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Mi chiamo Saskia De Witte e questa è la storia della mia vita, raccontata con le mie parole.
Sono nata in una piccola cittadina nei Paesi Bassi, uno di quei luoghi dove il vento porta sempre con sé il profumo dei campi umidi e del mare lontano, e dove tutti conoscono gli affari di tutti. La mia infanzia fu segnata da una profonda infelicità. Fin da quando avevo dieci anni, la nostra vecchia casa di legno con il grande giardino non rappresentò mai un rifugio per me. Era una prigione fredda e opprimente.
Mia madre, Els De Witte, aveva lunghi capelli biondi quasi sempre spettinati e occhi azzurro chiaro che sembravano persi in un mondo tutto suo. Parlava da sola per ore, discuteva animatamente con voci invisibili e, quando la rabbia la sopraffaceva, riversava su di me insulti crudeli: mi chiamava inutile, stupida, un peso di cui non sapeva che farsene. Mio padre, Pieter De Witte, con i suoi capelli biondo scuro e gli occhi verdi, cercava di sfuggire ai suoi accessi bevendo troppo. Non mi picchiava, ma la sua assenza emotiva era quasi peggiore. Mio fratello Lars, maggiore di me di alcuni anni, aveva capelli biondi ricci e corti e gli stessi occhi verdi del padre. Era egoista e concentrato solo su se stesso; per lui io ero poco più di un’ombra in casa.
A tredici anni iniziai a lavorare alla pasticceria Taarten en Kussen, di proprietà di meneer Hendrik van Dijk. Fu lì che trovai il mio primo vero respiro. Il laboratorio profumava di burro, cannella, stroopwafels appena sfornati, appeltaart fragranti e pane croccante tipico olandese. Lavoravo dopo la scuola e durante i fine settimana, spesso turni completi. I colleghi e i proprietari diventarono ben presto più una famiglia per me di quanto lo fossero i miei parenti di sangue.
A sedici anni lasciai definitivamente la scuola e cominciai a lavorare sette giorni su sette, con doppi turni dalle quattro del mattino fino alle otto di sera. Era fisicamente estenuante, ma ogni ora passata in quel caldo laboratorio significava un’ora in meno nella casa che tanto odiavo.
Già da tempo dormivo più spesso nei boschi che nella vecchia casa di legno. Avevo una piccola tenda che nascondevo bene tra gli alberi, a circa venti minuti di bicicletta dal paese. I boschi erano vicini abbastanza da permettermi di raggiungere il lavoro, ma sufficientemente lontani da attutire le urla e i monologhi deliranti di mia madre. A dieci anni ero già praticamente senza casa. Passavo quasi tutte le notti da Anna Visser, la mia migliore amica.
Anna aveva capelli castani lisci e occhi nocciola pieni di gentilezza. Sua madre, mevrouw Greta Visser, fu la persona più vicina a una vera madre che io abbia mai avuto. Greta pagava tutto ciò di cui avevo bisogno per la scuola — vestiti, libri, quaderni — senza mai farmi troppe domande. La sera facevo i compiti seduta al loro tavolo di cucina mentre lei canticchiava vecchie canzoni tradizionali olandesi. Anna e io restavamo sveglie fino a tardi a sussurrare segreti e sogni. Quegli anni con loro furono l’unico periodo della mia infanzia in cui mi sentii veramente al sicuro.
Poi arrivò il colpo più duro. Greta si ammalò di cancro al cervello. Combatté con grande coraggio, ma morì quando avevo sedici anni. Anna, rimasta sola, fu mandata in una famiglia affidataria. Piansi per settimane, distrutta dal dolore. Il giorno stesso in cui portarono via Anna, andai in un negozio di articoli sportivi e comprai la migliore tenda monoposto disponibile insieme a tutto l’equipaggiamento necessario per sopravvivere nei boschi: sacco a pelo tecnico, fornellino, filtro per l’acqua, coltello e torcia. Quella notte mi trasferii definitivamente tra gli alberi.
Continuai a lavorare da Taarten en Kussen. Mia madre cominciò a presentarsi sempre più spesso in negozio. Con i capelli arruffati e gli occhi vitrei, mi umiliava davanti ai clienti urlando frasi come: «Guardate mia figlia inutile che gioca a fare la pasticcera». I clienti abituali iniziavano ad avere paura. Parlai con Henry van Dijk, il padre del proprietario, un uomo alto e magro dai capelli grigi, dal carattere gentile ma deciso. Mi spostò nel seminterrato, dove si preparavano pane e dolci. Per accedere serviva un badge. Dopo numerosi episodi spiacevoli, mia madre venne definitivamente bandita dal negozio.
La battaglia legale con la mia famiglia durò mesi. Un giorno chiamai la polizia e raccontai tutto: gli abusi mentali, la schizofrenia di mia madre, la paura costante in cui vivevo. Mia madre era stata diagnosticata anni prima, ma aveva sempre rifiutato ogni cura. Grazie anche al sostegno della pasticceria, ottenni finalmente un ordine restrittivo.
A diciotto anni decisi di sparire del tutto. Non lasciai nessun messaggio. Cancellai tutti i miei account sui social media, poi bruciai il vecchio laptop e il telefono in una buca scavata nel bosco. Da quel momento diventai un fantasma. Continuai a lavorare, ma vivevo completamente off-grid nella mia tenda. D’inverno, con il permesso silenzioso di Hendrik e suo padre , dormivo talvolta nella saletta sul retro della pasticceria. Arrivavo un’ora prima degli altri per farmi la doccia e lavare i pochi vestiti. Mangiavo esclusivamente al lavoro: il pranzo e la cena erano gratuiti per il personale.
Gli anni passarono con un ritmo costante fatto di impasti da lavorare, forni caldi, pedalate nel bosco e silenzio profondo della natura. Risparmiai ogni centesimo possibile. Dopo dieci anni di quella vita dura ma libera, avevo finalmente abbastanza soldi. Con l’aiuto di Jeroen Bakker, un collega silenzioso e fidato, comprai un piccolo appezzamento di terreno nascosto nel bosco e costruimmo insieme una semplice cabina di legno. Niente elettricità. Niente acqua corrente. Solo una stanza principale, una stufa a legna, un sistema di raccolta dell’acqua piovana e un gabinetto esterno. Era tutto ciò di cui avevo bisogno.
La mia famiglia tentò qualche volta di cercarmi, ma io ero ormai irraggiungibile. Un giorno vidi mio fratello Lars in paese insieme a una donna e due bambini piccoli. Aveva ancora i capelli biondi ricci, solo un po’ più lunghi. Mio padre aveva divorziato da mia madre e cercò di riavvicinarsi, dicendo che voleva finalmente prendersi cura di noi. Non provai nulla. Gli dissi freddamente di andarsene e di non farsi più vedere. Non lo incontrai mai più. Mia madre finì in un ospedale psichiatrico. La vecchia casa di legno bruciò completamente alcuni anni dopo, a causa di alcuni senzatetto che avevano lasciato una candela accesa in una notte di forte vento. Quando lo seppi, provai solo un grande sollievo.
Non ero sola. Avevo i ricordi bellissimi di Anna e Greta. Avevo le mie amiche della pasticceria, Lotte Meijer ed Emma de Groot. Nel nostro piccolo paese tutti continuavano a salutarsi. Andavo in chiesa da sola alla messa delle diciotto, mentre la mia famiglia, quando ero piccola, frequentava quella delle undici del mattino. Quei momenti di silenzio e incenso mi davano una profonda pace interiore.
Col passare dei decenni diventai indispensabile alla pasticceria. Quando Hendrik decise di andare in pensione, mi offrì di acquistarla. Ero sulla trentina. Accettai con emozione. Mantenni il nome originale e la tradizione: solo prodotti olandesi autentici. Il seminterrato rimase il mio regno personale di farina, lievito e dedizione.
Non mi sposai mai. Non ebbi mai una relazione. Dopo tutto quello che avevo vissuto, non volevo far entrare nessuno così vicino al mio cuore. Avevo però due compagni fedeli: due gatti neri che mi avevano adottata nel bosco. Li chiamai Nacht e Schaduw. Mi facevano compagnia nelle lunghe serate invernali mentre leggevo libri alla luce della lampada a olio, curavo il mio piccolo orto e raccoglievo bacche.
A cinquant’anni entrarono in negozio due adolescnti un ragazzo e una ragazza. Avevano i tratti tipici dei De Witte — capelli biondi, pelle chiara, corporatura magra. Il ragazzo aveva i capelli ricci come Lars. Si presentarono come i figli di mio fratello e mi chiesero lavoro. Li guardai con calma e risposi:
«Mi dispiace, non assumo familiari.»
Non provai rabbia né tristezza, solo la stessa serena distanza che mi ero costruita in tutti quegli anni.
La mia vita continuò serena e piena. Mi svegliavo prima dell’alba, pedalavo attraverso il bosco fino alla pasticceria, lavoravo con passione e tornavo alla mia piccola cabina. La sera sedevo fuori, ascoltando il vento tra gli alberi, il crepitio del fuoco e il richiamo dei gufi. Ero veramente, profondamente felice.
Una notte, quando avevo quasi ottant’anni, mi addormentai come sempre nel mio semplice letto di legno. I miei due gatti si acciambellarono ai miei piedi. Avevo vissuto esattamente come desideravo: libera, autosufficiente e in pace. Morii nel sonno, in silenzio, proprio come avevo vissuto gran parte della mia vita adulta.
Mi trovarono qualche giorno dopo, quando non mi presentai al lavoro. Il paese mi diede un funerale semplice e quieto. Parteciparono alcuni vecchi colleghi e conoscenti. Non venne nessun familiare. La mia cabina e la pasticceria passarono ad Anna Visser dove scritto nel testamento gli aveva affidato tutto , anche se non si erano sentite per anni, lei e sua madre gli avevano dato tutto nei momenti peggiori della sua vita, lei aveva avuto una famiglia affidataria facoltosa e benestante, lei la prese e divenne la nuova proprietaria, una persona che se le era guadagnata con lealtà e rispetto.
E questo, credo, fu il finale più bello che potessi desiderare. Una ragazza che aveva scelto il bosco e le proprie fatiche invece di una famiglia spezzata, e che proprio lì aveva finalmente trovato la pace.
FINE
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