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Come si stava? Si stava bene. Vivevo in un mondo diverso.
La bellezza della natura era ovunque: i fiori spontanei che nascevano liberi tra i sassi, l’aria leggera che profumava di terra buona, il cielo che sembrava più blu, limpido come lavato. Le notti erano più belle, più silenziose, e le stelle brillavano come occhi accesi. La luna sembrava una lampada gentile, appesa sopra la collina.
Era tutto semplice. Era tutto vero.
La mattina io, ragazzina, dormivo ancora tra le coperte ruvide. Ma la nonna si alzava presto, forse alle quattro, quando ancora il buio respirava piano. Usciva per andare a prendere l’erba per le mucche. Le sentiva chiamare, muggire dalla stalla con fame, e lei rispondeva come si fa con le persone: “Ecco, arrivo… ecco vengo.”
Sembrava che parlasse con loro, e forse era vero.
Non l’ho mai vista in disordine. I capelli già raccolti, pettinati, il volto pulito, profumato. Profumava sempre di mele, quel profumo semplice e buono che mi è rimasto nel cuore.
Era bella la nonna, giovane e forte. Era la padrona di quel mondo fatto di silenzio e vento, di galline e stalle, di pane nel forno e fiori nei campi.
Il pomeriggio, quando giocavo da sola, cogliendo fiori nei prati o dentro la casetta di canne, c’era un rumore che mi colpiva sempre. Un rumore che veniva da lontano, dalla parte del paese: era l’autobus.
Ne passavano pochissimi, solo in certe ore. Non ce n’erano tante di auto allora, quasi nessuna. Eravamo negli anni '54 e solo le persone ricche possedevano una macchina. Anche nella mia cittadina si camminava a piedi.
Ma quando passava quell’autobus, si sentiva forte. Doveva affrontare una curva, e allora suonava il clacson lungo e potente. Quel suono rompeva un po’ la magia della natura, ma allo stesso tempo mi affascinava. Era come una voce che arrivava dalla città, un richiamo lontano.
Non era un suono qualsiasi. Era forte, un po’ melodico, come un lamento metallico che si apriva tra gli alberi. Un suono che oggi non si sente più, diverso da quelli degli autobus moderni. Era più caldo, più umano. Forse tu non potresti capirlo, se non l’hai sentito. Ma io sì, e lo sento ancora.
Mi sembra sempre di sentirlo. Quel clacson, quel richiamo. Come una nota stonata dentro una sinfonia di cicale e vento. Un promemoria che il mondo era grande, ma che io avevo scelto, in quel momento, il mio angolo perfetto: la collina, la casetta di canne, e la nonna con le sue mani profumate di mele.
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