16 luglio 2029, Selfoss
La casa a Selfoss non era mai stata così silenziosa.
Erano le sette di sera e la luce del sole, quel sole islandese che a luglio non tramonta mai davvero, filtrava dalle finestre del soggiorno come un ospite indesiderato, tagliando l'aria immobile in lame dorate che non scaldavano nulla.
Ero seduto su una sedia di legno vicino alla finestra, le mani intrecciate sulle ginocchia, lo sguardo fisso sul giardinetto esterno dove l'erba cresceva incolta da settimane. Nessuno aveva più avuto la forza di curarla. Non dopo la morte di Einar. Non dopo tutto il resto.
Sentivo il peso della decisione sulle spalle come uno zaino caricato di pietre. Da giorni non riuscivo a dormire più di un paio d'ore per notte, e quando chiudevo gli occhi rivedevo il lago.
Rivedevo la colonna d'acqua e fango che si innalzava verso il cielo, il boato che mi aveva fatto vibrare le ossa, il terrore negli occhi di Áróra mentre cercavamo di fuggire con la jeep che slittava sul fango bollente.
Eravamo sopravvissuti per miracolo. La jeep aveva il tetto ammaccato, la carrozzeria segnata da una grandine di detriti che avrebbe potuto ucciderci.
Quando eravamo tornati a casa, quella sera, ci eravamo guardati in silenzio per un tempo lunghissimo, e poi lei aveva detto soltanto: -Non possiamo più restare, vero?-
Non era una domanda. Era una constatazione.
Avevo annuito, sentendo un nodo alla gola che non riuscivo a sciogliere. Perché restare significava morire. Forse non subito. Forse non in modo spettacolare. Ma lentamente, inesorabilmente, come i pesci nel lago Þórisvatn, soffocati dai gas che salivano dal profondo.
Come i campi di zolfo che si allargavano a vista d'occhio, trasformando la nostra terra in un paesaggio alieno. Come Einar, come tutti quelli che avevano respirato la cenere e la morte senza nemmeno accorgersene.
Non potevamo restare. Ma andarsene era quasi altrettanto impossibile. Era un tradimento. Era un'amputazione. Era tutto ciò che non avrei mai voluto fare.
Sentii dei passi alle mie spalle. Áróra entrò nel soggiorno, le braccia incrociate sul petto come per proteggersi dal freddo, anche se fuori c'erano forse quindici gradi. Indossava un maglione di lana verde i suoi capelli ramati erano raccolti in una treccia disordinata. Il viso, con quelle lentiggini che mi avevano catturato fin dal primo momento, era pallido e tirato. Gli occhi, uno verde, uno mezzo castano e mezzo azzurro, avevano perso la luce che li rendeva così speciali.
Da quando era morto suo padre, quella luce si era spenta. E l'eruzione freatica a Skyggnisvatn aveva fatto il resto.
-Arriveranno tra poco,-disse, con una voce piatta che non ammetteva repliche. -Saga ha chiamato. É partita da Reykjavík alle quattro.-
Annuii, senza dire nulla. Cosa potevo dire? Che mi dispiaceva? Che avrei voluto che le cose fossero diverse? Erano parole vuote, parole che non avrebbero cambiato nulla.
Áróra si avvicinò alla finestra, fermandosi accanto a me. Il suo sguardo vagò sul giardino incolto, sulle erbacce che crescevano tra le crepe del vialetto, sul cielo pallido che non prometteva nulla di buono. -Le manca papà,-disse piano. -Ogni giorno. Ogni notte. Non ha più voglia di fare nulla. E ora... ora arrivo io a dirle che me ne vado.-
La voce le si incrinò sull'ultima parola. Le presi la mano, stringendola forte. -Non è colpa tua, Áróra. Non è colpa di nessuno. È la situazione. È questa terra che sta impazzendo. Tuo padre lo capirebbe. Tua madre lo capirà.-
Lei scosse la testa, le lacrime che iniziavano a brillarle negli occhi. -Non voglio che mi odi, Ragnar. È l'unica cosa che mi è rimasta. Tu, il bambino, e lei. Se mi odia... se pensa che l'abbia abbandonata come Saga...-
-Saga non l'ha abbandonata,- la interruppi, anche se sapevo che non era del tutto vero. Saga era andata a Reykjavík per studiare, per costruirsi una carriera, per sfuggire alla vita di campagna che l'aveva sempre soffocata. E Helga, anche se non lo diceva mai, ne aveva sofferto. Aveva perso una figlia nella capitale, e ora stava per perderne un'altra, molto più lontano.
-Saga tornerà da lei. Le farà visita. E se la situazione peggiora, la porterà a Reykjavík. Ti ha promesso che si prenderà cura di lei, no?-
-Lo so,- mormorò Áróra. -Ma non è la stessa cosa. Io sono sua figlia. Io dovrei restare. Io dovrei..-
-Tu dovresti proteggere tuo figlio,- dissi, con una fermezza che non ammetteva repliche. -È questo che farebbe tuo padre. È questo che farebbe qualsiasi genitore. Mettere al sicuro la prole, anche a costo di spezzarsi il cuore.-
Lei chiuse gli occhi, una lacrima che le scivolava lungo la guancia. La asciugai con il pollice, sentendo la pelle calda e umida.
-Andrà tutto bene,- sussurrai, anche se non ci credevo fino in fondo. -Troveremo un posto sicuro. Faremo nascere nostro figlio in un luogo dove la terra non trema e l'aria non sa di zolfo. E tua madre verrà a trovarci, quando le cose si saranno calmate. Non sarà per sempre.-
Áróra annuì, ma non sembrava convinta. Si staccò da me e si diresse verso il tavolo del soggiorno, dove aveva preparato delle tazze e una caraffa di caffè. Le sue mani tremavano leggermente mentre sistemava i sottobicchieri, un gesto nervoso che le avevo visto fare decine di volte nell'ultimo mese.
-Dobbiamo essere forti,-disse, più a se stessa che a me. -Se crolliamo noi, crolla tutto.-
Mi avvicinai e le posai una mano sulla spalla. -Siamo forti. Siamo sopravvissuti a Hekla, a Godabunga, all'evacuazione, alla morte di tuo padre. Siamo sopravvissuti a quell'inferno di lago che ci ha quasi uccisi. Possiamo sopravvivere a tutto. Anche a questo.-
Lei si voltò, i nostri sguardi che si incrociavano. Nei suoi occhi vidi il riflesso dei miei stessi dubbi, delle mie stesse paure. Ma vidi anche qualcos'altro. Una determinazione ferrea, una resilienza che veniva da lontano, dalla terra che l'aveva cresciuta, dal sangue di suo padre e di suo nonno e di tutti gli islandesi che per secoli avevano lottato contro il fuoco e il ghiaccio.
-Ti amo, Ragnar,- disse. -Non so cosa farei senza di te.-
-Non dovrai mai scoprirlo,- risposi.
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L'auto di Saga arrivò poco dopo le otto. Sentimmo il rumore del motore che si spegneva nel vialetto, le portiere che si aprivano e si richiudevano, i passi sul sentiero di ghiaia. Poi la porta d'ingresso si aprì e loro entrarono, Helga era stata da lei qualche giorno.
Saga era la prima. Indossava un pantalone blu scuro, i capelli raccolti in una coda stretta, gli occhi azzurri che brillavano di un'intelligenza clinica. Era sempre stata la sorella pragmatica, quella che affrontava le cose in modo razionale, che non si faceva travolgere dalle emozioni. Ma quella sera, mentre entrava nel soggiorno, vidi qualcosa di diverso nel suo sguardo. Un'ombra. Una stanchezza che non era solo fisica.
Dietro di lei veniva Helga. La madre di Áróra era invecchiata di dieci anni negli ultimi due mesi. I capelli, un tempo di un grigio elegante, erano diventati bianchi e radi. Il viso, segnato da rughe profonde, portava i segni di notti insonni e lacrime trattenute. Indossava un vestito nero, il colore del lutto, e teneva le mani intrecciate davanti a sé come se stesse pregando.
Quando mi vide, accennò un sorriso stanco, quel sorriso che avevo imparato a conoscere nei mesi passati a Selfoss: un sorriso gentile, ma svuotato di ogni gioia.
-Helga, Saga,- dissi, andando loro incontro. -Grazie per essere venute.-
Saga mi strinse la mano con forza, un gesto più da uomo d'affari che da sorella. -Non dovremmo nemmeno discuterne, Ragnar. È una riunione di famiglia. Ci sono cose che vanno dette di persona.-
Helga mi guardò con quegli occhi azzurri, così simili a quelli di Áróra eppure così diversi, segnati dal dolore e dal tempo. -Dov'è Áróra?-
-In cucina. Sta preparando il caffè.-
Helga annuì e si diresse verso la cucina senza aggiungere altro. Saga la seguì con lo sguardo, poi si voltò verso di me. -Come sta?-
-Fisicamente bene. Emotivamente... è provata. La morte di Einar, l'eruzione freatica, la decisione che dobbiamo prendere. È tanto. Troppo.-
-Lo so. Anche per te è tanto, immagino.-
Feci un sorriso amaro. -Io sono islandese. Siamo abituati a soffrire in silenzio.-
Lei rise, un suono breve e quasi forzato. -Non è una virtù, lo sai. A volte parlare aiuta.-
-A volte. Altre volte peggiora le cose.-
Saga non insistette. Forse perché sapeva che avevo ragione. Forse perché anche lei, in fondo, era cresciuta con la stessa cultura del silenzio e della resilienza stoica che aveva plasmato tutti noi.
Ci sedemmo intorno al tavolo del soggiorno. Áróra arrivò con la caraffa di caffè e cominciò a versarlo nelle tazze, gesti lenti e misurati come se stesse eseguendo un rituale.
Helga la guardava in silenzio, le mani appoggiate sul tavolo, le dita intrecciate.
Quando tutti ebbero una tazza davanti, Áróra si sedette accanto a me. Il suo sguardo incrociò il mio, un lampo di intesa che diceva tutto ciò che le parole non potevano esprimere. Poi prese un respiro profondo e cominciò a parlare.
-Mamma, Saga. Vi abbiamo chiesto di venire perché dobbiamo comunicarvi una decisione importante. Una decisione che abbiamo preso insieme, Ragnar e io, e che non è stata facile. Anzi, è stata la cosa più difficile che abbia mai dovuto fare in vita mia.-
Fece una pausa, le mani che stringevano la tazza come se potesse trarne forza. -Abbiamo deciso di lasciare l'Islanda. Di andare in Canada.-
Le parole caddero nel silenzio come pietre in uno stagno. Helga non si mosse. Non cambiò espressione. Rimase lì, immobile, con lo sguardo fisso sulla figlia. Saga invece annuì lentamente, come se se lo aspettasse.
-Capisco,- disse Saga. -Dopo quello che è successo al lago... è comprensibile. Sarebbe da incoscienti restare.-
Helga continuava a non parlare. Áróra la guardò con gli occhi lucidi. -Mamma?-
La voce di Helga, quando finalmente uscì, era un sussurro roco. -Perché proprio il Canada? È così lontano. Così... definitivo.-
Presi la parola, sentendo il peso di ogni sillaba. -Perché è uno dei pochi posti dove possiamo costruire un futuro. Non sarà facile, ma ho dei contatti. C'è una comunità islandese in Manitoba, sulle rive del lago Winnipeg. Gente che è partita molto tempo fa, che ha costruito una nuova vita senza dimenticare le proprie radici. Potremmo inserirci lì. Troverò lavoro come guida naturalistica, o come operaio, o come qualsiasi altra cosa. Non mi importa. L'importante è che Áróra e il bambino siano al sicuro.-
-E la lingua? E la cultura? E tutto quello che lasciate indietro?-
-La lingua si impara,- risposi. -La cultura rimane dentro di noi. E quello che lasciamo indietro... è già stato perduto. Vík non esiste più. La fattoria è sepolta sotto la cenere. La terra si sta avvelenando. Restare qui sarebbe come restare su una nave che affonda.-
Helga scosse la testa, le lacrime che iniziavano a scendere lungo le guance. -Non è solo la terra, Ragnar. Sono le radici. È la storia. È tutto ciò che siamo stati per generazioni. Non si può semplicemente... sradicarsi e andare via.-
-Non vogliamo sradicarci, mamma,- intervenne Áróra, la voce che tremava. -Ma dobbiamo farlo. Per il bambino. Voglio che mio figlio cresca in un posto dove può respirare senza ammalarsi. Dove può giocare senza il terrore che un vulcano esploda e seppellisca tutto. Dove la terra non trema ogni notte e l'acqua non sa di zolfo. Non è un capriccio. È sopravvivenza.-
Saga si sporse in avanti, appoggiando i gomiti sul tavolo. -Mamma, Áróra ha ragione. La situazione sta peggiorando. Lo sai anche tu. Hai visto i notiziari. Hai sentito parlare dei laghi che muoiono, dei campi di zolfo che si allargano, delle zone interdette che ogni giorno diventano più estese. Non è più sicuro. Non per loro. Non per il bambino.-
Helga rimase in silenzio per un lungo momento. Poi si alzò, lentamente, e si diresse verso la finestra. Guardò fuori, verso il giardino incolto, verso le montagne lontane che si stagliavano contro il cielo pallido dell'estate.
-Vostro padre,- disse, con una voce che sembrava venire da molto lontano, -ha sempre detto che l'Islanda non è per tutti. Che ci vuole una forza speciale per vivere qui. Una forza che si tramanda di generazione in generazione, come il colore degli occhi o la forma del naso. Lui ce l'aveva, quella forza. E l'avete anche voi.-
Si voltò verso di noi, gli occhi azzurri che brillavano di lacrime non versate. -Ma la forza non basta. A volte bisogna saper riconoscere quando è il momento di andarsene. Vostro padre l'ha fatto, a modo suo. Ha lottato fino all'ultimo, ma quando la terra ha deciso di richiamarlo a sé, non ha opposto resistenza. Si è arreso con dignità. Noi non dobbiamo arrenderci. Dobbiamo sopravvivere. Perché è questo che farebbe Einar. Perché è questo che abbiamo sempre fatto.-
Fece una pausa, deglutendo a fatica. -Capisco la vostra decisione. Non mi piace. Mi spezza il cuore. Ma la capisco.-
Áróra si alzò e corse verso di lei, gettandole le braccia al collo. Le due donne rimasero così, abbracciate, singhiozzando piano, mentre Saga e io le guardavamo in silenzio, incapaci di aggiungere altro.
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Dopo un po', Helga si staccò dall'abbraccio e tornò a sedersi. Il suo viso era segnato dalle lacrime, ma c'era una luce nuova nei suoi occhi. Una luce di determinazione.27Please respect copyright.PENANALxMY2F5ehF
-Ci sono delle condizioni,- disse, con una voce più ferma di quanto mi aspettassi. -Se ve ne andate, voglio essere aggiornata costantemente. Telefonate, videochiamate, lettere, qualsiasi cosa. Voglio sapere come state, come cresce il bambino, come vi state adattando. Non voglio perdervi completamente.-
Áróra annuì, asciugandosi gli occhi con il dorso della mano. -Te lo prometto, mamma. Ti chiamerò ogni settimana. Ti manderò foto. Ti farò vedere il bambino quando nascerà. Non ti lascerò mai sola, anche se sono lontana.-
-E voglio che Saga si prenda cura di me,- continuò Helga, voltandosi verso l'altra figlia. -Lo so che sei sempre stata quella indipendente, quella che se n'è andata presto per fare la sua vita. Ma ora ho bisogno di te. Se le cose dovessero peggiorare, se l'eruzione dovesse davvero diventare ingestibile, voglio che tu mi porti a Reykjavík. Non voglio restare qui da sola ad aspettare la fine.-
Saga annuì, con un'espressione seria. -Lo farò, mamma. Te lo prometto. Verrò a trovarti ogni volta che posso, e se la situazione precipita, ti porterò a casa mia. Non ti lascerò mai indietro.-
Helga sorrise, un sorriso stanco ma sincero. -Allora possiamo considerare la faccenda risolta. Non sono felice, ma sono in pace. E questo, per ora, mi basta.-
Mi alzai e mi avvicinai a lei. -Helga, posso prometterti una cosa. Non smetterò mai di prendermi cura di tua figlia. Mai. Ovunque andremo, qualunque cosa accada, lei sarà la mia priorità. Lei e il bambino. Non ti deluderò.-
Lei mi guardò con quegli occhi azzurri, così simili a quelli di Áróra, e mi strinse la mano. -Lo so, Ragnar. Sei un brav'uomo. Sei sempre stato un brav'uomo, anche quando eri solo un ragazzo che portava i turisti sugli altopiani e non sapeva cosa fare della sua vita. Mio marito ti stimava. E io mi fido del giudizio di Einar.-
Quelle parole mi colpirono più di quanto mi aspettassi. Einar era morto da poche settimane, e il suo fantasma aleggiava ancora in quella casa come una presenza silenziosa. Sentire Helga parlare di lui con quella serenità mi fece capire quanto fosse forte, quanto fosse resiliente, nonostante tutto.
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Il resto della serata trascorse in un'atmosfera meno tesa. Parlammo dei dettagli pratici: i documenti da preparare, il visto per il Canada, il volo da Reykjavík a Winnipeg (con scalo a Toronto, perché i voli diretti erano stati cancellati dopo le eruzioni), la sistemazione temporanea che avevamo contattato tramite i miei vecchi colleghi guide.
Saga si offrì di aiutarci con le pratiche burocratiche, sfruttando le sue conoscenze a Reykjavík. Helga promise di preparare una scatola con le cose più care della famiglia: fotografie, piccoli oggetti, ricordi da portare con noi.
-Non voglio che dimentichiate da dove venite,- disse a un certo punto, con la voce che si incrinava di nuovo. -Potete andare lontano, ma le vostre radici rimangono qui. In questa terra. In questa casa. Nel sangue di vostro padre e dei vostri nonni. Non dimenticatelo mai.-
-Non lo dimenticheremo,- rispose Áróra, prendendole la mano. -Porteremo l'Islanda con noi, ovunque andremo.-
Quando Saga e Helga se ne andarono, era quasi mezzanotte. La luce del sole era ancora lì, tenue e pallida, a illuminare il cielo in un crepuscolo che non diventava mai notte. Restammo in piedi sulla soglia di casa, guardando l'auto che si allontanava lungo la strada di Selfoss, fino a scomparire dietro una curva.
Áróra si appoggiò a me, la testa sulla mia spalla. -È fatta,- mormorò. -Gliel'abbiamo detto.-
-Sì,- risposi. -È fatta.-
-E se fosse la scelta sbagliata? E se il Canada fosse peggio di qui? E se...-
-Non lo sapremo mai se non ci proviamo,- la interruppi, circondandole le spalle con un braccio. -Ma una cosa la so: qualunque cosa accada, la affronteremo insieme. Come abbiamo sempre fatto. Come continueremo a fare.-
Lei alzò lo sguardo, i nostri occhi che si incontravano. Le sue labbra si incurvarono in un sorriso fragile. -Sei la mia roccia, Ragnar. Non te l'ho mai detto?-
Forse una volta,-risposi, ricambiando il sorriso. -Ma non mi stanco di sentirlo.-27Please respect copyright.PENANAa5Ll10bUG4
Ci baciammo, un bacio lento e profondo che sapeva di lacrime e di speranza. Poi rientrammo in casa, chiudendo la porta alle nostre spalle, lasciando fuori il sole di mezzanotte e il futuro incerto che ci attendeva.
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Quella notte, mentre Áróra dormiva accanto a me, rimasi sveglio a lungo. Fissavo il soffitto della camera, ascoltando il suo respiro regolare, il lieve fruscio del vento che accarezzava i vetri.
Pensavo a tutto ciò che stavamo lasciando. Vík. La fattoria. La casa dove ero cresciuto prima che i miei genitori morissero. La spiaggia nera di Reynisfjara, dove avevo baciato Áróra per la prima volta. L'aurora boreale che avevamo visto insieme al faro abbandonato, quella notte di dicembre che sembrava appartenere a un'altra vita.
Pensavo anche a ciò che ci aspettava. Il Canada non era l'Islanda. C'erano praterie sterminate, laghi enormi, foreste di conifere che si estendevano a perdita d'occhio. L'avevo visto nelle fotografie, nei documentari, nei racconti dei miei colleghi che si erano trasferiti lì anni prima. Era bello, in un modo diverso. Ma non era casa. Non lo sarebbe mai stato.
Eppure, mentre guardavo Áróra dormire, con una mano posata sul ventre che iniziava appena a curvarsi, capii che casa non era più un luogo fisico. Non era più Vík, non era più l'Islanda. Casa era lei. Era il bambino che portava in grembo. Era la promessa che ci eravamo fatti quella notte, dopo l'eruzione freatica, quando la morte ci aveva sfiorati e noi l'avevamo guardata in faccia senza abbassare lo sguardo.
Casa era ovunque fossimo insieme.27Please respect copyright.PENANAf42hUydJXI


