Mentre le foglie d'autunno iniziavano a tingere d'oro i viali lungo la Moldava, il legame tra le due famiglie si faceva più stretto, seppur fondato su un castello di segreti.
Le settimane successive scivolarono via in un’apparente normalità, mentre le trame del destino si intrecciavano sempre più strette tra le strade di Praga e le mura di Terezín.
Per Alexandria e Adrian, il "progetto pubblicitario" per la tenuta era diventato il pretesto perfetto per trascorrere ore interminabili insieme. Di giorno, negli uffici dell’agenzia, discutevano di loghi e campagne di rilancio; Alexandria assaporava quella pace che solo la presenza di Adrian sapeva regalarle. In sua compagnia, il brusio incessante dei pensieri del mondo si spegneva in un silenzio vellutato.
Di sera, la maschera professionale cadeva. Adrian la portava in piccoli jazz club fumosi di Malá Strana dove la musica era un sussurro, o tra le poltrone di velluto del Teatro Nazionale, dove le luci della ribalta riflettevano il verde smeraldo dei suoi occhi, il tutto preceduto da una cena a lume di candela in un ristorante tipico della Città Vecchia.
Adrian era un gentiluomo d'altri tempi e, per lei, era diventato una necessità biologica.
In un mondo in cui la mente di chiunque era un libro aperto e rumoroso, il silenzio di Adrian era il suo unico rifugio. Con lui, poteva abbassare le difese. Non doveva filtrare i pensieri degli altri; doveva solo ascoltare la sua voce, calda e reale.
Alexandria, nonostante la sua natura regale e antica, si ritrovava a desiderare quei momenti di "normalità" con una fame che la spaventava.
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Nel frattempo, tra i ragazzi, i legami si stavano saldando con una velocità che rasentava l'inevitabile. Alle volte uscivano in coppia e altre in gruppo.
Nathaniel e Faith passavano le serate a studiare in biblioteca per poi finire a mangiare hamburger in piccoli locali vicino all'università; Declan e Joy si perdevano tra le gallerie d'arte contemporanea; Ty e Charity trascorrevano il tempo nei parchi, circondati da cani e natura. Per loro, l'esperimento di Alexandria stava funzionando: l'attrazione era autentica, libera da ogni manipolazione.
Tutti, tranne Hope e Castiel.
Hope Warren non era abituata ad aspettare. Nella sua vita a Terezín, ogni suo desiderio era un ordine.
Ma a Praga, Castiel Scott era diventato il suo tormento personale. Per ogni appuntamento fissato, c’era una scusa dell'ultimo minuto. Un "imprevisto in laboratorio", una "serata con gli amici che non potevo saltare", o semplicemente il silenzio.
Quella sera, il ritrovo era uno dei locali più alla moda della Città Vecchia, un ibrido tra un lounge bar e una galleria d'arte. Il gruppo degli otto ragazzi occupava un grande tavolo circolare, una macchia di giovinezza e bellezza che attirava gli sguardi di tutti i presenti.
Nathaniel e Faith erano immersi in una conversazione fitta sulla medicina, le loro sedie così vicine che le spalle si sfioravano.
Declan e Joy stavano analizzando l'architettura del soffitto a volta del locale, parlando un linguaggio fatto di linee e simmetrie che solo loro sembravano capire.
Ty e Charity, i più silenziosi, si scambiavano sguardi d'intesa mentre Charity accarezzava distrattamente il polso di lui, trovando in Tyler una stabilità che non aveva mai conosciuto.
Al centro di quel cerchio perfetto, però, c’era una crepa: Hope e Castiel.
Castiel era lì fisicamente, ma la sua mente sembrava altrove. Rispondeva a monosillabi, controllava spesso il telefono e sorrideva con quella sua aria distratta che faceva infuriare Hope.
Per lei, quella serata era un supplizio. Poteva sentire i pensieri felici delle sue sorelle — una sinfonia di scoperta e affetto — ma dal lato degli Scott non arrivava nulla. Solo il vuoto. E in quel vuoto, Castiel sembrava sfuggirle come sabbia tra le dita.
«Vado a prendere da bere, qualcuno vuole qualcosa?» chiese Castiel alzandosi bruscamente, senza guardare Hope negli occhi.
«Vengo con te,» si offrì lei, sperando in un momento da soli.
«No, resta pure qui, la fila è lunga e c’è un caos infernale. Faccio prima da solo.»
Hope lo guardò allontanarsi, sentendo una fitta al petto.
«Sorelle, non ce la faccio più,» lanciò via pensiero, la voce mentale carica di frustrazione.
«È qui con noi, ma è come se non ci fosse. Mi ignora deliberatamente.»
«Dagli tempo, Hope,» rispose Faith con calma, senza distogliere lo sguardo da Nathaniel.
«È solo un po' ribelle.»
Passarono dieci minuti, poi venti. Castiel non tornava.
Hope, colta da un presentimento amaro, si alzò con la scusa di andare in bagno.
Si fece largo tra la folla, i pensieri degli estranei che le rimbalzavano contro come schegge fastidiose.
Arrivata vicino alla zona più buia del locale, dove la musica era più alta e i privé erano protetti da tende di velluto, si fermò.
Castiel era lì. Non stava facendo la fila al bar. Era appoggiato a una colonna, circondato da un gruppo di ragazzi dell'università che Hope non conosceva. E tra le sue braccia c'era una ragazza bionda, una sua compagna di corso che rideva sguaiatamente mentre lui le sussurrava qualcosa all'orecchio, sfiorandole il collo con le labbra.
Il mondo di Hope si fermò.
Il silenzio di Castiel, che fino a un attimo prima era un mistero affascinante, divenne un'arma letale. Lui non si accorse di lei; era troppo impegnato nel suo gioco di seduzione superficiale, ignaro del fatto che a pochi metri di distanza una principessa dei sovrannaturali stava per andare in pezzi.
Hope non disse nulla. Non urlò. Si voltò e corse verso l'uscita, scomparendo nella notte gelida di Praga prima che le lacrime potessero tradirla davanti ai suoi fratelli.
Ritornò giusto in tempo per unirsi al gruppo che usciva dal locale.
Hope fece una mezza scenata a Castiel; era così furiosa che, per calmarla, Castiel le promise una serata insieme da soli.
Ogni volta, però, lui prometteva e poi le dava buca.
L’apice fu raggiunto un venerdì sera. Castiel le aveva promesso una cena in un ristorante tipico, ma all'ultimo momento le aveva inviato un messaggio sbrigativo: «Scusa, Hope, sono rimasto incastrato con dei vecchi compagni di scuola. Facciamo un'altra volta?»
Hope fissò lo schermo del telefono, sentendo il sangue ribollire. Un’altra volta. Le sue sorelle erano fuori, felici, e lei era l'unico anello debole della catena. Decise che non sarebbe rimasta a casa a rimuginare. Indossò un abito nero che sembrava fatto di ombre e si diresse al Duplex, una delle discoteche più rinomate della città.
Il club era un assalto di luci stroboscopiche e musica elettronica martellante. Hope si muoveva tra la folla come una pantera, ignorando i pensieri lussuriosi dei ragazzi che incrociavano il suo cammino. Cercava solo una cosa. E la trovò vicino al bar del piano superiore.
Castiel era lì. Non sembrava affatto "incastrato" in una riunione noiosa. Era appoggiato al bancone, con un drink in mano e un braccio poggiato con troppa confidenza sulle spalle di una rossa che rideva a crepapelle.
Le sussurrava qualcosa all'orecchio, quel sorriso sfacciato che Hope conosceva bene stampato sul volto.
Il cuore di Hope perse un battito, poi accelerò violentemente. Avrebbe voluto scagliarsi contro di lui, urlargli che era un bugiardo, ma la vista di lui così rilassato, così umano nella sua infedeltà, la gelò. Castiel non si accorse di lei. Non poteva sentirla arrivare come avrebbero fatto i suoi simili. Per lui, lei era solo un’ombra tra le tante.
Hope voltò le spalle e scappò, uscendo dal locale smaterializzandosi a Terezin prima che le lacrime, calde e furiose, iniziassero a scendere.
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Quella notte, il salone principale della villa a Terezín era immerso in un silenzio teso. Alexandria, il volto segnato da una preoccupazione che non riusciva a nascondere, osservava sua figlia, rannicchiata su una poltrona, con il viso nascosto tra le mani. Faith, Joy e Charity erano sedute accanto a lei, ma per la prima volta la loro comunicazione telepatica era frammentata dal dolore di Hope.
«Non so cosa dirvi,» mormorò Alexandria, scambiando uno sguardo preoccupato con le altre figlie. «Gli Scott sono... complicati. Castiel è giovane, è abituato a una libertà che voi non conoscete.»
«Non è libertà, madre. È mancanza di rispetto,» sibilò Hope, alzando lo sguardo. I suoi occhi brillavano di una luce instabile.
«Se io fallisco, se lui non si innamora di me... la magia di Craven rimarrà intatta. Zio Sebastian morirà perché io non sono capace di gestire un ragazzino arrogante?»
«Non è colpa tua, Hope,» intervenne Alexandria, prendendole le mani.
«Tutti noi stiamo facendo la nostra parte, ma i sentimenti non si possono ordinare. Nemmeno i nostri. Il destino di tuo zio non è solo sulle tue spalle. Siamo una famiglia. Gli Scott sono imprevedibili, Castiel più di tutti. Non puoi farti carico di un fallimento che non esiste ancora.»
«Ma il tempo scorre, mamma! Sento il potere che preme sotto la pelle, sento la magia che urla. Sarebbe così facile...» Hope alzò lo sguardo, e per un istante i suoi occhi brillarono di una luce innaturale.
«Magari potrei...» Hope si interruppe, le dita che sfioravano istintivamente il ciondolo che portava al collo. «Un piccolo incantesimo di suggestione. Solo per fargli capire cosa si perde. Solo per portarlo sulla strada giusta.»
Il silenzio che seguì fu pesante. Alexandria non la rimproverò subito; capiva la disperazione. Ma poi scosse la testa.
«No!» la voce di Alexandria fu un colpo di frusta. «Sai bene quali sono le regole. Se usiamo la magia per piegare la loro volontà, il patto si spezza. Craven sentirebbe l'odore della magia coercitiva all'istante e Sebastian sarebbe perduto per sempre. Dobbiamo essere puri, Hope. Anche se fa male.»
Hope strinse i pugni fino a farsi sbiancare le nocche. Il senso di colpa la schiacciava. Si sentiva responsabile del destino della sua famiglia, del sangue reale che scorreva nelle sue vene. Guardò fuori dalla finestra, verso le luci lontane di Praga.
Il suo buon senso ebbe la meglio sulla rabbia, ma il senso di colpa rimase lì, pesante come un macigno.
Poteva distruggere la mente di Castiel con un solo pensiero, poteva renderlo il suo schiavo più fedele.
Si sentiva un'estranea tra le sue sorelle, che invece sembravano aver trovato la chiave per i cuori dei fratelli Scott.
Ma mentre il potere premeva sotto la sua pelle, il ricordo del suo sorriso – quel sorriso libero e privo di ombre che non riusciva a leggere – la fermò.
Non voleva un burattino. Voleva che quel silenzio fosse suo, ma voleva che lo scegliesse lui.
«Resisterò,» sussurrò Hope, più a se stessa che agli altri. «Ma non so per quanto ancora potrò sopportare di vederlo sorridere a qualcun’altra mentre il tempo per Sebastian scade.»17Please respect copyright.PENANAg14PVJS9ML


