Quando arrivai all'Istituto di Arti Occulte, pioveva.
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Pioveva come se il cielo stesse cercando di lavare via qualcosa.
Io, invece, camminavo. Con la nuova divisa, uno zaino che sapeva di muffa e la consapevolezza che tutti, in quel posto, avevano sentito parlare del massacro del Clan Yamazaki. E tutti sapevano che ero l'unica sopravvissuta.
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Non ricordavo molto. Solo sangue.
Il profumo del pino bruciato.
E quel silenzio innaturale che cala dopo l'urlo più atroce.
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Il mio clan non era tra i più potenti, ma era antico. Affondava le radici in rituali oscuri, in tecniche di manipolazione dell'anima che nemmeno gli archivi dell'istituto osavano trascrivere.
Mi stavano preparando a diventare qualcosa. Uno strumento, lo capii troppo tardi.
Un "ricettacolo sacro", lo chiamavano. Avrei dovuto ospitare qualcosa di molto più vecchio di me. Un'entità, una coscienza...
Avrei dovuto diventare un recipiente. Un'offerta vivente per la maledizione di famiglia.
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Ma il rituale non fu mai completato.
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Il mio clan era stato spazzato via in una notte. Nessuno sapeva da cosa. Nemmeno io.
Li aveva sterminati tutti.
Sterminati in pochi istanti, con una precisione disumana.
Io, invece, fui risparmiata.
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Non per pietà.
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No, sentii che era stato intenzionale. Come se qualcosa mi avesse guardata in faccia e avesse deciso che non era il mio momento.
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Il potere che ho oggi, quello per cui ogni stregone mi osserva con sospetto, con interesse, con paura, non era previsto.
È nato dalla frattura. Dal vuoto lasciato da quel rituale incompiuto. Dalla mancanza, dall'interruzione, dalla non-completazione di ciò che dovevo essere.
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Non ero quello che volevano. Non ero lo strumento che aspettavano.
E ora, non sono più nemmeno una di loro.
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Ma qualcosa in me è rimasto. Una voce. Una corrente.
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A volte, la notte, sogno di essere di nuovo lì.
La pietra rituale calda sotto le ginocchia. Il fumo nero che entra nei polmoni.
Poi mi sveglio con le mani brucianti, e l'odore del sangue maledetto mi resta addosso per ore.
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Avevo vissuto come una normale bambina in un riformatorio per molto tempo e non ero pronta per intraprendere questa nuova vita. Ma lo ero abbastanza da capire che nessuno lo è mai davvero e che, mi piaccia o no, dovrò far parte di questo posto.
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Avevo lo zaino sulle spalle, una valigia che cigolava a ogni sasso e un ombrello chiuso stretto nella mano destra, ormai inutile con la pioggia che aveva deciso di smettere proprio mentre salivo l'ultima scalinata. Davanti a me, il torii rosso svettava alto, umido di pioggia e muschio, come se custodisse un mondo che nessun essere umano dovrebbe attraversare a cuor leggero. Eppure, io lo stavo facendo.
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Sotto le mie scarpe, i gradini di pietra erano consunti, consumati da generazioni di stregoni passati da lì. Quanta gente era salita tremando, come me? Quanta altra gente, con lo stesso sguardo freddo e deciso, è salita da questa gradinata, sapendo già cosa sarebbe diventata?
Io non lo sapevo. Sapevo solo che ero viva, e non sarei dovuta esserlo.
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L'Istituto di Arti Occulte di Tokyo si estendeva oltre il torii, silenzioso e antico, incastrato tra nebbia e alberi sacri. I tetti neri sembravano respirare un incenso invisibile. Mi sentivo come se stessi varcando una soglia che non mi avrebbe permesso di tornare indietro.
Non aveva l'aspetto glorioso che mi aspettavo. Niente torri, niente portoni cerimoniali. Solo silenzio, muschio sui gradini e un cielo grigio che pesava come un presagio.
Ma appena misi piede oltre il cancello, lo sentii: il velo.
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Mi fermai un attimo. Respirai l'aria bagnata e legnosa. Poi passai sotto il torii.
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L'aria vibrò, come se mi avessero appena scannerizzato l'anima.
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Il cuore accelerò. Un brivido mi corse lungo la schiena, non di freddo, ma di qualcosa di più profondo. Magia? Destino? O solo paura?
Un vento leggero fece frusciare le foglie. Poi, una voce profonda e roca mi raggiunse dall'alto dei gradini.
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"Yuna Yamazaki?"
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Alzai lo sguardo.
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Era imponente. Spalle larghe, braccia incrociate, barba scura e occhiali dannatamente piccoli per la sua faccia. Aveva l'aria di chi sapeva esattamente quanto valesse ogni parola pronunciata. Il suo nome, me l'avevano detto, era Masamichi Yaga.
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Annuii, stringendo un po' la presa sull'ombrello.
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Lui mi scrutò per qualche secondo, poi accennò col mento verso l'alto. "Benvenuta. Lascia perdere l'aspetto del posto. Non è un santuario. E non siamo qui per pregare."
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"Lo immaginavo."
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Un sopracciglio si alzò, appena. Forse era approvazione. Forse solo stanchezza. "Seguimi."
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Quell'uomo si voltò senza aggiungere altro, cominciando a salire i gradini con passo lento ma solido. Ogni suo passo sembrava pesare il doppio del mio, come se la pietra lo riconoscesse. Io lo seguii senza fiatare, la valigia che cigolava a ogni scalino.
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L'Istituto era... più vivo di quanto sembrasse da fuori. Non nel senso umano, però. L'aria dentro il confine era più spessa, carica di qualcosa che non si vedeva. Maledizioni residue? Barriere attive? Forse. Ma c'era anche un senso di veglia costante, come se le mura stesse ci osservassero.
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Il mio insegnante parlava poco. Ogni tanto si limitava a un gesto con la mano per indicarmi qualcosa.
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"Lì c'è il dormitorio. Non aspettarti comodità. Ma almeno avrai una stanza tutta tua."
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Poi, girammo un angolo.
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"Quella è l'aula principale. Le lezioni di teoria si fanno lì. Capirò che tipo di allenamento darti dopo che ti avrò visto in azione."
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"In azione?"
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"Non siamo un istituto normale. Ti ricordo dove sei, Yamazaki."
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Annuii, senza replicare. In fondo, non avevo mai pensato di esserlo io, normale.
Lo conoscevo da cinque minuti e già mi stava sulle palle.
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Arrivammo infine, attraversando lunghi corridoi, arrivammo ad un ennesimo corridoio con quattro porte, una di fianco all'altra. Yaga la aprì una di queste porte e fece un passo indietro.
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"Questa è la tua stanza. Metti giù la roba. Domani ci sarà la prima valutazione. Se hai fame, arrangiati, non sono tua madre. C'è una mensa al piano di sotto e alcuni distributori automatici."
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Entrai.
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Era spoglia, ma pulita. Il letto era perfettamente in ordine, in un angolo c'era un piccolo armadio, una finestra che dava su un cortile interno. Nient'altro. Lo zaino finì a terra, vicino alla scrivania, la valigia accanto. L'ombrello lo poggiai sul muro fuori dalla mia stanza, lasciandolo asciugare.
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Mi sedetti. Respirai. Il silenzio, lì dentro, era diverso. Non opprimente, ma... sospeso. Come se qualcosa stesse trattenendo il fiato insieme a me.
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Yaga parlò dalla soglia, prima di chiudere la porta.
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"Se sei qui, Yamazaki, non è perché ti stanno facendo un favore. È perché qualcuno là fuori ha paura di quello che potresti diventare."
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Appena la porta si richiuse, con quel click che suonava più come una sentenza che un semplice gesto quotidiano, il peso di tutto si riversò addosso a ondate.
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Non provai nemmeno a combatterlo.
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Mi lasciai cadere sul letto morbido, ancora piegato. Il tessuto delle coperte pungeva appena ma non mi importava.
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Le lacrime non arrivarono, ma la stanchezza sì, dritta come una lama nella schiena.
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Avevo retto tutto il giorno. Il viaggio. La pioggia. L'uomo enorme e silenzioso che mi aveva squadrata come se fossi un'arma ancora da classificare.
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E ora... ora che ero sola, al sicuro — per quanto potesse esistere qualcosa come "sicurezza" in un posto come questo — il mio corpo mollò.
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Chiusi gli occhi.
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Il profumo del pino bruciato tornò a invadermi le narici, familiare come una vecchia ferita.
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Mi stringo le braccia, e sprofondo nel buio di un sonno agitato, sapendo che, al risveglio, nulla sarà più leggero.
Ma almeno, per ora, posso lasciarmi cadere.
Per un po'.
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Non sapevo che ore fossero, ma la luce grigia oltre le finestre sembrava immobile, sospesa in un tempo che l'Istituto sembrava dettare a modo suo. Non c'erano orologi nella stanza, né rumori. Solo il mio respiro e il battito lento che piano piano stava tornando normale.
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Mi alzai a fatica, con il corpo che protestava come se mi fossi svegliata da giorni di cammino. Avevo fame. Di quella fame silenziosa e testarda che ti rode lo stomaco quando l'adrenalina svanisce e resti solo tu, col vuoto.
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Ricordai qualcosa.
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Un distributore automatico. L'avevo visto mentre salivo, mimetizzato tra il verde scuro di una siepe e la parete di pietra. Sembrava quasi fuori posto, come se si fosse incastrato lì per sbaglio in mezzo a un mondo che aveva dimenticato la modernità. Ma c'era. Ed era l'unica cosa vagamente normale che avessi visto da quando ero arrivata.
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Mi infilai la felpa sopra la divisa, infilando il cappuccio, e uscii dalla stanza in punta di piedi. I corridoi erano deserti, illuminati da luci giallastre che tremolavano appena. Non c'era anima viva. Solo le porte chiuse e un silenzio che sembrava ascoltare ogni mio passo.
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Scivolai fuori, oltre il portico, le scarpe che facevano ciac sull'umido dei mattoni. L'aria era più fresca, carica di odore di muschio e legno bagnato.
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E poi lo vidi.
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Il distributore.
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Illuminato, perfettamente funzionante, con la luce bianca che ronzava appena e i colori brillanti delle confezioni dietro il vetro. Patatine, barrette, una bottiglietta di tè freddo.
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Mi fermai davanti, stranita. In un posto come questo, tra barriere e spiriti maledetti, il distributore automatico sembrava una dichiarazione di guerra al buonsenso.
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Ma in quel momento, era la cosa più rassicurante del mondo.
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Frugai nella tasca dello zaino per qualche moneta. Trovai duecento yen e li infilai nella fessura.
Il rumore familiare del meccanismo mi strappò un mezzo sorriso.
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Scelsi una merendina al cioccolato, la più banale.
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Ovviamente si incastrò.
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La vidi lì, a metà strada, appesa tra due spirali di metallo come se stesse decidendo se farmi un favore o spezzarmi il cuore.
Inclinai la testa. Sbuffai. Poi diedi un colpetto al vetro con il palmo aperto, più per principio che per reale speranza.
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"Dai, muoviti."
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Stavo lottando con la merendina incastrata da almeno un minuto, quando una lattina cadde con un clunk deciso nel distributore accanto al mio.
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Una mano maschile la afferrò con noncuranza, mentre io ancora davo colpetti frustrati alla plastica trasparente. Poi sentii una risatina.
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"Sai che non funziona così, vero?"
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La voce era bassa, un po' beffarda.
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Mi voltai di poco, giusto per lanciargli un'occhiata. Ma lui era già chinato, ancora col corpo rivolto verso la macchina, e fissava le mie gambe con un sorriso di quelli che ti fanno venire voglia di reagire.
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"Hai rubato lo stile a un mimo maledetto o li metti per penitenza?"
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Seguii il suo sguardo e mi resi conto che stava proprio fissando i miei calzini a righe rosse e nere, appena più lunghi delle mi è converse, anch'esse di un rosso scarlatto. Mi salirono lentamente le guance, ma non era imbarazzo. Era fastidio. Un fastidio strano.
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"Non accetto consigli di stile da uno che porta gli occhiali da sole di sera," risposi secca, senza voltarmi del tutto.
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Lo sentii spostarsi appena, poi il suo sguardo salì. Lo percepii sulla pelle. Dalle caviglie alle ginocchia, poi alle cosce. E mentre saliva ancora, lo sentii—quel cambiamento d'aria.
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C'era tensione. Quella che ti prende in gola e stringe.
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"Questi occhiali? Servono a contenere la mia tecnica. Non sono un accessorio," disse, togliendoli appena dal naso per un secondo, abbastanza perché potessi intravedere un lampo di quegli occhi assurdi, troppo chiari, troppo intensi. Mi colpirono come un'onda fredda. "Ma tu invece, fammi indovinare... fai parte di un circo?"
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Per un attimo,un solo piccolo attimo, rimasi ferma, incagliata in quello sguardo come la mia merendina nel distributore. Non riuscì a proferire parola finché si alzò in piedi, davanti a me.
Era decisamente alto e ben piazzato per la sua età. Affascinante quanto basta per farmi dimenticare la cattiveria che stavo per sparare.
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Lui inclinò appena la testa, con un sorrisetto strafottente, come se se ne fosse accorto.
"E quindi... che razza di strega sei?" chiese, appoggiandosi alla macchinetta. "Non riesco nemmeno a percepire la tua energia maledetta. Hai un interruttore o sei solo molto, molto scarsa?"
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Lo fulminai con lo sguardo, sentendo il sangue ribollirmi dentro. "Forse sono solo più brava a controllarla di quanto tu possa immaginare,"
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Lui fece un piccolo verso, quasi divertito, e diede un colpo secco alla macchina. La merendina che si era incastrata cadde subito.
"Allora dev'essere quello," ironizzò con un sorriso tagliente mentre mi porgeva ciò che avevo preso. "Controllo estremo. Un talento raro. Tipo gli unicorni. O gli stregoni umili."
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Sfilai la merendina dalla sua mano con un gesto secco, le dita che sfiorarono appena le sue. Troppo calde. Troppo sicure. Troppo...
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"E tu invece?" chiesi, scartando il dolce con lentezza ostinata, senza staccargli gli occhi di dosso. "Che razza di stregone sei? Il tipo che ha bisogno di dieci paia d'occhiali e un ego fuori scala per funzionare?"
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Lui si portò una mano al petto, fingendosi colpito. "Ahia. Diretto al cuore. O almeno, dove dovrebbe stare."
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Poi rise. Una risata leggera, quasi musicale, che mi diede sui nervi più di ogni altra cosa.
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"Però ammettilo," continuò, con quell'aria da idiota affascinante che già detestavo, "se anche il tuo potere fa schifo, almeno hai del potenziale comico. Calzini a parte, ovvio. Quelli gridano disperazione più forte di un esorcismo andato male."
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Sgranocchiai un morso del mio dolcetto, masticando con calma. "Sai una cosa?" dissi tra un morso e l'altro. "Spero proprio di finire nella tua stessa classe. Così, quando ti metteranno in riga, sarò in prima fila a godermela."
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L'idiota dai capelli bianchi fece un cenno col mento, il sorriso ancora stampato in faccia. "Occhio a ciò che desideri, calzini maledetti. Potresti pentirtene."
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"Dev'essere fantastico essere te. Così umile, così adorabile. E le persone? Quelle ti sopportano o ti appendono al primo torii disponibile?"
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Ci fissammo per un attimo. Un secondo, due. Silenzio. Poi lui ridacchiò, basso.
"Simpatica. Se non muori al primo esorcismo, potremmo persino diventare amici."
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"Più facile che mi mangi il distributore."
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Lui si staccò dalla macchinetta, alzando le mani in segno di pace. "Mai dire mai!"
E poi, come se niente fosse, si voltò e si allontanò, le mani in tasca, lasciando dietro di sé quella scia di magnetismo insopportabile.
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Lo guardai sparire dietro l'angolo, spappolando dal nervoso quello che stavo mangiando.
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Prima notte all'Istituto. E già volevo strangolare qualcuno.
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...
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Una voce ruvida mi strappò dal torpore, trascinandomi fuori da un sogno senza contorni.
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"Professoressa Akiyama?"
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Mi tirai su di scatto, la guancia ancora appiccicata al dorso della mano. Avevo lasciato socchiusa una finestra e la brezza del tardo pomeriggio aveva fatto entrare l'odore dei ciliegi e del gesso. Sulla cattedra, i compiti corretti erano sparsi come foglie dopo un temporale.
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Davanti alla porta c'era la bidella, la signora Korube, minuta e inflessibile, con il solito grembiule azzurro e lo sguardo che poteva pietrificare anche il più vivace tra gli studenti.
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"Le luci automatiche si sono spente. Ho pensato fosse andata via."
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Mi stropicciai gli occhi, cercando di raccogliere almeno un briciolo di dignità. "Mi ero solo... appisolata un attimo."
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Lei socchiuse gli occhi. "Con la faccia sui test?"
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"Metodo d'immersione," bofonchiai. "Serve a... capire meglio le risposte sbagliate."
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Non sorrise. Non rideva mai. Fece solo un cenno col mento verso l'orologio.
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"È quasi l'ora di chiusura."
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Annuii, infilando in fretta i fogli nella cartelletta e abbottonandomi il cardigan, ancora un po' stordita.
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"Grazie, signora Korube. Il tempo di riordinare le verifiche e levo le tende."
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"Chiuda bene quando esce."
Poi sparì lungo il corridoio con il solito passo secco e regolare.
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Rimasi ancora qualche secondo seduta, le mani appoggiate ai bordi della cattedra. Fuori, il cielo si stava sfumando verso il viola. Mi stiracchiai piano, lasciando che il silenzio mi avvolgesse.
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Avevo fatto un sogno tranquillo...
E questo, per me, era già un miracolo.
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Il vagone della metropolitana era mezzo vuoto. L'ora era quella sospesa tra il rientro dei pendolari e la notte vera e propria, quando la città comincia a mormorare sottovoce e la gente smette di guardarsi.
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Stavo in piedi, le cuffiette nelle orecchie, guardando fuori dal vetro. Guardavo il mio riflesso tremolare sullo sfondo dei tunnel che scorrevano fuori, neri e infiniti. Il rumore metallico dei binari mi faceva da colonna sonora, insieme a una vecchia playlist che conoscevo a memoria. La cartelletta con i test corretti era infilata nella borsa a tracolla, il giaccone aperto. Avevo un solo pensiero in testa: cena e doccia.
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Poi lo sentii.
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Non un suono, ma uno scarto. Una piccola fitta nello stomaco, come un colpo di nausea che non c'entra col corpo. Un vuoto improvviso nell'aria. Come se qualcosa avesse appena trattenuto il fiato.
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Sollevai lo sguardo.
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Una donna, seduta due posti più in là, mi fissava. Ma non con ostilità. Sembrava... confusa. O inquieta. Il suo sguardo scivolò oltre me, verso il fondo del vagone.
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Mi voltai.
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C'era un uomo in piedi, spalle larghe, vestito in modo ordinario. Troppo ordinario. Non si muoveva. Non dondolava nemmeno col vagone. Immobile. Come incollato al pavimento.
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E la sua ombra.
L'ombra non combaciava.
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Era più lunga. Più spessa. Come se qualcosa, sotto di lui, si stesse stirando oltre il limite delle dimensioni.
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Chiusi gli occhi per un secondo, richiamando la mia percezione. Solo un sussurro. Un'eco lontana, strisciante. Ma maledetta. Sì, c'era qualcosa. Qualcosa che non avrebbe dovuto essere lì.
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Aprii gli occhi di scatto. L'uomo si voltò lentamente verso di me.
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E sorrise.
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Ma quel sorriso non era umano. Troppi denti. Troppa calma.
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Il vagone tremò leggermente.
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Mi staccai dal vetro, afferrando il manico della borsa. Nessuno sembrava accorgersi. Nessuno parlava. Nessuno reagiva.
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Sottovoce, mormorai: "Merda..."
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Le luci tremolarono.
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Una...
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due...
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Tre volte.
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Poi si spensero di colpo. Il buio calò come un sipario improvviso, fitto, pesante, privo di tempo.
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Qualcuno sussurrò qualcosa in fondo al vagone, poi il silenzio.
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Un respiro.
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Uno solo.
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E quando le luci si riaccesero, la donna era morta.
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La testa piegata di lato in un angolo innaturale, gli occhi spalancati, il corpo riverso sulla panca come una marionetta con i fili tagliati.
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Il vagone tremò impercettibilmente. Una vibrazione sotto i piedi. Un sussurro nella pelle.
Poi lo sentii.
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Il velo.
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Non lo vidi subito. È qualcosa che ti attraversa prima ancora di manifestarsi. Un cambio d'aria, una pressione sottile che ti schiaccia lo stomaco e rende l'aria più densa, più lenta.
Il rumore della metro sparì, inghiottito come se qualcuno avesse tirato una tenda pesante su tutto quanto. Nessun annuncio, nessuna voce, solo un silenzio irreale.
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Mi irrigidii.
Non ero stata io ad attivarlo.
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E quello era un problema. Un grosso problema.
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Un velo piazzato da altri significava solo due cose: o il Consiglio mi aveva trovata, e stava testando le mie capacità come fanno con i soggetti "irregolari",
oppure ero finita in una trappola.
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Una messa in scena. Un'esca.
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Oppure, e questa era la peggiore delle possibilità , qualcuno sapeva chi ero davvero. E voleva vedere cosa succedeva se mi spingeva oltre.
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Tutto intorno a me, il mondo sembrava congelato. La luce artificiale era tornata, ma era sbagliata: leggermente più fredda, più pallida.
La donna morta davanti a me era ancora lì, immobile.
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Ma le due presenze maledette si facevano più nitide. Respiravano il mio stesso spazio. E stavano stringendo il cerchio.
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Era troppo preciso per essere un attacco casuale.
E troppo silenzioso per essere un'esercitazione.
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Chiunque avesse attivato quel velo...
mi stava osservando.
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Urlai.
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Un urlo lungo, acuto, perfettamente calibrato. Mi accartocciai contro la parete del vagone, stringendo la borsa al petto, lo sguardo tremante, il respiro spezzato.
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Le due maledizioni si fermarono qualche metro più avanti. Una si staccò lentamente dal soffitto, calando al suolo con movimenti disarticolati e grotteschi. L'altra avanzò camminando in modo innaturale, ogni passo un suono molle e bagnato.
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"Davvero pensi che questo teatrino funzioni?" disse la prima, la voce graffiante come vetro spezzato.
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"Non serve che fingi," sogghignò l'altra, lasciando colare un filo di bava nera dalla bocca. "Sappiamo che hai fatto a pezzi lo Spirito Vincolato di questa linea. Il nostro pasto. Il nostro legame. Lo hai distrutto."
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Mi fermai, lo sguardo ancora basso.
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"E adesso vuoi farci credere di avere paura?"Sputò a terra un grumo d'ombra. "Ti ridurremo allo stesso modo...Non vedo l'ora!"
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Sospirai. Un lungo, teatrale sospiro.
Poi sollevai lentamente la testa. Il sorriso mi tagliava il volto, sottile.
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"Ah... non ci si può mai divertire con voi, eh?"Feci un mezzo passo avanti, scrollando le spalle. "E va bene..."
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Schioccai le dita.
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Il mondo cambiò in un respiro.
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Le pareti del vagone tremarono, le luci si spensero per una frazione di secondo, poi tornarono più fioche. L'aria si saturò di qualcosa di denso, antico. La mia energia maledetta si sparse come un morso, riempiendo ogni angolo. Quanto basta per sentirli esitare.
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I loro sorrisi si spensero.
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Il vagone era ancora immerso in quel silenzio irreale, interrotto solo dal ronzio elettrico del neon che tremolava come una candela sul punto di spegnersi.
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Ora,una luce illuminò i miei occhi, rossi come il sangue.
Inconfondibile. Inquietante.
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I due spiriti, ormai sfiancati, tremavano. Uno strisciava contro il pavimento, cercando di ricomporsi. L'altro si contorceva a mezz'aria, incapace di scappare.
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"Guardatemi." ordinai, così fredda da tagliare l'aria.
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I due spiriti obbedirono. Incantati. Condannati.
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L'energia maledetta cominciò a risalire verso di me, come risucchiata da una voragine invisibile. Le loro forme si slabbrarono, perdendo consistenza.
Urlarono. Ma non bastava.
Uno dei due provò a colpirmi, ma lo anticipai.
Lo fissai negli occhi. E lui si bloccò immediatamente.
I suoi muscoli erano tesi, la maledizione paralizzata nel punto esatto in cui si trovava.
Gli spiriti più deboli sono sempre i primi a cadere.
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L'altro cercò di fuggire, ma il mio palmo era già alzato.
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"Sigillo della strega, prima chiusura." sussurrai.
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Un talismano si accese sul muro e, in un attimo, si sgretolò in luce, avvolgendo la maledizione in una spirale purificatrice.
Gridò, ma non durò più di qualche secondo.
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Le urla si smorzarono in un gorgoglio sporco di maledizione, mentre l'altra era sempre più debole.
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"Seconda chiusura."dissi ancora, facendo apparire un cerchio sotto di essa. Appena pronunciai quelle parole, bruciò tra le fiamme della mia energia maledetta.
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Avevo il cuore che batteva forte, ma non per la paura.
Le maledizioni erano forti, sì, ma non abbastanza da mettermi davvero alle strette.
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Poi il silenzio.
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Il velo calò.
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Tutto ritornò come prima. Le luci si stabilizzarono. Il treno scosse i binari sotto i piedi e ripartì, lento ma costante, come se nulla fosse successo.
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Il cuore mi batteva ancora troppo forte. Non per la lotta...quelle due maledizioni erano robuste, ma nulla che non potessi affrontare. Era il resto, il dettaglio che stonava come una nota sbagliata in un rituale perfetto: il velo.
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Non ero stata io ad attivarlo.
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E non era un velo qualsiasi. Era stato lanciato con precisione, pulito, come un taglio chirurgico che aveva isolato solo il vagone in cui mi trovavo. Il genere di lavoro che richiede esperienza... e intenzione.
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Mi sedetti lentamente sul sedile, il corpo ancora caldo di energia maledetta appena dissolta. Mi passai una mano sulla fronte, cercando di calmare i pensieri. Non avevo lasciato nulla a Osaka. Nessuna traccia, nessuna dispersione di energia. L'esorcismo era stato rapido, preciso, contenuto. Perfetto.
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Eppure qualcuno mi aveva trovata lo stesso.
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O mi stavano già cercando.
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Sospirai. Non era paura. Era quella tensione sottile che arriva quando capisci che il gioco è cambiato...
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Sentii un movimento accanto a me, lo scricchiolio leggero del sedile che si abbassava, l'odore vago di menta e tè nero. Non mi voltai subito. C'era qualcosa di... familiare. Non nella presenza, ma nella sensazione che mi lasciava addosso. Come se una parte di me avesse già riconosciuto quel campo di energia prima ancora che il cervello potesse formulare un pensiero coerente.
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La metro proseguiva tranquilla, come se non avessi appena esorcizzato due maledizioni divoratrici di spiriti sotto un velo che non avevo creato.
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Solo quando un brivido mi attraversò la spina dorsale, come una corrente tiepida, mi voltai piano.
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Lì accanto, rilassato come se nulla al mondo potesse scuoterlo, c'era lui.
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Occhiali scuri, sorriso sfrontato.
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"Ti sei divertita abbastanza?" chiese, senza nemmeno guardarmi.
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Mi bloccai. Un istante eterno.
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La mia bocca era ancora asciutta per la concentrazione e la tensione, ma riuscii a trovare la voce.
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Il mio cuore si fermò per pochi attimi.
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Poi, si voltò appena verso di me, inclinando la testa come se stesse studiando qualcosa che aveva perso troppo tempo fa.
"Sei stata brava." Lui sorrise piano, senza gioia. "Se non fosse stato per Osaka, forse non ti avrei mai trovata."
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Mi si chiuse la gola.
"Il Consiglio," mormorai. "Ha mandato te per finire il lavoro, vero?"
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Gojo non rispose subito. Fece solo quel mezzo sorriso, uno di quelli che dicevano tutto e niente. Si raddrizzò, infilando le mani nelle tasche. "Sì, beh... diciamo che l'idea era più o meno quella. Ma io non sono un tipo che segue gli ordini."
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Un'ondata di rabbia mi salì dallo stomaco. "Se ti stai prendendo gioco di me per uccidermi, stai sbagliando di grosso-"
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"Non dire stronzate, Yuna." Si voltò verso di me, gli occhiali scivolarono leggermente sul naso, abbastanza da lasciarmi intravedere i suoi occhi. "Nessuno prende in giro una donna che inscena la sua morte e poi fa sparire ogni traccia per dieci anni."
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Il tono era duro. Quasi quanto il rimpianto che gli attraversava il viso in un attimo troppo sincero.
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Ci fu un momento di silenzio in cui tutto tornò a galla: l'addestramento, le missioni, gli sguardi rubati e mai confessati, il sangue sulle mani.
E poi il tradimento.
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"E adesso?" chiesi, con un filo di voce.
Lo stregone si limitò a osservare il vuoto davanti a sé, poi sospirò piano, come se la decisione che stava per prendere lo infastidisse tanto quanto lo divertisse.
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Dieci anni. Dieci dannatissimi anni in cui mi sono allontanata da quella vita...
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Avevo scelto quella strada per proteggermi, per sfuggire alla presa di chiunque, ma la verità era che avevo lasciato un enorme vuoto. Uno vuoto che, immaginavo, Satoru non avrebbe mai dimenticato.
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Poi, finalmente, parlò, con una calma che non faceva altro che aumentare la tensione. "Il Consiglio non è sicuro che tu sia viva," disse, la sua voce grave. "Pensano che tu sia morta, ma non lo sanno con certezza."
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Mi bloccai. Non avevo mai immaginato che sarebbero arrivati a questo punto. "E quindi hanno mandato te a verificarlo..."
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"Esatto." Gojo non si fermò, continuò a parlare con quella tranquillità che mi faceva sentire come se il tempo fosse scivolato via. "Ma, onestamente, la verità è che non sono sicuro nemmeno io di cosa vogliono. Se ti stanno cercando per ucciderti o se vogliono farti tornare. Ma, qualunque sia il motivo, sono stato mandato per capire se questa strega fantasma sia una minaccia."
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La mia mente correva veloce, cercando di mettere insieme i pezzi del puzzle. Non avevo lasciato tracce, nessun indizio su dove fossi finita, ma il Consiglio in qualche modo l'aveva capito. Se avevo lasciato dietro di me una scia di enigmi, il rampollo della famiglia Gojo era l'ultimo che avrei voluto avere seduto al mio fianco.
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"E tu?" chiesi, cercando di controllare il tremore nella voce, "tu cosa ne pensi?"
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Mi guardò per un lungo momento. "Io penso che non ti conosco più. E questo è un problema."
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L'aria tra di noi si fece pesante, e per un istante, la tensione fu palpabile. Non c'era più il sorriso ironico che di solito mi faceva ridere. Ora c'era solo quel silenzio che non sapevo come affrontare.
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Osservandomi, inclinò leggermente la testa e, senza distogliere lo sguardo, disse: "La verità è che non è solo il Consiglio a cercarti. C'è chi ha intenzioni ben diverse."
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Il mio cuore sussultò. "Chi? Gli stregoni neri?" mormorai, senza riuscire a nascondere la preoccupazione.
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Il mio interlocutore fece una smorfia, annuendo. "C'è chi ha messo gli occhi su di te, Yuna. Non solo per il tuo passato, ma per quello che rappresenti. E questo è un problema."
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Un brivido mi percorse la schiena. Il mio passato, le mie azioni... tutto stava tornando a galla in modo inaspettato.
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"Quindi cosa vuoi da me?" chiesi, la voce che ora tradiva la confusione che mi stava invadendo.
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Il suo viso impassibile sembrava lasciarsi sfuggire una sfumatura di quella vecchia complicità che ci contraddistingueva. "Ho una proposta." disse lentamente, stuzzicando la mia attenzione. "Voglio solo capire se possiamo ancora essere alleati. Perché quello che sta per succedere potrebbe essere più grande di entrambi. E ho bisogno di sapere da che parte stai. Ora che ti ho trovata, il Consiglio vorrà delle risposte. Ma se torni sotto la mia supervisione, posso tenerli a bada. Per un po', almeno."
Fece una pausa, il suo sguardo si fece più serio. "Voglio che insegni."
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Mi bloccai, incredula. "Cosa?" La parola mi uscì più stupita di quanto avessi voluto.
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"Voglio che insegni con me," ripeté, le parole che sembravano leggere, ma con un peso che mi schiacciava. "Ai ragazzi, alla nuova generazione. Puoi essere un'alleata. Hai una conoscenza che nessuno ha, e voglio che la usi per far crescere quelli che devono continuare ciò che noi abbiamo iniziato."
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Le sue parole mi colpirono, ma non riuscii a nascondere la mia sorpresa. "Io? Con dei ragazzi?" Il tono della mia voce tradiva il disprezzo. Come se avessi già abbandonato tutto quello, quel mondo, quella parte di me.
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Gojo alzò un sopracciglio, e il sorriso che si fece largo sul suo viso non era il solito sorriso sfrontato. C'era qualcosa di diverso, come se sapesse di aver detto qualcosa che avrebbe avuto un peso. "Esatto. Non sarà un problema per te, professoressa Akiyama."
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La mia mente andò in tilt per un istante. Professoressa Akiyama. Il nome suonava così strano. Così lontano, ma allo stesso tempo, così familiare. Quella era la mia nuova identità, quella che mi aveva permesso di svanire per dieci anni. Quella che avevo creato per nascondermi, per scomparire.
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Lo guardai, senza poter nascondere il turbamento che si stava facendo largo dentro di me. "Non sono proprio il tipo da far da mentore a nessuno."
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Quel cespuglio bianco si inclinò leggermente verso di me, quel sorriso scomparso, sostituito da una serietà inusuale. "È questione di sopravvivenza. E se vuoi davvero proteggerti dal Consiglio e dagli stregoni neri, dovrai fare i conti con ciò che sei e con ciò che devi diventare. Quindi, insegnare. Loro ti ascolteranno, ti seguiranno."
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Un silenzio si fece largo, pesante come il fardello di una scelta che non volevo fare. "E cosa succede se decido di rifiutare?" chiesi, il tono più basso.
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Il mio interlocutore alzò le spalle, non sembrare preoccupato. "Non ti lasceranno mai in pace, ora che sei uscita allo scoperto."
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Guardai fuori dal finestrino della metro, pensai a tutto ciò che avevo lasciato. "Come posso fidarmi di te?"
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"Non hai scelta." rispose alzandosi in piedi, con uno dei suoi sorrisi appena accennati, aggiunse: "Quindi, professoressa Akiyama, come la mettiamo? Hai ancora intenzione di nasconderti o di fare finalmente qualcosa che faccia la differenza?"
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La sua proposta mi colpì come un pugno nello stomaco, ma il suo sguardo non ammetteva risposte facili. C'era una sfida in quel sorriso che mi ricordava la mia vecchia vita, quella che avevo lasciato alle spalle. Eppure, in qualche modo, non sembrava un tradimento. Forse era solo un altro tipo di rinascita.
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Guardai fuori dalla metro, osservando la città che passava veloce. Sentivo l'adrenalina crescere, la consapevolezza che la prossima fermata si avvicinava. Era il momento di decidere.
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Mi alzai lentamente, pronta a scendere. Poi, prima che le porte si aprissero, mi voltai un'ultima volta verso di lui. I suoi occhi erano fissi su di me, ma non riuscii a leggere nulla di chiaro nel suo sguardo.
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"Allora? Scendi con me, o no?" chiesi, la mia voce bassa ma decisa.
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Gojo rimase immobile per un attimo, i suoi occhi non mi lasciavano, ma non disse nulla. Poi, finalmente, il suo ghigno si allargò.
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"Come vuoi tu, professoressa."
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