La strada per tornare a casa sua era troppo lunga, almeno un'ora e mezza di guida attraverso strade pattugliate, posti di blocco potenziali, telecamere che avrebbero registrato ogni nostro passaggio e il pericolo di essere fermati troppo alto per rischiare.
Inoltre l'orario notturno, quasi le cinque del mattino quando finalmente decidemmo di fermarci, era decisamente sconsigliato per gli spostamenti. I controlli si facevano più frequenti con le prime luci dell'alba, non meno.
Quindi Anastasia prenotò una camera per due in un ostello dove avremmo passato la notte ma sicuramente anche discusso di cosa cavolo stesse succedendo tra noi e con il mondo intero.
Letto e bagno.
Questa era la nostra stanza, una stanza con un'aria decisamente trasandata, moquette sottile da albergo economico, pareti color crema che avevano visto giorni migliori, un odore vago di detersivo che non riusciva a coprire qualcosa di più antico sotto, ma non era il caso di lamentarsi vista la situazione.
La finestra della stanza si affacciava sul fiume Narva, solcato da lastre di ghiaccio spesse vista le temperature che avevano toccato i -25°C nelle ultime notti, e oltre il fiume c'era la Russia. Una frontiera reale, visibile, tangibile che ci separava da un paese che ufficialmente era nostro nemico.
L'ostello si trovava in un'area chiamata Sutthammi Park, un quartiere residenziale, tranquillo, lontano dal centro e dai suoi occhi elettronici,e dopo aver guidato per un'ora evitando aree troppo urbanizzate e piene di telecamere a videosorveglianza, e aver controllato tre volte di non correre rischi prima di parcheggiare, Anastasia aveva pagato per ventiquattro ore usando un proprio documento.
I miei documenti avrebbero fatto capire immediatamente le mie posizioni alle forze dell'ordine. Ogni scansione. Ogni controllo. Ogni biglietto comprato online sarebbe stato una traccia.
-Cosa ci facevi in quel posto?- le chiesi una volta che fummo comodi o quanto "comodi" si poteva essere in una stanza da quaranta euro a notte con un letto che scricchiolava solo a guardarlo.
-La stazione era piena di militari.- spiegò lei mentre si toglieva le scarpe con movimenti lenti, stanchi -quindi sono tornata indietro per assicurarmi che non ti avessero preso. Poi ho letto l'orario del treno per Tapa sul tabellone elettronico e ho capito che non avevi fatto in tempo a partire. L'ultimo era partito alle 01:30, il prossimo alle 04:30... e tu non c'eri su nessuno dei due.-
Fece una pausa, togliendosi la giacca
-Allora ti ho cercato.-
-Decisamente una città molto grande per farlo.- ironizzai, ma c'era qualcosa nella mia voce che non era affatto ironico, era gratitudine, forse, o incredulità.
-Infatti stavo per andarmene.- ammise lei – -fino a quando non ti ho visto scappare dalla polizia. E dal momento che questa città la conosco come le mie tasche – ci sono nata, ci ho vissuto tutta la vita, sapevo quali scorciatoie avresti potuto prendere. Quali vie secondarie. Dove ti saresti rifugiato.-
-Hai corso dei rischi notevoli.- dissi, e le parole mi uscirono più pesanti del previsto – -solo per aiutarmi. Un disertore. Uno sconosciuto.-
-Sono stata attenta.- disse lei semplicemente, come se fosse la cosa più naturale del mondo – -e comunque non c'è di che.-
-Sono solo preoccupato per te.-
Le parole uscirono prima che potessi fermarle. Vere. Troppo vere.
-Mi chiedo piuttosto come abbiano fatto a localizzarti.- continuò lei ignorando la mia preoccupazione o forse archiviandola per dopo, -era come se ti stessero aspettando esattamente lì.-
-La risposta è molto semplice.- la sua voce divenne più tecnica, più fredda – -tu sei un disertore. L'identikit viene diffuso tra tutti i reparti dell'esercito e della polizia estone. Ora viene riconosciuto tramite IA attraverso le corrispondenze somatiche del viso, telecamere intelligenti che scandiscono ogni volto che passa, lo confrontano con il database, e se c'è una corrispondenza superiore al 87%...-
Lasciò la frase incompiuta, ma il significato era chiaro.
-Geniale. Avrei dovuto immaginarlo.-
-Non lo hai fatto.- Fece un mezzo sorriso che non raggiunse gli occhi – -fortuna che sia passata io.-
-Cosa facciamo ora?-
Anastasia si sedette sul bordo del letto, il letto, nostro letto per la notte, e prese un respiro profondo prima di rispondere.
-Primo: sono le cinque del mattino, quindi adesso dormiamo. Non corriamo rischi di essere trovati in questo momento, nessuna pattuglia verrà a cercare in un ostello sconosciuto a meno che non abbiamo lasciato tracce evidenti. Secondo: ormai per un po' io e te dovremmo collaborare, perché ci sono dentro anche io ora. Ti ho aiutato, ti ho nascosto, ti ho portato via dalla scena di un inseguimento. Se mi scoprono, sono complice.-
Fece una pausa, lasciando che le parole affondassero.
-Terzo: domani penseremo a qualcosa. Insieme.-
Dovevo ammettere che si era data molto da fare. Più di quanto avessi mai immaginato da qualcuno che mi aveva puntato una pistola meno di ventiquattro ore prima.
-Grazie di essere tornata, Anastasia.-
Lei mi guardò per un istante, qualcosa passò nei suoi occhi, veloce, indecifrabile, poi abbassò lo sguardo e iniziò a spogliarsi con movimenti pratici, senza finte modestie o teatralità.
Si stava già mettendo sotto le coperte. I vestiti erano piegati con cura sulla sedia accanto alla finestra, giacca, maglione, jeans, calzini, tutti allineati, e lei restava in mutande e reggiseno, tessuti scuri contro pelle chiara.
In effetti la stanza era forse fin troppo riscaldata, il termosifone sotto la finestra sibilava calore che si diffondeva nell'aria stagna, o forse ero solo io che avevo freddo dentro da troppo tempo.
-Non c'è di che.- disse lei sdraiandosi sul lato sinistro del letto, spostando la coperta per fare spazio -ora dormiamo.-
Mi tolsi gli abiti restando solo in mutande e canottiera, sentendo l'aria della stanza contro la pelle nuda delle braccia e del petto, quindi spensi la luce e mi misi sotto le coperte a sinistra di lei che mi dava di schiena.
Nel buio, un buio totale, denso, confortante, sentii il suo respiro regolare che si alzava e abbassava con un ritmo lento, calmo. Il profumo dei suoi capelli, qualcosa di floreale, delicato, lei riempiva il ristretto spazio tra i nostri corpi.
Nessuno parlò per un po'. Il silenzio non era imbarazzante. Era... carico. Di qualcosa che nessuno dei due sapeva nominare.
Allungai un braccio verso di lei nel buio, cercando la sua mano, la trovai calda, rilassata, abbandonata sul lenzuolo, e lei la strinse incrociando le sue dita tra le mie con una pressione leggera ma decisa.
Non sapevo cosa pensare di lei. Non esisteva un termine per quella strana situazione tra di noi, non amici, non amanti, non nemici, non sconosciuti, e forse era meglio così. Le etichette limitano. Le definizioni imprigionano.
Quanto era importante lei per me?
Nessuno di noi disse niente, molto spesso il silenzio vale più di mille parole, silenzio e respiri che tornavano gradualmente normali, poi il suo respiro divenne profondo, regolare, lento.
Si era addormentata.
Quel sonno non fu diverso dagli altri.
Nessuno dei sonni che avevo fatto negli ultimi anni era stato "diverso." Erano tutti la stessa cosa vestita di abiti diversi, la stessa ferita che cambiava nome ma non profondità.
Pochi anni nell'esercito, e in differenti missioni a scopo militare in paesi che la maggior parte delle persone non sarebbe nemmeno riuscita a trovare su una mappa, sono in grado di mutare per sempre l'inconscio di un uomo. Lo scompigliano. Lo riempiono di cose che non dovrebbero esserci. Lo trasformano in un luogo dove i morti camminano e i vivi non sono mai al sicuro.
Stavolta mi trovavo direttamente in un teatro di guerra vera e propria, non una ricostruzione, non un ricordo filtrato dal tempo, ma una ripresa esatta, cristallina, atroce, dove da anni si consumava una guerra senza fine per il controllo delle risorse petrolifere che nessuno al di fuori di quelle terre avrebbe mai toccato.
Dopo il crollo del governo di Saddam Hussein nel 2003, quel governo dittatoriale che per decenni aveva tenuto a freno varie fazioni rivali che per generazioni si erano combattute tra di loro in un odio ancestrale che nessuno dall'esterno poteva davvero comprendere, il Paese era diventato vittima di questa guerra e attentati terroristici in una spirale che sembrava non avere mai fine.
Durante i combattimenti per riprendere il controllo del territorio di una regione controllata dal nemico chiamato Stato Islamico, quei mostri in nero che tagliavano teste in video girati con telecamere da mille euro, non si era mai sicuri di nulla. Non si era mai sicuri di nessuno.
Le donne coperte dal burqa che fuggivano dalle loro case distrutte potevano essere madri disperate. Potevano essere portatrici di esplosivo sotto i vestiti. Potevano essere entrambe le cose, una madre disperata e un'arma, perché la guerra rende impossibile distinguere.
I guerriglieri che si arrendevano con le mani alzate potevano essere combattenti stanchi. Potevano essere kamikaze con il detonatore in mano pronti a farsi esplodere con lo scopo di portare con sé più vittime possibili. Potevano essere ragazzi di quindici anni costretti a combattere sotto minaccia di morte per le loro famiglie.
Le Forze Armate Europee venivano mandate lì sia come rinforzo agli americani, sempre presenti, sempre in troppi, mai abbastanza, sia con lo scopo di migliorare la loro esperienza sul campo di battaglia in missioni della durata che variava da sei mesi a un anno in una coalizione con altre forze armate straniere.
Dal momento che le Forze Armate Europee erano sorte in meno di un decennio per rendere l'Europa più autonoma da altri paesi e per fronteggiare il rischio di una grande guerra con la Russia, quella guerra che ora sembrava imminente al confine estone, la scarsa esperienza generale spingeva alla necessità di prepararle non solo mediante diversi tipi di addestramento, ma anche in altri campi di battaglia veri.
Campi di battaglia dove la gente moriva davvero.
Quella preparazione per la maggior parte dei soldati fu utile, si imparava a sparare, a scavare trincee, a non fidarsi di nessuno, ma con un notevole cambiamento psicologico che nessuno ti preparava ad affrontare.
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Durante uno dei combattimenti in un centro abitato devastato dai bombardamenti ancora dai tempi di Saddam, edifici sventrati che mostravano interni come viscere aperte, strade piene di macerie che nessuno puliva da settimane, un odore di polvere, carne marcia e esaurimento che entrava nei polmoni e non ne usciva mai più un bambino che non doveva avere più di cinque anni venne rilasciato di proposito da un punto non precisato degli edifici mezzi distrutti da anni di guerra.
Era in corso una sparatoria con alcuni terroristi che non volevano arrendersi e si nascondevano tra gli edifici tenendo delle famiglie in ostaggio, donne, bambini, vecchi usati come scudi umani, e per giunta io e i miei commilitoni eravamo bloccati e riparati dietro a un muro crollato che offriva protezione minima dai proiettili che ci piovevano addosso come pioggia metallica.
Il bambino stava correndo con sguardo perso immerso tra le rovine, vestiti strappati, piedi nudi, viso sporco di polvere e lacrime secche, forse a cercare la madre. Forse a cercare qualunque cosa che sembrasse sicurezza in un mondo che non ne aveva più.
Gli gridammo di nascondersi. Di andarsene. Di tornare indietro. Gli facemmo pure un cenno con la mano rischiando un proiettile che ci fischiò vicino all'orecchio, ma molto difficilmente quel bambino ci avrebbe capiti in qualunque senso.
Dopotutto era l'ultima cosa che ci aspettavamo di vedere in una situazione del genere, innocenza in mezzo alla carneficina, anche se di persone in fuga dalla guerra ne vedevamo tutti i giorni. Madri con bambini in braccio. Vecchi trascinati dai figli. Interi villaggi in marcia verso un nowhere che non esisteva.
Stranamente il bambino non piangeva.
Lo notai subito, quel silenzio, in un posto dove tutto urlava, era sbagliato, era contro natura, e tuttavia ciò che mi accorsi all'ultimo istante fu che un mio commilitone, Emmanuel il francese, aveva abbandonato la sua postazione per fare l'eroe.
-EMMANUEL NO! È UNA TRAPPOLA!-
Gli intimammo tutti di tornare indietro, voci che si sovrapponevano, grida disperate che nessuno ascolta mai, ma era troppo tardi. Lui aveva già raggiunto il bambino per portarlo a riparo, le sue braccia che si tendevano verso quel piccolo corpo innocente, il suo viso che sorrideva nonostante tutto perché stava salvando qualcuno, stava facendo la cosa giusta, stava essere umano in un luogo dove l'umanità era morta da tempo.
Fu l'ultima cosa che vedemmo prima che un'esplosione devastante squarciasse l'aria sollevando una nuvola di detriti che ci accecò per istanti interi.
Un bambino-kamikaze. Con una bomba nascosta sotto i vestiti, comandata a distanza da qualcuno che guardava da una finestra e premeva un bottone come se niente fosse.
I detriti dell'esplosione piovvero su di noi, accucciati dietro il muro, gli occhi che bruciavano di polvere, le orecchie che ronzavano come se contenessero uno sciame di api, alcuni fumanti ancora roventi, altri tiepidi e umidi in un modo che preferivo non pensare a cosa fossero.
Furioso per la perdita, Emmanuel, cristo santo, Emmanuel, e disgustato allo stesso tempo da un mondo che poteva concepire una cosa del genere, localizzai la posizione del responsabile a una distanza di diversi metri.
Visibile appena su una finestra senza vetri, tra le macerie di un secondo piano crollato.
Le mie mani tremavano mentre alzavo il fucile.
Il mio dito trovò il grilletto.
E il mondo diventò rosso.
-EY! SVEGLIA!-
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Un urlo. Mani che mi scuotevano. Un nome, il mio nome, chiamato con voce impaurita.
Mi risvegliai sul letto dell'ostello con un rantolo strozzato in gola, il cuore che batteva così forte da far male, il sudore che mi bagnava la canottiera come se fossi caduto in un fiume.
Anastasia era accanto a me, seduta, in reggiseno e mutande, i capelli scomposti, gli occhi grandi e spaventati, che mi guardava con un'espressione che non avrei mai dimenticato.
Preoccupazione. Terrore. Qualcosa che somigliava... a dolore?
-Incubi?- chiese, e la sua voce era appena un sussurro.
-Ricordi,- La parola mi uscì strangolata, come se avessi ingoiato sabbia -che ore sono?-
-Le quattro del pomeriggio quasi.-
Dodici ore. Avevo dormito dodici ore. Il sogno, l'incubo, era durato una vita compressa in pochi minuti di sonno profondo.
-Ora di prepararci.-
Feci per alzarmi dal letto, gambe che tremavano ancora, equilibrio precario, il cervello che non riusciva a staccarsi completamente da quelle rovine, da quel bambino, da Emmanuel che sorrideva mentre correva verso la morte.
-No.-
Lei mi prese la mano. La sua presa era ferma. Calda. Reale.
-È ancora presto. Parliamo un po', se non ti va di dormire.-
-Ma...-
-Non conosco questa parola.- Fece un mezzo sorriso che non raggiunse gli occhi -abbiamo ancora un po' prima che tutto ricominci, quindi vorrei approfittarne. Qui siamo al sicuro. Almeno per ora.-
Distesi la testa sul cuscino, rassegnato, esausto, ancora tremante, e mi voltai verso di lei.
-Tu hai dormito un po'?-
-Sì. Mi sono svegliata poco fa.-
-Ti ho svegliata io?-
-Sì.-
Una pausa. Lei abbassò lo sguardo.
-Urlavi. Piangevi, forse, era difficile dire con il sudore, e ti agitavi come se stessi combattendo qualcuno. Ho provato a svegliarti diverse volte prima di riuscirci.-
-Scusami. Ogni tanto mi succede.-
-È la seconda volta che lo noto.- disse lei, e c'era gentilezza nella sua voce che non meritavo -ma deve essere più di un ricordo o sbaglio, vero?-
Sotto le coperte la sua mano cercò la mia, la trovò, la strinse, non lasciò andare.
-Ce ne sono diversi.- ammisi, e le parole venivano fuori con difficoltà, come se dovessi scavare per tirarle fuori -ognuno in un posto e in una situazione differenti. Sono perlopiù situazioni in cui ero in missione. Cose che ho visto. Cose che ho fatto.-
-Ti vengono spesso?-
-A volte riesco a dormire tranquillo.- Feci una pausa, cercando le parole giuste -altre volte invece parlo nel sonno. O addirittura urlo, svegliando i miei commilitoni o compagni di stanza. A un certo punto hanno smesso di assegnarmi cameratesi.-
-L'eredità della guerra.- concluse Anastasia, e non era una domanda.
-Già.- Annuii, sentendo il nodo in gola che si stringeva – -negli Stati Uniti dopo la essere stati Iraq, alcuni presentavano sintomi identici. C'era questo caso documentato di un veterano che fu beccato di notte dalla moglie mentre scavava una trincea nel giardino di casa loro. Con le mani nude. Convinto di essere ancora laggiù.-
Sbuffai. Non c'era nulla di divertente in quella storia, eppure...
Anastasia scoppiò a ridere.
-Cosa c'è?- chiesi sorpreso, -non credo che per lui siano state belle esperienze.-
-Non intendevo quello.- Fece una pausa per ridere ancora, e c'era qualcosa di liberatorio in quel suo ridere, -è solo che mi sono immaginata la faccia che avrei fatto se al posto di trovarti nel salotto di casa mia, con la pistola in mano e tutto il resto – ti avessi invece scoperto a scavare una trincea in giardino alle sei del mattino.-
L'immagine, assurda, grottesca, impossibile, mi fece sorridere nonostante tutto.
-In effetti.-
-Comunque sia,- il suo tono tornò serio, ma in modo gentile, -immagino che non sia piacevole rivivere le tue esperienze ogni volta che vai a dormire.-
-Preferisco stare sveglio.- La verità, semplice e cruda.
-Se vuoi, un giorno mi racconterai qualcosa.- disse lei -forse potrebbe aiutarti. A parlare, intendo. Con qualcuno che non ti giudica.-
-Stiamo già parlando di un 'noi' in futuro?-
La domanda uscì prima che potessi fermarla, leggera, ironica, ma con qualcosa di più pesante sotto la superficie.
Anastasia ci pensò per qualche istante. I suoi occhi, quelli occhi scuri che avevo imparato a conoscere, si persero in un punto sopra la mia spalla come se cercassero risposte da qualche parte.
-In effetti- disse infine, e la sua voce era bassa, quasi incerta, -nonostante ti conosca da non molto, certe cose ora mi vengono spontanee. Come se... come se ti conoscessi da molto più tempo.-
Ci fu un istante di incertezza tra di noi, qualcosa di pesante, di non detto, di tutto ciò che nessuno dei due sapeva come nominare, che riempì lo spazio tra i nostri corpi come un'onda invisibile.
Non sapevamo cosa dire. Niente di quello che c'era tra noi aveva un nome. Niente di ciò che stavamo costruendo, o distruggendo, aveva una definizione.
-Tu cosa ne pensi?- chiese lei rompendo il silenzio con una voce che cercava di essere neutra e non ci riusciva completamente.
-Non ho un'opinione.-
Questo parve ferirla, vidi qualcosa spegnersi nei suoi occhi, un lieve ritrarsi, tanto che lasciò andare la mia mano sotto le coperte e si drizzò a sedere sul bordo del letto per alzarsi.
-Meglio andare.-
-Anastasia...-
-Dobbiamo pensare a come...- stava per alzarsi dal letto, le spalle che si irrigidivano, il muro che stava risalendo tra noi.
Portai un braccio attorno alla sua vita e la trascinai giù sulle coperte con un movimento che non fu del tutto gentile ma che fu necessario.
-Lasciami stare!-
Fece per rialzarsi, le spalle che si tendevano sotto le mie mani, ma ormai ero sopra di lei e le bloccai entrambe le mani sopra la testa, premendole contro il cuscino.
-Non ho un'opinione su certe situazioni,- mi corressi, guardandola dritto negli occhi – -ma su una cosa sono sicuro. Sei fantastica. E non lo dico perché siamo qui, o perché mi hai salvato la vita, o per qualsiasi altro motivo pragmatico. Lo dico perché ne sono convinto.-
Poi senza permetterle di rispondere, perché se avesse risposto avrei potuto perdere il coraggio, la baciai.
Fu un bacio breve, improvviso, quasi goffo nelle prime frazioni di secondo perché nessuno dei due se l'aspettava davvero, le mie labbra che premevano contro le sue con una forza che non avevo calcolato, troppo, non abbastanza, non so, e quando mi staccai fui sul punto di chiederle scusa.
Non lo feci.
Perché lei mi stava guardando.
E nei suoi occhi non c'era sorpresa. Non c'era rabbia. Non c'era quello sguardo analitico, freddo, valutativo che aveva usato dal primo momento in cui mi aveva trovato nel suo salotto con la pistola in pugno.
C'era qualcos'altro.
-Non lo so.- dissi, e la sincerità della risposta mi spaventò più di qualsiasi esercito nemico -non so cosa sto facendo, Anastasia. Non so cosa sia questo, non so cosa siamo, non so se domani saremo vivi o morti o separati o in prigione. So solo che...-
Mi fermai. Le parole erano lì, dietro i denti, ma uscire significava dare un nome a qualcosa che non ne aveva, e dare un nome significava renderlo reale, e renderlo reale significava che poteva essere perso.
-Solo cosa?- La sua voce era bassa, il respiro corto, e sotto di me sentivo il suo petto alzarsi e abbassarsi contro il mio, il suo cuore che batteva attraverso le costole, attraverso la pelle, attraverso il tessuto sottile che ci separava.
-Solo che non voglio mentirti. Non ora. Non dopo che sei tornata a cercarmi quando avresti dovuto andartene. Non dopo che mi hai nascosto, nutrito, vestito. Non dopo che hai rischiato la vita per un estraneo che è entrato dalla tua finestra come un ladro.-
-Non sei un estraneo.- disse lei, e le parole uscirono con una semplicità che mi tolse il respiro -non lo sei più da un pezzo, Markus.-
-Lo so.-
-È stupido. È pericoloso. È...-
-Lo so.-
-Allora perché?-
Lei sollevò la testa dal cuscino, riducendo la distanza tra i nostri visi a pochi millimetri, e io sentii il suo respiro sulle labbra, caldo, irregolare, vivo.
-Perché domani potremmo non esserci più.- sussurrò -perché fuori da questa stanza c'è un mondo che sta cadendo a pezzi, e noi due siamo qui.-
-Sei sicura?- chiesi di nuovo, e la mia voce suonò stranamente rotta, incrinata da qualcosa che non era paura ma le assomigliava pericolosamente.
-Non parlare più.-
E mi tirò verso di sé.
Aprii la bocca e lasciai che il bacio diventasse qualcosa di più profondo. Il movimento della sua lingua fu lento, esplorativo, non una richiesta disperata ma un invito silenzioso. La assecondai, scoprendo un'intimità che non ricordavo più esistesse. Sapeva di caffè freddo, di fumo di sigaretta, di vita.
Ci separammo per un istante. Breve. Necessario. Entrambi a corto di fiato, entrambi con il cuore che batteva così forte che potevamo sentirlo non solo nel petto ma nella gola, nei polsi, nelle tempie.
Lei mi guardò.
I suoi occhi scuri, a pochi centimetri dai miei, erano diversi ora. La durezza metallica che li aveva caratterizzati dal primo momento in cui li avevo visti, quella freddezza analitica da persona che valuta ogni situazione come una potenziale minaccia, si era sciolta in qualcosa di più caldo, più vulnerabile, più vero. Non erano gli occhi di una ragazza che ti punta una pistola. Erano gli occhi di una ragazza che sta permettendoti di vederla senza armature.
Non disse niente. Non ne aveva bisogno.
Mi prese una mano nelle sue, dita fredde ma ferme, e la portò sul suo fianco dove la pelle era calda e morbida, poi con l'altra mano mi attirò a sé e ci baciammo di nuovo.
Stavolta senza esitazione.
Stavolta le mie labbra si mossero contro le sue con qualcosa di più profondo, più urgente, più necessario, e la sua bocca si aprì sotto la mia con un gemito soffocato che sentii più nello stomaco che nelle orecchie. La mia lingua cercò la sua, la trovò, e il contatto fu come una scossa elettrica che ci attraversò entrambi simultaneamente, facendoci irrigidire per un istante prima di rilassarci l'uno nell'altra con un abbandono che non avevo permesso a me stesso da..non so quando.
Le sue mani risalirono la mia schiena sotto la canottiera, dita che tracciavano la colonna vertebrale vertebra per vertebra, e il tocco era caldo, esplorativo, come se stesse leggendo qualcosa scritto sulla mia pelle in un linguaggio che solo lei poteva decifrare. Le mie mani, più sicure ora, salirono dai fianchi alla vita, sentendo sotto i polpastrelli la curva morbida del suo corpo, la vita stretta, le costole, e poi più su, fino al tessuto del reggiseno che trovai e sganciai con dita che avevano imparato a farlo una volta e non avevano mai dimenticato, anche se il cuore mi batteva così forte che temevo lei potesse sentirlo attraverso il mio petto.
Lei non si tirò indietro. Si inarcò leggermente verso di me per facilitare il gesto, un movimento fluido, naturale, e quando il tessuto scivolò via sentii i suoi seni premere contro il mio petto attraverso la canottiera, pelle contro tessuto contro pelle, e il calore di quel contatto fu come un marchio a fuoco.
Mi tolsi la canottiera con un movimento rapido, quasi brusco, e quando la mia pelle nuda incontrò la sua per la prima volta senza barriere il respiro mi si mozzò in gola.
Calore. Puro, crudo, insopportabile calore.
Il suo petto contro il mio, i suoi seni che premevano contro di me, i suoi capezzoli che sentivo indurire contro la mia pelle come piccoli punti di fuoco, e tutto questo mentre ci baciavamo con una fame crescente che non sapevo di avere e che lei sembrava aver tenuto a freno fino a questo momento esatto.
-Sei bellissima.- dissi, e non era una frase fatta, era la verità, detta con una voce che non riconoscevo come mia.
Lei sorrise, e per la prima volta il sorriso raggiunse gli occhi.
-Tu parli troppo.-
Anastasia mi si mise a cavalcioni, i capelli che le cadevano ai lati del viso come una tenda che ci isolava dal mondo, e mi guardò dall'alto con un'espressione che era metà desiderio e metà sfida, come se stesse dicendo adesso comando io.
Le mie mani andarono ai suoi fianchi, sentendo sotto le palme la curva rotonda delle sue natiche, e la strinsi a me facendola aderire completamente al mio corpo mentre con la bocca cercavo il suo collo, mordendo piano la pelle calda e sottile sotto l'orecchio dove sentii il battito della sua carotide accelerare sotto le mie labbra.
Lei gettò la testa indietro con un gemito che non era più soffocato, un suono basso, gutturale, primordiale, e io tracciai una scia di baci lenta e intenzionale lungo la sua clavicola, sentendo sotto le labbra il sapore leggermente salato della sua pelle, fino a raggiungere i suoi seni che presi tra le mani con una delicatezza che contrastava con la fame che sentivo dentro.
La mia lingua trovò un capezzolo, lo sfiorò, lo morsi piano sentendola irrigidirsi sopra di me, e il suo corpo rispose con un movimento involontario dei fianchi che mi fece trattenere il respiro.
Lei si sporse in avanti, le mani piatte sul mio petto, e mi baciò di nuovo, un bacio profondo, umido, disperato, mentre con i fianchi si muoveva contro di me con una lentezza che era più tortura che piacere.
Le mie mani abbassarono l'elastico delle sue mutande con movimenti lenti, deliberati, sentendo la pelle liscia delle sue cosce sotto le dita, e lei si sollevò appena per permettermi di sfilargliele, poi fu il turno dei miei boxer che lei abbassò con una decisione che non ammetteva esitazioni, e quando i nostri corpi furono completamente nudi l'uno contro l'altra, pelle contro pelle senza più barriere, senza più tessuti, senza più bugie, sentii qualcosa che non sentivo da anni.
Vulnerabilità.
Non la mia. La sua.
La guardai.
La luce del pomeriggio che filtrava dalle tende sottili le illuminava il viso, i capelli sparsi sulle spalle, la pelle arrossata dove le mie mani e le mie labbra erano passate, e nei suoi occhi c'era qualcosa che non avevo mai visto prima in nessuno.
Fiducia.
Non la fiducia strategica che si concede a un alleato temporaneo, non la fiduzione forzata di chi non ha altra scelta. La fiducia totale, vulnerabile, terrificante di qualcuno che sta mettendo la propria vita nelle mani di un'altra persona sapendo che potrebbe esserne distrutto.
-Markus.- disse, e il mio nome nella sua bocca suonò diverso da come l'aveva mai pronunciato, più morbido, più rotto, più vero.
-Sì.-
-Non deludermi.- Non era un ordine. Era qualcosa che stava a metà tra i due, una richiesta fatta da qualcuno che non era abituato a chiedere.
-Non lo farò.-
Non sapevo se fosse una promessa che potevo mantenere. Non sapevo niente del futuro, niente di cosa ci aspettava fuori da quella stanza, niente di cosa saremmo diventati domani o tra un mese o tra un anno. Ma in quel momento, con il suo corpo contro il mio e il suo respiro nella mia bocca, era l'unica verità che importava.
La attirai a me e ci baciammo ancora, un bacio lungo, lento, profondo, mentre con una mano le scostavo i capelli dal viso e con l'altra le tenevo la nuca come se stessi tenendo insieme qualcosa di fragile che poteva rompersi da un momento all'altro.197Please respect copyright.PENANAgzWEXR2gRH
Il fiato le si spezzò in gola.
Il mio si fermò nei polmoni.
Calore. Una pressione che era piacere e dolore insieme, una sensazione di completezza che mi attraversò il corpo come una corrente elettrica partendo dal punto in cui eravamo uniti e risalendo lungo la spina dorsale fino alla nuca.
Restammo fermi per un istante. Un solo istante in cui nessuno dei due si muoveva, in cui tutto era sospeso, trattenuto, come l'aria prima di un temporale, e i nostri occhi si cercarono e si trovarono con una intensità che mi fece stringere il cuore.
Poi lei si mosse.
Lentamente. Con una lentezza che era quasi crudeltà, i suoi fianchi che trovavano un ritmo, un'onda, un movimento che era suo e che mi trascinava con sé come una corrente di cui non potevo fare a meno.
Le mie mani le afferrarono i fianchi, non per guidarla ma per seguirla, per sentire il movimento dei suoi muscoli sotto la pelle, la rotazione delle sue anche, il modo in cui il suo corpo si inarcava all'indietro con ogni spinta esponendo la linea del collo che io raggiungevo con la bocca mordendo e baciando la pelle sudata.
Il sudore si mescolava al mio, i nostri corpi che scivolavano l'uno contro l'altro con un suono umido, liquido, che riempiva il silenzio della stanza insieme ai nostri respiri che diventavano sempre più corti e irregolari.
Lei si chinò in avanti, il suo petto contro il mio, i suoi seni che premevano contro la mia pelle, e mi baciò con una bocca che era calda, umida, aperta, mentre con le mani mi teneva il viso come se avesse paura che potessi scivolare via.
Io la strinsi più forte, le braccia attorno alla sua schiena, sentendo sotto le palme le vertebre una per una, i muscoli che si contraevano e si rilassavano con ogni movimento, e mi mossi dentro di lei con spinte che erano diventate più profonde, più urgenti, più necessarie, come se ogni spinta fosse una parola in una conversazione che non potevamo fare in nessun altro modo.
I suoi gemiti erano vicini al mio orecchio, soffocati contro la mia spalla, e sentire quel suono, quella vibrazione nella sua gola contro la mia pelle, era quasi più intenso del contatto fisico stesso. Erano suoni che non erano né grida né sospiri ma qualcosa a metà, primordiali, animali, che venivano da un posto più profondo della gola e che lei non cercava di nascondere né di enfatizzare.
Anch'io emisi un suono che non riconobbi come mio, un gemito basso, roco, che mi uscì dal petto come qualcosa che era stato compresso per troppo tempo e finalmente trovava uno sfogo, e quando lei lo sentì i suoi movimenti si fecero più rapidi, più urgenti, come se quel suono le avesse dato il permesso di lasciarsi andare a qualcosa che stava trattenendo.
Le spostai la testa all'indietro esponendo il suo collo che baciai sentendo sotto le labbra il suo battito che era impazzito, e lei emise un suono che era quasi un singhiozzo ma non era dolore, era qualcosa di più complicato, qualcosa che stava tra il piacere e il bisogno disperato di essere toccata, sentita, voluta.
Rotolai, invertendo le posizioni.
-Markus...- disse, e il mio nome nella sua bocca suonava diverso, più morbido, più rotto, come se lo stesse dicendo per la prima volta.
-Sono qui.- risposi, e le parole erano così semplici, così insufficienti, ma erano tutto ciò che avevo.
-Sono qui.-
Lei si morse il labbro inferiore, gli occhi chiusi, la fronte contro la mia, e quando i nostri corpi si unirono fu con un movimento lento, deliberato, quasi doloroso nella sua intimità, come se qualcosa che era stato tenuto separato per troppo tempo finalmente si ricongiungesse.
I suoi occhi erano aperti, fissi nei miei, e in quello sguardo c'era tutto ciò che non avevamo detto, tutto ciò che non sapevamo dire, tutto ciò che le parole non sarebbero mai state in grado di esprimere. C'era la paura di ciò che stavamo facendo, c'era il bisogno di non essere soli, c'era la consapevolezza che fuori da quella stanza il mondo stava crollando e che noi due eravamo lì, aggrappati l'uno all'altra come due naufraghi su una zattera che poteva affondare da un momento all'altro.
Le sue mani salirono lungo la mia schiena, le unghie che graffiavano la pelle lasciando tracce roventi, e si aggrapparono alle mie spalle stringendo con una forza che mi fece male ma un male buono, un male che mi diceva che ero vivo, che ero lì, che esistevo per qualcuno.
-Sei qui.- sussurrò lei, e la voce era rotta, spezzata dal respiro affannoso, dal piacere, da qualcosa di più grande di entrambi.
-Sono qui.- risposi, e le parole mi uscirono dalla gola come qualcosa di estratto a forza, qualcosa di vero che non potevo più trattenere.
Lei chiuse gli occhi e mi tirò a sé, la sua bocca che cercava la mia, e ci baciammo mentre i nostri corpi si muovevano insieme con un'urgenza che era diventata insostenibile, un ritmo che accelerava verso qualcosa di inevitabile, un precipizio verso cui stavamo correndo entrambi volontariamente.
Le sue gambe si strinsero attorno a me, i suoi fianchi si sollevarono per incontrare i miei, e il suo corpo si inarcò sotto di me con un movimento che mi fece perdere il controllo del ritmo che avevo cercato di mantenere.
Un istante dopo, o un'eternità dopo, con il suo nome nella mia bocca e il suo corpo che tremava sotto il mio, mi lasciai andare con un'onda che mi partì dalla base della spina dorsale e mi attraversò tutto, ogni nervo, ogni muscolo, ogni cellula, fino a farmi vedere bianco dietro le palpebre chiuse.
E quando alla fine i nostri corpi si fermarono, tremanti, sudati, esausti, e lei crollò sul mio petto con il respiro che bruciava sulla mia pelle, seppi che qualcosa era cambiato in modo irreversibile.
Restammo così.
Uniti. Tremanti. Sudati. I respiri che si mescolavano nell'aria densa della stanza, i corpi che si rilassavano l'uno nell'altra con un abbandono intimo.
Le mie braccia cedettero e mi lasciai cadere di lato, trascinandola con me in modo che non dovessimo separarci, non ancora, non subito, e lei si accoccolò contro il mio petto con la testa sotto il mio mento, i capelli umidi di sudore che mi solleticavano la pelle, il suo respiro che tornava gradualmente normale contro il mio collo.
La trapunta era scivolata per terra. Il lenzuolo era umido dove i nostri corpi erano stati. L'aria della stanza sapeva di noi, di sudore, di respiro, di qualcosa di privato che non avrebbe dovuto avere un nome ma lo aveva.
Non parlammo per molto tempo.
Non ne avevamo bisogno.
E non avevo intenzione di lasciarla andare.
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