Arrivammo alle Faroe a notte fonda del giorno successivo.190Please respect copyright.PENANAPALSs4NLqx
Il cielo era limpido e stellato ma faceva un freddo che non aveva nulla a che vedere con agosto, un freddo tagliente e penetrante che ti entrava nelle ossa attraverso i vestiti come un'acqua gelida che si insinua nelle fessure di una roccia. Un freddo da settembre inoltrato, da ottobre precocemente arrabbiato, un freddo che ti ricordava con brutalità che le stagioni non erano più quelle di una volta e che il mondo, stava cambiando in modi che nessun calendario poteva registrare.
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Quando io e Iya scendemmo dal traghetto a Tórshavn fu come varcare una soglia invisibile. Non una soglia fisica, non un confine politico o geografico, ma qualcosa di più sottile e più antico, qualcosa che aveva a che fare con il tempo stesso. Ci sembrò di essere arrivati in una terra che risaliva ad altri tempi. Non nel senso romantico e turistico che le guide di viaggio usano per descrivere i posti pittoreschi, ma in un senso molto più letterale e molto più inquietante. Come se le Faroe fossero rimaste intrappolate in un'epoca precedente e il resto del mondo avesse semplicemente dimenticato che esistevano. Tutto in quel posto comunicava un senso di lontananza assoluta, una distanza che non misurava i chilometri ma qualcosa di più intimo e più definitivo. Come se ciò che stava accadendo nel resto del mondo non fosse una questione che riguardasse questo luogo. Come se le Faroe fossero state escluse dal contratto che il mondo aveva firmato con se stesso, e ora vivessero in una specie di limbo sereno e sordo fuori dal tempo.
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Dopotutto, pensai mentre camminavamo lungo il molo deserto con gli zaini sulle spalle e il respiro che si condensava nell'aria come fumo bianco, molto probabilmente anche io se fossi cresciuto in un posto del genere l'avrei pensata allo stesso modo. Che il mondo fuori non c'entra. Che quello che succede oltre l'orizzonte è un problema di qualcun altro. È una forma di innocenza, forse. O forse è solo una forma di sopravvivenza che ha assunto le sembianze della pace.
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L'isola su cui sorgeva Tórshavn si chiamava Streymoy. Me lo ricordavo dalla cartina che avevamo studiato prima di partire, una di quelle serate in cui ci sedevamo sul letto con la mappa aperta tra noi due e i diti che tracciavano rotte impossibili su carte che sembravano disegnate per un altro pianeta. Per qualche giorno ci saremmo fermati qui. Era stata un'idea di Iya, e io avevo acconsentito senza opposizione, perché anche se non l'avevo detto a voce alta sapevo che entrambi avevamo bisogno di una tappa. Un momento di respiro prima del salto.
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In giro non c'era anima viva. Le strade del porto erano vuote, i lampioni proiettavano cerchi di luce giallastra sul selciato bagnato di umidità, e le uniche cose che si muovevano erano le ombre dei nostri passi e il fermo delle funi d'ormeggio che sbattevano contro i pali metallici con un rumore ritmico e solitario. Dopotutto a quell'ora, in qualunque luogo di mia conoscenza da Nettetal a Bergen, da Jökulsárlón a Reykjavik, sarebbe stato difficile trovare qualsiasi forma di vita pubblica. Il mondo si era ritirato. Le persone si chiudevano in casa prima, dormivano più, uscivano meno. Era come se l'umanità intera stesse facendo un lungo e silenzioso letargo, aspettando qualcosa che nessuno aveva il coraggio di nominare.
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Il viaggio era stato lungo, sfiancante, un susseguirsi di mezzi di trasporto che ci aveva portato attraverso mezza Europa e oltre. Le gambe mi dolevano per le ore passate seduto su treni e autobus, e la schiena protestava per il peso dello zaino che avevo portato per troppo tempo. Sicuramente ora avevamo bisogno di riposo, di dormire in un vero letto per una notte intera senza essere svegliati dal movimento di un treno o dal rullio di una nave. L'importante era essere riusciti ad arrivare fin qui, un passo alla volta, sempre più vicini alla nostra destinazione.
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Trovammo il nostro alloggio a pochi minuti a piedi dal porto, una casa in legno scuro con il tetto ricoperto di erba che sembrava crescere direttamente dalla roccia sottostante. La proprietaria, una donna minuta con i capelli grigi e gli zigomi alti tipici delle popolazioni nordiche, ci accolse senza fare domande, ci diede le chiavi di una stanza al primo piano e scomparve dietro una porta da cui sentimmo uscire il suono di una radio che trasmetteva musica tradizionale faroese, un canto lento e nasale che sembrava venire da un altro secolo.
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La stanza era pensata per offrire comfort e tranquillità, e ci riusciva con una naturalezza che mi colpì. Le pareti erano di un caldo color ocra, un colore che non avevo visto da molto tempo in nessun luogo in cui avessi dormito, adornate da stampe che celebravano la bellezza dei paesaggi naturali delle isole, fiordi e cascate e montagne verdi che sembravano appartenere a un mondo parallelo dove le cose erano ancora belle per il solo fatto di esistere. La luce soffusa del giorno entrava dalla finestra avvolta da tende di lino bianco e si diffondeva colorando l'ambiente di toni dorati, un oro debole e autunnale che non aveva niente a che vedere con l'oro violento dell'estate ma che era bello a modo suo, come lo è una cosa che sta finendo e che lo sa.
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Al centro della stanza due letti separati ma comunque vicini erano posizionati con un'eleganza semplice e discreta. Ogni letto aveva una testiera in legno scuro, finemente intagliata con motivi floreali che ricordavano i disegni che si trovano sui manufatti vichinghi nei musei, piccole spirali e intrecci che raccontavano storie che non sapevo leggere ma che sentivo appartenere a qualcosa di molto antico e molto profondo. Le lenzuola erano di cotone bianco, pulite, profumate di qualcosa che assomigliava alla lavanda, e ogni letto era coperto da una leggera coperta di lana che prometteva calore senza opprimere. Tra i letti, una piccola e discreta lampada da tavolo emetteva durante la notte una luce calda che bastava a scacciare i mostri senza creare un'illuminazione aggressiva. Un armadio in legno scuro posto in un angolo discreto completava l'arredo, offrendo spazio per i nostri effetti personali con quella dignità silenziosa che hanno le cose ben fatte.
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Non dicemmo nulla. Posammo gli zaini a terra, ci togliemmo le scarpe, e crollammo sui letti come due alberi abbattuti.
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Il giorno successivo ci alzammo tardi, molto più tardi del solito, ma sicuramente eravamo rinvigoriti dopo le ore di sonno accumulate. Finalmente avevamo dormito come si deve, non a singhiozzo come nei giorni precedenti, tra viaggi in treno e la nave dove il rumore dei motori e il movimento delle onde avevano reso il riposo un'impresa impossibile. Ci svegliammo lentamente, emergendo dalle profondità di un sonno senza sogni, e quando aprii gli occhi mi ci volle qualche istante per ricordare dove fossimo.
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La luce soffusa del giorno che entrava dalla finestra, avvolta da tende di lino bianco che filtravano i raggi del sole, si diffondeva colorando l'ambiente di toni dorati che rendevano tutto più caldo, più accogliente. Era una luce diversa da quella a cui eravamo abituati in Germania, più pura in qualche modo, come se l'aria pulita del Nord Atlantico permettesse al sole di splendere con maggiore intensità.
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—Buongiorno,— mi disse Iya alzandosi con gli occhi assonnati, i capelli scuri arruffati dal sonno. La sua voce era roca, impastata dal risveglio, e mentre si stiracchiava la maglia del pigiama si sollevò leggermente, rivelando una striscia di pelle pallida sopra l'elastico dei pantaloni.
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—Buongiorno a te,— risposi, e senza pensarci mi sporsi verso di lei per baciarla. Fu un gesto naturale, istintivo, come se lo facessimo da sempre, e quando le nostre labbra si toccarono sentii un fremito che mi percorse la spina dorsale. Le sue labbra erano calde, morbide, e sapevano del sonno e di qualcos'altro che non riuscivo a identificare ma che mi fece desiderare di prolungare quel contatto.
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—Che ore sono?— chiese quando ci staccammo, guardando verso la finestra come se il sole potesse darle un'indicazione.
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—Quasi le undici,— risposi, sorpreso dal tempo che era passato.
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—Sicuramente abbiamo dormito parecchio,— commentò lei con un sorriso imbarazzato, passandosi una mano tra i capelli per sistemarli.
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—Direi, ne avevamo bisogno, — sbadigliai, stirandomi a mia volta.—Facciamo colazione?—
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Ci rivestimmo in un silenzio confortevole, il tipo di silenzio che si condivide con qualcuno con cui ci si sente a proprio agio, senza bisogno di riempire ogni istante con parole inutili. Poi scendemmo al piano di sotto per fare colazione, dove il proprietario del bed and breakfast, un uomo robusto con una barba grigia ben curata e occhi gentili, ci accolse con un sorriso e ci indicò il tavolo dove era stata preparata la colazione.
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In faroese la colazione veniva chiamata Murgunmatur, e quel mattino facemmo la colazione più strana che avessimo mai fatto alla quale non eravamo abituati nemmeno quando vivevamo in Islanda. Il tavolo era imbandito con una varietà di cibi che sembravano appartenere a un'altra epoca: salmone affumicato di un rosa brillante che sembrava essere stato pescato quella mattina stessa, pane di segale denso e scuro che aveva un sapore intenso e quasi terroso, formaggi locali dal sapore deciso, e burro così giallo e cremoso che sembrava quasi un altro alimento rispetto a quello che compravamo nei supermercati tedeschi.
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Ciò nonostante avevamo una fame tale che avremmo mangiato qualunque cosa, non era decisamente ora di fare gli schizzinosi. Ci servimmo generosamente di tutto, e mentre mangiavamo il proprietario ci osservava con un sorriso soddisfatto, chiaramente felice di vedere che apprezzavamo la sua ospitalità. Il salmone era incredibilmente fresco, con un sapore che mi ricordava le cene a base di pesce che mia madre preparava quando ero bambino, prima che tutto cambiasse, prima che la lava seppellisse la nostra vita.
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Una volta finita la colazione, finalmente decidemmo di uscire per vedere come era la cosiddetta capitale più vecchia del Vecchio Continente. Tórshavn si diceva fosse una delle capitali più antiche d'Europa, anche se con i suoi circa tredicimila abitanti era più un grande paese che una vera e propria città. Ma ciò che le mancava in dimensioni lo compensava ampiamente in carattere e atmosfera.
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Le isole Faroe affioravano lontane dalla civiltà nel mezzo delle gelide acque del Nord Atlantico, erano un arcipelago di antiche isole vulcaniche fatte di quella stessa roccia che aveva visto la diffusione e la ritirata delle maree della civiltà, proprio come lo sciabordare delle onde lungo le coste. Milioni di anni prima, quelle isole erano state forgiate dal fuoco delle profondità terrestri, e ora emergevano dal mare come monumenti a quell'antica violenza creativa, coperte da uno spesso manto di verde che nascondeva la loro origine incandescente.
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Le antiche montagne di origine vulcanica oscure e solenni si sollevavano alte sulla superficie dell'Oceano Atlantico come antiche cattedrali di dura roccia lavica erette per le antiche divinità nordiche, ricoperte ora da uno spesso manto erboso che le rendeva morbide al tatto ma non meno imponenti alla vista. Alcune di esse erano così ripide che l'erba sembrava sfidare la gravità, aggrappandosi a pendii verticali con una tenacia che mi ricordava la determinazione degli abitanti di quelle isole remote.
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Ogni isola era un mondo a se stante, creato dal fuoco milioni di anni prima, scolpito dal vento e dai ghiacciai in ere successive, solcato da fiordi di roccia aspra e profonde vallate con scroscianti cascate che precipitavano dalle cime direttamente nel mare. L'acqua sembrava essere dappertutto: nei fiordi profondi e scuri, nelle cascate che solcavano ogni parete rocciosa, nelle nuvole che correvano veloci sopra le nostre teste, portate da venti che non conoscevano tregua.
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Scoprimmo che Tórshavn era una città che aveva mantenuto il suo antico stile, seguendo una rigida tradizione che aveva radici lontane in un tempo senza memoria. Il centro storico chiamato Tinganes era la parte più antica della città, e ospitava casette in legno ricoperte di erba sui tetti, come la maggior parte delle case delle isole. Quegli edifici con i loro tetti verdi sembravano essere cresciuti dal terreno stesso, come se la natura e l'architettura avessero raggiunto un compromesso armonioso. Stranamente, alcuni di questi edifici ospitavano uffici governativi, creando un'atmosfera surreale dove la politica si svolgeva in casette che sembravano uscite da una fiaba.
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La tensione che io e Iya avevamo accumulato nel corso del viaggio e negli ultimi mesi si era allentata, come se le onde del Nord Atlantico avessero lavato via le nostre preoccupazioni. Quassù non c'era tutto quel caos urbano che avevamo conosciuto in Germania, quella confusione che regnava ovunque nelle città del Vecchio Continente, e soprattutto non c'era quella sensazione di paura del futuro prossimo in arrivo, quella nube di ansia che sembrava avvolgere ogni conversazione, ogni sguardo, ogni momento di silenzio.
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Le persone che incontravamo sembravano diverse: più calme, più presenti, come se non avessero nulla di urgente di cui preoccuparsi. Forse era perché vivevano in un posto dove la natura era ancora la forza dominante, dove il tempo atmosferico decideva cosa si poteva fare e cosa no, dove le comodità moderne erano opzionali più che necessarie. O forse era perché sapevano che non avevano controllo su ciò che accadeva nel resto del mondo, e avevano smesso di preoccuparsene.
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In quel momento, io e lei eravamo nella periferia della città, mano nella mano stavamo camminando su una strada secondaria in riva al mare, dove le case lasciavano il posto a prati aperti e scogliere basse. Il mare si stendeva davanti a noi in tutte le direzioni, grigio-blu sotto il cielo limpido, con onde che si infrangevano delicatamente contro la costa rocciosa. L'odore del sale e delle alghe riempiva l'aria, mescolandosi a quello dell'erba bagnata dalla rugiada notturna.
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Finché non trovammo un punto adatto, un piccolo avvallamento tra l'erba alta che ci proteggeva dal vento, e ci sedemmo lì, come due bambini che hanno trovato il loro nascondiglio segreto. Allargai le gambe e lei si sedette davanti a me, appoggiando la schiena contro il mio petto, come se fosse il posto più naturale del mondo.
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Era tardo pomeriggio, ma il sole era ancora alto sopra l'orizzonte, come succede a queste latitudini durante l'estate. Il cielo era completamente terso, di un azzurro intenso che sembrava quasi irreale, anche se soffiava una leggera brezza fredda che ci faceva rabbrividire nonostante i nostri vestiti caldi. Quella brezza portava con sé frammenti di alghe e salsedine, piccoli promemoria del fatto che eravamo circondati dall'oceano da ogni lato.
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La cinsi da dietro abbracciandola, con la sua schiena contro il mio petto, e con il viso sulla sua spalla le baciai il viso, piccoli baci leggeri che partirono dalla guancia e scesero verso il collo. La sua pelle era fresca al tatto, liscia, e sapeva di mare e di qualcosa di dolce che non riuscivo a identificare ma che mi faceva venire voglia di assaggiarla ancora.
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—È tutto così calmo quassù,— mi confidò lei con voce sognante, gli occhi persi all'orizzonte dove il mare incontrava il cielo. —Non mi dispiacerebbe viverci.—
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—E se non ci volessero?— le chiesi, anche se in realtà stavo pensando alla stessa cosa. Cosa avrebbe significato vivere in un posto del genere? Avremmo trovato lavoro? Saremmo stati accettati dalla comunità?
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—Sembrano persone accoglienti,— rispose lei con una convinzione che mi sorprese. —Praticamente sono i nostri vicini di casa, potremmo venirci a vivere tranquillamente. L'islandese e il faroese sono lingue sorelle, non sarebbe difficile imparare.—
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—Non mi dispiacerebbe,— le carezzai le dita della mano, sentendo le sue unghie corte e ben curate sotto i miei polpastrelli. —Sicuramente avremmo una vita molto più tranquilla.—
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Lei si girò a guardarmi, e in quel momento fui colpito ancora una volta da quanto i suoi lineamenti fossero simili a quelli delle sue due sorelle e allo stesso tempo così diversi. Aveva la stessa struttura ossea di Helena, gli stessi zigomi alti, la stessa forma del mento, ma c'era qualcosa nel modo in cui questi elementi si combinavano che la rendeva unica. Anche i suoi occhi erano diversi: non di un colore castano uniforme come quelli di Helena, ma con sfumature sia verdi che castane che cambiavano a seconda della luce. In quel momento, con il sole riflesso in essi, potevo vedere pagliuzze dorate che non avevo mai notato prima.
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—Potremmo metterlo come un nostro progetto per il futuro,— mi propose lei, e nella sua voce c'era una serietà che mi fece capire che non stava scherzando.
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Rimasi sorpreso da quello che disse. Stava facendo programmi per un "noi" del futuro, come se desse per scontato che io e lei saremmo stati insieme ancora a lungo. Fino a quel momento, la nostra relazione era stata una cosa fluida, indefinita, un rifugio temporaneo dal dolore e dalla solitudine. Ora lei stava parlando di costruire qualcosa di permanente, di pianificare una vita insieme.
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Pensai per un istante a ciò che significava. Quel posto era molto simile a quello in cui eravamo cresciuti, con le sue montagne scure, i suoi prati verdi, il suo mare gelido. L'Islanda, per almeno una generazione, non sarebbe stata abitabile visto tutto quello che era successo: la lava aveva sepolto gran parte delle zone abitate, la cenere aveva avvelenato l'acqua e il suolo, e il vulcano era ancora attivo, come se stesse dormendo un sonno inquieto in attesa di risvegliarsi. Le Faroe offrivano una similitudine con la nostra terra perduta, senza il pericolo costante di un'eruzione imminente.
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—Ci sto,— dissi, e nel momento stesso in cui pronunciai quelle parole seppi che erano vere. Ci stavo. Volevo costruire qualcosa con lei. Volevo un futuro, per quanto incerto.
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Lei, che era rimasta seria fino a quel momento, sembrò sorpresa dalla mia risposta. Forse si aspettava un "no" o, più probabilmente, un "vedremo" non impegnativo. Invece avevo detto di sì, con tutta la convinzione di cui ero capace.
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—Promesso?— chiese lei, e a stento trattenne un debole sorriso che le illuminò il viso come il sole dopo una giornata di pioggia.
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—Promesso,— dissi, e le parole uscirono con una naturalezza che mi sorprese.
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Senza accorgermene abbassai lo sguardo sulle sue spesse labbra. Poi il mio sguardo si spostò sul suo viso, così vicino al mio che potevo contare le piccole lentiggini che le costellavano gli zigomi, potevo vedere le minuscole pagliuzze dorate nelle sue iridi, potevo sentire il suo respiro caldo sulla mia pelle.
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Senza dire nulla, quasi senza pensarci, piegai la testa di lato e celai il suo volto dietro la mia nuca, mentre le dita della sua mano si intrecciavano con le mie in una stretta che era insieme tenera e disperata. Le nostre labbra si incontrarono in un bacio che iniziò dolce, esplorativo, ma che presto si trasformò in qualcosa di più intenso, più profondo. Le mie labbra si socchiusero e la mia lingua trovò la sua, intrecciandosi in una danza che mi fece dimenticare dove fossimo, mi fece dimenticare tutto tranne il sapore di lei, il calore del suo corpo contro il mio, il suono del suo respiro che si faceva più rapido.
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Dopo lunghi istanti ci staccammo, entrambi ansimanti leggermente, gli occhi negli occhi. C'era qualcosa di nuovo nel suo sguardo, una vulnerabilità che non avevo mai visto prima, una domanda silenziosa che aspettava una risposta.
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All'inizio ero scettico di questa storia, dopotutto ero l'ex di Helena, sua sorella maggiore, la donna che avevo amato e perso in circostanze tragiche. Mi ero sentito in colpa per settimane dopo che io e Iya avevamo iniziato a dormire insieme, come se stessi tradendo la memoria di Helena, come se stessi calpestando il suo ricordo.
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All'inizio ero scettico di questa storia, dopotutto ero l'ex di Helena, ma Hannah quel giorno di fronte al mare ghiacciato di Bergen aveva ragione riguardo la nostra breve relazione, aveva sempre avuto ragione, non c'era mai stato un "noi" tra me e lei, lei non con contava, eravamo d'accordo fin dal principio su questo punto, la nostra era stata solo una comune necessità per trovare "calore," quello che gli esseri umani spesso cercano per sfuggire alla realtà e dimenticare per un po' di tempo i problemi dell'esistenza.
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Ma ora, seduto su quel prato alle Faroe con Iya tra le mie braccia, mi resi conto che era diventato qualcosa di più. Non era più solo conforto, non era più solo la condivisione del dolore. Era qualcosa di nuovo che stava crescendo tra noi, come l'erba che copriva quelle montagne vulcaniche, trasformando la roccia nuda in qualcosa di fertile e vivo.
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Quella sera cenammo in un ristorante abbastanza economico, un locale piccolo e accogliente dove il profumo della cucina si mescolava a quello del legno vecchio e del mare che entrava dalle finestre socchiuse. Durante il pranzo ci eravamo limitati a mangiare qualche panino a base di carne di montone che avevamo comprato in un negozio locale, ma per la cena volevamo qualcosa di più sostanzioso, qualcosa che ci permettesse di assaggiare davvero la cucina locale.
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Con sorpresa, dopo aver ascoltato i racconti di alcuni residenti che cenavano al tavolo accanto al nostro, venimmo a sapere che le Faroe non avevano sofferto quasi per nulla le conseguenze della catastrofe di Esjufjöll. Fatta eccezione di un inverno eccezionalmente rigido e nevoso che aveva creato diversi problemi ai pascoli, uccidendo una percentuale significativa del bestiame, le isole se l'erano cavata sorprendentemente bene.
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Quando era avvenuta la catastrofe, la nebbia secca e tossica che aveva avvelenato l'aria in gran parte dell'Europa settentrionale era stata tenuta lontana, proprio come la Scandinavia continentale, dai venti nordici che l'avevano spinta altrove, verso sud e verso est. Le Faroe, con la loro posizione isolata nel mezzo del Nord Atlantico, erano state risparmiate dalla peggiore delle conseguenze atmosferiche.
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Al contrario, sempre stando a quanto raccontavano i locali con un misto di orgoglio e stupore, sembrava che le enormi quantità di polveri e sostanze vulcaniche disperse nell'oceano avessero avuto un effetto inaspettato: avevano fatto proliferare la fauna marina a partire dal plancton fino a tutta la catena alimentare del Nord Atlantico. I nutrienti contenuti nella cenere vulcanica avevano fertilizzato le acque superficiali, creando le condizioni ideali per una fioritura di vita marina senza precedenti. Tanto che si era assistito a un enorme boom della popolazione di salmoni, che ora affollavano le acque attorno alle isole in quantità mai viste prima.
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Quella sera cenammo con carne di agnello arrosto e patate, un piatto semplice ma incredibilmente saporito, con la carne che si scioglieva in bocca e le patate che avevano un sapore di terra e di burro che non avevo mai assaggiato prima. Era davvero un bel po' di tempo che non mangiavamo così bene, e il fatto che quel cibo fosse locale, proveniente da animali allevati sui pendii che avevamo visto quel giorno, rendeva tutto ancora più speciale.
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—Secondo te cosa succederà in generale in futuro, intendo più o meno tra un anno o due?— mi chiese Iya mentre finivamo di mangiare, gli occhi fissi sul piatto quasi come se avesse paura di guardarmi mentre faceva quella domanda.
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Quella sera portava i capelli legati in una coda di cavallo, raramente li portava così di solito preferiva lasciarli sciolti, e quel cambio di stile la faceva sembrare un'altra persona. Il viso era più scoperto, più esposto, e potevo vedere chiaramente i suoi lineamenti illuminati dalla luce calda delle lampade del ristorante.
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—Non lo so,— risposi onestamente, perché davvero non lo sapevo.—Forse la società si riorganizzerà e verrà un altro periodo tranquillo. Periodi storici simili sono sempre esistiti e nessuno è durato per sempre. La storia va a cicli, periodi di tensione seguiti da periodi di calma, guerre seguite da paci, crisi seguite da riprese.—
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—E se la guerra arrivasse per davvero?— mi chiese poi, e nella sua voce c'era una paura che non potevo ignorare.
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—Scapperemo in un luogo più sicuro, magari in un altro paese,— dissi, anche se non ero affatto sicuro che esistesse un luogo sicuro in un mondo che sembrava andare a pezzi. —Quali alternative abbiamo?—
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—Non lo so,— rispose lei, e la sua voce si fece più piccola. —Però sono preoccupata per mia sorella.—
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—Pure io,— ammisi, perché era la verità. Hannah era là fuori da qualche parte, in un campo di addestramento, a imparare a usare armi che speravo non avrebbe mai dovuto usare. —Ma sono convinto che non sia una sprovveduta. Sa prendersi cura di sé.—
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—Questo è vero,—concesse lei, —ma un pensiero a lei resta sempre.—
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—Sono convinto che se lo riterrà necessario diserterà,— dissi cercando di rassicurarla. —Non me la vedo diventare un soldato, non me la vedo obbedire ciecamente a ordini che non condivide.—
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—Nemmeno io,— concordò lei, e per un momento vidi un barlume di speranza nel suo sguardo.
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Quella notte venni svegliato da qualcosa. Non sapevo nemmeno io che cosa, un rumore forse, o un movimento, o semplicemente una strana sensazione che mi aveva strappato al sonno. Mi drizzai a sedere nel letto, il cuore che batteva forte per lo spavento, gli occhi che cercavano di abituarsi all'oscurità.
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Iya continuava a dormire tranquilla nel suo letto, il respiro regolare, una mano che pendeva fuori dalle coperte con le dita che quasi toccavano il pavimento. Il suo viso era rilassato, sereno, e nell'oscurità potevo appena distinguere i suoi lineamenti, la curva delle sue labbra leggermente socchiuse.
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Mi guardai intorno, tutto sembrava tranquillo. La stanza era esattamente come l'avevamo lasciata prima di addormentarci, con i nostri zaini appoggiati nell'angolo, i vestiti piegati sulle sedie, le tende che ondeggiavano leggermente per la brezza che entrava dalla finestra socchiusa. Eppure qualcosa mi aveva svegliato, qualcosa che mi turbava e non riuscivo a spiegarmi.
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Di riflesso mi rimisi a dormire e mi voltai dall'altra parte del letto, dandomi le spalle alla stanza e a Iya. Chiusi gli occhi e cercai di riprendere sonno, di scacciare quella sensazione inquietante che non aveva nome.
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Eppure non riuscii ad addormentarmi. Qualcosa continuava a turbarmi, un pensiero che si agitava in fondo alla mia mente come un pesce in un acquario, senza che riuscissi a metterlo a fuoco.
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Nel buio, in silenzio, l'unico suono che riuscivo a sentire fu quello del respiro di Iya mentre dormiva, un ritmo costante e calmante che avrebbe dovuto farmi scivolare di nuovo nel sonno. Invece, ascoltando quel suono, ascoltando la prova tangibile che c'era qualcun altro nella stanza con me, qualcuno che respirava e viveva accanto a me, finalmente capii.
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Ero preoccupato per lei. Ero preoccupato per il nostro futuro in generale. Mi resi conto che per la prima volta dopo tanto tempo ero nuovamente legato profondamente a qualcuno. Non era più solo il legame di due sopravvissuti che cercano conforto reciproco nel dolore. Era qualcosa di più, qualcosa che cresceva ogni giorno, qualcosa che mi faceva paura quanto mi faceva sentire vivo.
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E quella consapevolezza, arrivata nel cuore della notte in una stanza alle isole Faroe, era allo stesso tempo terrificante e meravigliosa. Perché significava che, nonostante tutto quello che avevo perso, nonostante Helena, nonostante mia madre, nonostante la nostra casa sepolta sotto la lava, il mio cuore era ancora capace di aprirsi a qualcuno. E quella persona era Iya, con i suoi occhi verdi e castani, le sue labbra piene, la sua riserva di forza che nascondeva una vulnerabilità che solo io potevo vedere.
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Rimasi sveglio ancora a lungo, ad ascoltare il suo respiro, a pensare al futuro che avevamo promesso di costruire insieme, alle Faroe o altrove, finché finalmente il sonno mi reclamò e mi portò via con sé in sogni che al risveglio non avrei ricordato.
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