Era il 21 marzo, il permesso era arrivato quella mattina alle 7:12. Un messaggio secco dall’Almannavarnir: «Visita controllata Vík í Mýrdal durata massima 4 ore, mascherine FFP3 obbligatorie, divieto assoluto di entrare nelle abitazioni senza autorizzazione tecnica».38Please respect copyright.PENANAP5Fe9noPeE
Avevamo iniziato a camminare lungo quella che una volta era la strada principale di Vík.38Please respect copyright.PENANAvZs7TuLL13
Non c’era più strada. C’era solo un piano grigio-bianco che scricchiolava sotto gli scarponi. La cenere di Godabunga era fine, quasi impalpabile, ma pesava. Ogni passo affondava di cinque, sei centimetri. Sotto la cenere c’era ancora la neve di febbraio, compatta e sporca. Il risultato era una poltiglia grigia che si attaccava alle suole.
Respiravo attraverso la mascherina. L’aria sapeva di metallo freddo e di zolfo vecchio. Gli occhi mi bruciavano già, anche se avevo gli occhiali protettivi. Non era la cenere di Hekla, quella era più grossa, più sabbiosa. Questa era polvere di vetro vulcanico, particelle sottili come talco che si infilavano ovunque, che irritavano le mucose come carta vetrata, anche se la neve caduta in seguito al deposito limitava tali effetti.
Áróra camminava mezzo passo davanti a me. La sua giacca verde era diventata grigia sulle spalle. I capelli ramati spuntavano dal cappuccio, ma erano opachi, come se anche loro avessero assorbito la cenere. Non parlava da venti minuti. Nemmeno io.
Eravamo passati davanti a quella che era stata la casa di Jónsson. Il tetto era crollato a metà. Le travi sporgevano come costole rotte. La neve e la cenere avevano formato un unico strato spesso un metro e mezzo sulla veranda. La porta d’ingresso era socchiusa, bloccata dalla massa grigia. Dentro, buio totale. Non eravamo entrati. Il permesso lo vietava. Ma anche se avessimo potuto, non avremmo voluto. Sapevamo già cosa avremmo trovato: la stalla piena di cenere, le mangiatoie sepolte.
Áróra si era fermata. Si era voltata verso di me. Gli occhi, uno verde e l’altro metà castano metà azzurro, erano leggermente rossi dietro gli occhiali. Non sapevo se fosse la polvere o le lacrime.
-Ragnar,- aveva detto. La voce era uscita attutita dalla mascherina, ma avevo sentito lo stesso il tremito. -Questa non è più Vík.-
Non avevo risposto. Che cazzo avrei dovuto dire? Che aveva ragione? Che lo vedevo anch’io? Che la spiaggia nera di Reynisfjara ora era solo una distesa grigia uniforme, i faraglioni di basalto ridotti a sagome spettrali.
Avevamo camminato ancora. La chiesa, quella piccola con il tetto rosso, sembrava un tumulo funerario. Il campanile era piegato di lato, il peso della cenere aveva fatto cedere le travi. La croce in cima era storta, come se stesse per cadere. Non c’era vento quel giorno, per fortuna. Se ci fosse stato, la polvere si sarebbe alzata in nuvole soffocanti e saremmo dovuti tornare indietro dopo dieci minuti.
Eravamo arrivati alla nostra strada. La casa di Áróra era ancora in piedi, ma sembrava un cadavere imbalsamato. La cenere aveva sigillato porte e finestre. Il giardino era un rettangolo grigio piatto.
Mi ero fermato. Il cuore mi batteva lento, pesante. Sentivo ogni battito nelle tempie.38Please respect copyright.PENANABxJRQw5Acn
Áróra si era avvicinata alla recinzione. Aveva teso una mano guantata, sfiorato il legno. La cenere si era staccata in una nuvola fine. Lei aveva ritirato la mano di scatto, come se si fosse bruciata.
-Fino all’autunno,- aveva detto piano. -Forse fino all’inverno prossimo. Le operazioni di bonifica… hanno detto che prima dovevano rimuovere la cenere dai tetti, dalle strade, dai pozzi. Poi analizzare il suolo per i fluoruri. Poi…-38Please respect copyright.PENANAx4nuB3MXAd
Non aveva finito. Non serviva.
Io avevo guardato la casa. Dentro c’erano ancora le sue cose.
-Nemmeno in estate,- avevo detto alla fine. La voce mi era uscita rauca. -Quando la neve se sarà fosse andata, la cenere rimasta di alzerà con il vento..diventerà polvere volante..-
Áróra aveva annuito lentamente. Si era voltata verso di me. La mascherina le nascondeva metà faccia, ma vedevo le rughe intorno agli occhi. Non erano rughe di sorriso.
-Pensavo che saremmo tornati a giugno,- aveva detto. -Che avremmo spalato, pulito, ricominciato. Invece…-
Invece niente.
Eravamo rimasti lì, fermi in mezzo alla strada sepolta. Il silenzio era assoluto. Nessun uccello. Nessun cane. Nessun rumore di auto in lontananza. Solo il nostro respiro filtrato dalle mascherine e il lieve scricchiolio della cenere-neve sotto i nostri piedi quando ci spostavamo appena.38Please respect copyright.PENANAitt1qnQmvx
Avevo pensato a ottobre. Al terremoto che ci aveva svegliati. A Hekla che aveva aperto la danza. A Godabunga che aveva finito il lavoro. A tutti i mesi passati a Selfoss, a dormire stretti per scaldarci, a far l'amore nel buio per ricordarci di essere vivi, a litigare per lo stress, a fare pace con il sudore. Tutto per arrivare lì: a camminare tra le rovine della nostra vita come due fantasmi.
-Probabilmente fino al prossimo autunno,- avevo ripetuto, più a me stesso che a lei.-
Áróra si era avvicinata. Mi aveva preso la mano guantata. Le nostre dita si erano strette attraverso lo spesso strato di tessuto impermeabile.38Please respect copyright.PENANAZiB3UmXgsi
-Non torneremo a casa,- aveva detto. Non era una domanda. Era una constatazione.
-No.- avevo risposto.
Lei aveva abbassato la testa.
Avevamo camminato ancora un po’. Non avevamo detto niente. Non c’era niente da dire.38Please respect copyright.PENANAkXg2BqCN40
Alla fine eravamo arrivati alla spiaggia. O a quello che era stata la spiaggia.38Please respect copyright.PENANAjHCxFkkC7a
La sabbia nera era scomparsa. C’era solo una distesa grigio che scendeva verso il mare. Le onde si infrangevano ancora contro le rocce basaltiche, ma il rumore era attutito, come se anche il mare fosse stanco. I faraglioni di Reynisdrangar sembravano spettri grigi, coperti di polvere fino a metà altezza. Il contrasto era osceno: il nero del basalto che spuntava dal grigio uniforme.38Please respect copyright.PENANAxKiiPBCRSO
Mi ero fermato sul bordo. Áróra si era fermata accanto a me.
Eravamo rimasti in silenzio per un tempo lunghissimo. Il vento si era alzato piano, aveva sollevato un velo di polvere grigia che ci aveva colpito le maschere. Gli occhi mi avevano bruciato di più. Avevo tossito dentro la mascherina. Avevo sentito il sapore metallico in bocca.
-Torniamo,- avevo detto alla fine. -Abbiamo visto abbastanza.-
Lei non si era mossa subito. Aveva guardato ancora la spiaggia sepolta, il mare che continuava a muoversi come se niente fosse successo.38Please respect copyright.PENANAHQC7CkDfe4
Poi si era voltata.38Please respect copyright.PENANAORF29xfJXZ
Avevamo camminato indietro verso la jeep, passo dopo passo, nella cenere e nella neve. Ogni passo era stato più pesante del precedente. Non per la fatica fisica. Per il peso dentro.
Quando eravamo saliti in macchina e avevamo chiuso le portiere, l’abitacolo aveva puzzato di polvere e di noi. Mi ero tolto la mascherina per un secondo. L’aria dentro era già contaminata, ma avevo respirato lo stesso.38Please respect copyright.PENANAm7JzAFahdn
Áróra si era tolta gli occhiali protettivi. Aveva gli occhi rossi, lacrimanti. Non sapevo se fosse solo la cenere.
Avevo messo in moto. La jeep aveva rombato, un suono vivo in mezzo a tutto quel silenzio grigio.38Please respect copyright.PENANAzFRDYKOCUC
Mentre guidavo verso verso Selfoss, verso il rifugio che non era casa, avevo guardato nello specchietto retrovisore.38Please respect copyright.PENANAyYVFm7g1fi
Vík era scomparsa piano dietro di noi, sepolta sotto cenere e neve.
Non era più il nostro villaggio.38Please respect copyright.PENANAT9LqqQyIeK
Era una ferita aperta che sarebbe guarita, forse, tra molti mesi o forse no.38Please respect copyright.PENANAIMDb6H7YHN


