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Correre nella neve che ti arriva alle ginocchia non era decisamente la migliore delle opzioni quando si tratta di disertare dall'esercito dispiegato in un Paese straniero, un esercito schierato in preparazione a quella che poteva tranquillamente trasformarsi in una vera e propria guerra su vasta scala.
Eppure eccomi qui.
La neve continuava a cadere copiosa, incessante, in un paesaggio già sommerso dal bianco. Il termometro mentale che mi portavo appresso dopo mesi di addestramento mi diceva che eravamo vicini ai -25°C, forse anche qualcosa in più con il fattore vento.
Ogni respiro bruciava nei polmoni come se avessi ingoiato lamette.
Ma per sfuggire ai controlli e alle guardie, quelle stesse guardie che ora stavano sclerando al freddo nonostante le uniformi termiche dell'ultima generazione, questa rimaneva l'unica opzione plausibile. L'alternativa era semplice: restare e aspettare che mi scoprissero. E poi? Un proiettile dritto alla nuca senza neanche il tempo di realizzarlo.
"Non oggi."
Ero avvolto in strati di indumenti termici, tre, per la precisione, con il fiato che si condensava nell'aria formando piccole nubi bianche prima di dissolversi attraverso il tessuto spesso della sciarpa tirata fin sotto gli occhi. Attraversai i campi innevati a fatica, spingendo le gambe più veloce che potevo, con quel maledetto scricchiolio della crosta di neve sotto il peso dei miei stivali che sembrava un'esplosione nel silenzio ovattato della notte.
Crac. Crac. Crac.
Ogni passo un rumore. Ogni rumore una possibile condanna.
Giunsi infine in prossimità di un bosco, una pineta dai tronchi scuri che si stagliavano contro il cielo grigio, e mi inoltrai tra gli alberi senza esitare. Non c'era tempo per l'esitazione.
Molto probabilmente al campo base avevano già notato la mia assenza.
L'avevano notata da un pezzo, in realtà. Avevo contato mentalmente i minuti: l'appello delle 16:00, quello delle 18:00, quello delle 20:00. Tre appelli saltati. Tre volte che il mio nome era stato chiamato nel vuoto. Tre volte che qualcuno aveva sollevato il telefono per avvertire il comandante.
Quindi sì: avevano già iniziato a cercarmi.
E questo significava cani da fiuto, quei maledetti pastori tedeschi addestrati a fiutare , e droni. I droni erano il vero problema. Quei piccoli diavoli meccanici capaci di vederti dall'alto, di trasmettere immagini in diretta al campo base, di localizzare il calore del tuo corpo come un faro nella notte.
Accelerai il passo nonostante le gambe iniziassero già a protestare. I muscoli dei polpacci bruciavano, tesi come corde di violino pronte a spezzarsi. I crampi arrivavano a ondate, partendo dalle cosce e risalendo fino all'inguine in spasmi improvvisi che mi costringevano a ridurre l'andatura per qualche secondo prima di ripartire.
"Non puoi fermarti. Non puoi."
Se a trovarmi fossero stati i cani... beh, la procedura era chiara. Mi avrebbero riportato al campo, trascinato se necessario, per un'esecuzione pubblica. Un colpo di arma da fuoco alla nuca davanti a tutti gli altri soldati, come monito. Come esempio. Come promemoria vivente di cosa succedeva a chi provava andarsene.
"Questo potrebbe essere uno di voi," avrebbe detto il comandante mentre il mio corpo colpiva a terra pesante.
Se invece a localizzarmi fossero stati i droni aerei...
Chiudi gli occhi. Immagina il ronzio lontano dei motori elettrici. Il missile a corto raggio che si sgancia dalla fusoliera con un "click" metallico. La discesa silenziosa verso il bersaglio, verso di te, guidata dai sensori termici che non sbagliano mai. L'impatto. Il nulla.
In quel paesaggio innevato era impossibile trovare altre fonti termiche con le stesse temperature del corpo umano. Trentasette gradi costanti in un mondo dove tutto il resto era congelato a meno venticinque. Ero un faro nel buio. Un bersaglio luminoso.
Quei sofisticati sistemi erano in uso da ormai diversi anni nelle forze armate europee proprio per questo: abbattere possibili spie a distanze enormi, eliminare disertori quando fosse stato impossibile, o troppo rischioso, raggiungerli via terra.
Nelle aree urbane naturalmente il protocollo vietava l'uso di armamenti del genere, troppe fonti di calore, troppi movimenti, troppa confusione termica, ma qui? Qui nel mezzo del nulla? Qui eri solo tu e la morte che ti cercava.
Il bosco offriva un minimo di riparo.
Il manto nevoso era assai ridotto tra gli alberi grazie al fatto che le cime della pineta trattenevano un buon carico di neve prima di spezzarsi sotto il peso eccessivo e cadere a terra in tonfi sordi. Significava due cose: prima, sarebbe stato più complicato seguire le mie impronte; seconda, la neve che continuava a cadere fitta avrebbe coperto comunque le tracce che avevo lasciato attraversando i campi aperti.
Piccole vittorie. Le uniche che contavano in momenti del genere.
Nonostante fosse aprile, aprile, per amor del cielo, le temperature erano ridicolmente basse in questa regione dell'Estonia settentrionale.
Dopo una "cena" rapida, due barrette proteiche mangiate con denti intorpiditi dal freddo, sbriciolate e quasi senza sapore, avrei dovuto cercarmi un posto per passare la notte senza rischiare l'assideramento.
Sembra facile detto così, no? "Trova un posto dove dormire."
Ma realizzarlo era il vero problema. Il vero, enorme, insormontabile problema.
Camminai per un lungo tratto seguendo un sentiero immaginario tra i tronchi, usando le mani per allontanare i rami bassi che mi graffiavano il volto attraverso la sciarpa, fino a quando, con il fiato che usciva a boccate corte e affannose, raggiunsi nuovamente il limitare del bosco.
Davanti a me si apriva un'estesa prateria innevata che si diramava fino ai limiti di una cittadina di cui non conoscevo il nome. Minuscoli punti gialli che pulsavano nella distanza come occhi che mi osservavano.
Tuttavia ben sapevo che se si era in fuga dall'esercito, i primi posti dove sarebbero passati a controllare erano proprio le aree urbane e quelle periferiche più popolate. Stazioni di polizia locali allertate, posti di blocco, telecamere di sicurezza, cittadini vigili che avrebbero segnalato "un uomo sospetto che vagava per la strada."
No. La città non era un'opzione. Non ancora.
La profondità del manto nevoso nella prateria mi arrivava fino alle natiche, ogni passo richiedeva uno sforzo sovumano per sollevare la gamba e portarla avanti, quindi, per quanto poco mi garbasse l'idea vista la situazione di urgenza, rimanere nascosto qui era l'unica scelta sensata. Questo era l'unico posto in cui potevo permettermi di recuperare un minimo le energie indisturbato senza correre significativi rischi durante la notte.
Trovai un abete massiccio, dai rami bassi e fitti, e mi accovacciai alla sua base. Con mani tremanti, il freddo iniziava a farsi sentire davvero, ormai, infilai un paio di occhiali per visione notturna sottratti circa quindici ore prima, prima che disertassi dal Secondo Battaglione dell'esercito europeo.
Il mondo diventò verde, illuminato da quella luce artificiale che amplificava ogni minima fonte luminosa residua.
Non vidi movimenti sospetti per i successivi dieci minuti.
Dieci minuti che sembrarono un'eternità.
Controllai a lungo, meticolosamente, spostando lo sguardo da sinistra a destra e ritorno, perché ne andava della mia vita letteralmente. Un errore di valutazione ora e domani mattina qualcuno avrebbe trovato il mio corpo rigido nella neve, un altro disertore fallito da aggiungere alle statistiche.
Avevo camminato e corso attraverso strade secondarie non asfaltate e coperte dalla neve, attraversato praterie e boschi.
Il freddo intenso e l'affannarsi continuo tra campi, boschi e praterie immersi in quella spessa coltre nevosa avevano decisamente esaurito le mie forze. E nonostante i ripetuti e pesanti allenamenti ai quali eravamo sottoposti al centro di addestramento della NATO in Polonia, quelle sessioni infernali dove ti spingevano oltre ogni limite ragionevole il corpo umano aveva i suoi confini. E io li stavo toccando tutti.
I polpacci bruciavano. Le ginocchia facevano male ad ogni passo. La schiena era bloccata in una contrazione continua per contrastare il freddo. E le mani Dio, le mani iniziavano a perdere sensibilità nonostante i guanti.
Sotto la fitta nevicata, dopo aver mangiato l'ultima razione di barretta proteica che mi restava, sapore di cioccolato fondente e noci, ormai ridotto a una memoria lontana, cercai con un bastone un punto in cui il manto nevoso appariva sufficientemente profondo e compatto.
Una volta trovato un avvallamento adatto iniziai a scavare a mani nude.
Fortunatamente ero ancora avvolto nei guanti, ma sentivo comunque il freddo insinuarsi fastidioso sotto i polpastrelli mentre rimuoveva la neve a manate, formando una sorta di cavità sotterranea. Il movimento aiutava a tenere caldo, almeno un poco, ma era chiaro che ero rimasto fermo troppo a lungo in precedenza, il freddo si era già fatto strada sotto la tuta termica.
Scavai una cavità abbastanza grande da contenermi rannicchiato, quindi compattai le pareti con i pugni e accumulai parte della neve lungo i bordi della buca rendendola quasi del tutto invisibile. Mano a mano che piegavo il corpo mi accucciai all'interno, prendendo posto nella cavità e ricavando uno spazio minuscolo per lo zaino davanti alle ginocchia.
Essere alto un metro e sessantasette, una volta considerato un difetto, ora una benedizione, mi era stato di molto aiuto. Uno più alto avrebbe avuto problemi.
Coprii l'apertura in superficie con dell'altra neve fino a quasi tapparla completamente, lasciando solo minuscoli spiragli per l'aria, quindi mi rannicchiai il più possibile portando mani e braccia attorno alle ginocchia nel tentativo di conservare il calore corporeo. La posizione fetale. L'ultima difesa dell'uomo contro il freddo.
Durante la notte sarebbe potuto cadere anche un metro di neve, capitava spesso in queste zone, ma con le pareti ben compattate non correvo alcun rischio di rimanere sepolto vivo sotto il manto nevoso. La struttura avrebbe retto.
La cavità avrebbe limitato la dispersione di calore, specialmente con la neve compressa lungo le pareti che fungeva da isolante naturale. L'acqua che si sarebbe formata attraverso il calore emesso dal mio corpo sarebbe stata riassorbita dalla neve circostante, creando uno strato di auto-isolamento che teoricamente mi avrebbe tenuto in vita fino all'alba.
Teoricamente.
Accesi la torcia, luce al minimo, per non sprecare batteria , e controllai l'ora sul mio orologio militare.
Le 00:14.
Mezzanotte e quattordici.
"È già passato così tanto tempo?"
Sembrava impossibile. Sembrava che fossero passati giorni da quando ho lasciato il campo base.
Non ebbi molto tempo di pensarci che nonostante il freddo, molto minore ora rispetto a quello esterno grazie al mio rifugio di fortuna mi addormentai in una dormiveglia costellata da una sequenza di sogni-ricordi del passato recente. Il cervello fa queste cose quando è esausto: ti riporta indietro, a quando eri al sicuro, a quando il freddo era solo un disagio e non una minaccia di morte.
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Rividi quella fredda domenica di dicembre nel periodo natalizio, quanto tempo fa sembrava un'eternità, in cui, in vacanza con la mia ex, avevo attraversato il fiume Tamigi congelato pattinando sul ghiaccio dove cadendo mi ero preso una brutta botta alle natiche, atterrando sul sedere con un tonfo che aveva fatto ridere lei.
Mi sembrava di sentire ancora la sua risata, vedere il suo fiato che formava nuvolette nell'aria, sentire il calore della sua mano mentre mi aiutava a rialzarmi.
Poi mi ritrovai a scuola, quell'istituto agrario con i corridoi che odoravano di cera per pavimenti e terra bagnata, quando, del tutto indifferente alle conseguenze, saltavo le ore di religione e giravo per i corridoi come un fantasma che nessuno vedeva.
In quel periodo frequentavo una ragazza di nome Daria. Avevo circa diciassette anni, quindi era quasi un gioco, un passatempo rinchiudersi nei bagni dell'ala est della scuola, quelli che nessuno usava perché l'acqua calda non funzionava mai, e rubarsi baci e carezze tra una lezione e l'altra.
Successivamente gli echi della mia mente sentivano qualcuno che chiamava il mio nome, una voce distorta, lontana, e quindi le immagini nella mia testa cambiarono facendomi ritrovare durante uno dei giorni scolastici di semi-convitto pomeridiani in una delle aule sotterranee della stessa scuola.
Tutti erano attaccati ai televisori montati alle pareti, quei vecchi schermi a tubo catodico che gracchiavano ogni volta che venivano accensi. Stavano trasmettendo una notizia flash dell'ultimo momento della stessa importanza data al crollo delle Torri Gemelle l'undici settembre del 2001.
Ricordo il silenzio assoluto della stanza. Ricordo il volto pallido del professore di educazione fisica che piangeva senza vergogna. Ricordo il cuore che mi batteva forte mentre cercavo di capire cosa stesse succedendo.
"Seul, la capitale della Corea del Sud, era stata rasa al suolo da un improvviso attacco nucleare della Corea del Nord."
I morti diretti si contavano a milioni. Milioni di persone vaporizzate in un istante, cancellate dall'esistenza come se non fossero mai esistite. Quelli indiretti, le vittime della radioattività, delle malattie, delle fughe disperate, erano al momento solo oggetto di stima, ma si parlava già di cifre che facevano girare la testa.
Era divampata la Seconda Guerra di Corea che avrebbe portato alla riunificazione forzata dei due Paesi, una riunificazione fatta di sangue e cenere, e alla morte di migliaia di soldati sia coreani sia americani. E non solo loro, come avrei scoperto presto.
Per la seconda volta nella storia del XXI secolo il mondo non sarebbe stato più lo stesso.
Ciò si sarebbe tradotto in un nuovo Vietnam americano, un'altra guerra infinita, un altro pantano da cui non si poteva uscire, ma anche in una Seconda Guerra Fredda tra l'Europa, gli USA e la Russia, accusata direttamente di aver appoggiato tale guerra con armi, consulenti militari e intelligence.
Una situazione complicata dal fatto che se un tempo i fronti erano due, Oriente contro Occidente, semplice e lineare, ora i fronti erano molteplici e divisi in alleanze vecchie e nuove che nemmeno gli esperti riuscivano a decifrare completamente:
*L'Inghilterra aveva abbandonato l'Europa per riunificarsi con le principali potenze del Commonwealth: Australia, Nuova Zelanda, Canada. Una sorta di nuovo impero britannico che guardava al passato con nostalgia e al futuro ambizione.
*La Russia si era unita con alcune ex repubbliche sovietiche formando un nuovo blocco militare ed economico, contrapposto all'Europa e agli Stati Uniti in una tensione che ricordava troppo da vicino i giorni peggiori della Guerra Fredda.
*La Cina dominava l'economia mondiale unendo l'intero continente eurasiatico in una sofisticata rete di avanzate ferrovie ad alta velocità con la quale venivano trasportate merci di vario tipo ai vari paesi. Un gigantesco sistema di arterie d'acciaio che alimentavano la potenza militare ed economica di Pechino, rendendola un colosso impossibile da fermare.
Un mondo nuovo. Un mondo spaventoso. Un mondo in cui un ragazzo di diciassette anni che baciava Daria nei bagni della scuola non avrebbe mai immaginato di trovarsi, anni dopo, seppellito vivo nella neve estone mentre l'esercito che un tempo serviva cercava di ucciderlo.
Mi svegliai alla luce del giorno che filtrava tiepida, relativamente tiepida, perlomeno attraverso i cumuli di neve sopra di me.
Per un istante non sapevo dove fossimo. Vidi il bianco sopra di me, sentii il freddo che mi mordeva le estremità, e il cuore iniziò a battere all'impazzata prima che il cervello collegasse i pezzi e ricordasse: sì, sono ancora vivo, sono ancora in fuga, la guerra non è finita.
Avevo ripreso sufficienti energie per muovermi, il riposo, seppur scarso, aveva fatto il suo dovere, ma, accidenti, sarebbe stata una giornata piuttosto lunga. Lo sentivo nelle ossa, nei muscoli ancora contratti, nella mente che faticava a rimettersi in moto dopo ore di dormiveglia disturbata.
Il mio primo obiettivo era procurarmi un'auto per allontanarmi più velocemente dalla zona. A piedi non ce l'avrei fatta per sempre, il corpo aveva i suoi limiti, e io li stavo raggiungendo tutti.
Una stazione dei treni per lasciare il paese sarebbe stata indispensabile una volta che l'avessi trovata. Da lì, chissà. Forse un treno per la Finlandia. Forse un passaggio su un mercantile diretto in Svezia. Forse semplicemente lontano da qui, da questa neve, da questa guerra, da questa vita che non avevo scelto.
Qualsiasi cosa, purché non fosse questo.
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