Il 4 gennaio 2029 si aprì su Milano come una ferita non rimarginata, con un cielo basso e grigio che sembrava schiacciare i palazzi, e un freddo che mordeva le ossa come un animale affamato.
Mi svegliai nel mio appartamento, le lenzuola aggrovigliate intorno al corpo, il respiro che si condensava in nuvolette bianche nell’aria gelida della stanza. La temperatura fuori era scesa a meno sette gradi sotto lo zero durante la notte, e il riscaldamento centrale, vecchio e capriccioso, aveva deciso di non collaborare, lasciando un velo di brina sui vetri delle finestre.
Mi alzai lentamente, i piedi nudi sul pavimento freddo che mi fecero rabbrividire, e guardai fuori: i marciapiedi erano bordati da banchi di neve sporca, accumulata dalle nevicate di fine anno, grigia di inquinamento e sale stradale, come tumuli dimenticati in un cimitero urbano. Poca gente in circolazione: qualche figura infagottata che camminava rapida, testa bassa contro il vento, e le strade semideserte, con le auto che passavano rade, i fari accesi anche di giorno per forare la foschia mattutina. Le decorazioni natalizie dello scorso anno pendevano ancora dai lampioni e dalle vetrine, sbiadite e polverose, stelle di plastica crepata e festoni appassiti che ondeggiavano tristi nel vento, ricordi di una gioia che sembrava appartenere a un altro mondo.
Era poetico, in un modo triste, come se la città fosse un organismo morente, le sue arterie, le strade, sempre più silenziose, i suoi polmoni, i parchi, coperti di neve indifferente.
Il ritorno dalla Val di Canzoi era stato un trauma, come risvegliarsi da un sogno troppo bello per essere vero. Lassù, nella baita con Alex, il tempo si era dilatato in momenti di quiete assoluta. Lì, il mondo era stato un bozzolo di calore e intimità, lontano dal clangore dei piatti e dal detersivo che mi screpolava le mani.
Ma Milano ci aveva accolti con uno schiaffo gelido con l’odore di scarico e umidità che mi aveva stretto la gola. Era come se la baita fosse stata un’illusione, e ora la realtà mi reclamasse, con le sue routine spietate e il suo freddo che penetrava non solo la pelle, ma l’anima.
Mi vestii in fretta, infilando strati su strati: maglione di lana, cappotto pesante, sciarpa che mi copriva metà viso. Gli orecchini tintinnarono piano mentre mi muovevo.
Uscii, il vento che mi investì come una raffica di aghi, e camminai verso il ristorante, i piedi che scricchiolavano sulla neve compatta. Le strade erano un paesaggio distopico: cumuli di neve ammucchiati ai lati, alti come barriere, con sacchi di plastica e rifiuti intrappolati nel ghiaccio; le vetrine dei negozi chiuse per ferie post-natalizie, con luci spente e cartelli <
>; poca gente, solo ombre frettolose che evitavano gli sguardi, come se il nuovo anno avesse portato con sé una stanchezza collettiva.
Hekla era un fantasma ormai alle spalle, ma il turismo ne risentiva ancora. I Navigli, di solito brulicanti di visitatori, erano deserti, con i canali ghiacciati che riflettevano un cielo opaco, e i bar semi vuoti.
Camminai verso il ristorante in zona Navigli, i miei stivali che scricchiolavano sulla neve ghiacciata, il cappuccio tirato su per proteggere il viso dal vento tagliente che mi pizzicava le guance. Passai davanti a file di negozi chiusi da anni, le inferriate arrugginite e polverose che bloccavano vetrine buie, cartelli sbiaditi con scritte “Affittasi” o “Chiuso per sempre” che pendevano storti. Ricordai una conversazione con Alex, poco dopo il nostro arrivo a Milano dalla baita -Guarda, Milano non è più quella di una volta, Tanti negozi chiusi. Da anni. Spopolamento, dicono. Molta gente è andata via da Milano negli ultimi dieci anni. Lavoro online, commercio su internet. Negozi muoiono.- diceva.
Al ristorante, arrivai con le mani intirizzite, il fiato che si condensava mentre entravo nella cucina calda, odorante di caffè bruciato e detersivo. Marco, il proprietario, era già lì, dietro la cassa, con un’espressione stanca che sembrava scolpita nel viso. - Yelena, buongiorno. Freddo, eh? Inizia con i pavimenti, poi piatti.-
Annuii, senza dire molto, e mi misi al lavoro, le mani che si immergevano nell’acqua saponata, il tintinnio degli orecchini che accompagnava ogni movimento. Alex arrivò poco dopo, i capelli castani scompigliati dal vento. I nostri sguardi si incrociarono per un attimo, un sorriso complice che non durò più di un secondo, non avevamo menzionato a nessuno della nostra relazione, dopotutto non era affare altrui.
Era qualcosa di privato, nato in quella baita tra neve e silenzio, e parlarne al lavoro avrebbe rovinato tutto, come esporre un fiore delicato al gelo.
La giornata passò in una routine familiare ma opprimente: lavai piatti accumulati, strofinai pavimenti, pulii tavoli deserti.
Il ristorante era mezzo vuoto, qualche cliente abituale, un paio di turisti smarriti che dicevano che i voli per erano ripresi normalmente.
Hekla aveva lasciato il segno: la cenere aveva bloccato i cieli per settimane, e anche se ora era finita, il turismo impiegava tempo a riprendersi. - Meno clienti,-borbottò Marco mentre contava la cassa, - ma sopravviveremo.-
Alex serviva i tavoli con il suo solito sorriso, ma lo vedevo stanco, gli occhi che ogni tanto cercavano i miei, un legame invisibile che mi scaldava nel freddo della giornata.
Sentivo un vuoto nel petto, un contrasto tra il calore di Alex e il gelo della città, e ogni tanto, mentre lavoravo, chiudevo gli occhi e rivivevo quel tintinnio, quel tocco, come un talismano contro la solitudine.
La giornata si trascinò lenta, con clienti sporadici che ordinavano caffè e panini, parlando del freddo e di Hekla come di un evento lontano, un fantasma che aveva lasciato solo un velo grigio sui cieli ma non sulle vite quotidiane. -Il turismo riprenderà,- disse un signore al bancone, -l’Islanda è lontana.-
Ma io sapevo che non era così: le notizie parlavano di un’economia che zoppicava.
Alex mi sfiorò la mano di nascosto mentre passavo con un vassoio, un gesto elettrico che mi fece sorridere dentro, ma non dicemmo nulla; la relazione era nostra, un segreto caldo in quel mondo freddo.
Arrivata la sera, il sole era calato presto, lasciando Milano avvolta in un buio precoce, punteggiato dalle luci dei lampioni che riflettevano sulla neve sporca. Uscii dal ristorante con le mani rosse, il cappotto stretto intorno al corpo, e Alex mi raggiunse fuori, il fiato che si condensava in nuvolette bianche.
-Vieni da me stasera?- chiese, la voce bassa, e io annuii, sentendo un calore diffondersi nel petto nonostante il gelo.
Camminammo insieme verso il suo appartamento, le strade deserte con banchi di neve che si accumulavano ai lati, decorazioni natalizie che pendevano tristi dai balconi, come relitti di una festa dimenticata. Il freddo era penetrante, -7 gradi che mi facevano tremare, ma la sua mano nella mia era un’ancora.
Arrivammo a casa sua, con le finestre appannate e il riscaldamento che ronzava piano. Entrammo, scrollandoci la neve dagli stivali. - Siediti, preparo qualcosa di caldo,-disse, e io obbedii, sentendo il trauma del ritorno attenuarsi un po’ in quel spazio familiare. Lui tornò con due tazze di tè bollente, e ci sedemmo vicini, le gambe che si sfioravano.
Parlammo piano, del lavoro, del freddo, ma presto la conversazione virò sul futuro. - Yelena,-. disse lui, la voce esitante, - se te la senti… in futuro, potresti venire a vivere qui. Con me. Non subito, ma… pensaci.-
Le sue parole mi colpirono come un’onda calda, e io lo guardai, gli occhi castano chiaro che incontravano i suoi, sentendo un nodo in gola. Era una proposta semplice, ma in quel mondo distopico di neve e solitudineine, sembrava un’ancora di salvezza.
Annuii, e lo baciai, un bacio che sapeva di tè e promessa.36Please respect copyright.PENANARzm1KIDrgY


