La barca dondolava piano nel cuore di Venezia, un guscio di legno sospeso tra il cielo e l’acqua che sembravano un unico specchio. Lavinia, seduta a poppa, teneva in mano la penna ma non scriveva; guardava solo le onde. Era una ragazza semplice, con gli occhi pieni di voglia di scoprire il mondo, anche se dentro di lei c’era un vuoto grande, lasciato dalla morte di sua madre. Quel viaggio, durato un anno e mezzo, era stato il suo modo di cercare risposte.7Please respect copyright.PENANAFwHe8V7y0p
Quando la barca arrivò al porto, Venezia le sembrò un posto magico, dipinto con i colori dei pastelli: rosa pallido, lilla spento, azzurro chiarissimo. Nell’aria c’era di tutto: il profumo del pane appena sfornato, del vino, della salsedine. Ma, sopra ogni cosa, arrivò lei: la lavanda. Non era solo un profumo. Per Lavinia, sentire la lavanda significava vedere una scia viola, chiara e luminosa, che le entrava dritta nel cuore e le riportava a galla i ricordi più dolci, quelli di quando era bambina e sua madre la teneva stretta, al sicuro.
Corse alla biblioteca di Messer Valerio, un posto vecchio, silenzioso e pieno di fascino, che profumava di libri antichi e carta.
«Buongiorno, Valerio,» disse, col fiato corto.
L’anziano, che le voleva bene come a una nipote, alzò lo sguardo dai suoi fogli. «Lavinia! Finalmente sei tornata. La tua assenza pesava come la pioggia su queste stanze.»
«È stato un viaggio infinito,» mormorò lei, con gli occhi un po’ lucidi. Poi tirò fuori una piccola sacca. «Ma ho trovato questo. Ho girato mezza Francia per ritrovare il profumo della mia infanzia, quello che piaceva a mia madre.»
Valerio sorrise, guardandola con tenerezza. «La bellezza serve a questo, a non dover dire mai addio del tutto.»
Proprio in quel momento, la porta si aprì. Entrò un ragazzo alto, con gli occhi limpidi come l’acqua della laguna. Si chiamava Leonardo. Non era un guerriero, si vedeva dai suoi modi gentili.
«Leonardo, entra pure,» disse Valerio. «Questa è Lavinia. Lavinia, lui è Leonardo, sta restaurando dei disegni antichi.»
Valerio li guardò un secondo, poi, con un sorrisetto furbo, disse: «Sapete, certi libri hanno bisogno di sentire il profumo giusto per farsi capire davvero.» E, senza aggiungere altro, se ne andò, lasciandoli soli.
Il silenzio che rimase era denso, come colorato di tinte pastello. Leonardo si avvicinò alla pila di libri dove Lavinia stava cercando. Tra le pagine ingiallite di un vecchio diario di poesie, spuntò un fiore di lavanda, secco ma ancora intatto.
«È incredibile,» sussurrò lui, avvicinandosi. «Si sente ancora il suo profumo. È una cosa malinconica, ma bellissima.»
Lavinia sentì il tempo fermarsi. «Mia madre mi leggeva queste poesie per scacciare gli incubi,» spiegò, con la voce che tremava.
Il giorno dopo, Leonardo la portò nel suo laboratorio a Rialto, un posto dove l’aria profumava di essenze rare, limone e, soprattutto, lavanda.
«Vedi,» le disse, porgendole un’ampolla di vetro con dentro un liquido lilla, «ho creato questa essenza mescolando tutto quello che so. Aprila.»
Lavinia aprì l’ampolla. Il profumo le invase il naso e la stanza sembrò trasformarsi in un sogno. I colori diventarono ancora più accesi, più morbidi, come se fosse dentro un pastello.
«Mamma?» la voce di Lavinia si spezzò. Le lacrime iniziarono a scendere, veloci.
«Lavinia, piccola mia,» sentì sussurrare nell’aria. Non era un fantasma, era come se il ricordo di sua madre fosse diventato una presenza reale, carica di tutto il bene che si erano volute.
«Mamma, perché sei andata via? Mi sento così sola,» singhiozzò Lavinia, cadendo in ginocchio. «Il mondo è freddo senza il tuo profumo.»
«Non sono andata via, sono proprio qui,» rispose la voce, dolce come la pioggia d'estate. «Sono nel profumo che senti, sono nel calore del tuo cuore. Non avere più paura del domani, Lavinia. La vita ti sta offrendo un nuovo inizio, non rifiutarlo.»
«Ho paura di dimenticare tutto,» piangeva lei, disperata.
«Non dimenticherai mai,» la rassicurò la madre, con un amore che sembrava avvolgerla come una coperta viola. «Il mio amore adesso è il tuo respiro. Guarda avanti, Lavinia. Lasciati amare.»
Lavinia continuò a piangere, ma erano lacrime diverse: lacrime di chi si sente finalmente sollevata. Leonardo le si avvicinò e l’abbracciò, tenendola stretta mentre lei si lasciava andare.
Sul balcone del suo palazzo, al tramonto, Lavinia stringeva forte l’ampolla di vetro. I ricordi di sua madre erano al sicuro. Ora, il profumo della lavanda aveva un significato nuovo: era il profumo del suo primo amore, il profumo di Leonardo.
Il sole stava scendendo nella laguna, tingendo tutto di un rosa incredibile. Lavinia chiuse gli occhi e si lasciò cullare dal vento. Non c'era più quell’assenza dolorosa, ma una carezza leggera, che si fondeva col calore della mano di Leonardo appoggiata sulla sua spalla. Il viola dei ricordi d’infanzia si mescolava all’oro degli occhi di lui. Lavinia sentì che il peso che aveva nel cuore stava scivolando via, come l’acqua della marea. Non stava più inseguendo un’ombra del passato: stava finalmente camminando verso una luce nuova, leggera come una nuvola. Sapeva che, in quel momento, la sua vita stava diventando un ricamo bellissimo, unito dal filo profumato di quella lavanda che, per sempre, avrebbe saputo di casa e di futuro.
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