Nevicava. Nonostante in lontananza ci fosse il sole dell'alba.
Non era una nevicata qualunque. Era come se il cielo stesse crollando. Ogni fiocco cadeva lento, pesante, obbediente a una forza più grande, come se volesse coprire tutto. Come se il mondo stesse diventando un’unica, immensa lapide.
Camminavo. Non sentivo più i piedi. Né le mani. Solo il cuore. E quel vuoto che faceva rumore dentro il petto.
Avevo lasciato la baita all’alba.
Il corpo di Elita era lì. Disteso sul pavimento, ancora caldo, avvolto in una chiazza di sangue.
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Non sapevo dove stessi andando. Avevo percorso il sentiero con le gambe che tremavano, senza giacca, senza direzione. Solo con il ricordo di lei che mi urlava dentro la testa, come un’eco sottile.
Mi fermai in mezzo agli alberi. Intorno a me solo neve. Tronchi bianchi, silenziosi. Rami piegati sotto il peso del gelo.
Mi sedetti su una roccia. Respiravo a fatica.
Avevo freddo. Ma anche quello sembrava un ricordo.
Respirai a fondo una boccata di aria gelata.
Era finita.
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Avevo smesso di esistere.
Il dolore era troppo grande per chiamarsi dolore. Non bruciava. Non urlava. Era diventato qualcosa di piatto, bianco anch’esso, come la neve che continuava a posarsi sulle mie spalle, sui capelli, sulle ciglia. Mi cadeva addosso senza che me ne accorgessi, come se il mio corpo non appartenesse più a me.
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Dopo un tempo che non saprei misurare, mi rialzai.
Le ginocchia erano rigide. Le mani livide. La pelle, in certi punti, screpolata e violacea.
Ma ero ancora in piedi.
E qualcosa, da qualche parte, continuava a spingermi avanti.
Non era speranza. Non era perdono.
Forse era solo inerzia.
Ma iniziai a camminare.
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Mi accasciai. Le ginocchia nella neve.
Mi misi a urlare.
Ma la neve inghiottì ogni cosa.
La voce. Il respiro. Il nome.
Elita.
Come un lamento lungo. Come un richiamo lanciato nel vuoto.
Poi, il silenzio tornò.
Un silenzio bianco.
Totale.
Perfetto.
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Mi alzai. A fatica.
Ripresi a camminare, senza una meta.
Solo avanti.
Lasciandomi alle spalle quella croce invisibile che era stata il nostro amore.
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E mentre avanzavo tra gli alberi, capii che non l’avrei più rivista.
Che il suo volto, il vero volto, si sarebbe dissolto piano, come il vapore sul vetro.
Come l’alito in una stanza gelata.
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