23 dicembre 2028
Era tardo pomeriggio, e il buio già si era infilato nella stanza come un ospite non invitato, tingendo tutto di un grigio malinconico che filtrava dalle finestre appannate. Fuori, il freddo mordeva piano, un freddo secco che non aveva più la rabbia della neve caduta in mattinata, ma che lasciava un velo di gelo sulle strade e sui vetri. La nevicata era smessa verso le undici, lasciando dietro di sé un silenzio ovattato, interrotto solo dal fruscio occasionale di un’auto lontana o dal vento che sfiorava i rami nudi degli alberi.
Ero ancora a casa di Alex, raggomitolata sul divano con una coperta logora che odorava di lui – un misto di sapone economico e caffè stantio – e sentivo il corpo debole, come se ogni muscolo fosse fatto di cotone bagnato.
La febbre era passata la notte scorsa, un sollievo improvviso che mi aveva lasciato sudata e tremante, ma la tosse e il raffreddore persistevano, un suono rauco che mi scuoteva il petto ogni volta che inspiravo troppo a fondo. Tossivo piano, coprendomi la bocca con il dorso della mano, e mi chiedevo quanto tempo ci sarebbe voluto per sentirmi di nuovo intera, per camminare senza che le gambe tremassero.
La giornata era passata lenta, un flusso di ore che avevo riempito come meglio potevo, nonostante la debolezza che mi teneva inchiodata al divano.
Alex era uscito presto per il lavoro, lasciandomi la chiave sul tavolino e un biglietto scritto a mano: <
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Avevo obbedito, in parte, un uovo sodo e un po’ di pane secco dalla cucina, che mi era sembrato cenere in bocca, ma la noia, quella compagna silenziosa della malattia, mi aveva spinto a muovermi. Non potevo stare ferma a fissare il soffitto del monolocale, con le sue crepe che sembravano mappe di un mondo che non conoscevo. Così, mi ero alzata piano, le gambe molli come gelatina, e avevo iniziato a mettere a posto la casa, un lavoro che mi dava un senso di controllo, un modo per ripagare la gentilezza di Alex senza doverlo dire ad alta voce.
Avevo iniziato dalla cucina, la più piccola che avessi mai visto: un bancone malconcio con un frigo che ronzava come un insetto ostinato, e un lavandino pieno di piatti del giorno prima. Li avevo lavati con movimenti lenti, l’acqua calda che mi scottava le dita arrossate dal detersivo, e mentre sfregavo le padelle incrustate, pensavo a quante volte avevo fatto lo stesso al ristorante, con le mani immerse fino ai gomiti, il vapore che mi appannava gli occhiali. Ma qui era diverso: non c’era il rumore dei clienti, il clangore delle posate, la voce di Marco che borbottava ordini. C’era solo il silenzio, interrotto dal mio respiro affannoso e dalla tosse che mi interrompeva ogni pochi minuti. Avevo asciugato i piatti con uno strofinaccio pulito e li avevo sistemati sugli scaffali, allineandoli con cura, come se quel piccolo ordine potesse bilanciare il caos dentro di me.
La febbre mi aveva lasciato esausta, un velo di stanchezza che mi avvolgeva la testa, ma continuare a muovermi mi dava un ritmo, un scopo. In Moldavia, mia nonna diceva sempre che il lavoro cura l’anima, e quel giorno, mentre pulivo, mi chiedevo se fosse vero, o se fosse solo un modo per non pensare alla solitudine che mi stringeva il petto.
Poi ero passata al soggiorno, quel divano-letto sfatto che era stato il letto di Alex per le ultime notti. L’avevo rifatto con lenzuola fresche che avevo trovato nel cassetto, lisciando le pieghe con le mani tremanti, e avevo spolverato il tavolino basso, dove giacevano una pila di libri gialli, romanzi vecchi, con copertine consumate, e un telecomando impolverato.
C’era una foto incorniciata, sul muro: Alex da giovane, con i capelli più lunghi e un sorriso aperto, accanto a una donna che doveva essere sua madre, entrambi in una spiaggia veneta, con il mare turchese sullo sfondo. L’avevo sfiorata con il dito, chiedendomi chi fosse l’uomo che sorrideva in quella foto, così diverso dal Alex che conoscevo, con le rughe leggere agli occhi e quel velo di stanchezza che non se ne andava mai. Avevo pulito il vetro della cornice con un panno umido, lasciando che i miei pensieri vagassero: quante storie nascondeva quel monolocale? Quante notti solitarie, quanti sogni rimandati? La tosse mi aveva interrotto, un accesso che mi aveva fatto chinare in avanti, le lacrime agli occhi, e mi ero seduta sul divano per riprendere fiato, il cuore che batteva irregolare. La debolezza fisica era un peso costante, un velo che offuscava tutto, ma in quei momenti di pausa, la mia mente tornava a casa, alla Moldavia, ai campi coperti di neve giocavo da bambina, inseguendo fiocchi con le mani tese. Qui, a Milano, la neve era diversa: sporca, mista a cenere, un promemoria di Hekla che aveva portato il caos anche qui, con voli cancellati e turisti scomparsi.
Avevo continuato, nonostante tutto. Il bagno era il prossimo: una stanza angusta con piastrelle crepate e un asciugamano appeso storto.36Please respect copyright.PENANA4jd9oBzF6z
L’avevo lavato con un panno e sapone, sfregando le macchie di calcare sul lavandino, e mentre lo facevo, mi chiedevo perché mi sentissi in dovere di rimettere a posto la casa di uno sconosciuto, o quasi.
Alex non me l’aveva chiesto; era stato lui a portarmi qui, a coccolarmi come una bambina, con tè e medicine, senza una parola di rimprovero. Era un gesto che non capivo del tutto, che mi faceva sentire grata e allo stesso tempo a disagio, come se stessi invadendo uno spazio che non mi apparteneva. In Moldavia, aiutare era un dovere, un filo che legava le persone; qui, a Milano, sembrava un lusso che non potevo permettermi.
Avevo asciugato il pavimento con movimenti lenti, le ginocchie che protestavano, e poi ero passata alla camera, un angolo separato da una tenda logora, dove il letto era rifatto con cura, ma i cassetti del comodino erano semiaperti, pieni di fogli e ricevute. Non avevo toccato niente lì; era troppo personale, troppo vicino al cuore di Alex. Invece, ero tornata in soggiorno, mi ero seduta sul divano e avevo chiuso gli occhi, lasciando che la tosse mi scuotesse piano, un suono che echeggiava nel silenzio della casa.
Ora, mentre il buio si infittiva, sentivo i passi di Alex sulle scale, un ritmo familiare che mi fece sorridere nonostante la stanchezza. La porta si aprì con un cigolio, lasciando entrare una folata di freddo che portava l’odore di neve e asfalto umido. Lui entrò, chiudendo la porta con un tonfo sordo, e posò la borsa della spesa sul bancone della cucina. Indossava il cappotto scuro, e il suo viso era segnato dalla fatica, con le rughe agli occhi più profonde del solito. Mi vide sul divano e sorrise, quel suo sorriso stanco ma caldo che mi scaldava più del termosifone.
– Ciao, Yelena – disse, togliendosi il cappotto e appendendolo all’attaccapanni. – Come stai oggi?-
Mi tirai su un po’, la coperta che scivolava sulle ginocchia, e tossii piano, coprendomi la bocca. – Molto meglio – risposi, la voce ancora rauca, con quell’accento dell’est che rendeva le parole un po’ più dure, un po’ più mie. – Febbre andata. Solo tosse, raffreddore. Grazie a te.-
Lui annuì, venendo a sedersi sul bordo del divano, la mano che sfiorava la mia fronte con un gesto gentile. – Bene. Hai mangiato? Ho portato uova, pane.-
– Un po’ – dissi, e gli mostrai il piatto vuoto sul tavolino. – Ho… pulito. Casa più bella ora.-
Alex rise piano, un suono basso che riempì la stanza. – Non dovevi. Ma grazie. Sembri meno debole. Buona notizia.-
Gli chiesi, come facevo ogni giorno, – Come lavoro? Oggi meglio?-
Lui scrollò le spalle, il viso che si incupiva per un momento. – Meglio lasciare perdere – disse, la voce piatta, come se parlasse di un tempo brutto. – Tavoli vuoti, Marco nervoso. Cenere da Hekla ha spaventato tutti. Turisti zero. Ma sopravvivo.-
Annuii, sentendo un nodo di dispiacere per lui. Alex lavorava duro, con quel suo modo silenzioso di sopportare tutto, e vederlo così, con la schiena curva dalla fatica, mi faceva male. – Mi dispiace – dissi piano. – Per te, per tutti.-
Lui mi guardò, gli occhi castani che sembravano vedere oltre le mie parole. – Non è colpa tua. Facciamo cioccolata calda? Fuori fa freddo, e le ultime luci… guarda.-
Mi voltai verso la finestra, dove il crepuscolo tingeva le nuvole residue di un cupo color brace, un arancione sporco che sfumava nel viola, come brace morente in un camino. Era bello, in un modo malinconico, un cielo che sembrava riflettere il mio umore, non più febbre alta, ma ancora debolezza, un fuoco che covava sotto la cenere. Alex si alzò, andando in cucina, e sentii il rumore della pentola che si riempiva d’acqua, il tintinnio della polvere di cacao che cadeva nella tazza. Preparò due tazze, con zucchero e un po’ di latte, e me ne porse una, il vapore che saliva piano, portando un profumo dolce che mi fece venire l’acquolina in bocca.
Ci sedemmo vicini sul divano, le tazze calde tra le mani, il silenzio confortevole interrotto solo dalla mia tosse occasionale. Sorseggiai la cioccolata, il sapore ricco che mi scaldava la gola, e guardai fuori, dove il buio vinceva piano sul crepuscolo. – Tra qualche giorno Natale – dissi, la voce un po’ esitante. – Strano, qui. Sola.-
Alex annuì, bevendo un sorso dalla sua tazza. – Già. Per me, è solo un giorno. Ma il ristorante chiude per festività, Natale e Capodanno. Ne vorrei approfittare… andare a farmi un giro in Veneto.-
Lo guardai, sorpresa, la tazza ferma a mezz’aria. – Perché Veneto?-
Lui sorrise, un sorriso nostalgico che gli incurvava le labbra. – Sono originario di lì. Vicino a Treviso. Voglio visitare un posto della mia infanzia. Un lago, dove andavo con i miei. Acqua chiara, alberi. Niente come Milano.-
Annuii, immaginando quel posto: un lago tranquillo, lontano dal caos della città, con il freddo che mordeva ma senza la cenere di Hekla. – Suona bello – dissi. – Se sto bene, vengo con te? A meno che non vuoi stare con parenti.-
Lui mi guardò, gli occhi che si addolcivano. – Vieni. Niente parenti. Solo noi. Se vuoi.-
– Non ho parenti a Milano – dissi piano, la voce che tradiva un velo di tristezza. In Moldavia, il Natale era diverso: ortodosso, il 7 gennaio, con la neve alta sui campi e il suono dei carillon che echeggiava nelle strade. Mia madre preparava sarmale, cozonac, e noi cantavamo colinde intorno a un albero addobbato con stelle di carta. Qui, era un giorno vuoto, un’eco lontana. – Accetto. Grazie.-
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Sorseggiammo in silenzio, il calore della cioccolata che ci avvolgeva.36Please respect copyright.PENANAqGB3ugFBik


