Il giorno successivo ci svegliammo a metà mattinata.176Please respect copyright.PENANA7G1DJ5gJVO
Aprii gli occhi e per un istante, un istante brevissimo e disorientante che durò forse un secondo ma che mi parve un'eternità, non sapevo dove mi trovavo. Il soffitto non era quello della nostra stanza a Nettetal. La luce non era quella della nostra stanza a Nettetal. L'odore dell'aria non era quello della nostra stanza a Nettetal. C'era qualcosa di diverso in tutto, una qualità della luce che era più morbida, un silenzio che era più profondo, un'odore di sale e di erba che si mescolava al legno antico delle pareti e alle lenzuola di cotone che sapevano di lavanda, e il mio cervello, ancora mezzo addormentato, impazzì per qualche istante cercando di collocare quei segnali in un luogo che riconoscesse.
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Poi arrivò la consapevolezza, come un'onda che si ritira e lascia scoperta la spiaggia: le isole Faroe. Il Bed and Breakfast. Il viaggio. Ero nella stanza del Bed and Breakfast alle isole Faroe. Ancora non mi ero abituato del tutto al cambio di posto. Non mi ero abituato ai cambi di letto, ai cambi di pareti, ai cambi di luce che avevano segnato gli ultimi giorni, il bus per Düsseldorf, il treno per Amburgo, il traghetto per Tórshavn. Il mio corpo era abituato all'appartamento a Nettetal, a quel piccolo spazio quadrato di vita che avevamo condiviso per mesi con Iya e prima con Hannah, ai rumori specifici di quel luogo, al tubo dell'acqua che gemeva quando si apriva il rubinetto, al passo del vicino di sopra che camminava sempre alle sette di mattina con una regolarità svizzera. Il mio corpo era abituato a quelle cose e ora quelle cose non c'erano più, e il mio corpo sentiva la loro mancanza come si sente la mancanza di un arto fantasma, un'assenza che prude e che non si può grattare.
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Non mi ero nemmeno abituato del tutto al cambio di orario. C'era qualcosa di strano nel modo in cui la luce entrava dalla finestra, qualcosa che non corrispondeva all'ora che il mio orologio interno mi diceva che era, e questa discordanza tra il mondo fuori e il mondo dentro mi lasciava in uno stato di sospensione perenne, come un pendolo che non riesce a decidere da che parte oscillare.
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—Dormito bene?— chiesi a Iya, girandomi verso il suo letto.
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Lei si stirò le braccia sopra la testa sbadigliando con la bocca aperta e i lunghi capelli scomposti sul cuscino come un fiume nero che è stato interrotto da una frana.
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—Ammetto che stanotte ho dormito a singhiozzo. — disse lei, e usò proprio quell'espressione, "a singhiozzo", che mi fece sorridere perché era esatta, era la descrizione perfetta di quel tipo di sonno rotto e irregolare in cui scivoli e risali come un sasso che rimbalza sulla superficie dell'acqua prima di affondare.
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—Non sei l'unica. Credo sia stato il cambio di orario.—
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—Probabile,— rispose strofinandosi un occhio con il dorso della mano, un gesto infantile che le faceva sembrare più giovane.
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Scendemmo di sotto per la colazione. Salmone affumicato e pane di segale, ancora, secondo la tradizione faroese che a quanto pareva non ammetteva eccezioni né variazioni. Il salmone era buono, lo riconobbi, con quel sapore denso e affumicato che ti rimaneva sulla lingua per minuti dopo averlo mangiato, e il pane di segale aveva quella consistenza compatta e umida che sapeva di terra e di grano vero. Ma per quanto fosse buono non sarei mai riuscito ad abituarmici del tutto. Non era la mia colazione. Non era la colazione che avevo mangiato da bambino a Jökulsárlón, quella a base di latte caldo e cereali e pane bianco con il burro che mia madre spalmava con movimenti lenti e precisi. Era un'altra cosa. Una cosa di un altro posto. E il mio palato, come il resto del mio corpo, continuava a cercare la forma che conosceva e a non trovarla.
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Poco dopo uscimmo in città con uno scopo preciso: procurarci gli orari dei bus per l'isola di Vágar, la nostra prossima destinazione. Dal momento che il tempo di permanenza alle Faroe sarebbe stato molto limitato, avevamo deciso di esplorare solo alcune mete principali prima della partenza definitiva per l'Islanda. Non era il momento per i giri turistici completi, non era il momento per perdere tempo a guardare cose che non avevano alcuna rilevanza per quello che stavamo per affrontare. Era il momento di assorbire quanto bastava di questo luogo per poterlo ricordare, e poi andare.
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Una volta che elaborammo il tragitto da prendere, una linea di bus che attraversava l'isola di Streymoy da est a ovest fino al tunnel sottomarino, ci comprammo alcuni panini da asporto, panini con carne di montone e un formaggio locale dal sapore forte che quasi bruciava la lingua. Li mettemmo negli zaini, alleggeriti dal carico con cui eravamo partiti da Nettetal, perché tutto ciò che non era strettamente necessario l'avevamo lasciato nella stanza del Bed and Breakfast, e alle due del pomeriggio salimmo sul bus in direzione di Vágar.
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Il tunnel sottomarino Vagatunnilin era un'esperienza strana. Un tubo di cemento che scendeva sotto il mare collegando due isole che per migliaia di anni erano state separate dall'acqua, e mentre il bus lo attraversava con il suo rombo metallico io guardavo le pareti grigie del tunnel che sfrecciavano oltre i finestrini come le pareti di una gola gigantesca e pensavo a quanta roccia c'era sopra di noi, quanta acqua c'era sopra quella roccia, quanta profondità c'era tra noi e la superficie del mare, e sentii per un istante quella che credo sia una delle paure più antiche dell'umanità, la paura di essere sepolti, la paura della terra e dell'acqua che ti chiudono sopra e non ti lasciano più uscire.
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Il viaggio non fu eccessivamente lungo. Un'ora più tardi arrivammo al villaggio di Gásadalur.
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Era un piccolo paesino sperduto tra le montagne, un gruppo di case sparse con i tetti coperti d'erba secondo il tipico stile faroese, case che sembravano crescere dalla roccia stessa come funghi nati da un substrato di pietra e muschio. C'erano poche persone in giro, donne anziane con le buste della spesa e uomini che lavoravano in giardino con attrezzi che sembravano appartenere a un altro secolo, e tutto in quel luogo aveva quell'aria di sospensione nel tempo che avevamo già sentito a Tórshavn ma che qui era ancora più pronunciata, più densa, quasi tangibile.
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Raggiungemmo la costa seguendo un piccolo sentiero che partiva dal limitare del villaggio e si inoltrava tra le praterie. Man mano che ci avvicinavamo potevamo sentire il brusio del mare farsi più distinto e lo scroscio delle cascate farsi sempre più vicino, un suono che iniziava come un mormorio lontano e cresceva gradualmente di volume e di intensità fino a diventare un boato che riempiva l'aria e faceva vibrare il petto.
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Attorno a noi c'erano solo praterie. Praterie infinite che si estendevano in tutte le direzioni come un mare verde che aveva sostituito il mare grigio, e alle nostre spalle le montagne scabre di roccia basaltica si innalzavano con la loro solennità immota, con scarsa vegetazione che le copriva qua e là come macchie di vernice su una tela di pietra. Dal mare soffiava una leggera brezza salmastra che portava con sé l'odore dell'oceano e il rumore delle onde e qualcosa di più sottile che non riuscivo a identificare, qualcosa che aveva a che fare con la vastità e con la solitudine e con il fatto che in quel momento eravamo in uno dei luoghi più remoti d'Europa, circondati da nientealtro che roccia ed erba e acqua.
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I capelli di Iya, lunghi e sciolti come li portava quasi sempre, volavano nella brezza come bandiere nere, e io la guardavo camminare davanti a me con i suoi passi leggeri e il suo zaino piccolo e la sua schiena diritta e pensavo che in quel momento, in quel luogo, lei sembrava appartenere al paesaggio in un modo che non riuscivo a spiegare, come se fosse nata lì, come se quelle rocce e quell'erba e quel vento fossero parte di lei tanto quanto le sue ossa e il suo sangue.
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Quando arrivammo in un punto in cui la costa si spostava di lato rispetto al corso d'acqua che attraversava il piccolo villaggio, potemmo finalmente notare le cascate. Caddero direttamente in mare attraverso la scogliera, un nastro d'acqua bianca e schiumosa che precipitava dalla roccia con un gesto che sembrava sia definitivo sia eterno, come se quell'acqua stesse cadendo da sempre e sarebbe caduta per sempre, senza mai esaurirsi, senza mai fermarsi. Più sotto le onde si frangevano contro la roccia basaltica in ondate che si rompevano e si ritiravano e tornavano a rompersi con una pazienza geologica, plasmando la pietra come avevano fatto per migliaia di anni, un millimetro alla volta, una goccia alla volta, una generazione dopo l'altra.
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Davanti a noi il mare blu e il cielo turchese quasi si fondevano l'uno nell'altro, con il sole bianco che si rifletteva sulla superficie salata come metallo incandescente, e per un momento non riuscii a capire dove finisse l'acqua e dove cominciasse il cielo, come se il mondo si fosse dimenticato di mettere un confine tra le due cose.
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—Sembra quasi di essere in un mondo di altri tempi,— commentò Iya, e la sua voce era così bassa che il vento quasi la portò via.
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—Sicuramente ai confini del mondo.— confermai.
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Restammo in silenzio per qualche istante guardando quel paesaggio così remoto, così selvaggio, così indifferente alla nostra presenza. Le cascate cadevano. Le onde si frangevano. Il vento soffiava. E noi eravamo lì, due puntini insignificanti su una scogliera all'estremità del mondo, a guardare cose che sarebbero continuate a esistere anche se non le avessimo guardate, anche se non fossimo mai esistiti noi, anche se l'umanità intera fosse scomparsa dalla faccia della terra.
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Poi lei mi prese la mano nella sua.
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Lo fece con quella naturalezza che aveva, con quel gesto semplice e senza preamboli che era la sua firma, e io sentii le sue dita intrecciarsi tra le mie come avevano fatto tante volte ormai ma che ogni volta mi sembrava la prima. Poi si mise davanti a me e mi prese l'altra mano, e così mi trovai con entrambe le mani nelle sue, con lei di fronte a me che mi guardava con quegli occhi che in quella luce assumevano sfumature che non sapevo ancora nominare, e il mare che faceva da sottofondo con il suo rumore antico e perenne.
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—Sai, quando ti ho conosciuto non mi sarei mai aspettata che ci saremmo imbattuti in questa specie di avventura quassù, lontano da tutto. Mi sembrano passati eoni da allora.—
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Si fermò. La sua voce aveva assunto un tono più basso, più intimo, come se le parole che stava per dire fossero troppo fragili per essere pronunciate a voce alta e volesse proteggerle dal vento stringendole contro di sé prima di lasciarle andare.
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—Volevo comunque dirti,— proseguì, e mi si fece più vicina, continuando a tenere le sue mani nelle mie, avvicinandosi così tanto che potevo sentire il calore del suo corpo attraverso i vestiti e l'odore della sua pelle mescolato a quello dell'aria salmastra. —grazie di tutto.—
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Era vicinissima. Potevo vedere le screziature dei suoi occhi, quel colore impossibile che non apparteneva a nessun altro paio di occhi che avessi mai visto, e alcuni dei suoi lunghi capelli ribelli che il vento soffiava davanti al suo viso come tende sottili che si aprivano e si chiudevano su un palcoscenico intimo. Potevo vedere i pori della sua pelle, il battito della sua arteria temporale sotto la tempia, e tutto era così vicino, così definito, così reale che per un istante mi sembrò di poterla guardare dentro, di poter vedere oltre la superficie delle cose fino al cuore nascosto che batteva sotto.
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—Grazie a te di esistere.— dissi piano, e quelle parole uscirono dalla mia bocca come qualcosa di involontario, come un respiro che non avevo deciso di fare ma che era uscito comunque, e mentre le pronunciavo sentii il loro peso, il peso di una verità che avevo portato dentro per troppo tempo senza averne il coraggio.
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Poi lei azzerò le distanze tra i nostri visi. Lo fece con un movimento lento e deciso che non lasciava spazio a dubbi o esitazioni, piegò la testa di lato come fa chi sa esattamente cosa sta facendo, schiuse la bocca e si unì alla mia.
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Il mondo si fermò. Non in modo metaforico, non come si dice nelle canzoni o nei romanzi, ma letteralmente. Il rumore delle cascate scomparve. Il brusio del mare scomparve. Il vento scomparve. Rimase solo il punto di contatto tra le nostre labbra, un punto così piccolo e così preciso che conteneva tutto ciò che esisteva. Il suo sapore era di salmone affumicato e di vento oceanico e di qualcosa di dolce che veniva da dentro di lei, qualcosa che non aveva niente a che fare con il cibo o con l'aria ma con la sua essenza più intima, con quello che era prima di diventare un corpo e che restava dopo che il corpo aveva finito di essere un corpo.
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Poi ci stringemmo l'uno all'altra. Le sue braccia mi circondarono la vita e le mie le circondarono le spalle, e ci facemmo così stretti che non c'era più spazio tra di noi, non c'era più aria, non c'era più nulla che non fossimo noi, e io sentii il suo cuore battere contro il mio petto attraverso i vestiti, un battito veloce e irregolare che sembrava un messaggio in codice che solo il mio corpo poteva decifrare.
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Qualche ora dopo aver vagato verso est attraverso i sentieri, esplorammo il resto del paesaggio dell'isola con l'aria salmastra del mare che soffiando si mescolava a quella dell'erba alta che ondeggiava al ritmo del vento come un mare verde che respirava. Camminammo senza parlare, perché non c'era bisogno di parole, perché il paesaggio parlava per noi con il suo silenzio grandioso, con le sue rocce nere e le sue praterie infinite e il suo cielo che non sapeva mai decidere se essere azzurro o grigio o turchese.
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Poco più tardi arrivammo nei pressi del cosiddetto "lago sopra l'oceano", il lago Sørvágsvatn. Sei chilometri di acqua dolce racchiusi in una conca di roccia e erba, sospesi trenta metri sopra il livello dell'Atlantico, separati dal mare da una sottile parete di roccia basaltica che sembrava troppo sottile, troppo fragile, troppo insignificante per reggere quella massa d'acqua che premeva contro di essa da millenni senza mai cedere.
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Continuammo a seguire il sentiero tra l'erba alta, erba che ci arrivava alle ginocchia e che ci accarezzava le gambe con un tocco fresco e umido mentre camminavamo, finché non arrivammo alla riva. Il lago era calmo. Incredibilmente, quasi innaturalmente calmo. La sua superficie rifletteva le bianche nuvole che si inseguivano nel cielo con una precisione che sembrava di guardare un dipinto che un riflesso, e la sua posizione sopra l'oceano, a pochi metri dalla scogliera che precipitava nel vuoto, gli dava quell'effetto ottico impossibile di un lago sospeso sopra il mare, un lago che sfidava le leggi della fisica e della gravità e del buon senso, che fluttuava nell'aria come un miraggio che non voleva sparire.
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— Questo lago ha un che di sovrannaturale,— osservò Iya guardando lo specchio d'acqua con gli occhi socchiusi, come se stesse cercando di leggere qualcosa nella sua superficie che non era visibile a occhio nudo.
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In effetti è un posto piuttosto insolito dove trovare un lago, dissi, e sentii la banalità delle mie parole mentre le pronunciavo, ma non trovai parole migliori perché non esistevano parole migliori per descrivere quel luogo, parole che potessero contenere la sua stranezza e la sua bellezza e il suo senso di impossibilità.
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Decidemmo di accamparci per mangiare un panino. Ci sedemmo sull'erba vicino alla riva, con le gambe tese e i zaini aperti accanto a noi, e mangiammo in silenzio guardando l'acqua immobile del lago e le nuvole che vi si riflettevano. I panini al montone erano freddi ormai, ma avevano ancora quel sapore forte e selvatico che li rendeva migliori di qualsiasi panino caldo potessimo aver comprato in una città.
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Dopo aver mangiato ci rimettemmo gli zaini in spalla e ci allontanammo dalla costa e dal sentiero principale, iniziando ad addentrarci nell'entroterra. L'erba alta ci arrivava alle ginocchia e oltre, e camminavamo in quel mare verde con la sensazione di nuotare in qualcosa di vivo e di antico, qualcosa che ci accoglieva e al tempo stesso ci inghiottiva con la stessa indifferenza con cui l'oceano accoglie e inghiotte le barche.
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— Tu credi nel destino? — mi chiese ad un tratto Iya.
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La domanda arrivò dal nulla, come una pietra che cade dall'alto senza che tu l'abbia vista, e io mi fermai per un istante, sorpreso. Dovevo ammettere che era brava a cogliermi alla sprovvista con domande insolite. Lo faceva da quando l'avevo conosciuta, da quando era solo la sorella di Helena che stava sul divano a guardare la televisione mentre noi due ci scambiavamo sguardi che pensavamo invisibili.
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— Non lo so,— risposi dopo un momento.— Tendo solo a seguire il percorso che la vita mi porta giorno dopo giorno.—
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— E se fosse proprio quello il significato di destino?—
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— Non me lo sono mai chiesto. Forse sono entrambe le cose. Perché me lo chiedi?—
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— Stavo solo pensando alle strane circostanze della vita,— si giustificò lei, ma il modo in cui lo disse, con quella leggera incertezza nella voce che non le avevo mai sentito prima, mi disse che non si stava giustificando affatto, che c'era qualcosa di più profondo dietro quella domanda, qualcosa che non era pronto a emergere o che non sapeva come emergere.
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Poco dopo raggiungemmo una collinetta che si affacciava sul lago. Era un punto elevato rispetto al resto della prateria, un dosso di terra e erba che offriva una vista aperta sull'acqua e sulle montagne oltre, e decidemmo di accamparci lì, mettendo da parte i nostri zaini sull'erba come due pietre che si posano sul fondo di un fiume.
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— Chissà come sarà questo posto quando arriva l'inverno, — dissi, guardando l'orizzonte dove il lago si confondeva con il cielo in una linea sottile e incerta.
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—Sicuramente gelido.— disse Iya.
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Restammo lì per qualche istante a osservare in silenzio quel paesaggio lontano da ogni cosa, fatto di erba alta delle praterie e del lago silenzioso che rifletteva il mondo capovolto sulla sua superficie. C'era una pace in quel luogo che non era la pace delle città, quella fatta di silenzi forzati e di rumori attutiti, ma una pace più antica e più vera, una pace che veniva dalla roccia e dall'acqua e dall'erba e che esisteva da prima che l'uomo mettesse piede su queste isole e che sarebbe esistita ancora dopo che l'ultimo uomo le avesse lasciate.
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— Sai perché ti ho fatto quella domanda sul destino, fece Iya, e la sua voce era cambiata,— era diventata più lenta, più profonda, come se le parole che stava per dire venissero da un luogo molto dentro di lei, un luogo che non visitava spesso.— Tutta questa storia è cominciata due anni fa ormai, in Islanda. Ora sembra quasi destino che ci torniamo.—
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— Sembra particolare anche a me questa circostanza, dissi, e sentii il peso delle parole "due anni fa" che si posava sul mio petto come un sasso, due anni in cui era successo tutto, in cui il mondo era cambiato per sempre, in cui avevo perso mia madre e Helena e la mia casa e la mia vita intera e avevo trovato, in mezzo alle macerie di tutto quello, questa ragazza che adesso stava seduta accanto a me su una collina sopra un lago impossibile alle estremità del mondo.— Però sono felice che le nostre strade si siano incrociate.—
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Lei mi guardò. In quel momento soffiava una brezza mite che le sollevò qualche ciocca di capelli dal viso, e i suoi occhi, in quella luce obliqua e dorata del tardo pomeriggio, avevano quel colore impossibile che era insieme verde e castano e nessuno dei due, un colore che esisteva solo nei suoi occhi e che non aveva un nome in nessuna lingua.
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Poi, senza aggiungere altro, di riflesso, ci baciammo.
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Stavolta fu qualcosa di diverso.
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Non so cosa cambiò. Non so se fu il luogo, quell'erba alta e quel lago silenzioso e quella luce dorata che sembrava venire da un altro pianeta. Non so se fu il momento, quel peso di parole non dette che si era accumulato tra noi nelle ore precedenti e che aveva bisogno di trovare un'altra forma di espressione. Non so se fu lei, un suo movimento diverso, una sua pressione diversa, una sua intenzione diversa che sentii attraverso le labbra prima di comprenderla con la mente. So solo che quel bacio non fu come gli altri. Non fu un bacio di saluto, non fu un bacio di conforto, non fu un bacio di bisogno. Fu qualcosa di più. Qualcosa che partì dalle labbra e si propagò come un'onda che si allarga in cerchi concentrici, toccando prima la bocca, poi la gola, poi il petto, poi lo stomaco, poi qualcosa di ancora più in basso e più profondo che non avevo un nome per definire.
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Finimmo tra l'erba con le mani intrecciate e con i capelli di Iya sparsi tra i ciuffi verdi come fili di un tessuto che si era mescolato con la terra da cui era nato. La mia bocca si perse tra le labbra dischiuse di lei, e sentii il sapore della sua lingua che si univa alla mia in un intreccio lento e profondo che non aveva fretta, che non voleva arrivare da nessuna parte, che era contento di stare in quel punto esatto per tutto il tempo che il mondo gli avesse concesso.
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Con quella crescente sensazione di calore tra di noi il bacio continuò a pulsare, un battito lento e ritmico che sembrava sincronizzarsi con qualcosa di più grande di noi, con il respiro della terra sotto di noi, con il movimento impercettibile dell'erba intorno a noi. La mia mano iniziò a risalire sotto la felpa di lei, sentendo la stoffa che scivolava sulla sua pelle, e poi fu sulla pelle nuda della sua pancia, una pelle calda e morbida che si contraeva leggermente al mio tocco come un muscolo che risponde a uno stimolo, e poi la mia mano salì ancora, fino al suo seno sinistro, e lo presi nel palmo della mano e sentii il suo peso e la sua forma e il suo calore attraverso il tessuto del reggiseno.
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Lei mi tenne ferma la mano in quella posizione, non per fermarmi ma per trattenermi lì, per dirmi senza parole che quello era il punto esatto in cui voleva che fossi, e continuò a baciarmi con una intensità che era cresciuta di un grado, che era passata da qualcosa di dolce a qualcosa di più urgente senza perdere mai la sua delicatezza, come un fiume che si fa più largo ma non più violento.
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Quando ci staccammo, in un silenzioso assenso che non richiese parole né gesti espliciti, mi misi in ginocchio davanti a lei e mi tolsi il maglione e lo gettai di lato sull'erba, poi la maglia, e sentii l'aria fredda sulla pelle nuda del mio petto che mi fece venire i brividi per un istante prima che il calore del momento cancellasse ogni sensazione di freddo. Iya invece si limitò ad abbassarsi la cerniera della felpa, un suono metallico e lieve che nell'aria silenziosa sembrò assurdamente rumoroso, per poi sbottonarsi i bottoni della camicia e sfilarsi le maniche della camicia e della felpa che rimasero come una coperta dietro di lei, un abbozzo di nido tra l'erba alta.
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Ormai a petto nudo, la aiutai a sfilarsi piano il reggiseno. Le mie dita trovarono la chiusura dietro la schiena e la sganciarono con un movimento che volevo essere sicuro ma che era tremante, e il reggiseno scivolò via rivelando la forma dei suoi seni, piccoli e perfetti. Le baciai piano il collo, sentendo sotto le labbra il battito della sua arteria carotidea che pulsava veloce e irregolare, un battito che mi raccontava in tempo reale ciò che provava senza che avesse bisogno di dirmelo.
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Una volta sfilato il reggiseno, lei mi guardò dolcemente con i suoi occhi verde castano, e in quello sguardo c'era qualcosa che mi tolse il respiro più di qualsiasi bacio potesse fare, una vulnerabilità che non le avevo mai visto, un'ammissione di fiducia che andava oltre il corpo e oltre le parole e oltre tutto ciò che potevo comprehendere. Poi mi baciò lievemente le labbra, un bacio leggero come il tocco di una farfalla, e io sentii quella leggerezza come una cosa sacra, come qualcosa che andava protetto e custodito con la stessa cura con cui si protegge una fiammella in una notte di tempesta.
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Le baciai nuovamente il collo. Poi lentamente scesi lungo il profilo delle sue clavicole, seguendo la linea della sua pelle con le labbra come un fiume che segue il corso che la roccia gli ha tracciato, fino alle sue curve e alla loro vallata, e la sentii fremere sotto il mio tocco e un suono uscire dalla sua gola che non era una parola né un gemito ma qualcosa di intermedio, qualcosa di più antico e più primitivo di entrambi.
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Ci perdemmo l'uno nell'altra in un intreccio di carezze e baci che non avevano una direzione precisa ma che sembravano seguire una mappa che esisteva solo nei nostri corpi, una mappa tracciata da chissà quale forza prima che nascessimo e che stavamo solo ora scoprendo. Rotolammo semi-nudi nell'erba alta e fresca, sentendo i gambi che ci pungevano leggermente la pelle e l'umidità della terra che si mescolava al calore dei nostri corpi, e la bocca di Iya si schiuse nuovamente tra la mia in un bacio profondo mentre lei si stringeva a me con i seni a stretto contatto con il mio petto nudo, e sentii la morbidezza della sua pelle contro la durezza della mia e il battito del suo cuore che si confondeva con il mio in un ritmo che non sapevo più quale dei due fosse.
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Il vento soffiava leggero sulla nostra pelle nuda e l'erba sotto di noi pungeva leggermente e il lago davanti a noi rifletteva il cielo che stava cambiando colore senza che noi ce ne accorgessimo, perché in quel momento non esisteva nulla al di fuori del punto in cui i nostri corpi si toccavano, nulla al di fuori della temperatura della sua pelle e del sapore delle sue labbra e del suono del suo respiro che si faceva sempre più corto e sempre più irregolare.
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Stretti l'uno all'altra, un bacio di Iya seguì lento un altro e un altro ancora tra uno schiocco liquido e l'altro, e ogni bacio era diverso dal precedente, ogni bacio era un mondo a sé con i suoi suoni e i suoi sapori e le sue texture, e io mi persi in quella sequenza infinita come ci si perde in un sogno da cui non si vuole svegliare.
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Perso in lei, sentii le sue dita disegnare spirali invisibili sulla pelle della mia schiena, e quel movimento lento e circolare mi fece chiudere gli occhi e mi fece perdere l'ultimo appiglio che mi teneva aggrappato alla realtà, perché non c'era più nessuna realtà se non quella delle sue dita sulla mia pelle e della mia bocca sulla sua pelle e del nostro respiro che si era fuso in un unico respiro che saliva e scendeva come un'onda.
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Poi ci separammo, guardandoci con il respiro leggermente ansimante, e in quello sguardo che durò forse un secondo ma che conteneva un intero universo di domande e risposte, vennero via anche i pantaloni e gli indumenti intimi, con la lentezza e la naturalezza di chi sta compiendo un gesto che è al tempo tempo il più semplice e il più importante del mondo.
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Non ci accorgemmo che il firmamento stava iniziando a cambiare colore verso il violaceo e il blu scuro. Non ci accorgemmo che le prime stelle stavano comparendo una dopo l'altra come punti di luce spillati su un tessuto di velluto. Non ci accorgemmo di nulla che non fosse il punto esatto in cui i nostri corpi si univano, perché in quel punto era concentrata tutta l'energia dell'universo, tutta la luce e tutto il buio e tutto il calore e tutto il freddo e tutto l'amore e tutto il dolore che avevamo portato con noi fino a quel momento.
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Con le gambe di lei avvolte attorno al mio corpo, con le mani sudate intrecciate l'una nell'altra in una presa che era più di un contatto fisico, che era un patto, una promessa, una preghiera laica recitata con il linguaggio dei corpi invece che con quello delle parole, e con i nostri respiri uniti in uno solo che saliva e scendeva come il petto di un unico essere con due cuori, quell'istante ci rese dimentichi della durata del tempo e dell'esistenza.
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Carne nella carne. Non c'era altro modo per descriverlo. Non c'era poesia che potesse rendere giustizia a quella sensazione di completezza assoluta, di due cose che erano state separate per troppo tempo e che finalmente tornavano a essere una sola cosa, anche se solo per un istante, anche se solo per il tempo di un respiro. La pelle di Iya contro la mia era come una confessione, come un'ammissione di verità che le parole non avrebbero mai potuto contenere.
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Quando lo facemmo tutto cessò di esistere. Dalle nostre peggiori paure fino a tutto ciò che era stato e sarebbe diventato. Il vulcano che aveva distrutto le nostre vite non esisteva più. La guerra che si preparava in qualche luogo lontano non esisteva più. Il freddo che aveva quasi ucciso noi a Bergen non esisteva più. Esisteva solo quel punto di contatto, quel fulcro incandescente in cui due corpi si erano fusi in uno, e tutto il resto era silenzio, era vuoto, era nulla.
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Certo, solo un istante. Ma chi ha mai stabilito la durata di un istante? Chi ha mai deciso che un momento debba durare un certo tempo per essere reale, per essere importante, per contare? Quell'istante durò quanto durò, e quello che contenne fu sufficiente a riempire un'intera vita, o almeno così mi sembrò in quel momento, con il cuore che batteva così forte da sembrare che volesse uscire dal mio petto e correre libero per quelle praterie infinite.
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Quando ci staccammo l'uno dall'altra, ci abbracciammo. Eravamo caldissimi e sudati e l'erba alta ci oscillava intorno nella brezza della sera come se stesse vegliando su di noi, come se fosse una testimone silenziosa di qualcosa di sacro che era avvenuto nel suo regno. Le sentii il cuore battere contro il mio petto, un battito che stava lentamente tornando alla normalità ma che ancora portava in sé l'eco di ciò che era appena successo, e sentii il mio cuore rispondere allo stesso ritmo, come due pendoli che si sono sincronizzati e non riescono più a smettere di oscillare insieme.
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Guardammo un istante il cielo. Erano comparse le prime stelle. Puntini di luce bianca e fredda che si accendevano uno dopo l'altro nel viola scuro del crepuscolo come minuscole candele che qualcuno stava accendendo in una stanza immensa. Le guardammo in silenzio, abbracciati e nudi nell'erba, e io pensai che se qualcuno ci avesse visti da lontano, da una di quelle montagne di roccia basaltica che ci guardavano con la loro indifferenza millenaria, non avrebbe visto due persone. Avrebbe visto una sola forma, una sola ombra, un unico essere che respirava con due paia di polmoni e guardava il cielo con quattro occhi.
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E forse era esattamente quello che eravamo.
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