La Þjórsárdalsvegur road si snodava davanti a noi come un nastro grigio e irregolare, illuminato dai fari della jeep che tagliavano il buio della notte, rivelando fiocchi di neve che danzavano lenti, sempre più radi, come se la tormenta stesse esalando il suo ultimo respiro.40Please respect copyright.PENANApTmogBdkXx
Eravamo partiti da Vík da due ore ma sembrava un’eternità: il villaggio alle nostre spalle era già un ricordo sfocato, inghiottito dalla cenere che cadeva piano, un velo sporco che copriva tutto come un sudario prematuro
Ragnar guidava con le mani strette sul volante, il berretto verde calcato in testa, gli occhi fissi sulla strada che si perdeva nel nulla, interrotta solo dai bagliori intermittenti dei lampi lontani.
Io sedevo al suo fianco, il cuore che martellava ancora per l’adrenalina della partenza frettolosa, le mani che stringevano la coperta di lana gettata sulle ginocchia, un residuo della nostra vita precedente, prima che il mondo si spalancasse sotto i nostri piedi.
La macchina dei miei genitori era andata poco più avanti: li avevamo visti sparire in una curva, i fari posteriori che ammiccavano rossi nel buio, prima di essere inghiottiti dalla nevicata morente.
Ma ora, mentre la strada saliva leggermente verso l’interno, lontano dal Markarfljót che ribolliva di acqua e detriti, sentii un impulso improvviso, un bisogno di fermarmi, di respirare, di guardare in faccia ciò che ci inseguiva.
-Ragnar,- dissi, la voce che usciva debole, spezzata dal rombo lontano dei tuoni. - Fermati. Solo un momento.-
Lui esitò, gli occhi che saettavano verso di me nel buio dell’abitacolo, illuminati dal riflesso verdastro del cruscotto.40Please respect copyright.PENANAwcsi1JTwuX
-Áróra, non è sicuro. La cenere…-
-Per favore,- insistetti, la malinconia che mi stringeva la gola come una mano gelida. - Devo vedere.-
Rallentò, accostando la jeep sul ciglio della strada, i pneumatici che scricchiolavano sulla ghiaia mista a neve e cenere, un suono secco, quasi irritato. Spense il motore, e il silenzio calò su di noi, rotto solo dal ticchettio della graniglia contro il tetto, un ritmo irregolare, malinconico, come lacrime pietrificate che cadevano dal cielo. Scendemmo insieme, il freddo che mi colpì come uno schiaffo, penetrando attraverso la giacca, facendomi rabbrividire fino alle ossa.
La nevicata era quasi finita, fiocchi sporadici che danzavano lenti nell’aria, ma l’atmosfera era pesante, carica di un odore acre, metallico, come di ferro bruciato misto a zolfo, il respiro del vulcano che ci raggiungeva anche qui, a chilometri di distanza.
Ci fermammo sul bordo della strada, il vento che ci sferzava il viso, portando con sé particelle fini che mi si attaccavano alle ciglia, al cappuccio. In lontananza, verso sud-ovest, l’orizzonte era dominato da un’enorme ombrello di cenere, una massa grigia e gonfia che si allargava piano nel cielo notturno, come un fungo mostruoso nato dal cuore della terra. Lampeggiava di fulmini interni, scariche violette e bianche che danzavano dentro la nuvola, ramificandosi come vene infuocate, illuminando per un istante il paesaggio in un bagliore spettrale, surreale. Ogni lampo era un tuono ritardato, un rombo profondo che vibrava nel suolo, facendomi sentire piccola, insignificante, come se la terra stessa stesse urlando il suo dolore.
-Cosa ne sarà del nostro futuro?- sussurrai, la voce persa nel vento, gli occhi fissi su quella nuvola che si espandeva, coprendo le stelle, inghiottendo il cielo. La malinconia mi avvolgeva come la cenere, un velo grigio che si posava su tutto: la Þjórsárdalsvegur deserta, i campi brulli coperti di neve sporca.
Vík era laggiù, da qualche parte sotto quell’ombrello, forse già sepolta sotto centimetri di tefra, le case che avevamo lasciato, la mia, ora fantasmi in un paesaggio mutato.
Ragnar sospirò, il fiato che si condensava in una nuvoletta bianca, scomparendo nel gelo.
Stava accanto a me, il berretto verde calcato sugli occhi, le mani infilate nelle tasche della giacca, il corpo teso come se stesse lottando contro un nemico invisibile. - Non lo so, Áróra,- ammise, la voce rauca, carica di una stanchezza antica. - Ma nonostante tutto, bisogna andare avanti. Selfoss è solo l’inizio. Ricostruiremo, come sempre.-
-Andare avanti dove? ribattei, la voce che si alzava, un misto di adrenalina e disperazione che mi faceva tremare. Un lampo squarciò il cielo, illuminando l’ombrello di cenere in un bagliore violetto, ramificazioni elettriche che danzavano come serpenti impazziti, e il tuono seguì, un rombo che mi vibrò nel petto. - Sotto una pioggia di cenere? Non lo so se te ne rendi conto, ma potremmo aver perso tutto. Casa, la fattoria, Vík. Questo incubo non ha fine. Godabunga, Fimmvörðuháls… -
Lui mi guardò, gli occhi castani che riflettevano il bagliore lontano dei fulmini, un’espressione malinconica che mi spezzò il cuore. - Io ho già perso tutto, Áróra,- disse, la voce bassa, quasi un sussurro nel vento. - I miei genitori… niente me li riporterà indietro. Tu sei fortunata: hai ancora la famiglia, tua madre che ti stringe la mano nei momenti bui, tuo padre che guida la macchina avanti, tua sorella Saga a Reykjavík che ti aspetta con un appartamento troppo piccolo ma con un cuore grande. E ora Selfoss, una casa ereditata, un rifugio. Io non ho questo. Se Vík è distrutta, coperta dalla cenere di Katla, è solo grazie alla determinazione delle generazioni precedenti che è stata ricostruita, volta dopo volta. Ma per me… nessuno può riportare indietro ciò che ho perso.-40Please respect copyright.PENANAoVNbKsHoeP
Le sue parole mi colpirono come un fulmine, un flash violetto che illuminò il mio dolore, mescolandolo al suo.
La cenere cadeva più fitta ora, un velo grigio che si posava sulla jeep, sui nostri cappucci, ticchettando piano come lacrime pietrificate. Il cielo lampeggiava di nuovo, l’ombrello di cenere che si allargata. Il tuono rimbombò, un rombo malinconico che echeggiò nella valle, e io sentii le lacrime salire, calde contro il gelo.
Aveva ragione. La resilienza era nel nostro sangue, come il fuoco sotto il ghiaccio. Vík sarebbe risorta, come sempre, ma il mio futuro, il nostro, era un sentiero buio, illuminato solo dai lampi sporadici. Mi appoggiai a lui, la testa sulla sua spalla, e restammo lì, sotto la nevicata morente, a guardare l’orizzonte che bruciava.
Poi, un rombo distante, la macchina dei miei genitori che ci aspettava avanti. Salimmo sulla jeep, Ragnar al volante, e ripartimmo, la strada che si snodava nel buio, verso Selfoss, verso l’ignoto.40Please respect copyright.PENANA2HE3QiGiAu


