Il 12 luglio a Selfoss non portò con sé il caldo opprimente che ci si sarebbe aspettati in piena estate. Il cielo era un manto basso e uniforme, di un grigio che sfumava nel bianco sporco, e il vento che soffiava da nord portava con sé un gelo secco, un morso pungente che faceva rizzare i peli sulle braccia anche attraverso la lana. Era un luglio ingannatore, un mese che aveva dimenticato di essere estate.
Ero seduto al volante della mia vecchia jeep, con il motore acceso solo per il calore che proveniva dal bocchettone dell'aria. Accanto a me, Áróra fissava il parabrezza, i capelli ramati raccolti in una treccia disordinata, il viso ancora segnato dal sonno e dal peso di giorni che non passavano mai abbastanza in fretta. Il lutto per suo padre era un'ombra che si portava appresso come un secondo mantello, più pesante del giaccone che indossava. Stare in casa la stava uccidendo lentamente, soffocandola tra quattro mura che odoravano di stufa spenta e di ricordi che non riusciva a toccare. Aveva bisogno di uscire, di respirare, di vedere che il mondo là fuori esisteva ancora, anche se stava cadendo a pezzi.
Quella era la nostra routine da settimane: uscire, spingersi oltre i confini sicuri, cercare di capire. Volevamo vedere con i nostri occhi cosa stesse succedendo, invece di affidarci alle notizie frammentarie dei telegiornali o ai comunicati asettici dell’IMO.
-Pronta?- chiesi, stringendo il volante con entrambe le mani.
Lei annuì senza guardarmi, un movimento appena percettibile. -Andiamo.-
Innestai la marcia e la jeep partì con un rombo familiare, lasciandoci alle spalle il vialetto di casa e il silenzio assordante di Selfoss. La strada era quasi deserta. I turisti erano spariti da tempo, e gli isolani si muovevano guardinghi, a testa bassa, come se anche il cielo potesse decidere di crollare da un momento all'altro. Non c'era il solito rumore di sottofondo delle estati islandesi, quel misto di voci, motori e uccelli che facevi sentire vivo. C'era solo il vento.
Guidai verso est, costeggiando il Þjórsá, il fiume che tagliava l'isola come una cicatrice liquida. Il paesaggio era un susseguirsi di colline brulle e campi di lava antica, ricoperti da un muschio che ora sembrava aver perso il suo verde vibrante per virare verso un marrone spento, quasi malato. Superammo il bivio per Hella.
Il villaggio sembrava morto, con le finestre sbarrate e le strade vuote.
-Non c'è più nessuno,- mormorò Áróra, rompendo il silenzio che ci accompagnava da venti minuti. La sua voce era un sussurro incrinato.
-La gente scappa,- risposi, cercando di mantenere un tono neutro, anche se il groppo che avevo in gola mi rendeva difficile fingere. - O forse si nasconde.-
Continuammo in silenzio, superando strade secondarie che una volta percorrevo con i turisti, raccontando storie di troll e di elfi, indicando geyser e cascate con l'entusiasmo di chi mostra la bellezza del proprio giardino. Ora, quel mondo mi sembrava distante, come se appartenesse a un'altra vita, un'altra terra. Il mio giardino stava diventando un deserto.
Poco dopo, apparvero i primi cartelli. Non quelli normali, quelli che indicano distanze o attrazioni. Questi erano diversi: grandi, bianchi, con scritte rosse in islandese e inglese. "VIETATO L'ACCESSO - AREA SOTTO MONITORAGGIO GEOCHIMICO". "PERICOLO DI GAS - NON SOSTARE". "TRANSITO CONSENTITO SOLO A VEICOLI AUTORIZZATI".
Non mi fermai. Rallentai appena, controllando che non ci fossero barricate fisiche, e tirai dritto. La mia jeep non era un mezzo autorizzato, ma conoscevo quelle strade come le mie tasche, e sapevo come muovermi per evitare i posti dove i ranger erano più propensi a fare controlli. Era un rischio, ma era un rischio che sentivamo necessario correre.
Il paesaggio cambiò radicalmente dopo un'ora di guida. La strada sterrata si inerpicava su per pendii ripidi, e la vegetazione scomparve del tutto, lasciando posto a una distesa di sabbia nera e rocce frastagliate. L'aria si fece più densa, pesante, carica di un odore che conoscevo bene ma che non mi abituavo mai a sentire così forte: zolfo. Era l'odore del profondo, della terra che si apre e rilascia i suoi gas più antichi.
Ci fermammo in una conca riparata dal vento, dove una fonte termale un tempo ribolliva pigra, una di quelle pozze naturali dove i turisti si spogliavano per un bagno veloce prima di ripartire. Non c'era più acqua, lì. O meglio, c'era, ma era bassa, torbida, e ribolliva con una violenza innaturale, come se il terreno sottostante stesse cercando di espellere qualcosa di molto più caldo e molto più arrabbiato dell'acqua geotermica.
Intorno alla pozza, il terreno era chiazzato di giallo. Era zolfo, ma non il sottile velo giallognolo che si vede nei famosi campi geotermici come Hverir o Geysir. Era una crosta spessa, cristallina, che si estendeva per decine di metri in ogni direzione, come una malattia cutanea diffusa sulla pelle dell'isola. Il giallo brillante si stagliava contro il nero della roccia e il grigio del cielo, un contrasto violento, innaturale.
Scesi dalla jeep, seguito da Áróra. L'odore ci colpì come un pugno. Era acre, pungente, faceva bruciare gli occhi e raschiare la gola. Presi le mascherine dal cruscotto, quelle che portavamo sempre con noi, e gliene porsi una. -Mettiamo queste, anche se non serviranno a molto contro lo zolfo, ma meglio di niente.-
Lei obbedì in silenzio. Ci avvicinammo al bordo della zona alterata. I cristalli di zolfo scricchiolavano sotto i nostri stivali, fragili come vetro sottile. C'era un silenzio irreale, lì, rotto solo dal sibilo costante del gas che fuoriusciva dalle fessure del terreno.
-Sembra un altro pianeta,- disse Áróra, la voce ovattata dalla mascherina, ma tremolante. -Non è la prima volta che lo vediamo, ma è la prima volta che è così... esteso.-
Aveva ragione. Da settimane, assistevamo all'espansione di questi campi minerali. All'inizio erano macchie isolate, piccole anomalie in un paesaggio che conosciamo a memoria. Ora, era come se la terra stesse sudando zolfo, espellendo i suoi veleni interni attraverso ogni poro disponibile. Ogni volta che uscivamo, il giallo si era mangiato un altro pezzo di nero.
Risalimmo in auto e proseguimmo, costeggiando il Hrafnabjörg, un massiccio di rocce riolitiche che un tempo ammiravo per le sue forme scolpite dal vento. Ora, non riuscivo a vedere altro che il riflesso del nostro futuro: desolazione e silenzio.
-La radio ieri sera ha detto che il Veiðivatnasvæðið è chiuso,- disse improvvisamente Áróra mentre affrontavamo un tornante stretto. -Hanno parlato di "anomalie cromatiche".-
Feci una smorfia. "Anomalie cromatiche". Ecco come i burocrati descrivevano un lago che stava morendo. -È lì che stiamo andando, vero?- chiesi, anche se conoscevo già la risposta.
-Sì. Voglio vederlo. Voglio capire.-
Il Veiðivatnasvæðið non era un singolo lago, ma una serie di piccoli specchi d'acqua dolce annidati in valli riparate. Erano sempre stati luoghi tranquilli, isolati, dove la gente andava per pescare o semplicemente per stare da sola con i propri pensieri. Quando arrivammo sulla sponda del primo lago, mi mancò il respiro.
L'acqua, che ricordavo cristallina, di un azzurro profondo che rifletteva il cielo, era diventata di un colore innaturale, un verde malsano, torbido, con striature di un marrone rossiccio che fluttuavano sulla superficie come nuvole di inchiostro nell'acqua. Sulla riva, dove l'acqua lambiva la terra, c'era una schiuma densa, sporca, che si accumulava in cumuli giallastri. Non c'erano uccelli. Non c'erano insetti. Non c'era vita.
Ci fermammo in silenzio, osservando quel panorama apocalittico. Il vento portava via l'odore dolciastro di decomposizione che saliva dal lago, ma le narici continuavano a bruciare per lo zolfo che permeava l'aria.
-È morto,- disse Áróra, con una semplicità straziante. -Questo lago è morto.-
Non seppi cosa rispondere. Per anni, avevo mostrato questo posto ai turisti, raccontando loro di come l'acqua veniva dalle nevi eterne dei ghiacciai, di come fosse pura, di come la terra islandese fosse un gioiello di natura. Ora, quel gioiello si stava spegnendo sotto i nostri occhi, e io mi sentivo responsabile, come se avessi promesso qualcosa che non potevo mantenere.
Risalimmo in auto e proseguimmo verso la nostra meta finale, il lago Skyggnisvatn. Era un luogo speciale, uno dei miei preferiti. Skyggnisvatn era diverso dagli altri laghi. Si trovava in una conca profonda, circondato da pareti di roccia altissime che lo proteggevano dal vento. Era un lago di origine vulcanica, nato in una depressione scavata dalle ultime eruzioni del vicino Torfajökull. Le sue acque erano sempre state particolari, calde a causa delle sorgenti geotermiche sotterranee, e ricche di minerali, il che gli conferiva un colore turchese intenso che ricordava le piscine termali più famose, ma con una naturalezza selvaggia che le piscine artificiali non avrebbero mai potuto eguagliare.
Per me, Skyggnisvatn era l'essenza dell'Islanda: un posto dove il fuoco e il ghiaccio si incontravano, dove la terra mostrava il suo cuore caldo sotto un cielo freddo. Ci andavo quando avevo bisogno di pensare.
La strada per arrivarci era sempre stata difficile, un sentiero sterrato che si arrampicava sui pendii, ma oggi sembrava quasi impraticabile. C'erano stati franamenti recenti, cumuli di detriti freschi che ostruivano parte del percorso. Faticai a trovare la via giusta, e a un certo punto dovetti scendere per spostare alcuni massi a mano, le mani che bruciavano per il freddo e la fatica.
Quando finalmente emergemmo sulla sella che sovrastava il lago, il sole fece capolino tra le nuvole, tingendo tutto di una luce dorata che sembrava quasi voler smentire la tragedia che avevamo visto fino a quel momento. Skyggnisvatn era lì, sotto di noi, e per un attimo mi sembrò intatto, un gioiello azzurro incastonato nella roccia nera.
Ma avvicinandoci, l'illusione si dissolse.
L'acqua non era più turchese. Era di un blu profondo, scuro, quasi nero in alcuni punti. Sulla superficie galleggiavano masse di alghe filamentose, grigie e morte, che formavano chiazze vaste come campi da tennis. La riva, dove un tempo ci si poteva sedere sulla sabbia nera fine, era coperta da una crosta bianca di sali minerali, una patina dura e scivolosa che scricchiolava sotto i piedi. E l'odore... l'odore era insopportabile. Non più solo zolfo, ma qualcosa di dolciastro, di organico in decomposizione, mescolato all'acido che saliva dal profondo, ed entrava nell'auto.
Parcheggiai la jeep in una piazzola sopraelevata, una posizione che mi permetteva di dominare l'intera conca del lago e le pareti rocciose che lo circondavano. Mi piaceva quel punto, mi faceva sentire al sicuro, come un antico guardiano che osserva il suo regno da un'altezza inattaccabile.
Scesi e mi sedetti sul cofano della jeep, i piedi puntati contro il paraurti. Áróra mi raggiunse, sedendosi accanto a me. Per un lungo momento, nessuno dei due parlò. Guardavamo quel lago morente, quel paradiso che diventava inferno, e il silenzio tra noi era denso di cose non dette.
-Non possiamo restare qui, Ragnar,- disse infine lei, con la voce che tremava leggermente, non per il freddo.
-La aspettavo questa frase,- risposi, senza guardarla. Fissavo l'acqua scura, cercando di non pensare a quanto sarebbe stato difficile andarsene.
-Non è solo per il lago, o per i campi di zolfo. È per tutto. Per l'aria che respiriamo, per l'acqua che beviamo. È per il bambino, Ragnar. Io non posso crescere un figlio qui, non adesso. Non con questa... minaccia che incombe su di noi.-
Aveva ragione, e lo sapevamo entrambi. Da settimane, forse da mesi, stavamo cercando di ignorare l'evidenza, di trovare ragioni per restare, per combattere, per non arrenderci. Ma la realtà era troppo forte.
Pensai al Canada. Ci avevo pensato spesso, ultimamente. Avevo letto di posti immensi, freddi ma stabili, dove la terra non tremava. Un posto dove ricominciare, dove dimenticare la paura, dove far nascere nostro figlio senza il timore che un vulcano o un'alluvione potessero portarcelo via.
-Il Canada,- dissi, pronunciando la parola come se fosse una chiave per una porta che non avevamo mai osato aprire. -Potremmo andare lì. Ho dei contatti, ex guide turistiche che si sono trasferite. Potrei lavorare, almeno all'inizio. Tu potresti riprendere a studiare, o insegnare, o...-
M'interruppi, perché le parole mi morirono in gola. Guardai Áróra, i suoi occhi verdi e castani che brillavano di lacrime non versate. Lei stava per essere madre. Io stavo per essere padre. E il mondo intorno a noi stava crollando.
-Per quanto tempo?- chiese lei.
-Finché le cose non si calmano. Un anno, due, cinque. Quello che serve. Non dobbiamo decidere ora, ma... dobbiamo iniziare a pensarci seriamente. Non possiamo permetterci di aspettare fino all'ultimo.-
Lei annuì, piano, e per un attimo appoggiò la testa sulla mia spalla. Sentii il suo calore contro il mio corpo, e per un momento mi sembrò che nient'altro importasse. Solo io, lei, e quel bambino non ancora nato. Eravamo un'isola, in quel momento, un'isola felice in un mare di dolore e distruzione.
Fu allora che accadde.
Il terreno sotto di noi vibrò. Non fu un terremoto violento, come quelli che avevamo imparato a conoscere. Fu un tremore sottile, quasi impercettibile, come un sospiro che sale dalle profondità della terra. Ma per me, che conoscevo ogni sfumatura di quest'isola, fu peggio di qualsiasi boato. Era un segnale.
Mi irrigidii, guardandomi intorno con ansia. Le pareti rocciose che circondavano il lago sembravano solide, immutate. Il cielo era ancora pallido, il vento soffiava regolare. Ma qualcosa era cambiato, qualcosa che non potevo vedere ma che potevo sentire nelle ossa.
-Cos'è stato?- chiese Áróra, sollevando la testa di scatto.
-Non lo so, ma non mi piace. Dobbiamo andare. Subito.-
Scesi dal cofano e feci per aprirle la portiera, ma prima che potessi farlo, il mondo esplose.
Non ci fu un preavviso, non ci fu un rumore graduale. Fu un boato assordante, un suono che sembrò provenire dal centro della Terra stessa, un'esplosione così potente che mi sembrò di essere stato colpito da un martello invisibile. L'aria intorno a noi si accese di una luce bianca, accecante, come se il sole fosse precipitato nel lago.
Il lago Skyggnisvatn, quel gioiello azzurro che amavo tanto, eruttò.
Un getto di acqua bollente, fango, rocce e vapore si innalzò dalla superficie con una violenza inaudita, formando una colonna alta centinaia di metri che si allargò a ombrello, oscurando il cielo. Era un'eruzione freatica, il tipo di eruzione più crudele e improvviso, causata dal contatto tra il magma incandescente e l'acqua del lago. Non c'era lava, solo vapore e distruzione. Ma era più che sufficiente.
L'onda d'urto ci colpì in pieno. Fui scaraventato all'indietro, contro il fianco della jeep, con una forza tale da togliermi il respiro. Sentii un dolore acuto alla spalla, e per un attimo tutto si fece nero.
Quando riaprii gli occhi, il mondo era un inferno. Il cielo era scomparso, sostituito da una coltre di vapore e cenere grigia che turbinava violentemente. L'aria era irrespirabile, carica di zolfo e di vapore ustionante. Sentii urla, ma non capii se fossero mie o di Áróra.
-Áróra!- gridai, cercando di alzarmi, ma le gambe non mi reggevano. Il fianco della jeep era incandescente, e ritrassi la mano con un sibilo di dolore.
-La vedevo, Ragnar! La vedevo!- rispose lei, ma la sua voce era distante, soffocata dal fragore.
La trovai carponi a terra, qualche metro più in là. Si stava trascinando verso la jeep. Aveva il viso coperto di sangue, e i vestiti strappati. Mi trascinai verso di lei, ignorando il dolore alla spalla, e la afferrai per un braccio.
-Dobbiamo andare via di qui!- urlai, ma la mia voce era appena un sussurro nel frastuono. L'aiutai ad alzarsi e insieme ci gettammo all'interno dell'abitacolo.
All'interno, il rumore era assordante, come se stessimo dentro una lavatrice piena di sassi. La grandine di rocce e fango si abbatteva sul tetto con un frastuono apocalittico, ammaccando il metallo, frantumando i vetri posteriori.
Non persi tempo a controllare le ferite. Inserii la chiave nel quadro e girai. Il motore tossì, gemette, ma non partì.
-Avanti! Avanti!- gridai, sbattendo il pugno sul volante.
Il motore si accese con un ruggito. Innestai la marcia e premetti l'acceleratore a tavoletta. La jeep slittò sul terreno scosceso, le ruote che giravano vane per un secondo prima di fare presa. Schizzammo in avanti, proprio mentre un'altra ondata di fango bollente si abbatteva sulla strada che avevamo appena percorso.
Guidai alla cieca per i primi cinque minuti, incapace di vedere altro che bianco e grigio, il parabrezza completamente imbiancato di fango. Il tergicristallo era inutile, bloccato dai detriti. Abbassai il finestrino, tossendo per il fumo e la cenere che entravano nell'abitacolo, e sporsi la testa, cercando di intravedere la strada. La strada era scomparsa, divorata dal caos, ma conoscevo la via a memoria. Seguii l'istinto, la memoria muscolare di anni di guida su quei pendii.
La jeep slittò, sbandò, minacciò di capovolgersi più di una volta. Ma non mi fermai. Non potevo fermarmi. Alle nostre spalle, il boato continuava, incessante, come una bestia ferita che ruggiva il suo dolore al cielo.
Solo quando fummo a diversi chilometri di distanza, quando il rumore si affievolì fino a diventare un sordo brontolio all'orizzonte, mi fermai. Accostai in una piazzola, spensi il motore, e crollai sul volante, tremante.
Áróra era accanto a me. Tremava anche lei. Ci guardammo. I suoi occhi erano spalancati, terrorizzati, e il sangue che le colava da un taglio sulla fronte sembrava nero sul suo viso pallido. Io mi sentivo la testa pulsare, e la spalla bruciare, ma eravamo vivi.
-Stai bene?- chiesi, con la voce roca.
Lei annuì, ma non riuscì a parlare. Si limitò a prendermi la mano e a stringerla forte.
Rimanemmo lì, in quella piazzola deserta, sotto un cielo che tornava lentamente a farsi vedere, due sopravvissuti in un mondo che non riconoscevamo più. Non chiamai nessuno. Non chiamai l'ente del turismo, non chiamai l'IMO, non chiamai i soccorsi. Le sanzioni per aver violato la zona vietata erano l'ultima delle mie preoccupazioni, ma in quel momento, l'unica cosa che contava era allontanarsi il più possibile, dimenticare, fingere che non fosse mai successo.
Ma sapevo che non avrei mai potuto dimenticare. Avevo appena visto la bellezza morire, e con lei, una parte di me. L'unica cosa che mi restava era la mano di Áróra nella mia, e la consapevolezza che, ovunque fossimo andati, saremmo dovuti andare via dall'Islanda.
Lontano da tutto questo. Prima che fosse troppo tardi.28Please respect copyright.PENANAckcI7DNKm0


