Il Moose’s Tavern era quasi vuoto. La mezzanotte era passata da un pezzo, e i pochi avventori rimasti sembravano ombre dimenticate, affondate nei loro bicchieri e nei propri pensieri. Fuori, la neve cadeva fitta, lenta, come un tempo antico che non sapeva più scorrere.
Solo il bancone restava illuminato da una lampada fioca, che diffondeva una luce gialla e tremolante, come una brace sul punto di spegnersi.
Ero ancora lì. Senza un vero motivo. O forse sì. Forse perché parlare con lei, in quell’ora sospesa, era stato più facile di quanto credessi. O forse perché, per la prima volta da mesi, qualcuno mi aveva ascoltato senza volerlo aggiustare.
— Quindi, Michigan — disse Alexa, appoggiandosi con calma al bancone, un bicchiere di vino tra le dita. — Cosa ti ha spinto a mollare tutto per Thunder Bay? —
Guardai il fondo del mio bicchiere, il vetro bagnato di condensa. — Una storia finita male. —
— Una donna? —
— Qualcosa del genere. —
Lei annuì. Nessuna curiosità inopportuna, solo presenza. — Io sono scappata dalla Norvegia. Un fidanzato che mi controllava tutto. I messaggi. I vestiti.. — Fece una pausa, come per scegliere bene le parole. — A volte le persone che amiamo sono quelle che ci fanno più male. —
Alzai lo sguardo. Era la prima volta che Alexa parlava davvero di sé. I suoi occhi, limpidi e freddi come un lago invernale, sembravano più trasparenti sotto quella luce.
— E ora? — chiesi, senza sapere bene perché.
— Ora servo birra a uomini che non sanno cosa vogliono — rispose lei, con un sorriso stanco ma senza rancore. — E ogni tanto, spero ancora di incontrare qualcuno che non mi faccia paura. —
Seguì un silenzio quieto. Non imbarazzante, solo… umano. Alexa si avvicinò di qualche centimetro, e sentii il suo profumo: vaniglia e spezie, caldo come una cucina in inverno.
Poi, senza avviso, mi baciò.
Fu un gesto semplice, privo di urgenza. La sua lingua aveva il sapore del vino, e per un istante mi lasciai andare. Le mani trovarono i suoi fianchi, leggere. Per un attimo, tutto il freddo, tutta la solitudine sembrarono sospesi.
Ma la memoria non dormiva.
Come un coltello sottile, il ricordo di Elita si fece spazio. Una ferita ancora viva.
— Scusa — mi staccai di colpo, il respiro corto, gli occhi sfuggenti. — Non sono pronto per una relazione. —
Alexa mi guardò, senza rabbia. Solo confusa. — Non ho chiesto una relazione. Solo un bacio. —
— Lo so. Ma io… non posso. —
Mi alzai, infilai il giubbotto in fretta e uscii, lasciandomi il calore del locale alle spalle.
Fuori, la notte era immobile.
La strada verso casa sembrava un tunnel di neve e vento. I lampioni proiettavano una luce opaca che si spezzava contro i fiocchi. Il vento mi graffiava il viso, ma non sentivo freddo. Sentivo un vuoto. Un nodo stretto in gola, il battito del cuore troppo forte, come se volesse uscire.
Cosa cazzo ho fatto?
Quando aprii la porta del mio appartamento, il gelo mi accolse come un vecchio compagno. Mi lasciai cadere sul letto senza spogliarmi, gli occhi rivolti al soffitto, il respiro irregolare.
L’alcol offuscava i pensieri, ma non abbastanza. Non da cancellare la colpa. Non da sedare la domanda.
Perché mi sono allontanato? Perché ho paura?
Chiusi gli occhi. Tentai di non pensare.
Ed è allora che lo sentii.
Un sussurro.
Non veniva da fuori. Era dentro.
" Il tuo cuore batte così solo perché è intrappolato in una gabbia di costole."
Aprii gli occhi. Il corpo rigido, le mani fredde.
"Devi volerlo davvero…"
Era la voce di Elita. Ma non com’era nei ricordi. Più fredda. Più vicina. Più viva, in un modo diverso.
Mi misi a sedere, il respiro corto, il sudore gelato sulla schiena. La stanza era immobile. Nessun rumore. Nessun movimento.
Fuori, la neve continuava a cadere. Silenziosa. Costante.
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