Il colpo di fucile riecheggia nell’aria polverosa; il suono fragoroso, lentamente, si dissipa nell’azzurro slavato del cielo immenso sopra la sua testa arruffata. Dolcemente, quasi con delicatezza, le piccole ali bianche dell’aeroplano monomotore si inclinano di lato, il suo motore si zittisce, lasciando il cielo in silenzio e in pacifica contemplazione, e la corta fusoliera rossa sussulta lievemente prima di precipitarsi giù, verso la verdeggiante macchia di alberi.
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Il respiro si inceppa bruscamente fra il suo petto e la sua gola. Spalanca la bocca e non gli riesce di recuperare l’ossigeno necessario per pensare. “Oh, no. L’ho ammazzato” è il pensiero fisso che gira senza sosta nella sua testa incasinata. Ma infine abbandona ogni ulteriore indugio e, mentre il fucile scivola via dalle sue dita, si precipita in una corsa disordinata e abbastanza penosa verso la distesa di rami verdi che sembrano volerlo deridere con la loro placida tranquillità.
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«Plata!» non può fare a meno di urlare, nonostante si renda conto che da quella distanza non lo può sentire.
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Sempre ammesso, naturalmente, che sia ancora vivo per sentire qualcosa… Oh! Questo no, era meglio non pensarlo.
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Ha il fiato corto. Il suo cuore minaccia di piantarlo in asso da un istante all’altro. Gli bruciano le gambe e i polmoni. Ciò nonostante sta ancora correndo, il più velocemente possibile, perché deve assolutamente raggiungerlo e appurare che respiri ancora, che non abbia effettivamente ucciso il suo migliore amico.
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Infine lo avvista, bianco e rosso sullo sfondo verde della foresta, e si permette un minuscolo sospiro di sollievo: se non altro non è un ammasso di lamiere contorte e fumanti. È già qualcosa. Poche, sgraziate e traballanti falcate ancora, e finalmente lo raggiunge e spalanca il portello con foga febbrile. Qualche misero istante dopo barcolla indietro, centrato dalle nocche spigolose dell’amico. Con il culo ammaccato e la mascella dolorante, risolleva la testa e lo guarda confuso. “Uhm… Non ha l’espressione granché amichevole, a ben vedere” ragiona incerto. E quel sogghigno che arriccia le sue labbra, seguito dal motteggio che fa odiosamente il verso a quel che Salud si era divertito ad affibbiargli subito dopo il loro disastroso atterraggio nella foresta, gli confermano che no, non sembra averla presa troppo bene in effetti. Ma, insomma, non lo voleva certo ammazzare per davvero! Ci mancherebbe. E con tutti i guai che ha dovuto passare lui, per colpa di Plata e dei suoi giochini malefici! Ne vogliamo parlare?
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In tutta evidenza no, non ne vuole parlare. Preferisce prenderlo a calci, questo è sicuro. Gli dovrà proprio far presente, un giorno o l’altro, che i tacchi dei suoi stivali fanno abbastanza male. Magari un’altra volta, ora gli tocca fare a botte. Eh va beh! Un po’ di movimento ci voleva per sgranchirsi, giusto?
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Il sole declina adagio, infiammando il cielo di arancio e carminio ma sembrando smorzare certi animi infuocati. Plata lo sta fissando in un modo abbastanza strano. Ha ancora sulle labbra quel sogghigno canzonatorio, anche se un poco ammaccato per via delle ultime traversie, ma ora nei suoi occhi c’è una luce differente, come se stesse pensando a qualcosa che Salud ancora non riesce a scorgere. Cosa sarà? Dev’essere proprio un bel pensiero, quello che ha per la testa, perché il suo sogghigno si attenua e ammorbidisce.
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«Che cos’è?» borbotta Salud, volendola far sembrare una richiesta infastidita, ma ricavandone una domanda genuinamente incuriosita.
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Plata non gli risponde che con un’incurante alzata di spalle. È sempre stato abbastanza enigmatico, l’amico. Quando va bene gli rifila risposte abbastanza incomprensibili, qualche arguto giro di parole che lo confonde piuttosto che chiarirgli le idee. Le volte in cui va male finiscono come quel giorno, con un silenzio bizzarro e una lieve stretta di spalle, o un cenno della testa. Chi lo capisce, Plata? Lui di certo no. Beh, forse ogni tanto… E va bene: diciamo, allora, più spesso di quanto ci si aspetterebbe, d’accordo? Pignoli!
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«I tuoi gendarmi ronfano. Direi che ce ne possiamo anche andare» propone Plata.
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Sbuffa, seccato. «Piacerebbe anche a me dormire. Ma poi arrivi tu e chi ci riesce più a prendere sonno» protesta piccato.
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L’amico gli sorride sornione. «E allora io piloto e tu poltrisci. Ti va bene in questo modo?» tratta divertito.
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Salud si acciglia, si rigira la proposta in testa, infine sospira arreso. «D’accordo, ci sto. Vedi di non far precipitare anche questo, di aereo» lo avverte.
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«Se nessuno ci spara addosso lo terrò su senza problemi» controbatte canzonatorio, guadagnandosi un mugugno desolato.
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«Non ti volevo davvero buttare giù. Lo sai» protesta piano.
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«Oh, lo spero bene. Siamo ancora soci al cinquanta percento, no? O hai forse cambiato idea?»
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«No. Non cambio idea. Basta che la smetti di decidere tu per noi senza interpellarmi» fa presente offuscato.
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«Prendo nota» assicura, ancora con quel suo irritante sogghigno. «Salta su, caprone. Togliamo il disturbo, prima che ci ripensino.»
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Salud annuisce e lo segue a bordo. Sospira dentro la sua testa e si dà un’ultima occhiata alle spalle. Alla fine, lo segue sempre, per un motivo o per l’altro.
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Per qualche momento ancora, dopo il decollo, si attarda a osservare la foresta scorrere sotto di loro e laggiù, in lontananza, la loro montagna. Chissà se la rivedranno mai. Si volta appena e sogguarda assorto l’amico ai comandi del monomotore. Sembra tranquillo. Peggio, sembra spensierato. Non riesce proprio a capacitarsi di come possa sembrare tanto felice. Hanno appena perduto tutto, di nuovo.
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«Non lo rivedremo mai più, il nostro giacimento di smeraldi, non è vero?» chiede d’un tratto, pacato.
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Plata distoglie qualche momento lo sguardo dal cielo davanti a loro e dà attenzione a Salud. Scuote la testa.
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«Ne dubito. Non ci permetterebbero mai di girare per il paese indisturbati, non dopo quel che hai combinato laggiù.»
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«Ehi! Io avrei incasinato le cose?»
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«Beh, direi di sì» conferma serafico.
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«Senti…» si altera Salud.
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«La buona notizia è che nessun altro potrà sfruttare quel giacimento. Resterà nostro.»
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Sbuffa, un po’ seccato. «Siamo ricchi, ma non possiamo approfittarne» constata.
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«Proprio come il Matto, sì.»
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Ora sospira, e lo fa apertamente, così che anche l’amico possa facilmente notare la sua frustrazione. «Dimmi almeno perché diamine dovevi farlo» protesta sconfortato.
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Di nuovo Plata si attarda a scrutarlo. Salud rabbrividisce appena, mentre scorge un’ombra nei suoi occhi chiari.
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«I soldi non sono sempre una buona cosa. Qualcuno, in tasca, fa certamente comodo. Su questo ci puoi scommettere. Ma, sai, quando sono troppi… Finiscono per rovinarti la vita» mormora pensieroso.
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«Io non ne so niente. Troppi non ne ho mai avuti in tasca» borbotta.
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Sorride, piano, e annuisce. «Meglio così. Mi piaci di più quando sei uno scorbutico caprone che si dà da fare in mille modi per sbarcare il lunario.»
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Salud, imprevedibilmente, arrossisce. «Sciocco» sibila imbarazzato. «Pensa a pilotare, piuttosto. E vedi di non portarci in qualche altro posto sperduto e pieno di pazzi.»
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«Promesso. Dormi ora, e lasciami sognare in santa pace» intima, tornando a sorridere spensierato.
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