Il 29 dicembre 2028, la Val di Canzoi si svegliò sotto un velo di silenzio assoluto, come se l’inverno avesse deciso di congelare non solo l’acqua, ma anche il tempo stesso.
Eravamo arrivati alla baita due giorni prima, Alex e io, dopo quel viaggio da Milano che sembrava un sogno sfocato, interrotto solo dal rombo della Panda e dalla melodia di Katiuscia alla radio.
La baita era un rifugio semplice, incastrato tra i pini al margine del bosco, con il tetto coperto di neve fresca e un camino che crepitava giorno e notte, diffondendo un calore stanco contro il freddo che filtrava dalle fessure delle pareti di legno.
Fuori, il mondo era un paesaggio dolomitico cristallizzato: la valle, un anfiteatro roccioso profondo e antico nel cuore del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi, si estendeva tra i comuni di Feltre e Cesiomaggiore, percorsa dal torrente Caorame che ora, in pieno inverno, scorreva pigro sotto uno strato di ghiaccio sottile, originando il lago della Stua, un specchio artificiale ghiacciato e innevato che rifletteva i picchi del gruppo del Cimonega come un’illusione fragile.
Quella mattina, dopo una colazione di caffè nero e pane tostato sul fuoco, Alex propose una passeggiata. -L’aria qui è diversa,- disse, infilandosi il cappotto pesante, gli occhi castani che brillavano di una quiete che a Milano non aveva mai avuto.
Io annuii, avvolgendomi in una sciarpa di lana grezza che mi aveva prestato lui, sentendo ancora un residuo di tosse raspare nel petto, non più la febbre che mi aveva buttata giù, ma un’eco debole, come un ricordo che non se ne andava del tutto.
-Sì, andiamo. Bosco mi piace. Freddo, ma… pulito.- La mia voce uscì con quell’accento dell’est che non riuscivo a scrollarmi, le vocali un po’ dure, come se ogni parola dovesse lottare per emergere.
Uscimmo dalla baita, i nostri stivali che affondavano nella neve alta fino alle caviglie, un manto candido e intatto che copriva il fondovalle come un sudario. La Val di Canzoi era un microcosmo arcaico, un reticolo di valli ripide e rupestri che solcavano il versante meridionale del Cimonega, Val di Neva, Val delle Grave, Val d’Alvis, alta Val Caorame, Val Slavinaz, Val Casole tutte confluenti in questo anfiteatro glaciale, profondamente inciso nella successione stratigrafica delle Dolomiti Bellunesi.
Camminavamo lungo un sentiero naturalistico, uno di quei percorsi ad anello che partivano dalla località Preton, vicino al lago della Stua, e si snodavano tra boschi di faggi e abeti, arricchiti da tracce umane antiche: muretti a secco che delimitavano radure prative ora sepolte sotto la neve e soprattutto le calchère, quelle fornaci per la calce sparse come relitti di un’epoca proto-industriale, strutture circolari seminterrate contro i pendii, con camini mozzati che emergevano dal bianco come dita scheletriche.
L’atmosfera era surreale in un modo quieto, surreale: non il caos apocalittico dei notiziari su Hekla, con la sua cenere che aveva sporcato i cieli d’Europa per settimane, ma un inverno che sembrava sospeso, eterno, come se il mondo avesse dimenticato come sciogliersi.
Il sole, basso e pallido, filtrava attraverso le nuvole grigie, accendendo cristalli di ghiaccio nella neve, minuscoli prismi che riflettevano la luce in arcobaleni fugaci, come schegge di un vetro infranto. Ogni passo produceva un crunch secco, e l’aria era così limpida da far male ai polmoni, carica dell’odore di resina congelata e di neve. Intorno a noi, il bosco era un labirinto di tronchi nudi, i rami degli abeti e dei faggi incrostati di bianco. Rami che pendevano bassi, carichi di neve e ghiaccio, formavano archi naturali sul sentiero, e ogni tanto un po' di neve cadeva, soprattutto ora che il sole era sorto cadendo con un sibilo silenzioso.
Camminavamo piano, senza fretta, le nostre mani che si sfioravano ogni tanto, Alex era stato gentile da quando avevamo preso confidenza al ristorante, con quel suo sorriso stanco e le battute che mi facevano ridere nonostante l’accento che mi tradiva sempre. Ma qui, nella valle, lontani dal clangore dei piatti e dal detersivo che mi screpolava le mani, sembrava che qualcosa stesse cambiando, piano, come il Caorame che scorreva invisibile sotto il ghiaccio.
-Sai, Yelena,- disse lui dopo un po’, rompendo il silenzio con la voce bassa, quasi persa tra i rami incrostati, -a Milano mi sento sempre… intrappolato. Al ristorante, corro tutto il giorno, vassoi su e giù, clienti che urlano per un piatto freddo. E per cosa? Mance che bastano appena per l’affitto.-
Lo guardai di sfuggita, i suoi capelli castani scompigliati dal vento leggero che agitava la neve sui rami. Camminavamo lungo la riva sinistra orografica del torrente, dove il sentiero si apriva su radure prative sepolte, con i resti di coltivi terrazzati che emergevano come scheletri dalla coltre bianca. I cristalli di ghiaccio catturavano il sole, spargendo scintille sul paesaggio, ma c’era una malinconia in quell’inverno: il mondo sembrava vuoto, le case rurali lontane buie e chiuse, con il fumo dei camini spento.37Please respect copyright.PENANADWXpHVDjxy
-Sì,- risposi, -Anch’io. Pulire, lavare piatti, mani sempre rosse. Sfruttati, come dici tu. Marco dice ‘finisci presto’, ma non paga bene le ore extra. In Moldavia, almeno, lavoro era per famiglia. Qui… solo per sopravvivere.-
Alex annuì, calciando piano un mucchietto di neve che scintillava di cristalli. Il bosco si infittiva ora, abeti alti che formavano un tunnel naturale, i rami incrostati di ghiaccio che gocciolavano piano, come lacrime congelate. -Già. Sopravvivere. Ma sai, da ragazzo, con i miei genitori, avevamo momenti… veri. Non come ora.- Fece una pausa, il fiato che si condensava in nuvolette bianche, e io sentii un nodo in gola, quel senso di nostalgia che mi assaliva quando parlava del passato, come se il suo fosse un ponte verso il mio.
Continuammo a camminare, il sentiero che saliva dolcemente verso il Pian del Goso, a nord del lago della Stua. La valle era un paradiso perduto, con buchi scavati dall’acqua nei millenni, ora coperti di neve come crateri lunari e le sorgenti carsiche che gorgogliavano debolmente sotto il ghiaccio. Ovunque, tracce di vita antica: un muretto a secco mezzo crollato, coperto di edera ghiacciata, o una calchera abbandonata, la sua bocca circolare spalancata sul bianco, un forno dove un tempo bruciava calcare per fare calce, alimentato da legna dei boschi vicini.
-Raccontami, - dissi piano, sfiorandogli il braccio. - Bei momenti con genitori. Quali?-
Alex sorrise, un sorriso storto che gli increspava le rughe leggere agli angoli degli occhi.
Ci fermammo per un attimo vicino a una radura, dove la neve era più sottile e i rami di un faggio pendevano bassi, incrostati di ghiaccio che scintillava sotto il sole obliquo.
- Beh, avevamo una casa in campagna. Non grande, ma con un orto che mio padre aveva costruito prima che nascessi. D’estate, mio padre mi portava a pescare all’alba, e ricordo periodi in cui andavamo al centro astronomico a guardare le stelle con il telescopio, in particolare nel 1997 quando c'era la cometa Hale-Bopp, poi nel viaggio in macchina di ritorno, lui raccontava storie di quando era ragazzo, durante la Guerra Fredda, come se fosse un’avventura. ‘Ale,’ diceva, ‘la vita è come il lago: calmo in superficie, ma sotto ribolle.’ E io ridevo, perché non capivo. Poi, la sera, mia madre preparava la cena fuori con le cicale che cantavano. Quei momenti… mi sono rimasti impressi. Come se il tempo si fermasse.-
La sua voce era bassa, carica di un’emozione che non mostrava spesso, e io sentii un’eco nel petto, un ricordo simile della mia infanzia a Chişinău: i campi di girasoli, mio padre che affilava il coltello ecc.
-Bello,- mormorai.37Please respect copyright.PENANAjiIrKgWd25
-In Moldavia, simile. Estate, campi. Madre cantava canzoni vecchie, sovietiche. Padre diceva, "Yelena, terra è tutto. Non lasciare mai." Ma ho lasciato. Per Milano. Per… futuro.-
Feci una pausa, tossendo piano, un colpo secco che mi fece appoggiare a un tronco. Il ghiaccio sui rami tintinnò leggermente.
Riprendemmo a camminare, il sole saliva piano, accendendo i cristalli di ghiaccio nella neve: ogni fiocco catturava la luce, rifrangendola in prismi multicolori che danzavano sul terreno, creando un tappeto illusorio di colori in un mondo dominato dal bianco e dal grigio. Era distopico, quel bagliore: bellezza fragile, effimera, come se il sole stesse salutando un mondo che non sarebbe durato.
Il bosco si apriva ora su una vista più ampia: il torrente Caorame, ghiacciato in parti, scorreva con un gorgoglio sordo sotto la superficie, e in lontananza si intravedeva il lago della Stua, un bacino artificiale creato dalle acque del monte Sass de Mura, ora un vasto ovale di ghiaccio coperto da uno strato di neve polverosa, bordato da rive rocciose dove i pini si chinavano come sentinelle stanche.
Ci fermammo lungo le rive del lago, la neve che scricchiolava debolmente sotto i nostri piedi.37Please respect copyright.PENANAcnqUhj3s6q
Il lago era un’immensità bianca, bordata da rocce dolomitiche rosse e grigie che emergevano dal gelo come ossa antiche. I rami dei pini vicini pendevano sul bordo, incrostati di bianco. Il sole rifletteva sulla superficie ghiacciata, accendendo migliaia di prismi nei cristalli della neve, un bagliore accecante che trasformava il paesaggio in un sogno distorto, dove il calore sembrava una menzogna.
Mi voltai verso Alex, il cuore che batteva forte nel petto, un misto di gratitudine e paura. Lui mi guardò, gli occhi castani calmi, le mani infilate nelle tasche del cappotto. - Alex,- dissi, la voce tremante con l’accento che rendeva ogni sillaba un po’ più straniera, - grazie. Per tutto. Per passaggio sotto temporale, per portare a casa quando febbre, per questo… posto. Senza te, ero sola. Sempre sola.-
Lui scosse la testa, un sorriso timido che gli incurvava le labbra. - Non dire sciocchezze, Yelena. È stato… naturale. Tu mi fai sentire meno perso.-
Non so cosa mi spinse, forse il silenzio del lago, o i cristalli che danzavano come stelle cadenti, o il modo in cui i rami incrostati sembravano chinarsi su di noi, testimoni muti. Presi il suo viso tra le mani, fredde contro la sua pelle calda, e piegai la testa di lato, un gesto istintivo, come se il mondo si inclinasse per noi. Le nostre labbra si incontrarono piano, esitanti all’inizio, un tocco leggero come la neve che ci sfiorava le guance.
Le sue labbra erano morbide, calde contro il freddo, e io sentii il tintinnio dei miei orecchini che si sfioravano piano mentre inclinavo la testa. Lui rispose al bacio, una mano che saliva a sfiorarmi la nuca, l’altra che mi avvolgeva la vita, tirandomi più vicina. Il bacio si approfondì, le nostre bocche che si muovevano con una lentezza esitante, esplorando, assaporando. La sua lingua sfiorò la mia, un tocco gentile che mi fece rabbrividire, e io ricambiai, sentendo il calore diffondersi dal petto alle dita dei piedi. C’era solo lui, il suo respiro che si mescolava al mio, il tintinnio persistente degli orecchini che accompagnava ogni movimento, un ritmo intimo, privato.
Ci staccammo piano, le fronti che si toccavano, il fiato che si condensava in una nuvoletta condivisa. I suoi occhi erano vicini, vulnerabili, e io sorrisi, le guance arrossate non solo dal freddo. - È… bello,- sussurrai, l’accento che rendeva la parola più dolce. Lui rise piano, un suono caldo contro il gelo. - Sì. Molto bello.-
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Restammo lì, sulle rive del lago ghiacciato, con i rami incrostati che vegliavano su di noi, un momento in quell’inverno di cristalli e silenzio.37Please respect copyright.PENANA9NFmTP4Qlv


