Avviandomi sotto la neve verso la stazione ferroviaria notai con sorpresa, una di quelle sorprese che ti gelano il sangue , che c'era un certo numero di militari che ispezionavano il perimetro.178Please respect copyright.PENANA0gnPJfDwF7
Non solo l'esterno. Non solo le strade circostanti.
Il parcheggio.178Please respect copyright.PENANAXdwNpk5sNy
I binari. Gli ingressi. Le uscite. Ovunque guardassi c'erano uniformi che si muovevano con quella precisione irritante tipica di chi sta cercando qualcosa di specifico. Molto probabilmente si aspettavano che avrei tentato di lasciare il paese attraverso le ferrovie ad alta velocità.
Accidenti. Dovevo aspettarmelo.
E invece no. Ero stato stupido, ottimista, convinto che dopo tutto quello che avevo fatto per arrivare fin qui l'universo mi avrebbe concesso un ultimo passaggio gratuito verso la libertà.
L'universo come al solito aveva altri piani.178Please respect copyright.PENANA5T8vPmzBnA
Inoltre avevo lo zaino militare. Quello zaino. Uguale nel colore, nella forma, nelle tasche a tutti quelli che venivano distribuiti al campo da cui ero fuggito, senza dubbio qualcuno avrebbe potuto notare qualcosa di familiare. Schema automatico: Vedo zaino militare → vedo uomo solo → faccio due più due.
Non ero del tutto sicuro che stessero cercando proprio me, poteva essere una routine, un controllo standard, paranoia da parte mia, ma le probabilità non giocavano in mio favore. Mai lo avevano fatto, finora. Perché iniziare ora?178Please respect copyright.PENANATQdoe9kUth
Cercando di non dare nell'occhio, testa bassa, spalle rilassate, passo normale, niente di sospetto, mi avviai con aria indifferente ma costantemente in allerta in direzione della biglietteria dove dovetti, impaziente, attendere cinque minuti di fila dietro a un uomo che odorava di vodka e tabacco.178Please respect copyright.PENANAcHDGRFJBCK
Cinque minuti. Trecento secondi in cui chiunque potesse girare la testa e notarmi. Trecento secondi in cui il mio cuore batteva contro le costole come un uccello in gabbia.178Please respect copyright.PENANAWUkoed4hGi
Quando fu il mio turno il bigliettaio dall'altra parte della vetrina, un personaggio con i baffi dall'aria annoiata che avrebbe preferito essere ovunque tranne che lì a quell'ora, mi chiese attraverso il citofono graffiato dove dovevo andare.
-Un biglietto per Tapa.- dissi, e la mia voce uscì stabile, sorprendentemente normale.
Tapa. Una piccola città a ovest di Narva. Non la mia destinazione finale, ovviamente, non avrei mai comprato un biglietto per la Germania da qui, ma un primo passo. Un modo di muoversi senza dare indicazioni precise su dove fossi davvero diretto.
Il personaggio lavorò per qualche istante con il pannello semitrasparente del computer, dita lente, occhi appannati dalla noia, poi dopo aver stampato il biglietto pagai e lui me lo consegnò attraverso la fessura senza guardarmi in faccia.
Non attesi lo scontrino e mi avviai verso i sottopassaggi che portavano alle rotaie dei treni in cerca degli orari, il cuore che si stringeva ogni volta che un soldato si avvicinava troppo.
-Cazzo.-
Il tabellone elettronico era chiaro, impietoso, definitivo:
Il treno più recente era partito alle 01:30.
Dieci minuti fa.
Dieci maledetti minuti.
Il prossimo sarebbe partito alle 04:30 del mattino. Tre ore. Tre ore intere in cui sarei rimasto qui, in questa stazione, circondato da militari che forse stavano cercando proprio me, con uno zaino che gridava "soldato in fuga" a chiunque avesse occhi per vedere.
Avevo perso il treno per Tapa dieci minuti fa. Questo significava che per le prossime tre ore avrei dovuto elaborare qualcosa, programmarmi le prossime tappe prima di andare in Germania, sopravvivere in qualche modo senza farmi prendere.
Innanzitutto però non sarei rimasto in giro per Narva senza prima essermi andato a riscaldare da qualche parte. Qualsiasi luogo. Possibilmente un locale dove potessi sedermi in un angolo, osservare l'ingresso, avere vie di fuga multiple.
Non avevo sonno, avevo già dormito a sufficienza a casa di Anastasia, più di quanto avessi dormito in settimane, quindi infilai i biglietti nel portafogli e mi avviai rapido verso l'uscita della stazione dei treni, osservando e annotando mentalmente le posizioni dei soldati mentre passavo accanto a loro.
Nessuno aveva un'aria familiare. Sicuramente non appartenevano al mio battaglione norvegese, li avrei riconosciuti, i volti diventano familiari quando vivi con qualcuno ventiquattro ore su ventiquattro per mesi.
Un battaglione in genere era composto da duemila soldati. In Estonia le forze armate europee ne avevano schierati due, di due differenti paesi: uno britannico e uno norvegese. Uno tedesco e uno austriaco erano posizionati in Lettonia. Tutti schierati in modalità intimidatoria lungo il confine russo, come pedine su una scacchiera gigante che nessuno aveva ancora deciso di far muovere.
Tuttavia anche la presenza militare nelle aree urbane, spesso congiunta con altri paesi, era diventata la norma. Attentati di varia matrice e spionaggio erano diventati il pane quotidiano di questo decennio, e la gente aveva smesso di sorprendersi vedendo soldati armati nelle stazioni, negli aeroporti, persino nei centri commerciali.
Non andava meglio in altre parti del mondo dove proteste di varia natura , spesso economica, sempre violente, erano diventate frequenti. Il mondo intero sembrava sul punto di esplodere, e tutti facevano finta di niente.
Uscendo rapido sotto la fitta nevicata, il freddo che mi colpì il viso come una mano gelida, iniziai a percorrere le strade di Narva attraversando strisce pedonali vuote e guardandomi in giro con attenzione finché non vidi un locale ancora aperto nonostante l'ora tarda.
Una luce calda che brillava nel buio. Un rifugio.
Avevo proprio bisogno di qualcosa di caldo. Di normale. Di umano.
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Quando entrai notai che il locale era frequentato da almeno una ventina di uomini tra i venti e i cinquant'anni, operai, forse, o guidatori di camion fermi per la notte, alcuni seduti ai tavoli con il boccale di birra che rifletteva la luce gialla dei lampadari, altri che facevano una partita a biliardo nella sala apposita con il suono secco delle biglie che si scontrava contro il rumore soffuso di conversazioni basse.
Il locale di per sé aveva un aspetto moderatamente moderno, come vasta parte della città, ricostruita dopo l'indipendenza con fondi europei e ambizione da mostrare, fatta eccezione per una serie di palazzi che incrociavano uno stile combinato con quello ancora dell'era URSS, blocchi grigi e funzionali accanto a vetrate colorate e facciate curate.
Mi sedetti su uno sgabello metallico al banco, angolo, visuale sull'ingresso, via di fuga verso il bagno se necessario, e ordinai un caffè beccandomi un'occhiata bizzarra da parte del barista vista la tarda ora e il fatto che evidentemente non ero un abituale.
-Grazie.- dissi una volta che strinsi tra le mani una bella tazza fumante, sentendo il calore penetrare lentamente nelle dita intirizzite dal freddo nonostante i guanti.
Mi ci scaldai per qualche istante le mani, caldo, finalmente caldo, prima di sorseggiare con calma lasciando che il liquido scuro mi scaldasse anche dall'interno.
-Non sei di queste parti, vero?- mi chiese il barista intento ad asciugare i bicchieri per poi metterli l'uno sull'altro pronti per spinare le prossime birre. Aveva una voce rauca, da sigarette e notti insonni.
-Norvegia- dissi -sono in vacanza per qualche giorno qui in Estonia.-
Mentii. Ovviamente mentii.
-Al posto tuo avrei scelto la Spagna- disse passandosi una mano sulla sua testa calva -almeno da quelle parti le spiagge sono sempre calde anche d'inverno.-178Please respect copyright.PENANAMRarRW3FjV
-Da come ne parli sembra che tu ci sia già stato.-
-Ci vado ogni estate a luglio. È un posto che non stufa mai.- rispose con un mezzo sorriso che non raggiunse gli occhi.
Il barista aveva l'aria stanca, stanca fino all'osso, quella stanchezza che non viene dalla mancanza di sonno ma dagli anni che pesano sulle spalle, eppure non sembrava che discutere lo stancasse. Anzi, sembrava apprezzare la compagnia, qualsiasi compagnia, in una notte che altrimenti sarebbe trascorsa a guardare le pareti.
-La prossima volta ci farò un pensiero.- dissi sorseggiando il mio caffè.
-Perché hai scelto proprio l'Estonia?- mi chiese poi lui, e c'era curiosità genuina nella sua voce.
-Non ci ero mai stato. Ero curioso di vedere questo paese in questo periodo dell'anno.-
-Allora spero che ti sia piaciuto. Che lavoro fai?-
-Cameriere in un locale italiano nel mio paese.-
Mentii nuovamente. La seconda bugia in cinque minuti. Stavo diventando bravo in questo.
-Dall'aspetto pensavo fossi un soldato.- disse lui, e le parole mi colpirono come un pugno nello stomaco -negli ultimi anni da queste parti ho perso il conto di quelli con differenti nazionalità che sono passati da queste parti.-
"Ma non mi dire." pensai, sentendo i muscoli che si tendevano sotto la pelle.
-...americani, svedesi, tedeschi...- continuò ad enumerare senza accorgersi del mio disagio -francesi, polacchi, olandesi... sembra che metà Europa abbia deciso di venire a fare una vacanza qui da noi.-
-Capisco.- finii il caffè sentendo il fondo della tazza vuoto contro le labbra -quindi sta arrivando la guerra?-
La domanda uscì prima che potessi fermarla. Curiosità? Bisogno di confermare ciò che già sapevo? O solo voglia di sentire qualcuno dire ad alta voce ciò che tutti pensavano in silenzio?
-Ormai credo che siamo alle porte.- disse arricciando le labbra come se avesse mangiato qualcosa di amaro -la domanda non è "se", ma "quando". E "quanto" durerà.-
-Senti, fammi una birra.- dissi quasi senza pensarci, sentendo il bisogno di qualcosa che mi calmasse i nervi.
-Meglio che cambiamo discorso...- fece il barista, ma c'era qualcosa nel suo sguardo che diceva che anche lui preferiva non pensarci troppo.
-Si figuri, per me non c'è problema. Possiamo continuare se vuole.-
Dal momento che era da un po' di tempo che non giravo e non ero aggiornato sugli avvenimenti nel resto del mondo, le informazioni che avevo erano frammentarie, viste le poche uscite con i permessi che facevo al campo, sapere qualcosa di più su come stavano andando le cose avrebbe potuto essermi utile.
Sempre con il rischio che correvo di essere riconosciuto dalle foto segnaletiche che indubbiamente ora circolavano tra i reparti dell'esercito e della polizia estone. Il mio volto stampato su fogli che venivano distribuiti a chiunque indossasse una divisa.
In tempi normali la pena per un cosiddetto disertore erano dai tre ai sette anni di carcere. In tempi di guerra invece?
Esecuzione marziale. Pubblica. Con un colpo alla nuca.
Mi guardai un istante in giro mentre il barista spillava la birra, schiuma bianca che traboccava dal bordo, annotando posizioni, vie di fuga, possibili ostacoli.
Tutti erano intenti a discutere i propri affari. Uno si era addormentato con le braccia incrociate sul tavolo, la testa penzoloni in avanti. Gli altri mostravano altrettanti segni di stanchezza vista la tarda ora, occhiaie, spalle curve, movimenti lenti.
Nessuno mi guardava. Nessuno mi aveva riconosciuto. Per ora.
-Ho sentito che recentemente sono iniziati i test nucleari nello spazio.- disse il barista porgendomi la birra con movimenti automatici.
-Grazie. Avevo sentito qualcosa di simile. Stanno testando le armi a impulso elettromagnetico.- dissi, e parlare di cose normali, politica, tecnologia, cose che succedevano nel mondo, mi faceva sentire stranamente umano.
-Già. Per neutralizzare l'elettronica del nemico in caso di guerra.- disse lui.
-Lo facevano anche ai tempi della Prima Guerra Fredda.- commentai sorseggiando la birra, sentendo l'alcol che mi scaldava la gola.
-Sì, ma stavolta è diverso. Parlano di far saltare i satelliti spia stranieri.- disse il barista abbassando la voce come se qualcuno potesse ascoltare. -Immaginate se domani tutti i GPS smettessero di funzionare. Tutta la comunicazione satellitare. Tutto.-
-Dove lo hai sentito?-
-In televisione. Ne hanno parlato tutti i notiziari. Non li guardi?-
-Non ultimamente.-
La conversazione si protrasse a lungo, guerra, economia, paure condivise di un mondo che stava cambiando troppo in fretta, interrotta solo periodicamente da qualche cliente che ordinava l'ultimo giro prima della chiusura.
Poco dopo decisi di levare le tende. Sperando di non essere riconosciuto dalla polizia o dai militari che sicuramente pattugliavano le vicinanze della stazione.
Pagai il conto, contanti, nessuna traccia elettronica, e mi avviai verso l'uscita con il cuore che iniziava a battere più forte senza un motivo apparente.
-Buon viaggio di ritorno.- mi salutò il barista.
-Grazie. Buon lavoro.- risposi di rimando.
Quando uscii, con lo zaino in spalla, il freddo che mi accolse come una marea gelida mi accolse una fredda ventata di aria polare che mi tolse il respiro per un istante.
La neve continuava a scendere fitta, silenziosa, implacabile. Periodicamente le strade erano attraversate dagli spazzaneve con i loro fari che tagliavano il buio come lame di luce gialla.
Cominciava a starmi stretta questa città, troppa gente, troppe uniformi, troppi occhi che potevano vedere, quindi non mi dispiacque rivedere le luci della stazione dei treni dall'altra parte della strada, nonostante i rischi che correvo tornandoci.
Rividi mentalmente la strada fatta con Anastasia. Il percorso che avevamo seguito insieme. Il luogo in cui aveva parcheggiato l'auto, ora vuoto, coperto di neve fresca.
Incredibile a dirsi, mi sarebbe mancata. Lei. Questa città. Questo momento di normalità rubata che stava per finire.
Mentre attraversavo la strada, il semaforo rosso che ignorai perché non c'era nessun veicolo in vista, vidi una volante della polizia estone venire nella mia direzione dal fondo della strada.
Non ci feci caso. Non potevano avermi riconosciuto così su due piedi, non con il berretto, non con questi vestiti civili, non al buio e con la neve che cadeva...
Nella direzione opposta, il cervello registrò con un ritardo che sarebbe stato fatale un'altra volante della polizia estone che accese i lampeggianti.
Blu. Rosso. Blu. Rosso.
Seguita pochi secondi dopo dalla stessa cosa dalla prima volante che improvvisamente accelerò verso di me.
Poi un ululare di sirene in avvicinamento, non una, non due, molte, che riempì la notte come un coro di lupi affamati.
Mi avevano trovato..
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Guardai in direzione della stazione come primo pensiero di fuga, il treno, i binari, la via di fuga che avevo pianificato, ma poi mi ricordai dell'ampia presenza militare che avevo notato all'arrivo.
I quali dovevano indubbiamente aver ricevuto aggiornamenti sull'avvistamento del "disertore."
Stazione = morte certa. Stazione = soldati ovunque. Stazione = nessuna via di fuga.
In uno scatto di adrenalina pura, quel tipo di adrenalina che non pensa, che agisce, che ti fa muovere prima che il cervello abbia finito di elaborare il pericolo, mi voltai e cominciai a correre in direzione opposta a quella della stazione.
Le gambe che si muovevano. I polmoni che bruciavano. Il cuore che esplose nel petto come una bomba.
Il tentativo di circondarmi della polizia estone venne reso inutile dalla mia reazione istintiva, ma mentre correvo lungo le vie poco affollate della città anticipai che si sarebbero coordinati con le altre pattuglie per bloccarmi la strada più avanti.178Please respect copyright.PENANAGlQhjpJj7L
Radio. Coordinate. Una rete che si stringeva.
Alla prima strada secondaria tra gli edifici svoltai a sinistra scarpe che scivolavano sulla neve accumulata, braccia che oscillavano per mantenere l'equilibrio, mentre nella fredda aria notturna risuonavano le sirene delle pattuglie che si avvicinavano da più direzioni.
I disertori erano tra le prime priorità dell'esercito e dello stato. Si temeva che potessero passare informazioni al nemico. Codici di accesso. Posizioni delle truppe. Piani operativi. Tutto ciò che un soldato sapeva e che il nemico avrebbe pagato oro per conoscere.
Dall'altra parte ad attendermi , emersi da un vicolo laterale che non avevo visto, c'erano già due poliziotti che mi puntarono contro le pistole con movimenti sincronizzati, professionali, addestrati.
-FERMATI! A TERRA! SUBITO!-
Chiaramente correndo ero io che svoltavo alla cieca. Loro erano i cittadini. Io lo straniero. Loro conoscevano ogni vicolo, ogni cortile, ogni nascondiglio. Io stavo correndo cieco in un labirinto che non conoscevo.
Mi bloccai per un frazione di secondo, il tempo di valutare, calcolare, decidere, e iniziai a correre nella direzione opposta, tornando indietro, invertendo la marcia prima che riuscissero a bloccarmi completamente.
Uno di loro mi gridò qualcosa, ordine, minaccia, non importava, poi un colpo secco al muro accanto a me fece esplodere alcuni pezzi di calce in una nuvola bianca che mi accecò per un istante.
Avevano sparato. Con il silenziatore a giudicare dall'assenza di boato, solo quel click secco e mortale seguito da un suono di impatto.
Non stavano giocando. Volevano prendermi vivo o morto, e morto era diventato un'opzione sempre più probabile.
Rapido passai accanto a un bidone della spazzatura enorme, metallo, pieno, perfetto, dove mi nascosi per evitare possibili proiettili che seguirono, picchiando contro il metallo con suoni ritmati che mi facevano stringere i denti.
Quindi estrassi la pistola elettrica dalla fondina, movimenti automatici, mille ripetizioni al campo, ed esponendomi per un breve istante, un solo istante, sparai un colpo mirando alla gamba di uno dei due.
Seguì un suono secco diverso dalle loro armi, più acuto, più elettrico, seguito da un urlo di dolore.
Centro.
Avrei costretto i poliziotti a ripararsi per evitare altri colpi. Secondi preziosi. Secondi che significavano la differenza tra la vita e la morte.
Fu proprio di quegli istanti di tempo che approfittai per correre fuori dal viottolo e tornare sulla strada principale, polmoni che bruciavano, gambe che protestavano, visione che si annebbiava ai bordi, sentendo le sirene delle pattuglie che si avvicinavano, probabilmente coordinate con i loro colleghi via radio.
Ripresi a correre. Avevo il fiatone il fiato che usciva a boccate corte, irregolari, disperate, e l'aria polare mi bruciava i polmoni come se avessi inghiottito vetro tritato mentre correvo.
Alle finestre alcune persone spostavano le tende per vedere cosa stesse succedendo, facce curiose, preoccupate, indifferenti, mentre io passavo come un'ombra tra loro.178Please respect copyright.PENANAauEHzv7vg2
Fanculo!
Sentii che non ce l'avrei fatta. Le gambe che cedevano. I polmoni che imploravano tregua. La rete che si stringeva.
Sentii un'auto sgommare, gomme che stridevano sull'asfalto, e venire nella mia direzione da un vicolo laterale.
Un Pick Up dall'aria familiare chiodò accanto a me con il finestrino abbassato e i fari che mi accecarono per un istante.
Mi fermai. Gambe che tremavano. Cuore che stava per esplodere.
MUOVI IL CULO!-
Gridò Anastasia.
Rimasi sbalordito nel rivederla, lei, qui, ora, impossibile, ma non me lo feci ripetere due volte e saltai alla sua destra mentre l'auto già ripartiva con una scossa che quasi mi fece cadere dal sedile.
Quindi lei partì svoltando a destra, e poi ancora a destra, ancora destra, per poi inchiodare e parcheggiare in un'area non trafficata accanto ad altre auto, spegnendo i fari e il motore in un unico movimento fluido.
-Ma che cazzo fai, dobbiamo seminarli...- gridai, ancora con l'adrenalina che mi pulsava nelle vene.
-Sta zitto. Abbassati. E non fiatare.-sibilò lei, la sua voce calma e letale allo stesso tempo -quest'auto potrebbe essere qui da ieri per quel che ne sanno. Nessuna targa segnalata. Nessun motivo per fermarla.-
Ci abbassammo proprio mentre una volante della polizia svoltava l'angolo nella nostra direzione,fari che illuminavano l'interno dell'abitacolo per un istante terribilez rallentando mentre perlustrava con una torcia i vicoli secondari e avanzando fino a scomparire svoltando all'incrocio successivo.
Io e Anastasia ci rimettemmo a sedere, io che stavo ancora cercando di riprendere fiato, il petto che saliva e scendeva come un mantice impazzito, mentre il silenzio rientrava nell'abitacolo come acqua che riempie una stanza allagata.178Please respect copyright.PENANAVl4cVyxOrg
Lei inserì l'impronta digitale nello schermo, il suo schermo, la suaauto, la sua vita, che stava rischiando per uno sconosciuto incontrato meno di ventiquattro ore prima e partì dolcemente, integrandosi nel traffico notturno come se nulla fosse.178Please respect copyright.PENANA7hLyi6Jeyh
-Tu e io dobbiamo parlare.-
Le sue parole fluttuarono nell'aria dell'abitacolo mentre la neve continuava a cadere fuori dai finestrini e Narva si riduceva a un ricordo negli specchietti retrovisori.178Please respect copyright.PENANAABNs6q52FK


