Mi svegliai con il sole negli occhi.
Non il sole di ottobre, quello debole e obliquo che filtrava attraverso le tende e disegnava ombre lunghe sulla parete. Un sole più netto, più bianco, come se qualcuno avesse aperto le tende mentre dormivo. Aprii gli occhi piano, le palpebre che si incollavano ancora per il sonno, e il primo pensiero fu per il mio corpo. Le gambe indolenzite, la schiena rigida, un dolore sordo allo stomaco che mi ricordò il pugno di Rick. Le spalle mi bruciavano leggermente, e passandomi la mano sopra sentii dei segni piccoli e rossi, mezze lune che le unghie di Marty avevano lasciato sulla pelle durante la notte.
Marty.
Mi girai di lato.
Il letto era vuoto. Il lato sinistro, quello dove aveva dormito, era freddo.
Per un istante il cuore mi si fermò. Non letteralmente, ma la sensazione fu quella: un vuoto improvviso nel petto, come se qualcuno avesse svuotato una stanza che fino a un secondo prima era piena.
Rimasi immobile, le mani sulla lenzuola fredda, gli occhi fissi sullo spazio vuoto accanto a me, e la mente cominciò a fare quello che fa sempre quando non ha risposte: riempire il vuoto con spiegazioni sbagliate. Era stato un sogno.
Tutto quello che era successo la sera prima, il Rusty Nail, Rick, il parcheggio, l'appartamento, il divano, il letto, tutto. Un sogno lungo, vivido, realistico, ma un sogno niente di più. Il tipo di sogno che ti fa svegliare convinto che qualcosa sia cambiato e poi scopri che no, che sei sempre lo stesso, nel letto stesso, con la stessa vita di sempre.
Mi passai una mano sul viso. Il labbro interno, dove il pugno di Rick mi aveva fatto sanguinare, era ancora dolente. La guancia destra, quella colpita dal gancio, pulsava leggermente. Lo stomaco bruciava. Non era un sogno. I lividi erano lì, reali, tangibili, e se i lividi erano reali anche il resto lo era.
Mi alzai, le gambe che protestavano, e mi guardai intorno. L'appartamento era silenzioso, immerso in quella luce bianca del mattino che rendeva ogni cosa più nitida e meno accogliente.
Il cappotto di Marty non c'era. Ogni traccia della sua presenza era sparita, come se qualcuno fosse passato a ripulire con cura, cancellando ogni prova che fosse mai stata lì.
Tranne una.
Sulla sedia della scrivania, accanto alla finestra, c'era la sciarpa bianca. Era piegata con precisione, in un rettangolo perfetto. E sopra la sciarpa, piegato a metà, c'era un foglio di carta. Lo presi e lo aprii.
La grafia era piccola, inclinata verso destra, con tratti decisi ma eleganti. Non la grafia di qualcuno che scrive in fretta, ma di qualcuno che prende il tempo di formare ogni lettera come se fosse importante.
"Me la restituirai quando ci vedremo la prossima volta. Marty"
Non un arrivederci, non un grazie per la serata, non un "ti ho lasciato le chiavi sotto il tappeto". Una frase secca, essenziale, che conteneva tutto ciò che doveva contenere e niente di più. "La prossima volta." Non "se ci rivedremo", non "quando vorrai". La prossima volta. Come se fosse già decisa, già programmata, già scritta in un calendario che solo lei poteva vedere.
Sorrisi. Non un sorriso grande, non un sorriso felice. Un sorriso piccolo, quello che ti fa scappare quando leggi un messaggio da qualcuno a cui tieni e le parole sono esattamente quelle che avresti voluto leggere. La sciarpa era tra le mie dita, morbida e fredda, e il suo profumo, legno bagnato e dolcezza fruttata, era ancora lì, debole ma presente, come un ricordo che si rifiuta di svanire del tutto.
La appoggiai sul comodino, accanto al letto, dove era stata prima, e andai in bagno.
Lo specchio mi mostrò quello che mi aspettavo. Il livido sulla guancia destra si era colorato di un viola più scuro, con i bordi che tendevano al giallo.
L'occhio sinistro era normale.
Le mezze lune sulle spalle erano rosse ma non profonde, più fastidiose che dolorose. Lo stomaco, se lo toccavo, rispondeva con una fitta sorda ma sopportabile. Niente che non potessi gestire.
Mi lavai la faccia con acqua fredda, mi pettinai con le dita, indossai una maglietta pulita e un paio di jeans. La mattina aveva quel sapore di routine che mi faceva bene dopo la notte prima, come un ritorno a qualcosa di conosciuto dopo un viaggio in un territorio sconosciuto.
Uscii di casa alle nove e un quarto. Il cielo era terso, di un azzurro freddo che sembrava dipinto, senza nuvole, senza foschia, con le montagne che si stagliavano all'orizzonte come muri di pietra bianca. La neve delle cime, quella che avevo visto apparire il giorno prima, era più estesa adesso, copriva le vette più alte come uno strato di zucchero a velo e scendeva fino a metà versante, dove si fondeva con il grigio della roccia.
Ma il dettaglio che mi colpì non furono le montagne. Furono le strade.
Mentre guidavo verso il Hearthstone, attraversando i quartieri residenziali di Ogden con le loro case di mattoni e i loro prati invernali, notai qualcosa di diverso. L'erba, quella che restava tra le lastre di cemento dei marciapiedi, quella che cresceva ai bordi dei cancelli e sotto i porticati, era coperta di una pellicola bianca sottile. Non ghiaccio, non neve.
Brina.
La prima brina della stagione, quella che appare nelle notti più fredde e che si dissolve appena il sole la tocca, lasciando gocce d'acqua che sembrano lacrime sull'erba.
I tetti delle macchine parcheggiate lungo la strada erano bianchi, non di neve ma di quel strato sottile e cristallino che fa scricchiolare le ginocchia quando lo calpesti. I parabrezza erano coperti di ghiaccio finissimo, e vidi un uomo raschiarlo con una carta di credito mentre aspettava che il motore si riscaldasse.
L'aria, quando scesi dalla Chevy davanti al diner, era pungente. Non il freddo umido dei giorni prima, quello della pioggia e della nebbia.
Un freddo secco, netto, che ti entrava nel naso e ti seccava le labbra e ti faceva contrarre i pori della pelle. Le mani mi si raffreddarono subito, nonostante le tasche del giubbotto, e il fiato si visibilizzava davanti a me come piccole nuvole che sparivano dopo un secondo.
Il turno al diner fu uno di quelli lenti, che sembrano non finire mai. Pochi clienti, niente Ordini complessi, solo caffè da versare e tavoli da pulire.
Mila era di buon umore, mi raccontò di un film che aveva visto la sera prima, di un ragazzo che si era trasferito in Giappone e aveva perso la memoria, e io annuivo e sorridevo nei punti giusti ma non la ascoltavo davvero.
La mia mente era altrove, sulla sciarpa bianca sul comodino.
Il turno finì alle tre. Tirai fuori il telefono e c'era il messaggio di Sky, arrivato mentre sparecchiavo l'ultimo tavolo.
"Dobbiamo parlare. Oggi. Non rimandare."
Le risposi mentre mi toglievo il grembiule.
"A casa mia, 17:00."
La sua risposta arrivò in tre secondi.
"Ok."
Lo sapevo che sarebbe successo. Lo sapevo da quando Sky mi aveva scritto il messaggio, ma lo sapevo anche prima, da quando l'avevo vista uscire dal Rusty Nail con quello sguardo che non le avevo mai visto. Sky non era il tipo da lasciare le cose in sospeso.
Se aveva visto qualcosa che non le tornava, avrebbe scavato, avrebbe pensato, avrebbe collegato i puntini fino a formare un'immagine che le piaceva o che le faceva paura.
E quello che aveva visto nel parcheggio, Marty che parlava con Rick era abbastanza per costruire molte immagini, nessuna delle quali rassicurante.
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Guidai verso casa con le finestre abbassate, lasciando che l'aria fredda mi riempisse l'abitacolo. Le strade di Ogden erano quasi vuote nel tardo pomeriggio, con quella luce dorata e bassa che le giornate di ottobre hanno prima di morire, e le ombre che si allungavano come dita nere sui marciapiedi brinati. La brina si erq già sciolta dove il sole colpiva direttamente, ma nelle zone d'ombra, sotto i porticati e dietro i bidoni della spazzatura, resisteva ancora, bianca e ostinata.
Arrivai a casa alle quattro e mezza. Feci una doccia veloce, mi cambiai una maglietta pulita, e aspettai. Non feci niente mentre aspettavo. Non accesi la TV, non misi musica, non guardai il telefono.
Suonò alle cinque esatte.
Aprii la porta e Sky era lì. Non come la vedevo di solito al Rusty Nail, con i rasta sciolti e le magliette dei gruppi punk e il piercing al labbro che brillava sotto le luci del bar.
Era diversa, più contenuta, come se avesse scelto un vestito che non la rappresentava completamente per venire qui. I rasta erano raccolti in una coda bassa, indossava una felpa grigia senza scritte, e il piercing non c'era. Senza quei dettagli, il suo viso sembrava più nudo, più esposto, e i suoi occhi, che erano sempre stati il suo strumento più potente, lo erano ancora di più.
-Ciao,- dissi, facendola entrare.
-Ciao,- rispose lei, e la sua voce era diversa dal solito. Più bassa, più controllata, come se avesse preparato quello che doveva dire e non volesse lasciare spazio a niente di spontaneo.
Si sedette sulla sedia davanti alla mia. Per un momento nessuno dei due parlò. Sky guardava la stanza, i suoi occhi che passavano dal frigo alle tende alla sciarpa bianca sul comodino. Si fermarono sulla sciarpa per un istante più lungo degli altri, ma non disse niente.
-Ian,- disse alla fine, e il tono era quello di qualcuno che sta per iniziare una conversazione che non vuole avere ma che deve avere. -Credo che ci sia qualcosa di molto strano in Marty.-
Lo sapevo. Lo sapevo che avrebbe detto questo, eppure sentirmelo dire mi fece qualcosa di diverso, come quando sai che sta per piovere ma il primo tuono ti fa saltare lo stesso.
-La sua calma,- continuò Sky, senza che io rispondessi. -Quella calma quasi innaturale che ha. L'ho notata la prima volta al bar, quando ha fatto scappare quel tizio senza alzare la voce. Ma l'ho ignorata, perché a volte la gente è strana e basta. Ieri sera no. Ieri sera mi ha spaventata.
-Sky...-
-Lasciami finire.- La sua voce era ferma ma non aggressiva, solo decisa. -Quando è uscita dal locale e si è messa tra te e quel ragazzo, non ha fatto niente. Non ha alzato la voce, non ha minacciato, non ha toccato nessuno. Ha solo parlato. Ma il modo in cui lo ha guardato, Ian, il modo in cui lo ha guardato... non era normale. Non era una che sta cercando di calmare una situazione. Era una che sta controllando una situazione. C'era una sicurezza nei suoi occhi che non ho mai visto in nessuno. Nemmeno nelle persone che hanno davvero paura di niente. Era diverso. Era come se sapesse già come sarebbe andata a finire prima ancora di iniziare.-
Io la ascoltavo, e le sue parole mi rimbalzavano in testa come palle da biliardo, urtando contro i ricordi della sera prima, contro le spiegazioni che Marty mi aveva dato nel buio di questa stessa stanza, che sentivo da settimane e che non riuscivo a spiegarmi.
-Sky, la situazione è stata chiarita,- dissi, e la mia voce suonò più debole di quanto volessi. -Ho parlato con Marty dopo. Ieri sera, qui. Mi ha spiegato cosa è successo con Rick. Non è stato niente- di strano. Ha un capacità di leggere le persone, di usare il contatto visivo in un modo che... che mette a disagio chi non è abituato. È una cosa psicologica, niente di più. Anche io all'inizio ero inquietato, lo ammetto. Ma adesso so cosa è successo e so che non c'è niente di cui preoccuparsi.-
Sky mi guardò. E in quello sguardo vidi qualcosa che non mi aspettavo. Non rabbia, non frustrazione. Qualcosa di più vicino alla delusione, mescolata a qualcosa di più freddo, più distante.
Sbuffò. Un soffio corto, secco, che uscì dal suo naso come un respiro trattenuto troppo a lungo. Non era una risata, non era un gesto di scherno. Era qualcosa di più complicato, un misto di esasperazione e qualcos'altro che non riuscii a identificare subito.
-La tua amica ha messo in stato di shock un uomo che voleva farti a pezzi con il solo sguardo diretto,- disse, e ogni parola era chiara, netta, come pietre che si posano una dopo l'altra. -Un uomo che ti ha spinto, che ti ha colpito, che ti ha dato un pugno nello stomaco che ti ha piegato in due. E tu mi dici che la situazione è stata chiarita.- sintetizzò lei.
-Meno di ventiquattro ore dopo. Con una spiegazione che suona come qualcosa che ti ha detto lei e che tu hai deciso di credere perché era più comodo del dubbio.-
Si alzò dalla sedia. Prese la borsa che aveva appoggiato a terra, una sacca di tela nera che non le avevo mai visto, e si mise la tracolla sulla spalla.
Fece per andarsene, verso la porta, con i passi decisi di chi ha detto quello che doveva dire e non vuole aggiungere altro.
Poi si fermò. Si girò verso di me, e i suoi occhi erano diversi adesso. Più duri, più luminosi, con qualcosa che brillava sotto la superficie come un metallo sotto l'acqua.
-Stai attento, Ian,- disse. -Quella non è normale.-
Aprimmo la bocca per rispondere, ma lei non mi diede il tempo. Girò i tacchi, aprì la porta, la chiuse alle sue spalle con un colpo secco che rimbombò nel silenzio dell'appartamento. Il suono echeggiò per un istante, poi si spense, e il silenzio tornò, più pesante di prima.
Restai seduto al tavolo, immobile, con le parole di Sky che mi giravano in testa come un nastro che non riesco a spegnere. "Quella non è normale."
Ma sapere una cosa e sentirla pronunciare da qualcuno che ti conosce da anni, con quella voce senza appello, erano due cose diverse.
Guardai la sciarpa bianca sul comodino. Il profumo di Marty, legno bagnato e dolcezza fruttata, mi arrivò fioco, come un ricordo che si sta dissolvendo. E per un istante, un istante brevissimo, mi chiesi se Sky avesse ragione. Se quella sciarpa, quel profumo, quella ragazza con gli occhi scuri fossero davvero quello che sembravano, o se fossero qualcosa di più, qualcosa che non potevo vedere perché non volevo guardare.
Scossi la testa. No. Marty mi aveva spiegato. Il contatto visivo, la vulnerabilità indotta, la psicologia applicata. Era tutto spiegabile. Tutto razionale. Tutto umano.
E poi successe.
Non un rumore. Non un movimento. Niente che potessi vedere o sentire in modo chiaro. Ma una folata di aria fredda attraversò la stanza.
Non il freddo di ottobre, non il freddo della brina che avevo visto fuori, non il freddo che entra da una finestra aperta. Un freddo diverso. Più secco, più tagliente, come se qualcuno avesse aperto una porta su un freezer industriale e l'avesse lasciata aperta per un secondo. Mi sfiorò il viso, mi sollevò i peli delle braccia sotto le maniche della maglietta, mi fece contrarre i muscoli della schiena in un riflesso involontario.
Mi alzai dalla sedia di scatto. Il cuore mi batteva forte, non per la paura, non ancora, ma per la sorpresa. Guardai la finestra della cucina. Chiusa. Il vetro era intatto, la maniglia girata verso il basso, la guarnizione che sigillava il perimetro senza fessure. Guardai la finestra del salotto. Chiusa anche quella. La porta d'ingresso, che Sky aveva appena chiuso, era chiusa ermeticamente, con la serratura che faceva il suo lavoro.
Tutte le finestre chiuse. Tutte le porte chiuse. Nessuna corrente d'aria possibile.
Eppure quella folata di freddo era passata attraverso la stanza e adesso se n'era andata, lasciando dietro di sé solo il ricordo del gelo sulla pelle e una domanda che non avevo una risposta per dare.7Please respect copyright.PENANAJnG24DoxUk


