Una vibrazione appena percettibile scosse il contenuto di due dense tazze di cioccolata, appena servite al tavolo. La superficie della mia tazza tremò per un istante, increspandosi in piccole onde concentriche che si propagarono dal centro verso i bordi prima di dissolversi. Un movimento così sottile che se non avessi stavo guardando nella tazza in quel preciso momento non lo avrei notato. La cioccolata era scura, densa, quasi solida, e quelle increspature sembrarono qualcosa di vivo sulla sua superficie, come un battito cardiaco visto dall'esterno.494Please respect copyright.PENANAdnHRrSrwwd
Nessuno nel locale poco affollato ci fece particolarmente caso. Specialmente dopo settimane che il fenomeno era diventato una ricorrenza, come il caffè al mattino presto. I pochi avventori seduti agli altri tavoli continuarono a parlare, a bere, a guardare i telefoni, senza alzare lo sguardo. Una donna dietro il bancone asciugò un bicchiere senza interrompere il gesto. Un uomo anziano vicino alla finestra continuò a leggere il suo giornale con la stessa concentrazione di prima. I tremori erano diventati parte del paesaggio sonoro e tattile della nostra vita, qualcosa che registravi nel fondo della coscienza come registri il ticchettio di un orologio o il ronzio di un frigorifero. E questo, ripensandoci, era la cosa più terrificante. Non l'evento in sé, ma la nostra capacità di abituarci a esso. Di normalizzarlo. Di bere cioccolata mentre la terra sotto i nostri piedi si spaccava a pochi chilometri di distanza.
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Fuori Jökulsárlón era immersa nella timida luce ocra del Crepuscolo Polare di quasi fine gennaio. Una luce che non era né giorno né notte, né alba né tramonto. Qualcosa di intermedio, di sospeso, che colorava ogni cosa di tonalità ambrate e aranciate che rendevano la neve sembrare bronzo liquido e i tetti delle case sembrare scaglie di ruggine. Una luce bellissima e innaturale che ti faceva sentire come se il mondo fosse stato trasformato in una fotografia sbiadita con un filtro che non esisteva in natura.
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In quel periodo dell'anno le giornate stavano lentamente ricominciando ad allungarsi, anche se al momento continuava a fare molto freddo e le ore di luce erano solo sei. L'alba iniziava alle 10:30 e il tramonto era alle 16:40. Sei ore di luce che non erano davvero luce ma una promessa di luce, un assaggio, un anticipazione di qualcosa che sarebbe arrivato davvero solo mesi dopo, quando il sole avrebbe ricominciato a sorgere completamente sopra l'orizzonte invece di graffiarne il bordo come stava facendo in quel periodo.
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Questo periodo era noto come Crepuscolo Polare. Quella fase intermedia in cui, nonostante una gradualmente crescente luminosità giornaliera, il Sole rimaneva al di sotto dell'orizzonte regalandoci una mite luminosità che decresceva durante il tramonto. Non un tramonto vero, perché il sole non era mai sorto davvero, ma una simulazione di tramonto che durava ore e che dipingeva il cielo di colori che non avevano nomi nelle lingue normali. Arancio profondo, viola spento, rosa antico, azzurro cenere. Colori che sembravano appartenere a un altro pianeta o a un altro tempo.
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Lo stesso fenomeno inverso accadeva durante l'autunno, anticipando l'arrivo della Notte Polare. Come un respiro. Il mondo che inspira luce in primavera ed espira buio in autunno. Un ciclo che in Islanda non era metafora ma realtà fisica, misurabile, tangibile, che ti entrava nel corpo e ne determinava l'umore, l'energia, il desiderio di vivere o di nasconderti sotto le coperte fino a quando non fosse passato tutto.
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— Quali sarebbero i tuoi programmi di questa sera a cui mi accennavi poco fa? — mi chiese Helena assaggiando un cucchiaino di cioccolata. Lo fece con una lentezza deliberata, portando il cucchiaino alle labbra e guardandomi sopra il bordo della tazza con quegli occhi scuri che in quella luce ocra sembravano quasi color ambra.
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— Stanno iniziando a trasmettere in questi giorni il film "Toba" in buona parte dei cinema islandesi — spiegai — ti andrebbe di vederlo?—
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Un'altra vibrazione, a malapena percettibile. La cioccolata tremò di nuovo. Helena non batté ciglio.
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— Non sarebbe una cattiva idea. Quanto dura? — chiese, posando il cucchiaino sul piattino con un piccolo clink che risuonò nel locale quasi vuoto.
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Sorseggiai un sorso di cioccolata, più simile a budino che a una bevanda. Densa, calda, quasi dolce troppo, con quel retrogusto amaro del cacao vero che ti rimaneva sulla lingua per minuti dopo aver bevuto. Mi piaceva. Mi ricordava sempre il budino al cioccolato che mangiavo da piccolo, quando mia madre lo preparava la domenica pomeriggio e io lo mangiavo seduto sul divano guardando i cartoni animati. Un ricordo che non avevo motivo di evocare in quel momento ma che arrivava comunque, inatteso, come i tremori.
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— Tre ore circa — dissi — sicuramente non lungo come quel famoso film che abbiamo visto — ironizzai.
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Helena alzò gli occhi al cielo, ma stava sorridendo.
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— Su questo non ho dubbi. Comunque si potrebbe fare. A che ora comincia?—
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— Mi sembra attorno alle 21:00.—
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— Perfetto. Salvo imprevisti ci sarò.—
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— Avevi altri programmi? — chiesi, e mi resi conto troppo tardi che la domanda suonava come un interrogatorio.
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— In realtà no — disse lei, e il suo tono era calmo, senza difesa, come se non avesse percepito la sottile insicurezza nella mia domanda. O come se l'avesse percepita e avesse scelto di ignorarla con gentilezza. — Non mi andava di rimanere a casa.—
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— Normalmente in questo periodo — mi fece eco lei, guardando fuori dalla vetrina dove la luce ocra del Crepuscolo Polare stava lentamente scurendosi — tutti escono la sera oppure vanno addirittura ad ammirare le fontane di lava—.
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Lo diceva con un tono che era a metà tra l'osservazione e la provocazione. Sapeva che non avevo proposto di andare a vedere le fontane di lava. Sapeva che avevo proposto un cinema. E sapeva che questo diceva qualcosa di me che lei aveva già decodificato.
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— Ok, mi arrendo — risi.
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— Faresti bene — disse lei, e il suo sorriso era quello di qualcuno che ha vinto una partita che non aveva bisogno di vincere ma che aveva vinto comunque perché poteva.
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Finimmo con calma la cioccolata, tergiversando su altri discorsi vaghi. Il tempo che passava, l'eruzione che continuava, gli amici comuni che avrebbero fatto questo o quello, i programmi per il futuro che non erano programmi ma supposizioni. Parole che riempivano il silenzio senza riempire lo spazio tra noi, quello spazio che era rimasto dalla sera nella sua camera, dal bacio sulla costa, e che nessuna quantità di cioccolata densa poteva colmare. Non perché fosse vuoto, ma perché era pieno di qualcosa che non sapevamo ancora come nominare.
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Quando uscimmo alle 17:30 era già calata la notte e c'erano almeno quindici gradi sotto zero. Il passaggio dalla luce ocra del Crepuscolo Polare al buio della notte artica non era graduale come altrove. Era un taglio. Una cesura. Come se qualcuno avesse spento un interruttore e il mondo fosse passato da una tonalità all'altra senza transizione. Un momento eri immerso in quel bagliore ambrato che faceva sembrare tutto un dipinto, e il momento dopo eri nel buio nero, con solo la luce artificiale dei lampioni che disegnava cerchi gialli sulla neve.
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Alti banchi di neve gelata costeggiavano i lati delle strade semideserte. Neve che era stata spalata e accumulata settimane prima e che da allora si era trasformata in qualcosa di più simile al ghiaccio che alla neve, compatta, dura, con una superficie cristallina che brillava sotto i lampioni come se fosse stata cosparsa di diamanti tritati. L'aria fredda iniziava a farsi sentire nonostante il pesante giaccone invernale che avevo addosso, un freddo che non ti colpiva all'improvviso ma che si insinuava lentamente, come acqua che entra in una barca da una fessura che non hai notato, finché non ti accorgi che sei bagnato fino alle ginocchia.
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Il solstizio d'inverno era arrivato da oltre un mese, ma nonostante il lentissimo allungarsi delle giornate l'inverno aveva ancora molti mesi davanti. L'inverno islandese non era una stagione. Era un'occupazione. Qualcosa che ti prendeva in ostaggio da ottobre a maggio e che non ti rilasciava finché non aveva deciso lui che era il momento.
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— Accidenti, fa veramente freddo quando cala la sera — disse Helena avvolgendosi la sciarpa bianca intorno a collo e viso. La vidi stringere i bordi della sciarpa con le dita guantate, e il gesto era così semplice e così umano che provai un'onda di tenerezza che non mi aspettavo e che non sapevo dove mettere.
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— Non per niente in inglese la chiamano Ice-land — dissi.
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— Invece la Groenlandia la chiamano Green-land — rispose lei con quel tono che usava quando sapeva di dire qualcosa di vero ma di paradossale.
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Mi prese la mano nella sua con i guanti e ci avviammo verso la fermata delle corriere, accompagnati dallo scricchiolio del sale e della neve gelata sotto le scarpe. Un suono secco, ritmico, che era il suono dell'inverno islandese per eccellenza. Il suono che sentivi quando camminavi, quando scendevi dal bus, quando uscivi di casa la mattina. Il suono del freddo che veniva schiacciato sotto il tuo peso senza mai cedere del tutto.
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La sua mano nella mia era piccola e forte, e attraverso i guanti sentivo una pressione che era più di un contatto fisico. Era una dichiarazione. Un modo per dire ai passanti, al freddo, alla notte, alla terra che tremava sotto i nostri piedi: questo è mio e io sono sua. E forse stavo interpretando troppo, come facevo sempre, ma in quel momento non mi importava.
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Poco dopo che le strade si divisero verso le rispettive abitazioni, mi ritrovai solo a camminare lungo le strade deserte mentre il gelo rendeva la notte più limpida. La sua mano non era più nella mia e quel punto di contatto mancante mi sembrava un buco nel fianco, qualcosa di fisico, di reale, che il freddo si divertiva a riempire con la sua austerità.
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Faceva molto freddo e la maggior parte della neve che ricopriva i lati delle strade e i tetti di Jökulsárlón in alti cumuli senza dubbio non si sarebbe ritirata fino al disgelo primaverile. Mesi di neve. Cumuli che diventavano parte dell'arredamento urbano, che cambiavano forma con il vento e il sole e le nuove nevicate ma che non scomparivano mai davvero. Come residenti silenziosi che si erano insediati lungo ogni marciapiede e che sarebbero rimasti fino a quando il mondo non avesse deciso di scioglierli.
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Alte nel cielo, nonostante la luce artificiale dei lampioni, si vedevano le stelle. Non tutte, le più luminose, quelle che riuscivano a farsi strada attraverso il velo di inquinamento luminoso della città, ma abbastanza da ricordarti che sopra la tua testa c'era un universo che non si curava né del vulcano né del freddo né dei tuoi problemi. La luna appena sorta si stava avvicinando al plenilunio, e il suo chiarore sulla neve era così intenso che proiettava ombre lunghe e nette, come un secondo sole debole che illuminava il mondo da una angolazione impossibile.
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Guardai in lontananza i bagliori rossastri che costellavano le aree attive del vulcano, in direzione della calotta glaciale di Vatnajökull. Enormi nuvole di vapore e cenere continuavano a sollevarsi nel cielo formando una lunga nube che andava a disperdersi in direzione dell'Oceano Atlantico. Una nube che di giorno era scura e minacciosa e che di notte, come ora, si illuminava dall'interno con bagliori rossastri che la facevano sembrare un organismo vivente, qualcosa di enorme e di respirante che si stendeva sopra il cielo come un'altra aurora boreale, meno bella e più terrificante.
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Occasionalmente i venti tendevano a spingerla sopra la città, dove andava a formare un velo nero che ricopriva ogni cosa, prima che venisse ripulito oppure ricoperto da una nuova nevicata. Se avessi preso una pala e scavato in profondità nel manto nevoso sarebbero risultate delle striature nere, stratificate come gli anelli di un albero, che raccontavano la storia delle ultime settimane: neve, cenere, neve, cenere, neve. Una cronaca geologica di un evento che stavamo vivendo in tempo reale ma che i geologi del futuro avrebbero letto come noi leggevamo i libri di storia.
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L'eruzione nelle ultime settimane non aveva mostrato segni di rallentamento. Diversi flussi lavici che fluivano da diverse fratture si erano uniti formando un fronte più grande, in lento movimento verso l'Oceano Atlantico. Lontano da Jökulsárlón, per ora. Ma "per ora" era una frase che avevo smesso di credere nelle settimane precedenti. Il vulcano non aveva un orologio. Non aveva una mappa. Non sapeva dove era Jökulsárlón e non gli importava. Andava dove la fisica dei fluidi e la topografia del territorio gli dicevano di andare, e se un giorno quella direzione fosse stata la nostra, nessuna quantità di spazzaneve automatici o di maskere protettive avrebbe fatto differenza.
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Nell'aria, anche in quel momento, a tratti si sentiva il tipico odore di uova marce, tipico dell'idrogeno solforato che proveniva dalla lontana attività vulcanica, quando il vento lo soffiava in direzione della città. Un odore che entravi dalle narici e che ti restava nel retro della gola come un sapore amaro, un promemoria chimico che sotto i tuoi piedi c'era qualcosa di vivo e di arrabbiato. Ci eravamo abituati anche a quello, come ci eravamo abituati ai tremori e alla cenere e alla luce rossa all'orizzonte. L'adattamento umano è una cosa straordinaria e terribile. Puoi abituarti a qualsiasi cosa. Anche alla fine del mondo, se abbastanza lenta.
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Avviandomi lungo l'ultimo tratto di strada che mi divideva da casa, ormai in periferia di Jökulsárlón, nella debole luce lunare vidi un movimento attraversare la strada e fermarsi in mezzo alla prateria innevata. Un movimento bianco, fluido, quasi invisibile contro il bianco della neve. Rallentai incuriosito e aguzzando lo sguardo riconobbi il tipico profilo e la candida pelliccia di una volpe polare.
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Era da anni che non ne vedevo una.
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Come buona parte delle regioni nordiche l'Islanda pullulava di questi animali selvatici dall'aspetto tenero. Ma "tenero" era una parola che non rendeva giustizia a ciò che stavo guardando. La volpe polare non era tenera. Era perfetta. Ogni linea del suo corpo era il risultato di millenni di adattamento al freddo più estremo, ogni pelliccia era un'ingegneria termica che nessun tessuto tecnico umano aveva mai eguagliato, ogni movimento era calcolato con una precisione che nessun computer avrebbe mai replicato. Era un predatore. Piccolo, silenzioso, letale. E in quel momento, ferma in mezzo alla neve con il muso rivolto nella mia direzione, sembrava anche qualcosa di più. Sembrava un messaggio. Qualcosa che il luogo mi stava dicendo attraverso la sua voce più antica.
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Il suo manto bianchissimo tendeva a confonderla con la neve. Sicuramente se fosse rimasta immobile non l'avrei mai notata, nemmeno a pochi metri di distanza. Era un camaleonte bianco in un mondo bianco, un fantasma che apparteneva a quel paesaggio in un modo che nessun essere umano avrebbe mai potuto.
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La volpe mi guardò silenziosa per alcuni secondi. I suoi occhi erano scuri, piccoli, lucidi nella luce della luna, e non c'era paura in quello sguardo. C'era attenzione. C'era valutazione. C'era qualcosa che somigliava alla curiosità ma che probabilmente era solo il calcolo freddo di un cervello che stava decidendo se io rappresentavo una minaccia o no. Decise di no. Corse via leggera come l'aria sul manto nevoso, le zampe che non affondavano nella neve ma la scivolavano come se fosse acqua, finché quasi non la vidi più. Una macchia bianca che si allontanava nel bianco del mondo, fino a scomparire del tutto, assorbita dal paesaggio come una goccia d'acqua nell'oceano.
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Ripresi a camminare. Il candore della neve era tale che potevo vedere anche senza luce artificiale, la luna era abbastanza alta e il manto nevoso abbastanza riflettente da creare una sorta di luminosità naturale che veniva da sotto invece che da sopra, come se la terra stessa stesse emettendo luce.
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Nell'attesa della serata mi sarei fatto una doccia.
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