se è tutto quello che c'è. Se questo è il mio posto, o se sto solo riempiendo uno spazio finché non arriva qualcun altro a prenderlo.-
Isla annuì lentamente, come se quelle parole confermassero qualcosa che già sapeva.
-E la tua famiglia?-
La domanda mi colpì in un punto che non mi aspettavo. Mi passai una mano tra i capelli, sentendo il freddo sulle dita, e guardai l'acqua del lago che si increspava sotto il vento.
-Mia madre è morta sette anni fa,- dissi, e le parole uscirono più facili di quanto pensassi. Forse perché erano passati abbastanza anni da non fare più male come una ferita aperta, ma abbastanza da non essere ancora del tutto guarite. -Ero con lei alla fine, le tenevo la mano. Non ha avuto paura, credo. O forse sì, ma non me l'ha fatto vedere.-
Mi fermai, sentendo quel nodo familiare alla gola che arrivava ogni volta che parlavo di lei. Isla non disse nulla, si limitò ad ascoltare, e quel silenzio era esattamente quello di cui avevo bisogno.
-Mio padre non l'ho mai conosciuto,- continuai, con una voce che si fece più bassa. -Non so chi sia, non so dove sia, non so nemmeno se sia ancora vivo. Mia madre non ne parlava mai, e io ho smesso di chiedere quando avevo dodici anni. A un certo punto ti rendi conto che certe risposte non esistono, e che continui a vivere lo stesso, con quel buco dentro di te che non si riempie mai ma a cui ti abitui, come ci si abitua a una cicatrice su una parte del corpo che non vedi spesso.-
Isla rimase in silenzio per un lungo momento. Poi si voltò verso di me, e nei suoi occhi c'era qualcosa che assomigliava al riconoscimento, come se vedesse una parte di sé riflessa nelle mie parole.
-Mi dispiace,- disse, con una semplicità che rese le parole più vere di qualsiasi frase elaborata. -So cosa significa perdere qualcuno. So cosa significa quel buco.-
Annuii, sentendo che lo sapeva davvero, non per compassione generica ma per esperienza diretta.
-E tu?- chiesi, a bassa voce. -Cosa ti porta qui, Isla? Perché torni a Ogden ogni anno?-
Lei guardò il lago, e per un istante i suoi occhi sembrarono perdere il fuoco, come se stessero guardando attraverso l'acqua, attraverso il tempo, verso qualcosa che non esisteva più.
-Quando ero giovane, molto giovane,- disse, con una voce che era quasi un sussurro, -ho perso una persona a Ogden. Una persona importante. Qualcuno che faceva parte della mia vita in un modo che non si può spiegare con parole semplici. È successo tanto tempo fa, ma il ricordo è ancora qui.- Si toccò il petto, sopra il cuore, con un gesto lento. -Per questo torno ogni anno. Per ricordarla.-
Non chiesi chi fosse quella persona, non chiesi come fosse morta, non chiesi nient'altro. Sentivo che quello era un territorio che non avevo il diritto di esplorare, che le informazioni che mi aveva dato erano già un dono più grande di quanto mi aspettassi. Isla mi stava mostrando una ferita che non si era mai chiusa del tutto, e il meno che potevo fare era rispettare i suoi confini.
-Mi dispiace,- dissi, e le parole sembrarono insufficienti, ma erano tutto quello che avevo.
-Grazie,- rispose lei, con un sorriso piccolo che aveva più malinconia che allegria. -Ma non serve dispiacersi. Certi dolori ti accompagnano per tutta la vita, e tu impari a conviverci. Non guariscono, ma non ti uccidono nemmeno. Diventano parte di te, come le linee sul palmo delle mani o il modo in cui cammini. Ti definiscono, ma non ti distruggono. Non sempre.-
Restammo seduti in silenzio per alcuni minuti. Il sole continuava la sua discesa, e il cielo sopra il lago iniziava a cambiare colore, con le strisce arancione e rosa che comparivano all'orizzonte come pennellate su una tela grigia. L'aria si faceva più fredda, più pungente, e il vento portava con sé l'odore della neve che stava per arrivare, quella sensazione di pulito e tagliente che solo l'inverno sa avere.
Poi Isla si alzò, con un movimento lento e controllato. Si lisciò il cappotto e mi guardò con quegli occhi castani che sembravano aver visto troppo ma non essersi ancora arresi.
-Devo andare,- disse. -Ma grazie per esserti seduto con me. Per aver parlato. A volte è tutto quello che serve.-
-Grazie a te,- risposi, alzandomi a mia volta. -Per avermi ascoltato.-
Lei sorrise, quel sorriso triste che aveva, e si allontanò lungo il sentiero che portava al parcheggio. La guardai andare via, la sua figura che si faceva sempre più piccola tra gli alberi spogli, finché non scomparve del tutto.
Il tramonto arrivò lentamente. Il cielo si accese di colori che sembravano impossibili, arancione bruciato, rosa polvere, viola profondo, e il lago li rifletteva tutti, trasformando la superficie dell'acqua in uno specchio che moltiplicava la bellezza del mondo. Le ombre si allungarono, i primi colori si spensero, e il crepuscolo iniziò a prendere possesso di tutto, portando con sé quel silenzio particolare che solo il tramonto sa portare.
Restai lì, immobile, con le mani nelle tasche e gli occhi fissi sull'acqua. Non pensavo a niente in particolare, o forse pensavo a tutto: mia madre, mio padre, il diner, la mia vita che sembrava scorrere senza che io la controllassi davvero. Pensai a Marty, alle sue labbra morbide, al suo profumo di legno bagnato, alla sensazione del suo corpo contro il mio. Pensai a Sky e alle sue parole di avvertimento, a quella folata di freddo che mi aveva attraversato l'appartamento dopo che se n'era andata. Pensai a Isla e alla sua perdita che durava da anni, a quel rituale di tornare a Ogden per ricordare qualcuno che non c'era più.
Poi il telefono vibrò nella tasca.
Lo tirai fuori, con movimenti rallentati dal freddo che mi aveva intorpidito le dita. Lo schermo si illuminò di quella luce blu che sembrava sempre troppo forte nel crepuscolo, e vidi il messaggio. Un numero che conoscevo bene ormai.
Marty.
"Guarda dietro di te."
Le parole erano lì, semplici, dirette, senza emoticon né spiegazioni. Come tutti i messaggi che mi mandava, come tutto quello che faceva: essenziale, quasi brusca, ma con qualcosa dietro che non riuscivo mai a definire del tutto.
Mi voltai.
E lei era lì.
Era in piedi dietro la panchina, così vicina che se mi fossi appoggiato all'indietro avrei toccato le sue gambe. Indossava il cappotto blu scuro che le avevo già visto, aperto sul davanti, con sotto un maglione nero che aderiva al suo corpo snello. I capelli neri le ricadevano sulle spalle in onde lunghe, e il suo viso era illuminato dagli ultimi raggi del sole morente, con quella pelle pallida che sembrava quasi luminosa nella penombra del crepuscolo.
-Merda!- esclamai, scattando in piedi con un balzo che mi fece quasi perdere l'equilibrio. Il cuore mi batteva all'impazzata, più per lo shock che per la paura, e sentii il sangue che mi saliva alla testa. -Cristo, Marty, mi hai fatto venire un colpo.-
Lei rise.
Non una risatina contenuta, non un sorriso trattenuto. Una risata vera, piena, che le uscì dalla gola con un suono chiaro e genuino e che si perse nell'aria fredda del tramonto. Rideva con gli occhi chiusi e la testa gettata all'indietro, con i capelli neri che le ricadevano sulle spalle come una cascata di seta, e in quel momento sembrava così giovane, così viva, così diversa dalla figura calma e controllata che conoscevo.
-Scusa,- disse, quando finalmente la risata si calmò, ma il sorriso non abbandonò il suo viso. -Non ho potuto resistere. Il modo in cui ti sei voltato...-
-Sei terribile,- dissi, ma stavo ridendo anch'io, nonostante tutto. -Davvero terribile.-
-Lo so.- Fece un passo verso di me, aggirando la panchina, e si fermò a pochi centimetri dal mio corpo. I suoi occhi scuri mi guardavano con un'espressione che non riuscivo a decifrare del tutto, un misto di divertimento e qualcosa di più dolce, di più morbido. -Ma sei ancora qui. Non sei scappato.-
-Non vado da nessuna parte,- dissi, e le parole uscirono più sincere di quanto avessi previsto.
Lei sorrise, quel sorriso che le illuminava tutto il viso e che mi faceva sentire come se stessi guardando qualcosa di raro, di prezioso. Poi alzò le braccia e le circondò intorno al mio collo, con un movimento lento e naturale, come se l'avesse fatto mille volte. Le sue mani si intrecciarono dietro la mia nuca, le dita fredde contro la pelle calda, e mi tirò verso di lei.
-Mi dispiace per l'altra mattina,- sussurrò, con la voce bassa e seria. -Andarmene così, senza svegliarti. È stato... non era il modo giusto.-
-Non importa,- dissi, e lo pensavo davvero. -Hai lasciato un biglietto.-
-Lo so.- I suoi occhi erano fissi nei miei, scuri e profondi, con quella luce che sembrava venire da dentro. -Ma volevo dirtelo lo stesso. Volevo che sapessi che non è stato perché non m'importasse.-
Non risposi, perché non c'era bisogno di rispondere. Sentivo quello che provava, lo sentivo nel modo in cui le sue mani stringevano la mia nuca, nel modo in cui il suo corpo si premeva contro il mio, nel modo in cui il suo respiro si mescolava al mio nell'aria fredda del tramonto.
Poi mi baciò.
Fu un bacio lento, all'inizio. Le sue labbra si posarono sulle mie con una delicatezza che mi sorprese, come se stesse assaggiando qualcosa che non era sicura di poter avere. Le mie mani trovarono i suoi fianchi, attraverso il tessuto del cappotto, e la tirai più vicina, sentendo il calore del suo corpo che filtrava attraverso gli strati di vestiti.
Il bacio si fece più profondo. Le sue labbra si schiusero, le nostre lingue si trovarono, e il sapore di lei mi riempì la bocca: quella dolcezza strana che non riuscivo a identificare, mescolata al freddo dell'aria autunnale e a qualcosa di più caldo, di più intimo. Le sue mani si strinsero dietro il mio collo, le dita che mi affondavano nei capelli, e un gemito basso le uscì dalla gola, un suono che mi fece accelerare il cuore.
La circondai con le braccia, stringendola a me, sentendo ogni curva del suo corpo attraverso il cappotto, il maglione, i vestiti che sembravano troppi in quel momento. Le nostre labbra non si separavano, il bacio continuava e continuava, come se nessuno dei due volesse essere il primo a interrompere quel contatto.
Quando finalmente ci staccammo, entrambi avevamo il respiro corto. Il sole era tramontato del tutto ormai, e il cielo sopra il lago era passato dall'arancione al viola scuro, con le prime stelle che facevano capolino tra le nuvole sottili. L'aria era fredda, gelida, ma il calore dei nostri corpi premuti l'uno contro l'altro sembrava bastare a tenerci al caldo.
-Resta con me,- dissi, con una voce che non sembrava la mia. -Stanotte. Non andartene questa volta.-
Marty mi guardò, con quegli occhi scuri che non riflettevano nulla ma che sembravano contenere tutto. Per un istante pensai che avrebbe detto di no, che avrebbe trovato una scusa, che sarebbe svanita come aveva fatto l'altra mattina. Ma poi sorrise, quel sorriso piccolo e segreto che aveva quando voleva dire di sì ma non voleva ammetterlo.
-Va bene,- disse, con voce calma. -Va bene.-7Please respect copyright.PENANAxMuWEVAySR


