1 luglio 2029, Bardarbunga.
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Il vento sulla sommità del Bárðarbunga non somigliava a nessun altro vento che conoscessi. Non era soltanto freddo. Era un’entità antica, tagliente, che pareva nascere direttamente dal ghiaccio e dalla pietra, passare attraverso gli abiti tecnici, la lana, la pelle, e andare a cercare le ossa.
Avevo imparato da tempo a distinguere i venti dell’Islanda quasi come si distinguono gli umori di una persona: quello umido e instabile del sud, quello secco e crudele degli altopiani, quello carico di sale che risaliva dall’Atlantico. Ma quello del Vatnajökull, sopra la grande caldera collassata, era diverso. Aveva il carattere di qualcosa che non voleva ospiti.
Stavo in piedi sul bordo di uno dei grandi calderoni formatisi dopo il collasso del 2014, gli scarponi piantati nella neve sporca di cenere antica, il casco ben serrato sotto il mento, gli occhiali protettivi appannati a intervalli dal contrasto tra il mio respiro e l’aria. Davanti a me, sul fondo della depressione, l’acqua geotermale ribolliva con una calma oscena. Non era il ribollire domestico di una pentola. Era un fermento continuo, profondo, quasi animale. Vapore denso saliva in colonne bianche che il vento strappava via e trasformava in veli irregolari. Più sotto, lungo i bordi interni, il ghiaccio si ritirava in curve scure e lucide.
Mi chinai appena, con l’asta del sensore termico in mano, e misurai la temperatura superficiale del fango acquoso vicino al bordo accessibile. Novantadue gradi. Non abbastanza da urlare, non ancora, ma abbastanza da rendere il mio stomaco un nodo duro.
- Novantadue,- dissi nel microfono della radio portatile. - Campione B-7. Segnalo aumento rispetto alla missione precedente. -
Dietro di me Freyr confermò con la sua voce un po’ troppo giovane per questo posto. - Ricevuto. B-7, novantadue. Incremento confermato.-
Non mi voltai subito. Continuai a osservare il calderone. La superficie dell’acqua, in certi punti, si tendeva come pelle. In altri scoppiava in bolle grandi come pugni, liberando odore di zolfo e qualcosa di più metallico, più sporco, un sentore che ricordava il sangue vecchio lasciato su una lama.
Dal 2014 il Bárðarbunga non aveva mai smesso davvero di parlare. Era questo il punto. Tutti, fuori dal nostro lavoro, tendevano a pensare alle eruzioni come a eventi netti, quasi teatrali: il vulcano dorme, poi si sveglia, poi finisce, poi torna a dormire. Ma la Terra non ragionava in questi termini. Dopo Holuhraun, dopo sei mesi di abbassamento della caldera, dopo quel collasso immenso che aveva ridisegnato il cuore del sistema, niente si era davvero placato. C’erano stati sciami sismici. Intervalli più quieti. Nuovi impulsi. Scosse periodiche che superavano il 3.0 con una frequenza che, in un altro contesto, avremmo definito quasi abitudinaria. E a volte arrivavano i 4.5-5.0.
Durante l’eruzione del 2014 era stata la norma, il linguaggio prevedibile di una struttura che si svuotava parzialmente e si fratturava. Ma prima di allora, non così. Non con quella insistenza. Non con quella cadenza da animale che non si addormenta mai davvero.
Mi tirai su lentamente, raddrizzando la schiena che mi doleva in quel modo preciso che annunciava le troppe ore sul ghiaccio. Il cielo sopra di noi era di un blu slavato, estivo solo per convenzione. In Islanda, a questa quota e in questo luogo, l’estate non era una stagione: era una tregua imperfetta.
Guardai oltre il bordo della caldera. Il paesaggio del Vatnajökull si stendeva in un deserto glaciale di una bellezza che avrebbe potuto sembrare pura a chi lo vedeva da lontano. Da vicino era invece una geografia di fatica: crepacci nascosti, croste di neve che cedevano, polvere vulcanica trascinata dal vento, superfici che riflettevano la luce in modo quasi doloroso. E sotto, sempre, il calore. Non ovunque. Ma in troppi punti.
Hanna mi raggiunse, curvandosi contro le raffiche. Aveva la maschera tirata giù sul collo per parlare più chiaramente e i capelli biondi, sfuggiti dalla coda, si appiccicavano alla guancia.
- +Ho finito la serie sui gas del bordo orientale, - disse. -L’H₂S è più alto di quanto mi aspettassi. E anche l’anidride carbonica.-
-Quanto?-
Mi porse il tablet protetto dalla custodia impermeabile. Le cifre tremavano sullo schermo sotto il sole smorto. Lessi in silenzio. Feci un rapido calcolo mentale. Troppo alte per essere rumore. Non ancora da emergenza immediata, ma troppo alte per essere un semplice capriccio geotermico.
- Hai ricontrollato la calibrazione?-
Lei alzò un sopracciglio. - Due volte. Freyr tre.-
-Bene.-
Era il genere di “bene” che significava l’opposto.
Più in là, Einar e Rósa stavano fissando una linea di picchetti GPS nel ghiaccio duro, le giacche arancioni accese contro il bianco sporco. Sembravano piccoli da quella distanza, quasi assorbiti dal paesaggio. Ogni tanto uno di loro si chinava, prendeva una misura, annotava qualcosa, rialzava il capo per orientarsi. La disciplina del campo aveva qualcosa di liturgico: ripetizione, metodo, precisione, come se la fede nei numeri potesse tenere a bada ciò che i numeri stavano dicendo.
Mi tolsi un guanto con i denti, sfilai la mano e la infilai nella tasca interna per cercare il taccuino impermeabile. Scrivevo ancora a mano più di quanto i colleghi più giovani trovassero sensato. Non per sfiducia nei dispositivi, ma perché il gesto stesso di annotare mi costringeva a vedere. Data. Ora. Settore. Temperatura. Emissioni. Morfologia del bordo. Variazione rispetto all’ultimo rilievo. La penna graffiò la carta resistente all’acqua mentre il vento cercava di strapparmi via il foglio.
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Mi fermai su quell’ultima riga. Sensazione generale. Non era linguaggio da rapporto. Era linguaggio da essere umano che aveva passato troppi anni ad ascoltare l’Islanda e aveva imparato che, prima ancora dei modelli, il corpo a volte capisce. Una montagna cambia umore prima che tu sappia descriverlo.
Rimisi il taccuino via.
-Quanto tempo ancora?- chiese Freyr, arrivando a sua volta con due contenitori per campioni pieni per tre quarti di acqua lattiginosa e sedimento.
Guardai l’orologio sul polso. - Quaranta minuti. Un’ora se Erik non smette di voler fare il geodeta rinascimentale.-
Freyr rise piano. Quel ragazzo rideva ancora in quota. Non avevo deciso se ammirarlo o temere per lui.
-Tra quaranta minuti qui ci saremo congelati del tutto.-
- È luglio, - dissi.
Lui guardò intorno il ghiaccio, il vapore e le sue mani intorpidite. - Appunto.-
Un suono secco nella radio, poi statica, poi la voce di Einar: - Abbiamo una piccola subsidenza locale sul profilo tre. Nulla di enorme, ma è nuova.-
-Di quanto?- domandai.
-Due centimetri e qualcosa rispetto all'ultima missione. -
Hanna mi lanciò uno sguardo. Non serviva aggiungere altro. Inflazione, subsidenza, attività geotermica, degassamento: ognuno di quei parametri, preso da solo, poteva essere ancora inserito in una variabilità faticosamente normale. Il problema iniziava quando tutti quanti decidevano di muoversi nella stessa direzione, come membri di un’orchestra che smettevano di accordarsi e iniziavano a suonare la stessa nota.
Alzai di nuovo il capo verso l’orizzonte e fu allora che le vidi.
Sopra il deserto glaciale del Vatnajökull, lontane, sospese oltre una fascia di aria più fredda, alcune nuvole sottili riflettevano colori improbabili. Verde pallido. Rosa sporco. Un blu lattiginoso. Per un istante sembrarono quasi finte, come una pellicola d’olio stesa sul cielo. Nubi iridescenti. Un effetto ottico, nulla di più. Cristalli di ghiaccio e angolo della luce.
-Che strano,- mormorò Rósa, arrivando accanto a me. Seguì il mio sguardo. - +Sembra quasi bello.-
-Lo è,- risposi. -È questo che lo rende fastidioso.-
Lei fece una smorfia divertita. - Non ti piace la bellezza?-
- Mi piace quella che non accompagna cattive notizie.
Fu in quel momento che la radio sul mio petto si accese con un crepitio improvviso. Non il canale interno della nostra squadra. L’altro. Quello assegnato al team uno.
Mi irrigidii istintivamente e portai la mano all’apparecchio.
-Team due in ascolto. Qui Sigrún.-
Per qualche secondo sentii solo vento e disturbo. Poi la voce di Ármann, il caposquadra del primo team, arrivò frammentata ma riconoscibile. Di solito aveva un tono ironico persino nelle riunioni peggiori. In quel momento no.
-Sigrún… mi ricevi?-
-Ti ricevo. Vai.-
Una pausa. Sentii qualcun altro parlare vicino a lui, voci concitate, il fruscio di abiti tecnici, forse il rumore di portiere sbattute.
-Siamo a Þórisvatn, - disse infine. - Abbiamo finito a Hágönglón e ci siamo spostati qui per controllare le anomalie termiche segnalate dal satellite e dai ranger.-
Guardai Hanna. Lei aveva già capito dal mio viso che qualcosa non andava.
-E allora?-
Di nuovo una pausa. Nella radio respirò forte. Quando riprese a parlare, la voce era più bassa.
-È meglio che venga a vedere di persona.-
Quelle sette parole fecero più effetto di un’intera relazione tecnica.
-Spiegati.-
- Preferisco di no via radio.-
-Ármann.-
- Sigrún. Vieni qui.-
Nient’altro. La comunicazione si interruppe con una scarica secca.
Per un istante restai immobile, il pollice ancora premuto sul pulsante laterale. Intorno a me il vapore continuava a salire, il vento continuava a soffiare, il ghiaccio continuava a scricchiolare sotto gli scarponi. Il paesaggio non cambiò di un millimetro. Eppure tutto si era spostato.
- Che succede? - chiese Freyr.
Abbassai lentamente la radio. - Andiamo a Þórisvatn.
- Subito? - disse Hanna.
- Appena chiudiamo qui.
Erik, che aveva sentito solo metà della conversazione, si avvicinò. -Cosa hanno trovato?-
-Non lo so. Ma abbastanza da far smettere ad Ármann di sembrare umano.-
Nessuno sorrise.
Riprendemmo il lavoro con un’efficienza brusca, quasi aggressiva. Gli ultimi campioni vennero sigillati. I log digitali sincronizzati con i backup locali. I sensori mobili riposti in contenitori antiurto. Le coordinate finali dettate due volte. Io passavo da uno all’altro con la checklist in testa, correggendo, accelerando, ricontrollando. Non volevo lasciare il bordo della caldera del Bárðarbunga con la sensazione di avere dimenticato qualcosa, perché sapevo già che, qualunque cosa ci aspettasse a Þórisvatn, avrebbe occupato tutto.
Mentre scendevamo verso le motoslitte parcheggiate sul tratto più stabile del bordo, mi voltai ancora una volta verso i calderoni. Il più grande ribolliva quietamente, quasi indifferente alla nostra fretta. Mi colpì il pensiero che forse la vera arroganza degli esseri umani non stava nel credersi padroni della natura, ma nel credersi il centro della sua attenzione. Il Bárðarbunga non ci stava minacciando. Non ci stava mandando segni. Stava semplicemente facendo ciò che la sua struttura gli imponeva di fare. Eravamo noi a insistere nel leggerci un’intenzione.
Eppure...
Eppure qualcosa mi grattava sotto lo sterno come sabbia.
Il viaggio attraverso il Vatnajökull e gli altopiani interni fu lungo abbastanza da darmi tempo di pensare e troppo breve per permettermi di organizzare quelle idee in qualcosa di utile. Dal margine della caldera scendemmo su un tratto compatto di neve dura, poi attraversammo campi di ghiaccio sporco e lingue di detrito vulcanico. Il cielo rimase aperto, freddo, con quella luce interminabile dell’estate islandese che non consola mai del tutto perché non diventa veramente calda. Le motoslitte lasciavano dietro di noi code di neve granulosa e polvere nera. Quando il ghiaccio terminò, passammo ai veicoli modificati che avevamo lasciato al punto di raccolta, caricando l’attrezzatura con movimenti rapidi e mani irrigidite.
Guidavo il primo mezzo. Hanna accanto a me controllava sul tablet la traccia GPS e i dati caricati in tempo reale dal satellite. Dietro, Einar e Freyr parlavano a bassa voce via interfono. Ogni tanto una parola emergeva più netta: “temperatura superficiale”, “degassamento”, “moria”, “contaminazione”. Nessuno voleva pronunciare per primo l’ipotesi peggiore.
Fuori dal parabrezza, l’interno dell’Islanda scorreva come un altro pianeta. Distese di sabbia vulcanica grigia, muschi bassi dai colori troppo sobri per essere davvero verdi, lingue di neve residue, fiumi intrecciati come vene liquide che riflettevano il cielo. Nessun albero. Quasi nessun punto di riferimento umano, se non i pali rari della pista, i segnali di emergenza, qualche rifugio remoto che appariva e spariva come un miraggio. C’era una nudità in quei paesaggi che non perdonava niente. Ogni linea era essenziale. Ogni errore umano risaltava.
-Le ultime immagini termiche di Þórisvatn non sembrano così drammatiche, - disse Hanna, scorrendo la mappa. - Alcuni punti più caldi lungo la riva nordorientale. Un’anomalia superficiale. Niente di catastrofico.-
-I satelliti vedono male l’acqua quando il vento fa la sua parte, - dissi.
-Lo so. Ma non è sufficiente per…-
- Per una chiamata come quella, no.-
Tacque. Era abbastanza esperta da sapere che avevo ragione, abbastanza onesta da non fingere il contrario.
Ripensai a Hágönglón, alle prime segnalazioni dell’autunno precedente, quando tutto sembrava ancora una coda lunga del ciclo eruttivo che avevamo appena superato. Pozze di fango bollente, vapore in un’area che in precedenza non mostrava nulla del genere, acqua che ribolliva in punti precisi. All’inizio molti avevano parlato di riassestamento idrotermale. Un riflesso tardivo. Una riconfigurazione locale dei flussi di calore nel sottosuolo dopo mesi di disordine regionale. Era una spiegazione ragionevole. Troppo ragionevole, forse. Da allora, però, i segnali non si erano spenti. Si erano sparpagliati.
Una stazione GPS con un sollevamento anomalo. Una sorgente che cambiava chimismo. Una serie di microsismi in un corridoio che non ci piaceva. Emissioni di CO₂ un po’ troppo alte in una valle troppo tranquilla. Pesci scomparsi da un tratto di fiume per ragioni mai del tutto chiarite. Nulla che, preso da solo, bastasse a giustificare il panico. Ma abbastanza da costruire, dentro chi guardava l’insieme, un’immagine sgradevole.
L’Islanda stava davvero tornando in un ciclo più attivo? O eravamo noi, traumatizzati dalla catena di eventi degli ultimi mesi, a vedere schemi ovunque? Era la domanda che ci seguiva da ottobre. La differenza tra scienza e superstizione, a volte, non era nella paura, ma nel metodo con cui la si affrontava.
Arrivammo nell’area di Þórisvatn poco dopo le sei del pomeriggio. L’ora contava poco; la luce era ancora piena, obliqua appena. Il lago apparve dapprima come una fascia opaca oltre una serie di colline basse e terreni alluvionali. Poi lo vedemmo meglio, e il mio stomaco si serrò.
Già da lontano qualcosa era sbagliato nel colore.
Þórisvatn, in condizioni normali, non era mai un lago da cartolina. Era artificiale, vasto, severo, modellato dall’intervento umano ma comunque immerso nella brutalità degli altopiani. Le sue acque tendevano al grigio-azzurro o al verde freddo, a seconda del limo glaciale, della luce, del vento. Quel giorno invece c’era una velatura innaturale, un tono spento, quasi lattiginoso in alcuni tratti e brunastro in altri, come se la superficie fosse stata contaminata da una polvere invisibile.
Quando parcheggiai il mezzo e scesi, l’odore mi colpì prima ancora che potessi vedere tutto.
Uova marce. Sì. Ma non solo. Il solfuro d’idrogeno aveva quella firma inconfondibile, un puzzo che prendeva la gola e sembrava lasciare una patina metallica sul palato. Però sotto c’era qualcos’altro: odore organico di decomposizione, fango rivoltato dal fondo, alghe morte, tessuti che iniziano a cedere. Era un odore da acqua malata.
Ármann ci venne incontro senza salutare. Aveva la barba umida di condensa, gli occhi stretti come se il lago stesso potesse offenderlo. Dietro di lui il resto della sua squadra si muoveva a scatti rapidi lungo la riva, tra cassette di campionamento, sonde multiparametriche e sacchi per i reperti biologici. Nessuno parlava forte.
-Finalmente,- disse.
-Cos’hai trovato?-
Lui si voltò e indicò il lago. - Guarda.-
Feci qualche passo oltre il piccolo rialzo della riva, e allora lo vidi davvero.
Per un istante il cervello rifiutò di mettere insieme l’immagine. La superficie vicina alla sponda era punteggiata di sagome argentee e pallide. Poi l’occhio riconobbe le forme. Pesci. Decine. No. Centinaia. No. Migliaia. Un tappeto discontinuo che seguiva la curvatura della riva e si perdeva più lontano, dove le piccole onde spinte dal vento ne accumulavano altri in una fascia irregolare.
Trota artica. Salmerino. Alcuni piccoli, altri adulti. Pance all’aria. Occhi opachi. Branchie spalancate. Alcuni avevano ancora la bocca aperta come se stessero cercando l’ultima cosa respirabile in un’acqua che li aveva traditi.
Nessuno diceva niente, e il silenzio umano accanto a quel lago era quasi peggiore dell’odore.
Mi avvicinai fino al limite sicuro della riva fangosa. L’acqua lì era torbida, striata da riflessi giallastri e grigioverdi. In superficie galleggiava una schiuma sottile, non abbondante ma persistente. Piccole bolle salivano in alcuni punti a pochi metri dalla riva, rompendo il pelo dell’acqua con un rumore delicato, quasi innocente.
-Da quanto?- chiesi.
- I ranger hanno segnalato ieri pomeriggio un forte odore. Stamattina un team di manutenzione ha visto i pesci morti. Noi siamo arrivati da Hágönglón alle quindici e la situazione era già così, - disse Ármann.
Indicò un’ansa poco più in là. La linea chiara vicino alla riva sembrava schiuma portata dal vento. In realtà erano corpi.
Mi abbassai, infilai i guanti pesanti e con la punta di una pinza tirai verso di me un esemplare medio. La pelle era ancora integra. Niente segni di predazione. Niente lesioni macroscopiche. Le branchie, però, avevano un colore innaturale, più scuro in alcune lamine, quasi bruciato. Lo rigirai piano. Il ventre era gonfio appena, non abbastanza da indicare lunga permanenza. Evento recente. Molto recente.
-Avete misurato l’ossigeno disciolto?-
- Sì. In superficie è precipitato in due settori. Non ovunque, ma abbastanza da uccidere. E i valori cambiano in modo assurdo anche a distanza di poche decine di metri.-
- pH?-
- Instabile. Più acido del normale vicino alle bolle.
- Temperatura?-
- Alcune sacche superficiali più calde. Non tanto da giustificare questo. Ma il chimismo sì, forse.-
Hanna ci raggiunse e si fermò accanto a me. Non disse una parola. Sapevo che stava già costruendo ipotesi, classificando, escludendo. Era il suo modo di non farsi vincere dal disgusto.
-Hai preso campioni di gas sopra la superficie?- domandai.
Ármann annuì e mi porse il lettore portatile. I valori di H₂S erano elevati ma fluttuanti. CO₂ anch’essa più alta del normale lungo alcuni punti bassi della riva. Non abbastanza da mettere subito a terra un adulto all’aperto, ma sufficiente a spiegare animali più piccoli in difficoltà e a indicare che dal fondale stava risalendo qualcosa di nuovo o di risvegliato.
-Il lago è scolorito, - disse Erik alle mie spalle, la voce bassa come se si trovasse in una chiesa. - Sembra… malato.-
Non era una parola scientifica. Era la parola giusta.
Camminai lungo la riva con il vento che mi spingeva addosso l’odore. I miei scarponi affondavano nel terreno umido a ogni passo. A un certo punto vidi, tra i sassi scuri e i filamenti di vegetazione marcia, non soltanto pesci ma anche due piccoli uccelli acquatici, probabilmente attirati lì e poi sopraffatti dal gas o da qualcosa nell’acqua. Uno era girato su un fianco, le piume ancora lisce. La morte recente ha sempre qualcosa di osceno proprio perché non ha ancora avuto il tempo di diventare paesaggio.
Freyr si inginocchiò poco lontano, sonda immersa. - Conducibilità più alta qui! E la temperatura sale di quasi quattro gradi a un metro di profondità!-
-Segna tutto,- dissi.
Continuai a seguire la riva finché arrivai a un punto in cui il fondale sembrava rilasciare una serie di bolle continue, come un respiro lento. L’acqua lì era più scura. Mi accovacciai e osservai il ritmo: non casuale, non da semplice decomposizione organica. Era degassamento dal basso. Che cosa portasse con sé, e da dove venisse esattamente, era il punto.
Mi rialzai con un gemito involontario della schiena.
- Hai un’espressione terribile, - disse Hanna.
-È contagiosa.-
- Pensi a un’apertura idrotermale?-
-Penso a una riorganizzazione dei flussi in profondità. Forse una frattura nuova. Forse vecchie vie che si stanno riaprendo. Forse gas vulcanici che trovano uscite più efficienti nel sistema idrico.-
-Dal Bárðarbunga?-
-O da un assetto regionale che non abbiamo capito abbastanza.-
Mi guardò di lato. -Non ti piace.-
La fissai per un istante. - Hanna, ho imparato che ci sono due categorie di anomalie. Quelle che si lasciano descrivere presto, e quelle che aspettano che tu ti innamori della spiegazione sbagliata per punirti. Questa ha quella faccia lì.-
Alle nostre spalle Erik stava montando il piccolo drone per un rilievo a bassa quota sulla superficie. Il sole basso ma ancora presente strappava riflessi sporchi al lago. Ogni tanto una raffica spostava l’acqua e i corpi si urtavano tra loro con un rumore lieve, orrendo proprio per la sua delicatezza.
Ármann mi raggiunse di nuovo. -C’è altro.-
Lo guardai.
- A Hágönglón stamattina i valori di gas erano saliti ancora.-
Mi massaggiai il ponte del naso sotto gli occhiali. -E mi hai chiamata qui solo ora.-
- Prima volevo essere sicuro che non stessi reagendo in modo eccessivo.
-E adesso?-
Lui guardò il lago. - Adesso spero di sì.-
Restammo in silenzio. Poco distante, Freyr si tolse per un secondo la maschera dal volto per sputare da un lato, immediatamente disgustato dal sapore dell’aria, poi la rimise. Una scena minima. Ma mi colpì quanto rapidamente il corpo umano riconosca che un posto non è fatto per essere respirato.
Ripresi a fare ciò che sapevo fare: organizzare il caos in compiti.
Dividemmo la riva in settori. Misure di gas a intervalli regolari. Profili termici superficiali e a profondità crescenti. Campionamento acqua per anioni, metalli, isotopi, pH, alcalinità, materia organica. Campionamento biologico per escludere, per quanto possibile, un bloom tossico o contaminanti non geotermici. Rilievo fotogrammetrico col drone. Mappatura dei punti di degassamento superficiale. Coordinamento con il laboratorio dell’IMO a Reykjavík per priorità d’analisi immediata all’arrivo. Comunicazione preliminare a Protezione Civile per chiusura temporanea dell’area, interdizione all’accesso e verifica di bestiame o fauna nelle zone basse.
Parlai alla radio con Reykjavík usando la mia voce migliore: calma, asciutta, ordinata. La voce di chi porta fatti, non inquietudine. Elencai parametri. Descrissi la moria ittica come “estesa”. L’odore come “compatibile con degassamento solfidrico significativo”. Le anomalie come “coerenti con una perturbazione idrotermale e/o geochimica in corso”. Nessuna di queste parole era falsa. Tutte erano insufficienti.
Quando chiusi la comunicazione, il cielo stava cambiando leggermente colore. Non verso il buio, non ancora. Solo verso una luce più obliqua, più fredda, che scolpiva meglio le distanze. Mi allontanai di qualche passo dal gruppo e salii sul rialzo erboso sopra la riva. Da lì si vedeva un tratto più ampio di Þórisvatn. Bello, persino allora, se per bellezza si intende la capacità di un luogo di sovrastarti. E proprio per questo insopportabile.
Ripensai a ottobre. A Hekla. Al lungo inverno. A Godabunga, a Eyjafjallajökull, a settimane in cui ogni schermo acceso sembrava il preludio di una nuova evacuazione. Ripensai al sollievo cauto di marzo, ai livelli di allerta abbassati, alle riunioni in cui ci eravamo permessi di pronunciare la parola “stabilizzazione” senza sentirci superstiziosi. Poi alla primavera, al modo in cui gli altopiani avevano ricominciato lentamente a respirare, e noi con loro. Forse avevamo voluto crederci troppo. Forse avevamo confuso la fine di una crisi con il ritorno dell’ordine.
Sentii un peso improvviso nel petto, non fisico, ma simile a una compressione. Paura, sì. Non del vulcano in sé. Non di una singola eruzione spettacolare, perché quelle almeno hanno una grammatica. Paura di ciò che non aveva ancora una forma. Di un sistema che non si esauriva in un cono, in una camera magmatica, in un allarme colorato su una mappa. Paura che il sottosuolo islandese, in tutta la sua complessità di fratture, fluidi, calore e tensioni accumulate, stesse riscrivendo le proprie vie di circolazione sotto i nostri piedi.
Hanna mi raggiunse con due tazze metalliche di caffè da campo. Me ne porse una.
-Fa schifo,- disse.
Bevvi. Aveva ragione. -Perfetto.-
Restammo lì a guardare il lago.
- Ti ricordi quando a marzo Erik ha detto che la stabilità in Islanda è solo l’intervallo tra due crisi? - chiese.-
- Me lo ricordo.-
- Lo odiavo un po’, quel giorno.-
- Anch’io.-
- E adesso?-
Guardai la distesa scolorita, le bolle, gli uccelli fermi, il lavoro dei nostri team lungo la riva. - Adesso lo odio con maggiore fondamento.-
Lei sorrise appena, ma fu un sorriso breve.
- Pensi che sia collegato?-
- Sì.-
- In modo diretto?-
Scossi la testa. - “Diretto” è una parola troppo comoda. Potrebbe non esserci un condotto magmatico che punta il dito dal Bárðarbunga fino a qui e dice “sono stato io”. Ma i sistemi profondi non hanno bisogno di comportarsi come nei diagrammi didattici. Basta un impulso di pressione, una riorganizzazione nei fluidi, un sistema di fratture che si apre o si richiude, e l’acqua comincia a raccontare storie diverse.-
Hanna abbassò gli occhi sul caffè. -E le persone?-
Non capii subito. -Cosa?-
-Le persone vogliono sapere se c’è pericolo. Se il lago puzza e i pesci muoiono, vogliono una frase semplice. Devono smettere di venire qui? Devono temere altre evacuazioni? Dobbiamo dire sì o no?-
Soffiai sul caffè ormai già tiepido. -Dobbiamo dire la verità. Che stiamo osservando anomalie serie. Che alcune aree vanno chiuse subito. Che il rischio locale per fauna e per esposizione ai gas esiste. E che non sappiamo ancora se questo è un fenomeno confinato o la periferia di qualcosa di più grande.-
- Odio anche la verità, a volte.-
-È reciproco, ti assicuro.-
Fu allora che la paura, quella vera, prese finalmente una frase dentro di me.
Non è finita.
Non l’inverno, non l’eredità di quell’inverno, non il riassetto profondo che avevamo sperato di aver visto in una serie di eventi ormai alle nostre spalle. Non sapevo ancora in che forma sarebbe tornato. Ma quel lago, con la sua acqua scolorita e la sua pelle piena di pesci morti, non era un incidente isolato. Era una frase nel mezzo di un discorso incompleto.
Mi rialzai.
-Chiudiamo tutta la fascia nordorientale,- dissi. -E voglio una seconda squadra qui all’alba con sensori aggiuntivi. Nessuno entra senza respiratore. Nessun pescatore, nessun mezzo non autorizzato, nessun curioso. Avvisate Almannavarnir che la classificazione va rivista stanotte, non domani.-
Ármann annuì senza discutere.
-E Reykjavík?- chiese Hanna.
Guardai il lago ancora una volta. La luce ormai bassa lo faceva sembrare quasi di stagno, morto e riflettente. Le bolle continuavano a salire. Poco oltre, un’onda spinse altri pesci verso riva, e i corpi si fermarono tra i sassi neri come se qualcuno li avesse deposti lì con cura.
-Reykjavík avrà i dati,- dissi. - Ma io voglio che abbiano anche la mia impressione.-
-Cioè?-
Mi tolsi un guanto e mi passai una mano fredda sul volto stanco. Sentivo l’odore del lago persino attraverso la maschera, come se si fosse ormai installato dietro il naso, nella memoria.
-Che qualunque cosa si celi oltre l’orizzonte,- risposi piano, -ha già iniziato a muoversi.-
Nessuno replicò.
Perché tutti, guardando Þórisvatn, avevano capito la stessa cosa. Non nei dettagli. Non ancora nei numeri. Ma in quel modo antico e inconfondibile con cui gli esseri umani riconoscono l’avvicinarsi di qualcosa che non sanno fermare.
Il vento cambiò direzione, e l’odore di uova marce, fango caldo e morte fresca ci investì di nuovo in pieno volto.28Please respect copyright.PENANA56CQsoN5WR


